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Crisi capitalistica, questione europea

Per l’autonomia culturale e un nuovo internazionalismo del movimento operaio

di Alexander Höbel

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1. Premessa

Qualche mese fa, come “Marxismo Oggi” online, decidemmo di avviare una discussione sulla questione europea, ma più in generale sul quadro internazionale, le dinamiche della crisi e le possibili strategie del movimento dei lavoratori per rispondere a tale quadro, in cui il rischio che il capitale trascini nella sua crisi anche i suoi antagonisti storici appare sempre più concreto.

All’apertura del dibattito, con un impegnato saggio di Emiliano Alessandroni (http://www.marxismo-oggi.it/saggi-e-contributi/saggi/275-economicismo-o-dialettica-un-approccio-marxista-alla-questione-europea), corrispose sui social network qualche scomposta e confusa polemica, condotta sulla base della logica binaria bianco/nero, amico/nemico, con un approccio insomma agli antipodi del metodo dialettico. Su tale tipo di atteggiamenti, che hanno già prodotto fin troppi danni nella storia del movimento comunista, si può solo commentare che essi sono parte del problema, ossia della difficoltà del movimento operaio di individuare una via d’uscita dalla grave situazione in cui si trova.

Per arricchire il confronto, oltre a ospitare vari interventi esterni alla redazione (Fosco Giannini, Domenico Moro), abbiamo anche ripreso contributi apparsi in altre sedi, dal saggio di Andrea Catone sui mutamenti del quadro mondiale, gli Usa di Trump, la Ue e l’Italia, a un articolo di Emiliano Brancaccio contro le “sinistre codiste”. Il dibattito, naturalmente, è appena agli inizi, ed è opportuno che esso continui a svilupparsi, nel reciproco rispetto e in modo costruttivo. E tuttavia qualche osservazione è possibile fare sin d’ora.

 

2. Una crisi di lunga durata

In primo luogo, credo che si debba fare un passo indietro dal punto di vista cronologico-storico, che può servirci a inquadrare meglio la questione anche sul piano teorico.

La crisi nella quale si trova il movimento dei lavoratori europeo inizia – questo è un dato su cui quasi tutti convengono – non col trattato di Maastricht o con la nascita dell’euro, ma con la ristrutturazione capitalistica degli anni Settanta del XX secolo, che – attraverso le nuove modalità produttive – ha destrutturato e frammentato il mondo del lavoro, rendendolo enormemente più debole e ricattabile, colpendone alla radice l’identità collettiva e la coscienza di classe, rendendo dunque molto più basso il suo grado di coesione e molto più problematica la sua organizzazione politica e sindacale. È un tema al quale qualche anno fa Ignazio Masulli dedicò un libro importante, sottolineando che il capitale aveva reagito alla “crisi di valorizzazione” manifestatasi nei primi anni Settanta (una vera e propria “crisi di sistema”, dovuta “al venir meno della capacità espansiva del capitalismo dei consumi” e alla riduzione dei tassi di profitto) attuando tre risposte: delocalizzazione produttiva verso paesi con minor costo della forza lavoro, avviando una concorrenza al ribasso nel mercato del lavoro internazionale; automazione e informatizzazione, con conseguente drastica riduzione della manodopera occupata; “consistente spostamento d’investimenti nel mercato finanziario”, coi relativi processi di finanziarizzazione[1]. Gli effetti di tali “salti” qualitativi sulla condizione e sul peso specifico dei lavoratori sono evidenti. Cominciava così quel “livellamento verso il basso”, quella “corsa verso il fondo”, come la hanno definita due studiosi militanti statunitensi come Jeremy Brecher e Tim Costello, che ha accresciuto la precarietà del lavoro e la polarizzazione globale “tra chi ha e chi non ha”[2]: il crescente accentramento di ricchezze e potere nelle mani del grande capitale finanziario e monopolistico, da un lato, l’impoverimento di enormi masse dall’altro.

Nei paesi a capitalismo avanzato, si assiste inoltre a una crescente “individualizzazione del lavoro”. Come ha scritto Manuel Castells, il principale studioso del “capitalismo informazionale”, “la nuova organizzazione sociale ed economica basata sulle tecnologie dell’informazione è volta al decentramento della gestione, all’individualizzazione del lavoro” e alla sua crescente “flessibilità”. Ciò segmenta e frammenta il processo produttivo e la forza lavoro, e con essa atomizza l’intera società[3]. Il che, ancora una volta, rende enormemente più difficile l’opera di organizzazione politica e sindacale dei lavoratori, e richiede un notevole sforzo di elaborazione e di prassi in tal senso. Sebbene infatti la classe lavoratrice, la “classe-che-vive-di-lavoro”, si sia ulteriormente ampliata anche nei paesi più avanzati, essa oscilla fortemente “tra l’eterogeneità nella sua forma d’essere (genere, etnia, generazione, qualificazione, nazionalità, ecc.) e l’omogeneizzazione che risulta dalla condizione crescentemente precarizzata e sprovvista di diritti”[4].

La crisi del movimento operaio europeo dunque non comincia sul terreno della moneta o su quello istituzionale, ma al contrario – marxianamente – sul terreno della produzione, e finché non si faranno fino in fondo i conti con questo dato per trovare le opportune contromisure (sociali, politiche, sindacali, organizzative), individuando i nuovi terreni comuni di azione e di lotta unitaria sarà difficile fare qualche passo avanti.

Contestualmente il capitale ha operato anche ad altri livelli, avviando già alla fine degli anni Settanta il ciclo del neoliberismo e delle privatizzazioni, colpendo il compromesso sociale keynesiano sancito nel secondo dopoguerra, destrutturando il Welfare, privando il lavoro della sua rappresentanza e in generale riducendo gli spazi di democrazia[5]. Il crollo del campo socialista e la fine dell’Urss, nel 1989-91 – in parte anche effetto di queste trasformazioni e della incapacità del blocco sovietico di tenere testa ad esse – diedero il colpo di grazia, aprendo una crisi storica nella quale il movimento dei lavoratori e tutte le forze progressive ancora si trovano. Il campo era ormai libero per la mondializzazione capitalistica e, in Europa, per quei Trattati di Maastricht che istituivano l’Unione Europea come unione economica e monetaria dai tratti fortemente neoliberisti, con stringenti “parametri di convergenza” su inflazione e debito pubblico, i quali a loro volta ponevano le basi per quella drastica riduzione della capacità di gestire la politica economica da parte degli Stati nazionali che sfocerà nel Fiscal Compact, con cui il “pareggio di bilancio” è stato addirittura inserito nella nostra e in altre Costituzioni[6], invise alla JP Morgan e in generale al grande capitale per il loro carattere democratico-sociale.

 

3. L’offensiva neoliberista e il “salto di qualità” di Unione Europea ed euro

Alla base di Maastricht, della UE e dell’euro vi è dunque un ciclo storico ventennale, le cui radici affondano nelle innovazioni produttive e nel deteriorarsi del rapporto di forza capitale/lavoro introdotti già negli anni Settanta a livello di singoli Stati, ma anche in una strategia concertata di quella che Luciano Gallino definisce “classe capitalistica transnazionale”[7], che aveva trovato in vari organismi, dal G7 alla Trilateral strumenti di coordinamento della propria controffensiva e camere di compensazione globali, il cui peso non va sottovalutato.

In questo quadro, come ha scritto Massimo Pivetti, il processo “di unificazione economica e monetaria europea, quale si è concretamente imposto nel corso degli anni Ottanta e con il Trattato di Maastricht” – ossia come “unificazione della sola politica monetaria” – ha costituito un ulteriore “progetto consapevole d’indebolimento dei movimenti operai nazionali”.

Nessun processo di unificazione politica e di connessa centralizzazione dell’intera politica economica […] ha accompagnato, compensandola, la perdita di sovranità subita da ciascuno Stato membro. Su questioni cruciali, quali sono quelle dell’occupazione e della distribuzione della ricchezza e dei redditi, si è andata in conseguenza determinando una situazione di ‘irresponsabilità politica’ da parte dei governi e dei parlamenti dei singoli paesi. […]

Grazie a Maastricht e al Patto di stabilità, la rinuncia da parte dei governi europei al mantenimento di alti livelli di occupazione è apparsa come imposta da vincoli tecnici oggettivi […]. La presenza diffusa di un’illusione di ineluttabilità di questa situazione di ‘deresponsabilizzazione’ è certamente il fattore che ha consentito ai governi europei di tenere in molto minor conto che in passato le ripercussioni sociali e politiche di percorsi marcatamente deflazionistici[8].

Giustamente Pivetti scrive “è apparsa”, parla di “illusione di ineluttabilità”, funzionale a portare avanti politiche neoliberiste intraprese già da molti anni, che nei vincoli e nei parametri della Ue hanno trovato nuova linfa, ma che non sono effetto esclusivo di questi ultimi. È la retorica del “ce lo chiede l’Europa!”: il tentativo di far apparire precise scelte politico-economiche come necessità oggettive, presentando la politica stessa – certamente indebolita dallo strapotere del capitale finanziario monopolistico, ma non certo scomparsa – come ormai del tutto priva di strumenti, in sostanza addossando su un altrove lontano e irraggiungibile (l’Europa dei tecnocrati, i burocrati di Bruxelles) tutta la responsabilità di trasformazioni di vecchia data e linee di politica economica avviate a livello di singoli Stati da oltre 35 anni.

In Francia – osservano Pivetti e Barba – la svolta si produsse nel 1982-83, allorché nella coalizione che sosteneva il governo delle sinistre, il quale aveva portato avanti un programma molto avanzato nella sua prima fase, prevalse, anche a seguito del mutato clima internazionale, una linea rigorista e neoliberista – sostenuta anche da molti intellettuali ex sessantottini che vedevano di buon occhio il ritrarsi dello Stato in nome di un’astratta ideologia libertaria e “autogestionaria” – la quale avrebbe segnato “l’inizio della fine”, con conseguenze sull’intero continente e sul processo stesso di integrazione europea, dato il ruolo centrale di Jacques Delors. Ma, appunto, tale svolta “non fu imposta a Mitterrand e al governo Mauroy né dall’esterno della coalizione di sinistra né dall’esterno della Francia. Si trattò di una scelta liberista e filo-capitalista autonomamente compiuta”[9].

In Italia, la svolta a danno della classe operaia e di tutti i lavoratori salariati si produce, dopo il mancato sblocco del sistema politico e la conferma della conventio ad excludendum a danno del Pci, tra il 1980 – anno della ristrutturazione produttiva e della sconfitta operaia alla Fiat – e il 1985, con la sconfitta nel referendum sulla scala mobile, per non parlare della separazione tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia, decisa nel 1981 da Andreatta e Ciampi, la quale, sgravando la Banca d’Italia dall’acquisto dei titoli di debito pubblico italiano rimasti invenduti, pose la finanza pubblica e quindi lo Stato in balìa del mercato finanziario. Dieci anni dopo, col decreto-legge 5 dicembre 1991 n. 386, convertito nella legge 29 gennaio 1992 n. 35, si avviava lo smantellamento delle Partecipazioni statali e la lunga stagione delle privatizzazioni, ossia della svendita di uno straordinario patrimonio pubblico che aveva reso l’Italia uno dei paesi capitalistici nei quali più consistente era il ruolo dello Stato in relazione all’industria e al credito.

