Print Friendly, PDF & Email

Coordinamenta2

Leggere L'accumulazione del capitale

di Maria Turchetto*

rosa luxemburg1Un’aquila

Lenin la definì “un’aquila”. E davvero Rosa Luxemburg volò molto in alto, in una società che era ancora profondamente maschilista. A quei tempi in quasi tutto il mondo le donne erano escluse dal voto e dai diritti politici, in molti paesi non avevano accesso alle professioni liberali, nel lavoro erano sfruttate e sottopagate rispetto agli uomini, nella famiglia soggette all’autorità del marito.

Rosa Luxemburg i diritti politici se li prese: fu una dirigente socialista di prima grandezza. Sostenitrice di posizioni internazionaliste, fu attiva nella sua Polonia, in Russia e soprattutto in Germania. Lucida, coerente, lontana da ogni opportunismo, all’epoca fu una delle poche rappresentanti del socialismo a non compromettersi con nessuna guerra, a battersi sistematicamente e implacabilmente contro il militarismo. Per questo suo atteggiamento passò in prigione la maggior parte degli anni della guerra, scrivendo, studiando e continuando a seguire gli eventi politici: la costituzione in Germania della Lega di Spartaco, di cui fu diretta ispiratrice; la rivoluzione russa, che valutò e commentò con grande intelligenza – sostenne Lenin e i bolscevichi, ma fu da sempre consapevole delle difficoltà e delle degenerazioni cui il partito rivoluzionario poteva andare incontro1.

Anche la parità con gli uomini Rosa Luxemburg se la prese – eccome. Primeggiò in un’epoca di giganti: i suoi interlocutori erano personaggi del calibro di Lenin, Trotsky, Kautsky, Bukharin, Bauer, Bernstein, Hilferding, Bebel.

Quanto poi alla famiglia, Rosa Luxemburg non la prese nemmeno in considerazione. Rivoluzionaria anche nelle scelte private e nei rapporti personali, a ventisette anni fece un matrimonio di comodo al solo scopo di ottenere la cittadinanza tedesca, per vivere poi con Leo Jogiches una relazione libera e intensa. Condivisero affetto e passione politica – da compagni, nel senso più pieno e più bello del termine. Non so se Rosa Luxemburg si possa definire femminista: appoggiò con energia, anche contro il suo partito, la battaglia per il voto alle donne, ma non fece sue le posizioni del femminismo di quell’epoca, il femminismo delle signore “borghesi” che definiva senza mezzi termini “parassiti della società”. Certo era più attenta alle questioni di classe che a quelle di genere.

Se le sue qualità di donna libera e di dirigente e commentatrice politica sono oggi ampiamente riconosciute – come il presente volume testimonia ampiamente – manca forse ancora un’attenta valutazione delle sue doti di teorica marxista. Hanno forse pesato in questo senso alcune critiche – formulate soprattutto da Lenin e da Bukharin e successivamente da Sweezy – assorbite, codificate e in qualche modo cristallizzate in una forma semplificata dall’ortodossia marxista. Rosa Luxemburg – si dice – è “sottoconsumista” e “crollista”: presume una difficoltà nella formazione di una domanda capace di trainare l’accumulazione dimenticando che in un sistema capitalista la domanda non è costituita solo dai consumi operai ma anche dagli investimenti; pretende che ne derivi una dipendenza del capitalismo da sistemi non capitalistici destinata a condannare il capitalismo una volta che questo abbia compiutamente assorbito ogni diverso sistema. Si tratta, come cercherò di mostrare, di una versione molto impoverita dell’analisi luxemburghiana. Per sostenere questa tesi, tuttavia, vorrei innanzitutto invitare a una rilettura dell’opera principale di Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale, mettendo in un primo tempo tra parentesi le problematiche evocate e concentrando l’attenzione sugli ultimi sei capitoli dell’opera, la parte terza, che illustrano la violenta penetrazione del capitalismo nelle civiltà extraeuropee e che sono di un’attualità a dir poco evidente.

Un grande libro – non più letto?

L’accumulazione del capitale è pubblicata in Italia da Einaudi, nella traduzione di Bruno Maffi e con l’introduzione di Paul M. Sweezy; l’opera è colpevolmente ferma alla seconda edizione del 1972: incredibile, perché si tratta di un vero classico della teoria economica e di un testo di grande attualità.

La stessa Luxemburg ci illustra brevemente la genesi di quest’opera:

Lo spunto al presente lavoro mi è stato dato da un’introduzione in forma popolare all’economia politica che andavo da tempo preparando2 […], ma che gli impegni della scuola di partito o l’agitazione mi avevano di volta in volta impedito di portare a termine. Rimessami al lavoro […] col proposito di concludere almeno nelle grandi linee quella volgarizzazione della dottrina economica marxista, mi trovai di fronte a una difficoltà inaspettata: non riuscivo a presentare con sufficiente chiarezza il processo d’insieme della produzione capitalistica nei suoi rapporti concreti e nei suoi limiti storici obiettivi. A un esame più attento, dovetti convincermi che non si trattava di una semplice questione di esposizione, ma di un problema connesso, sul piano teoretico, al contenuto del II libro del Capitale e, nello stesso tempo alla prassi dell’attuale politica imperialistica nelle sue radici economiche3.