Partendo da questo contesto, la nascita dell’Unione Europea e poi quella dell’euro hanno certamente consentito alla controffensiva neoliberista di compiere un salto di qualità. Il fatto che l’unificazione sia stata di carattere essenzialmente monetario, che la Banca centrale europea sia di fatto “l’unica istituzione della UE” con poteri reali e “autonomi dagli Stati nazionali”, mentre questi ultimi non hanno più “una Banca centrale prestatrice di ultima istanza”, ha posto i singoli paesi “in una situazione di debolezza istituzionale” rispetto ad aree economiche maggiormente integrate (Usa, Cina, Russia), ma anche rispetto “ai mercati e alla speculazione internazionale”, allargando inoltre la forbice tra i paesi stessi[10].

Scrivono ancora Pivetti e Barba: “Non esistevano precedenti storici di una unificazione monetaria tra Stati che non fosse stata preceduta dalla loro unificazione politica […] un’unica politica monetaria applicata a condizioni economiche e sociali fra loro molto diverse avrebbe teso ad accentuare le differenze tra gli Stati interessati e dunque a ridurre, anziché accrescere, la coesione tra di essi”. Allo “svuotamento progressivo delle sovranità nazionali in campo economico” si affiancava la “assenza di un potere politico sovranazionale”[11].

Se sul piano politico gli effetti furono prevedibilmente disastrosi, sul piano sociale non sono stati meno pesanti. Come ha osservato Paolo Ciofi, «fissata con la moneta unica la rigidità dei cambi, imprese e Paesi non possono più competere attraverso la svalutazione della moneta», ma solo «mediante la svalorizzazione del lavoro»[12].

Al fondo della questione rimane però il problema del rapporto di forza tra le classi, che anche in assenza della moneta unica aveva già fortemente virato in favore del capitale. È da questo, dunque, dal mutamento dei rapporti di forza sociali e politici, che occorre ricominciare.

 

4. Le mancate risposte e alcune proposte per l’oggi

È evidente che l’attacco al mondo del lavoro, di portata globale, avrebbe richiesto da parte del movimento dei lavoratori una risposta unitaria, anch’essa internazionale e coordinata. Ma proprio questo è quello che è mancato. Andrea Catone parla di un “grande deficit di internazionalismo”[13]. Sebbene, quindi, vi siano elaborazioni anche programmatiche puntuali da parte di forze comuniste[14], e non manchino momenti di confronto e appelli internazionali dei partiti comunisti e operai[15], una piattaforma unitaria del movimento dei lavoratori almeno su scala europea non è tuttora disponibile. Sarebbe invece indispensabile delineare una piattaforma alternativa del movimento operaio europeo, anche a partire da pochi punti, semplici e chiari come ad esempio quelli elencati dallo stesso Ciofi:

– un piano per l’occupazione e la qualificazione del lavoro, rivolto in particolare alla tutela dei beni ambientali e culturali, alla messa in sicurezza del territorio e al risanamento delle periferie urbane;

– la promozione programmata dell’innovazione scientifica e tecnologica correlata alla riduzione dei tempi di lavoro e all’elevamento culturale dei cittadini, assicurando l’istruzione gratuita per tutti fino al livello superiore e per i meritevoli fino all’università;

– l’aumento dei salari e degli stipendi, tale da garantire una vita dignitosa a tutti i residenti a parità di condizioni tra uomini e donne per pari lavoro, eliminando contratti a termine e ogni forma di lavoro precario;

– la fissazione di standard comuni per le tutele sanitarie e previdenziali e per la tutela della maternità, corredati di adeguati servizi rivolti a elevare i livelli di vita e a contrastare il calo delle nascite e la mortalità infantile;

– il riordino del sistema fiscale secondo i seguenti criteri: progressività delle imposte in base al principio che chi più ha più paga; introduzione dell’imposta patrimoniale sui grandi patrimoni a partire dall’esonero della casa per abitazione; lotta efficace all’evasione e all’elusione fiscale; eliminazione dei paradisi fiscali, controllo sui movimenti dei capitali e separazione delle banche commerciali dalle banche d’investimento a tutela del risparmio.

Il tutto ordinato al fine della coesistenza pacifica tra i popoli e al disarmo generale, e quindi al ripudio della guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali[16].

Dal canto suo, Emiliano Brancaccio ha proposto di istituire uno “standard sociale sugli scambi internazionali”, ossia “sui movimenti di capitale, e laddove necessario anche sui movimenti di merci”. Secondo l’economista marxista, attraverso accordi internazionali andrebbero introdotti

controlli sui movimenti di capitale […] specialmente verso quei paesi che fanno “dumping sociale” a colpi di concorrenza al ribasso sui salari, sul fisco, sui diritti sociali e ambientali, e per questo accumulano squilibri commerciali verso l’estero. […] Le relazioni finanziarie e commerciali tra paesi verrebbero in questo modo condizionate alla comune decisione di non ricorrere a politiche di competizione al ribasso […]. L’argine dei controlli sui capitali, infatti, proteggerebbe i paesi che aderiscono al “social standard” dai paesi che fanno dumping sociale e quindi accentuano gli squilibri macroeconomici[17].

Per Brancaccio occorre insomma “uscire dalle secche di un dibattito sterile che sta montando anche a sinistra, tra i vecchi retori di un acritico europeismo e i nuovi apologeti di un ingenuo sovranismo nazionalista”, puntando sull’introduzione di significativi controlli sui movimenti di capitale:

Mentre le destre xenofobe guadagnano consensi con la proposta retriva di «arrestare gli immigrati», penso che le sinistre dovrebbero contrapporsi ad esse proponendo di «arrestare i capitali», che con le loro continue scorrerie internazionali alimentano la gara al ribasso dei salari e dei diritti e scatenano il caos macroeconomico.

Certamente, ha rilevato Brancaccio, “il principio di libera circolazione dei capitali è […] costitutivo dell’Eurozona”, ma essendo “anche una causa della sua estrema iniquità e fragilità”, potrebbe essere messo radicalmente in discussione[18]. Successivamente, lo stesso economista ha proposto “l’applicazione immediata dell’articolo 65 del Trattato del funzionamento dell’Unione Europea che ammette l’introduzione di controlli sulle fughe di capitali”, oltre che “di tutti i dispositivi già previsti dall’attuale legislazione per ridurre la volatilità dei mercati finanziari”[19].

Sul piano politico, risalendo alle radici della duplice crisi in atto (crisi del sistema e al tempo stesso crisi del movimento operaio, comunista e socialista), è chiaro inoltre che occorre avviare un’azione sistematica sul piano della ricomposizione della classe lavoratrice, sul piano sociale, politico e sindacale, e ovviamente sul terreno della coscienza di sé. Unire ciò che il capitale ha diviso dovrebbe essere la priorità di ogni forza comunista o anche solo di sinistra oggi, e per conseguire questo obiettivo è necessario un lavoro che vada almeno in tre direzioni: quello dell’organizzazione, sociale, politica e sindacale; quello della costruzione di piattaforme unificanti e di lotte comuni, possibilmente di carattere anche transnazionale, sulle cui basi costruire anche una nuova politica delle alleanze; quello, infine, di un grande lavoro culturale, che torni a unire anche nella percezione dei lavoratori ciò che il capitale – in questo caso coi suoi “apparati ideologici” e massmediatici – divide ulteriormente, creando falsi nemici e falsi obiettivi.

 

5. Riconquistare l’autonomia culturale

La lunga crisi di cui si è parlato ha portato con sé anche una gravissima crisi culturale, una profonda perdita di coscienza di sé da parte dei lavoratori salariati, una complessiva perdita di orientamento che oggi è parte non secondaria del problema.

I passaggi di campo e le gravi involuzioni anche di larga parte di ciò che si definiva “sinistra” – su cui si è soffermato efficacemente Domenico Losurdo in uno dei suoi ultimi libri evidenziandone le radici proprio nella subalternità culturale[20] – e la crescente spoliticizzazione di massa hanno prodotto una sorta di scissione tra larga parte del lavoro salariato e sinistra politica. E tuttavia sinistra e mondo del lavoro hanno marciato assieme per almeno due secoli, per cui tale frattura lascia i lavoratori privi di un riferimento politico unitario e di massa e quelli meno consapevoli privi di una prospettiva generale di cambiamento. Eccettuate le avanguardie organizzate in partiti comunisti o in altre forze della sinistra di classe, il resto della massa lavoratrice rimane quindi ancorata a una visione ristrettamente corporativa o localistica dei propri interessi, e può diventare facile preda di forze populistiche o apertamente reazionarie, e intanto della loro propaganda.

È quello che è avvenuto in Italia e in molti altri paesi europei negli ultimi anni. In assenza di una proposta chiara e credibile da parte delle forze di sinistra, di una rinnovata e radicale critica al capitalismo che rilanciasse l’obiettivo del superamento del sistema e la prospettiva del socialismo, e anzi a fronte di una gravissima subalternità al neoliberismo di quella che era la “sinistra moderata” e del sostanziale eclettismo movimentista della “sinistra radicale”, la gravità stessa della crisi capitalistica ha portato larghe masse su posizioni politiche incerte e ambigue, sempre più lontane dall’universalismo e dagli ideali di eguaglianza, giustizia sociale, cooperazione e solidarietà tipici di ciò che storicamente è stata la sinistra. Gli approdi sono stati – e sono – molteplici. La crescente insicurezza economica e sociale, e la paura e la rabbia che ne derivano, non si sono trasformate se non a sprazzi in contestazione della “classe capitalistica transnazionale”, del capitale monopolistico o dei rapporti di proprietà in quanto tali, e invece – grazie a sapienti campagne politico-mediatiche – sono state indirizzate prima verso la “casta” dei politici, poi soprattutto verso gli immigrati. Tutto ciò, ovviamente, con una ben scarsa considerazione dei dati reali, i quali dimostrano che l’immigrazione, oltre a costituire certamente un problema – per chi parte, in primo luogo, oltre che per i paesi che accolgono – per questi ultimi ha, anche sul piano economico, effetti largamente positivi[21].

Nel nostro paese, che è una delle principali terre d’approdo di chi fugge da fame, miseria e guerre, sebbene la gran parte di questi migranti sia diretta verso altri paesi europei (infatti la percentuale rispetto al totale della popolazione è tra le più basse del continente)[22], la campagna propagandistica delle destre si è potuta giovare anche della sordità e del mancato governo del fenomeno da parte dell’Unione Europea. Come ha osservato Luciano Canfora,

per i movimenti fascistici oggi all’offensiva questo è un dono: il ‘popolo’ che essi dicono di voler difendere è sotto attacco su due fronti: spietatezza dell’élite eurocratica che chiama riforme la demolizione del welfare e guerra coi poveri esterni. E su entrambi i fronti essi mostrano di difenderlo, coniugando la (necessaria) guerra all’élite eurocratica con la facile e facilmente trionfante xenofobia.

Naturalmente, si tratta di una “partita truccata”, e tuttavia, finora, per le destre ha funzionato, anche perché, nella crescita delle forze neo-nazionaliste al consenso di parte dei ceti popolari si affianca l’investimento politico del “capitale medio/piccolo ‘indigeno’” che, contrapponendosi al grande capitale globalista, di fronte ai processi di mondializzazione ha un vitale bisogno di “una sua rappresentanza politica nazionale” e di politiche neo-protezionistiche[23].

Si tratta insomma di uno scontro del tutto interno alle classi dominanti. E se per una certa fase, il capitale finanziario globalista ha marcato una sua egemonia (anche su settori del mondo del lavoro), oggi l’equilibrio si è spostato in favore di altri settori capitalistici, le cui potenzialità egemoniche sui ceti popolari appaiono di gran lunga superiori.

In tale quadro, è di vitale importanza che i lavoratori salariati e le forze che intendono organizzarli si sottraggano a tale confronto, evitino cioè di passare da una subalternità all’altra, sposando posizioni neo-nazionalistiche e neo-protezionistiche o strizzando l’occhio alla propaganda anti-immigrati, aggiungendo alle parole d’ordine delle destre “prima gli italiani”, “prima i tedeschi” o “prima gli statunitensi” il sostantivo “lavoratori”. Sarebbe la resa definitiva, l’accodarsi in funzione subalterna a una linea impressa da altri che, enfatizzando i contrasti tra i subalterni di vari paesi ed etnie, va esattamente nella direzione opposta alla costruzione di quella unità dei lavoratori salariati sul piano nazionale e internazionale oggi sempre più necessaria, lasciando la strada del tutto libera alla vittoria completa delle destre. I lavoratori immigrati vanno invece organizzati, essendo ormai parte integrante del proletariato metropolitano, così come va rilanciata la solidarietà internazionalista coi popoli oppressi da fame, miseria e guerre, frutto di un neocolonialismo da tempo nemmeno più denunciato.

Occorre invece che i lavoratori ricostruiscano un punto di vista autonomo, di classe, unitario, radicalmente antagonista rispetto allo stato di cose presenti, che contesti alla radice le narrazioni dominanti e capovolga l’ordine del discorso, ponendo sul banco degli imputati la “classe capitalistica transnazionale” ma anche quella imprenditoria locale e nazionale che prospera sul lavoro nero, il super-sfruttamento, il caporalato, l’illegalità.

Questo vale sul piano teorico-politico come su quello della polemica spicciola. Lascia stupefatti che, in un paese il cui ministro degli Interni dichiara di voler andare a cercare gli immigrati irregolari “casa per casa” e in cui il senso comune si va fascistizzando, per alcuni sia prioritaria la polemica contro la sinistra “radical chic”: un atteggiamento, si potrebbe dire, “ultra-radical chic”... La giusta critica alla parte di sinistra che ha smarrito i suoi connotati di classe puntando tutti sui diritti civili, nel momento in cui diventa ossessione polemica, rischia infatti di contrapporre la lotta per tali diritti a quella per i diritti sociali, la difesa dei migranti (o magari dei lavoratori immigrati) alla difesa dei lavoratori italiani, la Rivoluzione francese all’Ottobre, l’antifascismo all’antimperialismo: in poche parole, di aprire un baratro incolmabile tra ciò che resta della sinistra e i comunisti e, sul piano sociale, tra i lavoratori salariati e i loro potenziali alleati. Sono posizioni che i comunisti italiani avevano superato da decenni, dal Togliatti traduttore e prefatore del Trattato sulla tolleranza di Voltaire allo stesso Togliatti che, intervenendo nella polemica tra Bobbio e Della Volpe su libertà e socialismo, precisava che “diritti di libertà e diritti sociali” sono entrambi “patrimonio del nostro movimento”[24]. Come scrive anche Samir Amin, “la separazione tra la categoria dei diritti giuridici e quella dei cosiddetti diritti sociali deve essere respinta”, poiché “congiuntamente essi esprimono il ‘diritto di vivere’”[25].

Ne segue, sul piano politico, che per quanto si possa considerare degli avversari la Boldrini e la gauche caviar, non si può dimenticare che i nemici sono Salvini e quelli come lui. In caso contrario, si rischia di ripetere, stavolta in forma di farsa, la politica del socialfascismo che, alla fine degli anni Venti, in nome del tradimento degli interessi del proletariato da parte della socialdemocrazia, portò il Comintern a definirla “ala sinistra della borghesia”, sostanzialmente omologa rispetto all’ala destra, ossia al fascismo: una linea disastrosa, che certamente aveva le sue radici in fatti oggettivi drammatici, ma che ebbe conseguenze molto pesanti. Se la polemica anti-socialdemocratica era giusta e necessaria nel 1919 (quando la socialdemocrazia tedesca reprimeva nel sangue i moti spartachisti), come lo era stata nel 1914 (quando la Spd votava i crediti di guerra adducendo come motivazione la necessità di non lasciare il patriottismo alla destra); dieci anni dopo doveva essere ben evidente che l’avversario principale era un altro, e altre dovevano essere le priorità. Né si potevano immaginare alleanze spurie, in nome ad esempio dell’unità del popolo tedesco, come confermò il dibattito del 1923 tra il dirigente comunista Karl Radek e il nazionalista Moeller van den Bruck, recentemente ricostruito da Stefano Azzarà[26].

Il rischio è dunque quello che anche oggi – dinanzi a quello che Samir Amin definiva “il ritorno al fascismo del capitalismo contemporaneo”[27], mentre forze di estrema destra sono al governo di molti paesi cruciali, a partire dagli Stati Uniti di Trump, e Steve Bannon porta avanti il suo progetto di unire le forze reazionarie europee sotto le bandiere del “sovranismo” – si concentri invece il fuoco della polemica contro la “sinistra moderata” o magari, appunto, contro quella “radical chic”. Non si tratta di negare le responsabilità dell’una e dell’altra, ma di individuare, come sempre marxisti e comunisti devono fare, quale sia oggi la contraddizione principale. Da questo punto di vista, nel quadro della lotta complessiva contro la “classe capitalistica transnazionale” e i suoi rappresentanti (a partire, per quanto riguarda noi europei, dalle oligarchie di Bruxelles), è evidente che si debbano contrastare in primo luogo le forze di destra, all’offensiva sul piano nazionale e internazionale, le tendenze espansionistiche della Nato e la politica sciovinista e aggressiva degli Usa di Trump, il quale peraltro ha detto chiaramente di avere tra i suoi maggiori nemici Ue, Cina e Russia[28]. È una dialettica complessa, alla quale tuttavia non si può sfuggire.

Si tratta insomma di prendere atto dello scontro in atto sul piano internazionale tra il modello di mondializzazione made in Usa, basato su competizione sfrenata, lotta fra protezionismi e tendenze aggressive, e quello proposto dalla Repubblica popolare cinese, caratterizzato ad esempio dall’idea di una “nuova via della seta” e da processi di cooperazione economica segnati dalla reciprocità e dal vantaggio comune, e di posizionarsi in tale scontro, di livello globale, decisivo per i destini dell’umanità[29]; uno scontro nel quale il mutamento di scala è ormai irreversibile, nel senso che la dimensione necessaria ad affrontare i problemi globali non può che essere sovranazionale.

Più in generale, per quanto riguarda il movimento dei lavoratori, si tratta di non perdere mai di vista “l’incompatibilità tra l’universalismo concreto del materialismo storico e il particolarismo delle storicità del nazionalismo”[30]. Come ha scritto ancora Catone, “l’internazionalismo proletario, la concezione e la pratica internazionalista, sono la marcia in più dei comunisti e del movimento operaio, che ne ha fatto la forza e la grandezza nei suoi momenti più alti”[31]. Occorre dunque rifarsi a tale ispirazione, tornare alla “grande politica”, ossia a una politica di ampio respiro fondata sul recupero di una propria autonomia culturale e progettuale, che scelga la via della lotta rispetto a quella di una “fuga” dagli esiti imprecisati[32], mirando a porsi al livello dei propri antagonisti e delle contraddizioni complessive del sistema.

Bisogna insomma – come scriveva ancora Amin già vent’anni fa – accettare “la sfida dell’‘economia mondo’” per rovesciarne il segno[33], e solo un movimento dei lavoratori profondamente radicato nelle diverse realtà produttive e nei diversi contesti nazionali, ma al tempo stesso capace di elaborare una strategia e una prassi comuni sul piano transnazionale, potrà essere in grado di farlo.


Note
[1] I. Masulli, Chi ha cambiato il mondo? La ristrutturazione tardocapitalista 1970-2012, Roma-Bari, Laterza, 2014.
[2] J. Brecher, T. Costello, Contro il capitale globale. Strategie di resistenza, Milano, Feltrinelli, 2001, pp. 30-41.
[3] M. Castells, La nascita della società in rete, Milano, Egea, 2008, p. 307 e passim.
[4] R. Antunes, Il lavoro e i suoi sensi. Affermazione e negazione del mondo del lavoro, Milano, Punto Rosso, 2016, pp. 16-21.
[5] P. Ciofi, Il lavoro senza rappresentanza. La privatizzazione della politica, Roma, manifestolibri, 2004.
[6] Nel caso dell’Italia, questo atto ha aggravato il conflitto tra Costituzione del paese e trattati europei. Su questo, cfr. V. Giacché, Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile, Roma, Imprimatur, 2015. La Costituzione italiana potrebbe peraltro costituire la piattaforma di partenza di un modello alternativo ai Trattati da proporre anche al di fuori dei nostri confini: su questo cfr. P. Ciofi, Costituzione e rivoluzione. La crisi, il lavoro, la sinistra, Roma, Editori Riuniti, 2017.
[7] L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, intervista di P. Borgna, Roma-Bari, Laterza, 2012, pp. 12-13.
[8] M. Pivetti, Le strategie dell’integrazione europea e il loro impatto sull’Italia, in Un’altra Italia in un’altra Europa. Mercato e interesse nazionale, a cura di L. Paggi, Roma, Carocci, 2011, pp. 45-59: 45-47 (corsivo mio).
[9] A. Barba, M. Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016, pp. 79-105.
[10] F.R. Pizzuti, La crisi, l’Unione Europea, lo Stato sociale e la politica, in Riunificare il mondo del lavoro è possibile oggi?, Roma, Ediesse, 2013, pp. 215-240: 218.
[11] Barba, Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, cit., pp. 107-108.
[12] P. Ciofi, La rivoluzione del nostro tempo. Manifesto per un nuovo socialismo, Roma, Editori Riuniti, 2018, p. 49.
[13] http://www.marxismo-oggi.it/saggi-e-contributi/saggi/282-mutamenti-nel-quadro-mondiale-la-politica-internazionale-di-donald-trump-la-ue-l-italia.
[14] Si veda ad es. il programma del Partito comunista italiano Più Stato, meno mercato: https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/download/il-programma-del-pci/.
[15] Si vedano l’appello del XX meeting internazionali dei partiti comunisti e operai (Atene, novembre 2018), https://www.solidnet.org/article/20-IMCWP-Appeal-of-the-20th-International-Meeting-of-Communist-and-Workers-Parties/, ma soprattutto l’appello dei partiti comunisti e di altre forze anticapitaliste europee in vista delle elezioni di maggio pubblicato pochi giorni fa: https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/2019/01/15/per-uneuropa-dei-lavoratori-e-dei-popoli/.
[16] Ciofi, La rivoluzione del nostro tempo. Manifesto per un nuovo socialismo, cit., pp. 49-50.
[17] http://www.emilianobrancaccio.it/2012/12/10/european-parliament-for-an-international-social-standard-on-money/.
[18] Brancaccio: “Nell’Unione Europea arrestare i capitali, non i migranti”, intervista di R. Ciccarelli, in “il manifesto”, 3 gennaio 2017, online in http://www.emilianobrancaccio.it/2017/01/03/brancaccio-nellunione-europea-arrestare-i-capitali-non-i-migranti/.
[19] Brancaccio: “Ecco come fermare la dittatura dello spread e l'attacco dei mercati”, intervista di G. Russo Spena, in “Micromega online”, 30 maggio 2018: http://temi.repubblica.it/micromega-online/brancaccio-ecco-come-fermare-la-dittatura-dello-spread-e-lattacco-dei-mercati/.
[20] D. Losurdo, La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Roma, Carocci, 2014.
[21] G. Remuzzi, +1% di migranti secondo la rivista «Lancet» equivale a... +2% di ricchezza, in “La Lettura”, 13 gennaio 2019, in //pressreader.com/@nickname10451382/csb_997-7I60ndBJYxEVWwI1dYJUuWw9A3XMXyRKcl0HA-5c4Zfsq-m-L_ydKtClToQ6">https://pressreader.com/@nickname10451382/csb_997-7I60ndBJYxEVWwI1dYJUuWw9A3XMXyRKcl0HA-5c4Zfsq-m-L_ydKtClToQ6>.
[22] https://www.lenius.it/quanti-sono-gli-immigrati-in-italia-e-in-europa/.
[23] L. Canfora, La scopa di don Abbondio. Il moto violento della storia, Roma-Bari, Laterza, 2018, pp. 14-17.
[24] Cfr. D. Losurdo, Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, Roma-Bari, Laterza, 2017, pp. 53-56.
[25] S. Amin, Oltre la mondializzazione, Roma, Editori Riuniti, 1999, p. 298.
[26] S.G. Azzarà, Comunisti, fascisti e questione nazionale. Germania 1923: fronte rossobruno o guerra d’egemonia?, Milano-Udine, Mimesis, 2018.
[27] S. Amin, Il ritorno al fascismo del capitalismo contemporaneo, in Mutamenti del quadro mondiale. Trump, la Ue, l’Italia, “Marx Ventuno”, 2018, n. 1-2, pp. 40-54.
[28] https://www.agi.it/estero/trump_europa_nemico_usa-4160287/news/2018-07-15/.
[29] D. Losurdo, Washington consensus o Beijing consensus?, in La Cina della Nuova Era. Viaggio nel 19° Congresso del Partito Comunista Cinese, a cura di F. Giannini e F. Maringiò, Napoli, La Città del Sole, 2018, pp. 15-18.
[30] Così S. Danzilli nella recensione del volume di Azzarà (http://www.marxismo-oggi.it/recensioni/libri/308-marxismo-e-questione-nazionale-la-disputa-tra-comunisti-e-nazionalisti-nella-germania-anni-venti-nel-nuovo-libro-di-stefano-azzara) .
[31] http://www.marxismo-oggi.it/saggi-e-contributi/saggi/282-mutamenti-nel-quadro-mondiale-la-politica-internazionale-di-donald-trump-la-ue-l-italia.
[32] http://www.marxismo-oggi.it/saggi-e-contributi/saggi/275-economicismo-o-dialettica-un-approccio-marxista-alla-questione-europea.
[33] Amin, Oltre la mondializzazione, cit., p. 208.
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Comments   

#18 Eros Barone 2019-02-07 17:21
P.S.: mi arciscuso per questa ulteriore postilla, ma, elencando i paesi che l'imperialismo americano, in questi ultimi venti anni, ha attaccato e soggiogato (o tentato di soggiogare: Iraq, Afghanistan, Libia, Venezuela), ho tralasciato l'Ucraina. Si tratta chiaramente di un'omissione che, se non venisse sanata, sarebbe grave.
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#17 Mario Galati 2019-02-06 21:03
Per non essere da meno, mi scuso anch'io per lo strascico che aggiungo.
Vorrei precisare in che senso ritengo positivo il ruolo della Cina sul piano storico verso il socialismo, pur se il processo è connotato da una impronta capitalistica dello sviluppo.
Marx riteneva che la rivoluzione inglese sarebbe stata favorita dalla liberazione nazionale irlandese, che avrebbe minato la base del potere dei grandi proprietari terrieri inglesi, i landlords, sia sotto l'aspetto economico che dell'influenza da posizione coloniale sulla stessa classe operaia inglese. Questo pensiero mi sembra pure alla base del leninismo, dell'importanza della rivolta anticoloniale, anche nazionale e non necessariamente socialista, nell'anello debole della catena imperialistica.
Da ciò l'importanza per il socialismo delle rivoluzioni nazionali dei popoli oppressi, non necessariamente di stampo socialista.
Ebbene, la rivoluzione ha sottratto all'imperialismo l'area cinese ed ha fornito un appoggio anche ad altre aree del mondo. L'affermazione della potenza economica e geopolitica della Cina consolida questa sottrazione di territorio coloniale ai poli imperialisti principali. Nessuna rivoluzione in occidente potrebbe darsi senza la rottura del potere neocoloniale tradizionale, la sottrazione delle riserve mondiali di caccia (di sfruttamento) e dell'uso dello sfruttamento coloniale e neocoloniale come fattore di collaborazione di classe dei lavoratori, di complicità, e di divisione dei lavoratori nel mondo.
Se anche il processo cinese portasse un segno capitalistico, svolgerebbe comunque la funzione di rottura del potere imperialistico USA-UE e di sottrazione di una parte delle loro (nostre) riserve coloniali. Al monopolio coloniale e neocoloniale USA-UE sarebbe preferibile una concorrenza con la Cina e le altre aree BRICS, che rappresentano una parte notevole dell'umanità.
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#16 Paolo Selmi 2019-02-06 08:17
Mi scuso nuovamente con tutti, ma gli argomenti portati da Eros sono di estremo interesse per non approfondirli. Per il discorso della classificazione rimando, anche per una maggiore leggibilità del testo, alle pp. 249-253 della mia tesi di dottorato, liberamente scaricabile da academia.edu:
https://www.academia.edu/3394081/Il_substrato_confuciano_e_tradizionale_del_marxismo_di_Mao_Zedong
In sostanza, la classificazione emerge come principio gnoseologico ed ermeneutico della stessa, millenaria, cultura cinese. E' confuciano, in quanto è il confucianesimo a permeare tutto, dalla lingua - logos - a partire dai classificatori, fino al modo di procedere logico-formale di ognuno e di qui a cascata su tutto il resto, costituendo una sovrastruttura talmente coerente, unitaria, strutturata e flessibile al tempo stesso da resistere alla violenta modernizzazione degli ultimi due secoli e mezzo. Ma non rubo altro tempo.
A questo proposito, consiglio anche la lettura del paragrafo
1.2.5 Un’ideologia fondata su precisi schemi linguistici e logico-formali da p. 136,
Alla fine di questo paragrafo (139), riporto le conclusioni del prof. Kobzev, membro dell'Accademia delle scienze di Russia (RAN), figlio di una sinologia, quella sovietica, che ebbe il merito di analizzare l'universo Cina da una prospettiva completamente diversa da quelle occidentali. Il suo testo sullo Yijing (Zhou Yi) è un caposaldo, ahimé, non tradotto in nessuna lingua occidentale, per chiunque si voglia accostare allo studio del Pensiero Cinese. Alla fine dell'analisi che riporto, il Dao emerge come aspetto processuale, mentre il Taiji (il Grande Polo) come aspetto strutturale dell'esistente. La bontà di tale lettura è data anche dal fatto che il Dao, nell'accezione comune cinese, è tutt'altro che statico. Ma anche qui non mi dilungo e rimando alla lettura.

Per quanto riguarda la differenza SOSTANZIALE fra pianificazione e programmazione, ci lavorerò sopra nella parte iniziale della prossima puntata del manuale sovietico di pianificazione, così da offrire un'analisi il più possibile completa sull'argomento. In particolare, già Luciano Barca nel suo volumetto "Dizionario di politica economica", Roma, ER, 1974, pp. 118-122, alla voce "programmazione" scrive cose ancor valide a proposito.

Scappo, un caro saluto a tutti.
Paolo
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#15 Eros Barone 2019-02-05 11:53
Mi scuso per questa postilla aggiuntiva che, avendo letto soltanto ora l'ultimo intervento, va perciò situata nello spazio interlineare delle glosse. A proposito della corrispondenza tra il nome e la cosa, rivendicata da Paolo Selmi, scrive Mao Zedong nel classico saggio "Sulla contraddizione" (1937), citando un confuciano del II secolo a. C.: "In Cina, il modo di pensare metafisico...si esprime nelle parole: 'Il cielo è immutabile e immutabile è anche il Tao'". Un aneddoto chiarisce bene il carattere di questa metafisica, che vorrebbe esorcizzare la dinamicità del reale. Secondo il testo confuciano "I Dialoghi" (Lun Yu), interrogato su quale fosse il mezzo per rendere prospero lo Stato, Confucio avrebbe risposto: "E' assolutamente necessario ridare ai nomi il loro vero significato... Se i nomi non sono corretti, le parole non corrispondono alla realtà; se le parole non corrispondono, gli affari di Stato non giungono a compimento... e dunque il popolo non sa come muovere le mani e i piedi": infatti per il confucianesimo il nome di qualcosa è anche designazione del suo 'posto'. Confucio negava che potesse esserci alcuna polisemia o contraddizione nella designazione dei posti di ogni persona o cosa, cioè rifiutava qualsiasi mutamento nella ferrea gerarchia sociale cinese antica. Insomma, l'ideale di questo 'tao' è una vera e propria 'servitù del nome', espressione di una concezione ontologicamente statica e socialmente conservatrice, che più in generale rifugge dal cogliere la positività dei processi contraddittori. Traducendo questa istanza nel contesto del dibattito sulla differenza tra le nozioni di pianificazione e di programmazione, nulla impedisce, da un punto di vista dialettico, di definire la pianificazione come una programmazione estesa o globale e, per converso, la programmazione come una pianificazione ridotta o settoriale. Naturalmente, ciò non esime dal condurre un'analisi specifica e concreta della situazione specifica e concreta (il modo come l'una e l'altra si articolino con il mercato nel caso cinese, per l'appunto), ma orienta in una direzione metodologicamente corretta e non preclusiva l'analisi stessa. Diversamente, si rischierebbe: a) di irrigidire e cristallizzare un processo contraddittorio in uno schematismo formalistico e postulatorio, questo, sì, tipico degli approcci trotsko-bordighisti all'analisi della natura sociale della Cina contemporanea (e prima ancora all'analisi della natura sociale dell'URSS); b) di non "essere antimperialisti in modo coerente" (cito la giusta istanza posta dallo stesso Paolo Selmi), istanza che per i comunisti e i lavoratori italiani porta ad identificare il nemico principale nell'imperialismo americano e, di là dalle divergenze di interessi che possono talvolta manifestarsi, il
sub-imperialismo europeo. Saper cogliere la distinzione nella connessione e la connessione nella distinzione è pertanto una necessità teorico-pratica fondamentale, soprattutto oggi che l'imperialismo euro-americano è simile ad una cagna di nuovo in calore, che sbava, ringhia e smania, bramosa di avventarsi sulla nuova ricca preda, come sta accadendo, dopo l'Iraq, l'Afghanistan, la Libia e la Siria, con il Venezuela.
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#14 Paolo Selmi 2019-02-02 14:52
Caro Mario,

parto dalla fine del tuo intervento. Capisco il tuo timore, ma lo capisco per vie indirette. Nel senso, anagraficamente, per me gli agitatori trotzkisti fuori dalle fabbriche contro i sindacati e il PCI sono solo una scena del film di Elio Petri "La classe operaia va in paradiso". Sono anni che conosco per via indiretta, dai racconti di mio padre o di compagni più anziani, o da film e documentari. Con tutto rispetto per chi oggi si definisce trotzkista, peraltro: definizione, quest'ultima, che da ignorante (nel senso proprio letterale del termine) non capisco oggi come possa essere attuale, e neppure a che periodo del percorso politico di Trotckij si possa riferire... oltre al fatto, sinceramente, che in questo momento approfondire questi argomenti mi interessa fino a un certo punto.

Capisco però perfettamente il tuo timore, più che fondato visto che bastano anche solo 10 anni anagrafici in più dei miei, e quegli anni li hai già vissuti in modo decisamente diverso. Timore anche più che fondato dalla mia natura di cane sciolto, non iscritto a RC, non iscritto a PCI, non iscritto a quello di Rizzo o di Ferrando, con un solo anno di tessera della CGIL. Il che mi fa anche interrogare su che razza di comunista io sia, ma il capitolo che si aprirebbe penso non interessi a nessuno.

Mi interessa, proprio personalmente, che tu abbia chiaro un punto, proprio a scanso di equivoci: ciascuno è libero di gestire il proprio Paese come meglio crede. Tuttavia, se fa programmazione e non pianificazione, è inutile che chiami piani quinquennali quelli che piani quinquennali non sono. Se lo fa, il motivo c'è: piano pone l'indice su una GLOBALITA' che programmazione non ha: bastano alcuni punti da raggiungere. Piano pone l'indice su un COORDINAMENTO che programmazione non ha: non importa di che colore è il gatto, l'importante è che acchiappi il topo (不管黑猫白猫,捉到老鼠就是好猫). Come nel capitalismo. Del resto, fino a pochi anni fa anche il nostro governo stilava un Documento di Programmazione Economica e Finanziaria. Ma il nostro era più di nome che di fatto. Bene, ci sta. Altri Paesi, tuttavia, capitalisti fino al midollo, hanno impiegato metodi di programmazione economica in macroeconomia, per certi versi addirittura meglio dei cinesi attuali. E' il caso, per esempio, dei giapponesi. C'è un documento, recentemente pubblicato dall'Istituto di ricerche economiche e sociali (Keizai Shakai Sōgō Kenkyūjo 経済社会総合研究所, ESRI nell'acronimo anglofono), molto interessante a riguardo. Shinji Yoshioka, Hirofumi Kawasaki, 'Japan’s High-Growth Postwar Period: The Role of Economic Plans', "ESRI Research Note No.27", Agosto 2016, liberamente scaricabile a questo indirizzo:
http://www.esri.go.jp/jp/archive/e_rnote/e_rnote030/e_rnote027.pdf

E, ti prego notare, loro chiamano "planning", 計画 keikaku, equivalente del cinese 计划 jihua, ciò che piano non è. Non sono solo i cinesi...

E alla fine il problema, come si dice da queste parti, "alla fine della fiera", non è neppure loro! Ci mancherebbe anche che uno non si senta libero di chiamare un vaso rotondo un vaso quadrato. Neppure noi abbiamo 20 modi per definire il bianco, come gli esquimesi, o 20 modi per definire il verde, come nelle lingue amazzoniche. Il problema è nostro, tuttavia, quando facciamo schemi tipo "piano" da un lato e "mercato" dall'altro, perché assegnamo alle parole significati che, nella lingua di origine, ormai non hanno più o, nel caso del Giappone, non hanno mai avuto. Anche gli USA non chiamano i rapporti con i PVS "aggressione imperialistica" ma "cooperazione", anche i cinesi chiamano l'espansione dei loro mercati e la dipendenza progressiva dei Paesi coinvolti come periferia degli stessi "logica win-win". Anche qui qualcosa ho scritto negli appunti precedenti e non mi dilungo: tuttavia, emerge chiaramente come il problema non sia loro, che sono liberi di assegnare alle parole qualsivoglia significato, ma nostro interpretativo e, soprattutto, di comprensione all'interno della globalità dei processi attualmente in corso.

Riguardo alla "camicia esterna al mercato", al ruolo contenitivo di una regolamentazione statale, anche qui il problema è abbastanza semplice. Più apri le gabbie, più padroni diventano "compagni", ovvero quadri dirigenti del PCC, più l'ideologia dice che il "sistema misto" è già socialismo, più il modo di produzione si struttura lungo direttrici diametralmente opposte alla socializzazione dei mezzi di produzione e al piano, cardini di un sistema socialista di cui parlavamo qualche intervento fa, e su cui non è il caso di tornare, e che i cinesi non a caso definiscono "superato", ponendo il loro come riferimento. E se un modello per uno è il passato, non ha molto fondamento il pensare che questo possa rappresentare per lui il futuro.

Scusami Mario se ho scritto un ulteriore commento, non era mia intenzione avere la cosiddetta "ultima parola". Ti prometto che sarà l'ultimo. Se la discussione ti interessa, non ho il tuo indirizzo di posta elettronica ma tu il mio lo puoi recuperare tranquillamente sul CV che ho messo su academia.edu e che preferisco non citare qui per discorsi di spam, ecc.

Un caro saluto.
Paolo Selmi
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#13 Mario Galati 2019-02-02 11:58
Il sentimento anticinese descritto dagli episodi riportati da Eros Barone è palpabile nel mondo occidentale.
Riferendomi alla distinzione fatta da Paolo Selmi, quella cinese sarà programmazione e non pianificazione, ma i programmi vengono realizzati, spesso in anticipo.
Anch'io preferirei una società matura che governa in modo collettivo e autonomo le forze produttive, secondo un piano cosciente. In Cina, invece, vi sono forze di mercato "indipendenti" che necessitano di interventi eteronomi e di una camicia esterna (per quanto il partito comunista cinese, con la sua imponenza, potrebbe essere considerato una camicia esterna al mercato, ma non una forza esterna alla società cinese).
Ma io vedo la rivoluzione mondiale come un processo, non come l'avvento di un regno messianico che realizza l'ideale. Ci saranno passi avanti e passi indietro, vittorie, sconfitte, correzioni di rotta, nuovi problemi e contraddizioni.
In questo processo, il corso cinese, nel suo significato mondiale, non credo possa essere considerato pura restaurazione. E la Cina di oggi non può essere liquidata come una semplice realtà di concorrenza imperialistica. Non vorrei che dalla critica sacrosanta passassimo ai vecchi schemi trotskisti del "nè con i capitalisti, nè con i traditori della rivoluzione".
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#12 Paolo Selmi 2019-02-01 15:08
Caro Eros,

mi hai fatto tornare indietro di trent’anni... quando un ragazzetto (all’epoca cintura marrone di judo) entrò in contatto con un film stracult: Dalla Cina con furore. Son riuscito a trovare la scena dove Li Piccolo-drago (nome occidentale Bruce Lee), fa a pezzi con una sforbiciata magistrale il cartello che hai ricordato (華人與狗不得入內 cinesi e cani non possono entrare).
https://www.youtube.com/watch?v=Tgpo17pZESA&feature=youtu.be
Ho rivisto la scena dopo tanti anni oggi, adesso, e, diciamo, fa abbastanza ridere, con quegli improbabili cinesi mascherati da servo indiano e da giapponesi… ma all’epoca aveva fatto davvero sfracelli, tutti a fare kong-fu.

Oggi sono i cinesi stessi, probabilmente in vena di distensione commerciale con l’occidente, a discutere della veridicità di tale cartello, che fonti scritte riportano apposto all’ingresso del parco Huangpu di Shanghai. http://www.sohu.com/a/124163659_395602
Alcuni ritengono che in realtà fosse sempre stato scritto solo il cartello in inglese che trovi riportato nell’articolo (il cui contenuto era sostanzialmente identico ma formalmente edulcorato da una tipica ipocrisia occidentale “politically correct”).

Sicuramente non era leggenda il cartello “Dogs and Indians not allowed” apposto sul Pahartali European Club dell’allora indiana Chittagong (attuale Bangladesh). Pritilata Waddedar (1911-1932), eroina dell’indipendenza indiana, travestita da uomo, fu protagonista di un azione violenta contro questo simbolo dell'imperialismo britannico, azione che pagò con la vita suicidandosi pur di non cadere in loro mani (un breve resoconto qui - https://archive.fo/20130725180819/http://www.newagebd.com/detail.php?date=2012-09-25&nid=24889%23.UfIdvWfancc).

Pertanto, anche se non esiste alcuna prova provata, nessun documento, foto, ordinanza, che attesti la veridicità di tale cartello, la maggior parte degli occidentali presenti allora in Asia la pensava in quella maniera, lasciando alla sparuta minoranza di commissari del Komintern e volontari internazionalisti come il Compagno Baiqiuen (白求恩), ovvero Norman Bethune, l’onere di mostrare che in Occidente non la pensavano tutti come Salvini, la Meloni o Di Maio, pardon, come gli imperialisti delle Otto potenze aggreditrici.
Buon fine settimana!
Paolo
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#11 Eros Barone 2019-02-01 11:40
Solo una postilla su quella parte crescente dell'emigrazione proveniente dalla Cina, che vive nel nostro paese. Tre episodi quanto mai significativi, il primo dei quali è stato riferito da un sindacalista varesino che difese un lavoratore cinese licenziato in modo illegittimo da un padroncino, tipico sfruttatore di lavoro nero, del quale era dipendente. La difesa tecnico-sindacale fu accompagnata, doverosamente quanto inutilmente, da una denuncia all'ispettorato del lavoro per violazione della legge 108 del 1990. Racconta il funzionario della CGIL, fornendo un'interessante testimonianza sulla coesione della comunità cinese, che, dopo qualche minuto dall'uscita del lavoratore e di sua figlia dalla sede sindacale, gli arrivò la telefonata di una legale della comunità stessa, che lo ringraziava per aver seguito scrupolosamente il suo connazionale. Secondo episodio: qualche tempo fa presentai alla Biblioteca "Berio" di Genova, come presidente del Circolo Culturale Proletario, la biografia di Norman Bethune, “Il bisturi e la spada”, ristampata dalla Casa Editrice Rapporti Sociali. Per chi non lo sapesse, ricordo che il canadese Bethune è una grande e luminosa figura di medico comunista e internazionalista, morto nel corso della guerra di liberaziona nazionale della Cina contro l'invasione giapponese: figura che è oggetto, non solo in Cina, di una vera e propria venerazione che dura fino ai giorni nostri. Ebbene, parteciparono alla conferenza-dibattito una cinquantina di persone, tra cui spiccava la presenza di una ventina di ragazzi cinesi, accompagnati dai loro rispettivi insegnanti, appartenenti all’Associazione culturale “Chang Cheng”, presente e attiva in Genova (i cinesi non dimenticano né le offese né i doni ricevuti e sanno praticare, come pochi, la virtù della gratitudine). Terzo episodio, tratto dalla cronaca recente: un uomo, che pare sia un dipendente di un supermercato di Monza, ha insultato molto pesantemente una gentile signora cinese che cercava, pur non conoscendo l’italiano, di chiedergli qualche informazione al supermercato. Questo il linguaggio adoperato da un soggetto convinto, come parecchie altre persone, che la sinofobia e il razzismo siano ormai merci correnti all'interno del nostro paese: «Senti, c... di cinesa (sic), già siete venuti in questo c... di paese a distruggere tutto il mercato, ti spezzo le gambe, ti sparo in testa, brutta cinesa di m...», inveisce l'energumeno, approfittando del fatto che la signora non può capire e continua a sorridere. Non contento di questa azione abbietta, il medesimo ha poi inserito il video della sua 'bravata' sulla Rete, forse non immaginando che in un attimo, grazie al passaparola tra le comunità cinesi, esso avrebbe fatto il giro del mondo e sarebbe stato riportato, con tanto di sottotitoli in mandarino, su numerosi siti d’informazione cinesi, a partire da «Sina News» che lo ha pubblicato su "YouTube". Dal canto suo, l’Iper, sulla sua pagina "Facebook", ha pubblicato in merito alla triste vicenda un lungo messaggio di scuse e promesso di assumere adeguati provvedimenti affinché simili episodi non abbiano più a ripetersi, replicando così in minore la palinodia mondiale recitata dagli stilisti Dolce e Gabbana per via di una scena pubblicitaria sulla Cina caratterizzata da immagini e contenuti ritenuti, non a torto, offensivi. Ho voluto citare questi episodi, perché ritengo siano sintomatici rispetto ad un clima psicologico di natura sciovinista, che John Hobson, il quale lo descrisse in un libro del 1901, definì con il termine di "jingoismo" (non per nulla gli scritti di questo autore inglese furono una delle principali fonti cui attinse Lenin quando stese il suo classico saggio sull'imperialismo). Una cosa è certa: anche se non manca chi prova per essi una certa nostalgia, sono ormai tramontati i tempi in cui sul cancello dei giardini di Shangai si poteva leggere il cartello: "Vietato l'ingresso ai cani e ai cinesi".
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#10 Paolo Selmi 2019-02-01 01:35
PS Aggiungo una considerazione, a mio modesto parere, estremamente importante e di attualità. Solo un modo autenticamente socialistico di produzione, in quanto legato alla propria legge fondamentale di sviluppo, che ricordiamo essere quella di rispondere direttamente ai bisogni sociali, sarà in grado di riflettere, progettare e costruire beni di consumo realmente diretti a tale scopo primario e non, per esempio, alla massimizzazione del profitto tramite un soddisfacimento nel breve periodo, frutto di logiche "usa e getta" tipiche dell'attuale modello consumistico globale, figlio di un altrettanto globale modo capitalistico di produzione.
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#9 Paolo Selmi 2019-02-01 01:06
Caro Eros,
ho letto con attenzione la tua analisi e lo schema che propone Vasapollo. Non mi trovo sul suo modello di suddivisione schematica e simmetrica per due motivi:
1. La Cina non ha lo stesso modo di produzione dal 1978 a oggi. Ha imboccato un percorso, quello sì, identico e coerente fino alla piena restaurazione del modo capitalistico di produzione, sia esso operato da soggetti privati (per la maggioranza) che statali. Ma il grado di corruzione delle maglie che lo tenevano imbrigliato entro forti vincoli sistemici (per esempio, limiti di accumulazione, limiti di espansione, limiti di ambito di azione e/o competenza, ecc.) è progressivamente aumentato fino ai giorni nostri.
Ecco quindi che
2. la "pianificazione" diventa "programmazione" e "regolamentazione". In Cina da tempo non esiste più nulla di analogo al lavoro di raccolta dati e pianificazione che faceva il Gosplan in URSS. E' normale, è logico che sia così. Non vi può essere piano se non c'è proprietà sociale dei mezzi di produzione: i sovietici lo hanno ripetuto fino alla "perestrojka" (virgolette d'obbligo per un processo che non fu di "ristrutturazione", ma di distruzione). Rinunci alla proprietà sociale, rinunci al piano. Limiti la proprietà privata, saranno i limiti che tu assegnerai a tale proprietà privata a definire il grado maggiore o minore di fallacia del piano stesso. Più il piano sarà, negli obbiettivi prefissati, dipendente da variabili affidate all'anarchia della produzione capitalistica, più il piano dovrà rinunciare alla propria azione pianificatrice (dal momento che non fisserà niente in concreto) e divenire programmazione prima e regolamentazione poi. Lo vediamo oggi sotto i nostri occhi: l'elefante in bicicletta, metafora che la leggenda vuole riportata dagli stessi economisti cinesi, trovando sassi sulla strada di quello che rappresenta il maggior mercato mondiale, gioca una partita a tutto campo sul resto del globo per acquistare fette sempre maggiori di mercato e mantenere un livello di crescita sufficiente a non farlo sbalzare di sella. Che per farlo la banca centrale stimi oggi la soglia critica nel 6%, è indice del grado di maturità raggiunto dalle proprie istituzioni finanziarie, al pari di una BCE, o di una Federal Reserve. Che per farlo, abbia qualche strumento in più, dato da quel grado singaporense di autoritarismo economico che costituisce oggi, la base del capitalismo cinese regolamentato dallo Stato, è un altro dato di fatto. Che la maggiorparte del lavoro di compensazione, meglio, del tentativo di compensazione in atto, avvenga esportando capitali e investendo nel resto dell'Asia, dell'Africa e dell'Europa, è un ulteriore dato di fatto, che testimonia in modo peraltro trasparente la posta in gioco del conflitto interimperialistico in corso.

A riprova di quanto affermo, nel volume che sto traducendo, dopo cinquanta pagine, sono arrivato ora al commercio estero: quattro righe, su come esso possa essere interessante mezzo di gestione delle ECCEDENZE di produzione, cedute fuori dai confini nazionali con lo scopo di offrire, al pianificatore, una VARIANTE OCCASIONALE per la soluzione di problemi NON STRUTTURALI, ma quantitativi, di reperimento di risorse limitate nel tempo e fino alla risoluzione di quel dato problema contingente. E' una logica coerente con un modo socialistico di produzione, teso a risolvere IMMEDIATAMENTE il problema dei bisogni sociali attraverso la più lineare, diretta, operazione di messa in piano di tutti i dispositivi di cui si dispone (tutti) per soddisfarla. Lo stesso, per gli stessi motivi, non si può dire per la Cina.

Grazie per la stimolante riflessione e
un fraterno saluto a te e a Mario.

Paolo
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#8 Eros Barone 2019-01-31 23:48
La domanda-chiave che occorre porsi nel definire la natura sociale della Cina è quella che concerne il ruolo rispettivo della pianificazione e del mercato nella proprietà dei mezzi di produzione e nella allocazione delle risorse.
In questo senso, prescindendo per opportunità espositiva dall'analisi riguardante il peso e la forza della Cina sul piano internazionale (per cui si veda il ponderoso libro di un sinologo del calibro di Henry Kissinger, risalente al 2011), la problematica implicata dalla realtà cinese interroga i comunisti su alcuni punti essenziali, che davvero "fan tremare le vene a' polsi": le caratteristiche del socialismo nel Terzo Mondo, il futuro del socialismo, il giudizio sulle cause della sconfitta dell'Urss e del campo socialista. Intanto, vanno sottolineati due aspetti significativi: a) che la politica economica cinese e il modello di socialismo di mercato con caratteristiche cinesi è lo stesso da quarant'anni, se si assume come ' terminus a quo' il 1978; b) che tale modello è stato ricavato dallo studio dei sistemi economico-sociali di alcuni paesi esteri: la Jugoslavia e alcuni paesi dell'Europa dell'Est; c) che esso è stato tradotto nei termini di una "via nazionale al socialismo", cioè, per usare la definizione canonica, nei termini di un "socialismo con caratteristiche cinesi". Il "Trattato di critica dell'economia convenzionale" di Luciano Vasapollo (2013) nel vol. I offre uno schema analitico generale in cui vengono distinti, secondo la proprietà delle risorse (privato/Stato) e i sistemi di allocazione delle medesime (mercato/autorità centrale), quattro modelli: 1) capitalismo di mercato, 2) capitalismo a pianificazione centralizzata, 3) socialismo di mercato, 4) socialismo a pianificazione centralizzata. Orbene, sia il sistema cinese che quello vietnamita esemplificano un 'mixtum compositum' tra un sistema di allocazione delle risorse di mercato e un sistema di proprietà delle unità produttive in gran parte pubblico. Affido alla perspicacia di chi mi legge l'esercizio consistente nello stabilire, in base a tale schema, quali modelli corrispondano, che so?, al caso degli USA, della Svezia o del Giappone (o al caso storico dell'URSS). Inoltre, considero che sia un pregio di questa schematizzazione liquidare un 'lucus a non lucendo' come lo pseudo-concetto di "capitalismo di Stato", usato per descrivere i sistemi economici più diversi, dallo Stato interventista che si afferma con la crisi del '29 (e prima ancora con la 'mobilitazione totale' del primo conflitto mondiale) all'URSS e a qualsiasi tipo di entità economica pubblica basata sui metodi di gestione del capitalismo privato. Trattando il tema del modello economico socialista nel suo "Manuale di Economia Applicata. Analisi critica della mondializzazione capitalista" (2007), Vasapollo raffina ulteriormente lo schema individuando i seguenti modelli: 1) modello di pianificazione centralizzata; 2) modello di pianificazione decentralizzata; 3) modello riformato; 4) modello duale flessibile (Cina). A ciò aggiunge un'ulteriore distinzione, basata sui livelli (micro-/macro-) del mercato e della pianificazione: - Capitalismo: Mercato (macro) --> Pianificazione (micro) - Socialismo: Pianificazione (macro) ---> Mercato (micro). Va da sé che nel capitalismo il fattore del mercato prevale a livello macro-economico, ma la pianificazione ha un ruolo microeconomico a livello della singola impresa (che tale combinazione sia contraddittoria era già stato rilevato da Engels e da Lenin). Per converso, nel socialismo la pianificazione è il fattore prevalente a livello macro-economico e il mercato ha un ruolo limitato ed è sottoposto all'autorità centrale. Dal punto di vista formale, questo sembra essere il caso cinese, caratterizzato tuttora dai piani quinquennali di staliniana memoria: quello corrente è il tredicesimo e copre il periodo che va dal 2016 al 2020. Esso determina le condizioni macroeconomiche degli investimenti e quindi della crescita, il tasso di cambio, l'emissione di moneta, la politica fiscale, nonché la politica dei redditi e dei prezzi. Vasapollo, con grande onestà intellettuale, osserva che i limiti del modello cinese e il carattere problematico del "modello duale flessibile" derivano dalla scomparsa del campo socialista, dalla necessità di agire secondo le regole legali, commerciali e finanziarie che regolano le relazioni del mercato capitalistico mondiale, nonché dal permanere della legge del profitto che domina tale mercato. Certamente, il vivace confronto politico e storico tra Paolo Selmi e Mario Galati, per un verso, conferma il carattere cruciale della domanda-chiave che ho formulato all'inizio e, per un altro verso, offre importanti stimoli conoscitivi per dare ad essa la giusta risposta. Dal canto mio, ho solo cercato di semplificare in un modo che spero non sia riduttivo la complessa problematica del socialismo (non 'del' ma) 'nel' XXI secolo.
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#7 Paolo Selmi 2019-01-30 11:07
Caro Mario,
hai appena affermato che per arrivare al socialismo (se si vuole arrivare e qui non si vuole arrivare anzi, per loro è già quello presente il socialismo, per la precisione "il socialismo con caratteristiche cinesi") occorre essere il primo paese turbocapitalista al mondo.

Mi dispiace, ma l'esperienza storica sovietica del secondo dopoguerra, in una condizione MOLTO più disastrata di quella cinese di inizio anni Ottanta, dimostra esattamente il contrario. Anzi, se l'URSS si risollevò come si risollevò, se mise in moto meccanismi di riproduzione allargata della merce senza rinnegare i principi guida del socialismo, lo dovette proprio alla grande capacità di coordinamento delle forze produttive che solo la proprietà sociale dei mezzi di produzione e l'economia di piano potevano garantire. Senza piani Marshall, con spese aggiuntive INGENTI di aiuto ai Paesi socialistici di recente rivoluzione (ai miliardi di dollari alla Cina aggiungiamo quelli sparsi per il mondo, dall'Europa all'Africa), senza investimenti capitalistici, anzi, IN PIENA GUERRA FREDDA (a proposito di sicurezza, relativa, internazionale).

Per questo, non solo trovo motivazione, ma mi sto rendendo sempre più conto di quanto sia necessario, indispensabile, studiare, analizzare, rielaborare i dati di quello che fu un immenso, concreto, laboratorio a cielo aperto. Sicuramente, a parte di menti più lucide e più a tempo pieno della mia.

Un caro saluto
Paolo
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#6 Mario Galati 2019-01-30 09:39
Mi limito a notare che se la Cina avrebbe oggi le basi materiali (e, aggiungo, la sicurezza, relativa, internazionale) per una riorganizzazione socialista "qui e ora", lo si deve al processo seguito negli ultimi decenni, con tutte le sue brutture.
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#5 Paolo Selmi 2019-01-29 23:01
Caro Mario,

è proprio perché ho fatto quello che ho fatto, ho vissuto quello che ho vissuto, ho studiato quello che ho studiato (e che continuo a studiare e ricercare) e, non da ultimo, lavoro dove lavoro, che posso dirti di avere sempre davanti il quadro complessivo, globale, sia in senso spaziale che in senso temporale. Non è vanto, ma uno dei pochi vantaggi, forse l'unico, della vita che ho condotto e conduco. La Tesi di dottorato che ti invito a sfogliare, e che ho deciso, anche qui, da coglione, di condividere con tutti, è un qualcosa di assolutamente inedito:
https://www.academia.edu/3394081/Il_substrato_confuciano_e_tradizionale_del_marxismo_di_Mao_Zedong
Leggila, sfogliala, e capirai quando, come e perché il marxismo è entrato in Cina: è una storia affascinante, ma al tempo stesso terribile, perché la sua sinizzazione ha coinciso, fatalmente, con la sua morte. La riproduzione allargata del Capitale in Cina oggi si poggia su logiche IDENTICHE, non analoghe, a quelle dei Paesi occidentali. Quanto al benessere, non governi un miliardo e trecento milioni di persone se seicento milioni di esse muoiono di fame. Non lo diceva Mao, ma Confucio duemila anni prima di lui, e dopo di lui Mencio, e infine Zhuxi un millennio più tardi, autore di quel neoconfucianesimo che oggi spopola nella "rossa" Cina. Questo processo è stato possibile con il modo di produzione capitalistico con cui tutte le sue imprese, statali e non, funzionano, non con l'immissione di elementi capitalistici e neppure "di mercato". E lì, ahimé, si è fermata. Riprendo quanto già scrittoti:

"La Cina NON ha tolto 600 milioni di persone dalla miseria, vivendo la maggiorparte delle persone con al massimo 3.000 euro all'anno, le ha tolte dalla fame e le ha lasciate un gradino più in su, con un coefficiente di Gini del 40% (dati loro) e con differenze che si ampliano fra i più ricchi e i più poveri, preferendo allocare le proprie risorse in altri settori, in maniera del tutto coerente col capitalismo monopolistico di stato che promuove da prima potenza al mondo quale è."

Sulla finanziarizzazione del capitalismo di stato cinese ho scritto qualcosa: https://www.sinistrainrete.info/teoria/13048-paolo-selmi-appunti-per-un-rinnovato-assalto-al-cielo-ix.html

Di fronte a questi profitti enormi, CFR. la tabella più aggiornata in lingue occidentali, così come la mappa più aggiornata sulla distribuzione regionale del reddito in Cina le ho fatte, ahimé, sempre io, l'anno scorso:
https://www.sinistrainrete.info/teoria/12871-paolo-selmi-con-due-grami-miseri-semplici-penny.html

E LA PRIMA POTENZA INDUSTRIALE AL MONDO NON AVREBBE OGGI LE BASI MATERIALI PER FARE QUELLO CHE L'URSS REALIZZO', CON SULLE SPALLE 20 MILIONI DI MORTI, 25 MILIONI DI ORFANI, 32 MILA AZIENDE DISTRUTTE, 65 MILA KM DI LINEE FERROVIARIE DIVELTE, CENTOMILA KOLCHOZ RASI AL SUOLO, TREMILA STAZIONI DI MACCHINE E TRATTORI SMANTELLATE, 1710 CITTA' SACCHEGGIATE, MINIERE DEL DONBASS ALLAGATE, E MILIARDI DI DOLLARI DA DARE SUBITO AI CINESI PER AIUTARLI A RIPARTIRE?

Purtroppo, dell'URSS, della proprietà sociale dei mezzi di produzione, dell'economia di piano, ai dirigenti se-comunisti cinesi non può fregare di meno. E per far comprare un maglione in più a un tibetano accettano che un figlio di buona donna della borsa di Shanghai vinca quello che deve vincere per cambiare la nuova Ferrari e versare l'obolo al partito. Loro, in ultima analisi, fanno la San Vincenzo ai loro per tenerseli buoni. E per continuare a mantenere alto il loro saggio di profitto non esitano a delocalizzare NON A CASA LORO (dove continua la politica dei due tempi), ma in Vietnam, in Bangladesh, in Myanmar, in Sri Lanka, In Pakistan, in Sudan e in Etiopia. Guarda caso... l'OBOR! Ti può piacere o non piacere, ma questi sono i dati. Forniti da loro, come vedi dalle fonti che non manco mai di citare.

Il lavoro di traduzione che sto facendo adesso, e che mi sta impegnando come non mai negli ultimi 45 anni, trova spunto proprio da questo. Perché essere comunisti oggi, quando il tuo telefono fatto dalla "cooperativa" Huawei contiene i metalli rari estratti a mano dagli schiavi nella Repubblica "democratica" del Congo, né più né meno di quelli prodotti dalle multinazionali sudcoreane, o americane (made in china), significa ripartire da un modo di produzione alternativo all'esistente, significa avere il coraggio di rivendicare la fine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo e il socialismo come prospettiva non domani, MA QUI E ORA.

Anche perché per il pianeta, andando avanti così, sarà la fine.

Scusami anche in questo caso la lungaggine. Un fraterno saluto.

Paolo
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#4 Mario Galati 2019-01-29 21:26
Non metto in dubbio l'amore per il popolo e la cultura cinese da parte di Paolo Selmi. Così come non metto in dubbio la sua attività disinteressata per i cinesi in difficoltà in Italia. Faccio notare, però, che ciò non esaurisce la responsabilità sociale di un individuo. La filantropia e il dono (specifico che non è il caso di Paolo Selmi) connotano spesso i rapporti di dominio e di superiorità. Non è che le Dame di San Vincenzo e i ricchi donatori non si prodigavano per lenire le sofferenze dei poveri. I missionari cristiani, coscienti o meno, rendevano oggettivamente un servizio ai colonizzatori. E non è che non provassero amore per gli indigeni.
In Cina ci sono mille contraddizioni, differenze di reddito e disuguaglianze, ma il dato di oltre 600 milioni di persone tirate fuori dalla povertà l'ha fornito l'ONU e non può essere messo da parte con leggerezza. La Cina è diventata potente nel mondo? Bene. Mi fa piacere. Proviene da una rivoluzione anticoloniale e si trova ancora all'interno di quel percorso. Deraglierá o ha già deragliato? Possiamo discuterne. Ciò che invece non condivido è l'atteggiamento di ostilità decisa. La quale, tra l'altro, fa leva sulla non nuova impostazione che distingue tra un popolo oppresso e una burocrazia intrecciata ad una élite economica che lo sfrutta e lo opprime. È la stessa impostazione dei nostri capitalisti che denunciano il capitalismo in Cina e si indignano per la condizione dei lavoratori cinesi e per i loro diritti umani, conculcati dalla dittatura comunista.
Il contributo di Paolo Selmi e i dati da lui raccolti ed esaminati sono interessanti, ma mi danno l'impressione di non tener conto del quadro complessivo e della dinamica generale e mondiale in cui si inseriscono.
Sono d'accordo che l'URSS ottenne risultati grandiosi con la collettivizzazione la pianificazione socialista (ma non è stata una passeggiata ed ha comunque comportato grandi costi umani. Non è che questo vale solo per la situazione cinese). La Cina non vi è riuscita per 30 anni; l'URSS si stava sfaldando e non poteva garantire lo sviluppo e la sicurezza cinese. Deng Xiao Ping e il partito comunista decisero una svolta spregiudicata ed efficace sotto quegli aspetti. Per quanto riguarda il rafforzamento del socialismo non sono sicuro dell'esito più immediato. Ma l'integrazione e il protagonismo mondiale, anche economico, di un miliardo e mezzo di persone, la rottura della subalternità, è comunque un fatto che va verso e non contro un futuro socialista dell'umanità. Di fronte a ciò mi sembra necessario, se non proprio un atteggiamento di simpatia, almeno un atteggiamento di critica costruttiva.
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#3 Paolo Selmi 2019-01-28 15:50
Caro Mario,

sull'aumento degli squilibri e delle diseguaglianze in Cina non ritorno, perché valgono quei dati statistici già citati e che neppure loro riescono a nascondere. Così come non ritorno sul fatto che, per mantenere i margini attuali di profitto, l'imperialismo cinese guardi alla "nuova via della seta" (mai nome fu meno appropriato) come al giardino di casa propria dove fare il bello e il cattivo tempo e, soprattutto, CREARE DIPENDENZA ECONOMICA NE' PIU' NE' MENO CHE GLI ALTRI PAESI IMPERIALISTICI.

Sul fatto di fare bene o fare male a fare dumping sociale, per giunta a livello neppure nazionale, ma regionale, considerando che abbiamo fatto lotte per non avere le gabbie salariali nel Meridione, non mi dilungo. Comunque, esistono ancora oggi le gabbie salariali in questo Paese se-dicente "socialista", visto che il dumping sociale lo fanno ancora adesso: solo che alla UE funziona, anche questo, a giorni alterni. Sui pannelli solari in importazione c'è dazio antidumping, sui vestiti no. Non entro nella testa della commissione UE sul commercio estero, perché anche su questo ho scritto qualcosa.

Sull'accumulazione e la crescita economica in condizioni ben peggiori di quelle cinesi, l'URSS FECE MEGLIO E PIU' DELLA CAPITALISTICA CINA, alla fine della seconda guerra mondiale nel decennio successivo, senza NEP e togliendo TUTTI dalla povertà, AIUTANDO PERSINO I CINESI CON L'EQUIVALENTE DI MILIARDI DI DOLLARI DI AIUTI CHE OGGI NESSUNO CITA, con una tecnica di pianificazione ai primordi e senza computer, neppure a schede perforate. Dato di cui i comunisti dovrebbero andare orgogliosi.

Per quanto riguarda il mio amore per il popolo cinese, amore, non rispetto, ti posso solo dire che il giorno prima di laurearmi, anziché ripetere quello che dovevo andare a sostenere, ero nel reparto maternità dell'ospedale del mio Paese per un'ecografia a una lavoratrice cinese di un ristorante che il giorno prima era ancora lì a servire ai tavoli. Il giorno dopo ero a insegnare loro italiano ai genitori e, la mattina, nelle elementari in affiancamento ai loro bambini appena arrivati, e due giorni dopo a fare la fila con loro in questura per il rinnovo del permesso di soggiorno. Due anni dopo ero in CdL in Corso di Porta Vittoria a Milano a gestire, da solo, uno sportello di assistenza - legale e lavorativa - ai lavoratori cinesi, cinque giorni alla settimana a Milano e sei al mio paese. I risultati di quella attività li ho raccolti, perché non andassero persi, in questa relazione:
https://www.academia.edu/27944411/Laltra_met%C3%A0_del_cielo_%D0%9F%D0%BE%D0%BB%D0%BE%D0%B2%D0%B8%D0%BD%D0%B0_%D0%BD%D0%B5%D0%B1%D0%B0_Half_the_sky_%E5%8D%8A%E9%82%8A%E5%A4%A9._Rapporto_sulla_comunit%C3%A0_cinese_di_Milano_e_sullo_sportello_di_Assistenza_ai_lavoratori_cinesi_2000_

E quando stai dalle otto del mattino alle dieci di sera per anni con migliaia di persone, a volte solo ascoltando i loro sfoghi, a volte cercando di fare di tutto e anche di più per risolvergli i problemi, apri gli occhi aldilà delle veline di gente che, in Italia, vive dentro i consolati e non muove un dito per alleviare le sofferenze dei suoi connazionali, oppressi peraltro da altri connazionali. Questo qui, dove lo spirito di solidarietà dovrebbe essere maggiore, essendo tutti Huaqiao (华侨), cinesi all'estero... dove ci sono i capitalisti, ma non accadeva (e non accade) neppure qui. L'organizzazione, la tutela legale, gliela faceva un coglione italiano, che lavorava gratis perché dalla CdL prendeva centomila lire al mese di rimborso spese e, tra quello che prendeva come mediatore culturale fra scuole, ospedali, tribunali, ecc., non metteva insieme un milione al mese nel 1999 facendo la media statistica di quello che prendeva in un anno e dividendo per 12. E che poteva farlo, il coglione, perché viveva ancora in casa dei suoi, che credevano in quello che faceva e che decisero di mantenerlo anche se, in cuor loro, sapevano che non sarebbe mai diventato un lavoro. Cosa che accadde puntualmente dopo il servizio civile, fatto, guarda caso, in centro di prima accoglienza. Allora il coglione decise di restare tale ma, almeno, non pesare sul gobbo dei suoi. E andò a lavorare in una ditta di trasporti. Dove si vide passare sotto gli occhi le fatture dei "compagni" cinesi.

Un caro saluto.
Paolo
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#2 Mario Galati 2019-01-28 11:52
Il cosiddetto dumping sociale cinese è stato più che giusto e opportuno. Con il suo dumping sociale, a costo di grandi sacrifici dei suoi lavoratori, la Cina ha acquisito le tecnologie di cui aveva bisogno, ha elevato le sue forze produttive, ha sottratto alla povertà centinaia di milioni di persone, mentre nel resto del mondo altre vi persistevano o vi ricadevano, ha acquisito stabilità e sicurezza di fronte all'imperialismo del mondo USA. Altra cosa è il dumping sociale al ribasso dei paesi capitalistici che, invece di migliorare le condizioni economiche e di vita dei loro lavoratori, ne ha abbassato tutti gli standards vitali. In Cina sono aumentati salari e si punta all'espansione dei consumi interni (solo per un motivo strettamente "economico", interno ai meccanismi capitalistici, di diverso stimolo alla domanda? E sia pure, ma sia), invertendo la necessaria strada "mercantilista" seguita sino ad ora. Mentre nella direzione cinese si intravede una via d'uscita in senso favorevole ai lavoratori, nella direzione dei nostri paesi capitalistici si intravede un vicolo cieco per i lavoratori e anche per la pace mondiale.
Possiamo discutere della contraddittorietà e dell'ambiguità del cosiddetto socialismo di mercato, dell'esportazione di capitale cinese e dell'asserito "imperialismo" della Cina in Africa (in ogni caso, a quanto pare, preferito a quello occidentale), del fatto che i cinesi non sono benefattori ma hanno i loro precisi interessi nella loro proposta di cooperazione economica, ma non si possono negare i fatti innegabili cui ho accennato, né il fatto innegabile che la Cina è un punto di riferimento importante contro la prepotenza e il predominio imperialistico USA. Si chieda a Cuba al Venezuela se considerano la Cina un paese imperialistico.
La Cina è uscita dalla minorità coloniale, con tante contraddizioni. Ma ne è uscita. E' un fatto che dispiace? Dopo la crisi e il crollo dell'Unione Sovietica rimaneva una strada più giusta e sicura per mantenersi e rafforzarsi? Può darsi, ma i fatti sembrano dare ragione alla strada seguita. Gli equilibri mondiali, nei rapporti internazionali e nella spartizione delle risorse del pianeta sono mutati. Noi non abbiamo più il monopolio. E' un fatto che dispiace? La possibilità di un cambiamento positivo del mondo conta sulla Cina, che è guidata da un partito comunista, non lo si dimentichi, pur con tutte le critiche che si possono muovere. Ma di critiche con finalità costruttive si dovrebbe trattare, non di ostilità che rischia di sconfinare nella sinofobia e di alimentare il sentimento del pericolo giallo.
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#1 Paolo Selmi 2019-01-26 21:04
DA UN LATO:
"controlli sui movimenti di capitale […] specialmente verso quei paesi che fanno “dumping sociale” a colpi di concorrenza al ribasso sui salari, sul fisco, sui diritti sociali e ambientali, e per questo accumulano squilibri commerciali verso l’estero."
DALL'ALTRO:
"Si tratta insomma di prendere atto dello scontro in atto sul piano internazionale tra il modello di mondializzazione made in Usa, basato su competizione sfrenata, lotta fra protezionismi e tendenze aggressive, e quello proposto dalla Repubblica popolare cinese, caratterizzato ad esempio dall’idea di una “nuova via della seta” e da processi di cooperazione economica segnati dalla reciprocità e dal vantaggio comune, e di posizionarsi in tale scontro, di livello globale, decisivo per i destini dell’umanità"

Contrapporre due imperialismi facendo la reclame al secondo, pontificando su presunte "cooperazione economica", "reciprocità" e "vantaggi comuni" inesistenti (vedasi, en passant, https://www.sinistrainrete.info/teoria/12901-paolo-selmi-appunti-per-un-rinnovato-assalto-al-cielo-vii.html) e perdonandogli persino quel dumping sociale che a parole si condanna qualche riga sopra, e che oggi fattura cinese produzioni destinate a Occidente e delocalizzate dagli stessi in Bangladesh, Pakistan, Etiopia e altri Paesi "benedetti" dalle loro maglie di espansione commerciale, rende del tutto incoerente e illogica, prima ancora che instabile, contraddittoria e insostenibile su qualsiasi piano, qualsiasi conclusione politica a cui si intenda addivenire partendo da questa piattaforma, meglio, da questa NON-piattaforma, antimperialistica a giorni alterni.

Paolo Selmi
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