C’è dunque qualcosa che non va negli schemi di riproduzione del II libro del Capitale4: detto in breve, secondo Rosa Luxemburg Marx illustra la “volontà” del capitale di accumulare e la possibilità “tecnica” di una “riproduzione allargata” che si svolga in equilibrio, ma manca nella sua argomentazione una terza condizione, “un allargamento della domanda solvibile di merci”5. E c’è qualcosa di più profondo da comprendere nelle radici economiche della politica imperialistica.

L’accumulazione del capitale si divide in effetti in due parti: la prima dedicata a una rilettura della questione della riproduzione allargata e delle teorie della crisi, in cui vengono riprese in considerazione le soluzioni proposte da Marx ma anche i principali autori della scuola classica dell’economia e alcuni economisti marxisti dell’epoca; la seconda dedicata a un esame delle politiche imperialiste praticate dalle principali potenze europee a cavallo negli ultimi decenni dell’Ottocento che conflagreranno tragicamente nella prima guerra mondiale. Le due questioni sono strettamente collegate: in estrema sintesi, Rosa Luxemburg sostiene che il sistema capitalistico è incapace di produrre autonomamente la domanda aggiuntiva necessaria all’accumulazione e che perciò è sistematicamente costretto ad “allargare il mercato a strati sociali o società che non producono capitalisticamente”6. Per questo

La produzione capitalistica si basa fin dalle sue origini, nelle sue forme e leggi di sviluppo, sull’intero orbe terracqueo come serbatoio delle forze produttive. Nella sua spinta all’appropriazione delle forze produttive a fini di sfruttamento, il capitale fruga tutto il mondo, si procura mezzi di produzione da tutti gli angoli della terra, li conquista o li acquista in tutti i gradi di civiltà, in tutte le forme sociali7. […]

Fra ciascun periodo di produzione, in cui viene prodotto del plusvalore, e l’accumulazione susseguente, in cui esso viene capitalizzato, s’inseriscono due diverse transazioni – la trasformazione del plusvalore nella sua forma pura di valore (realizzazione) e la trasformazione di questa pura forma di valore in capitale produttivo – che si svolgono fra la produzione capitalistica e il mondo non capitalistico che la circonda. Da entrambi i punti di vista […] il commercio mondiale è una condizione storica di esistenza del capitalismo, commercio mondiale che, nei rapporti concreti dati, è essenzialmente scambio tra forme di produzione capitalistiche e non capitalistiche8.

Dunque le politiche imperialiste non rappresentano certo un “atavismo”, come all’epoca sosteneva Schumpeter, cioè una “volontà di guerra” espressa da vecchie élite aggressive sopravvissute in seno a un capitalismo di per sé dedito soltanto al libero e pacifico commercio9; ma nemmeno una “nuova fase” – magari “suprema”, cioè ultima – del capitalismo, come sosteneva Lenin10. Per Rosa Luxemburg esse fanno parte del sistema capitalistico fin dall’origine, tanto che in questo senso può essere letto il capitolo sulla “cosiddetta accumulazione originaria” che conclude il I libro del Capitale11 in cui Marx ricostruisce un insieme di processi di violenta espropriazione di risorse umane e materiali, di espansione forzata dell’economia monetaria attraverso gli strumenti della fiscalità e del debito pubblico, di allargamento e di sviluppo ineguale del mercato. Per Rosa Luxemburg, lungi dall’esaurirsi nel periodo della genesi del capitalismo, questi processi si ripropongono continuamente come necessità strutturale del sistema:

Marx esamina bensì attentamente il processo dell’appropriazione di mezzi di produzione noncapitalistici e di trasformazione del contadiname in proletariato capitalistico. L’intero capitolo XXIV del I libro del Capitale è dedicato alla descrizione della genesi del proletariato inglese, della genesi dei fittavoli capitalisti e del capitale industriale. In quest’ultimo processo ha – nella descrizione di Marx – un ruolo predominante la spoliazione dei paesi coloniali ad opera del capitale europeo. Tutto ciò è visto sotto l’angolo visuale della cosiddetta “accumulazione primitiva”, i processi indicati da Marx illustrano solo la genesi, il primo nascere del capitalismo […]. Ma, nel dare l’analisi teorica del processo di produzione e circolazione del capitale, Marx torna continuamente al suo presupposto di un predominio generale ed esclusivo della produzione capitalistica. Senonché, anche nella maturità piena, il capitalismo è legato in ogni suo rapporto all’esistenza di strati e società non-capitalistici12.

La citazione che ho qui proposto rappresenta uno dei riferimenti diretti al cap. 24 del I libro del Capitale, ma tutta la parte terza de L’accumulazione del capitale ne tiene ben presenti le categorie, ampliandone proficuamente il significato.

Ora, il capitolo sull’accumulazione originaria rappresenta un nodo particolarmente delicato dell’opera di Marx, su cui può essere opportuno aprire una parentesi.

 

Diverse concezioni della storia

In tempi relativamente recenti, è stato soprattutto il filosofo francese Louis Althusser ad assegnare grande importanza al cap. 24 del I libro del Capitale, segnatamente nei suoi scritti degli anni ’80 sul “materialismo aleatorio”13. Si tratta in effetti di un testo a lungo trascurato dalla tradizione marxista, considerato alla stregua di uno “strano capitolo” di taglio storico posto a chiusura di un’opera eminentemente teorica. Althusser gioca invece questo capitolo contro la concezione della storia lineare e teleologica a lungo dominante nel marxismo. Lo gioca contro lo stesso Marx, sostenendo che

in Marx si trovano due concezioni del modo di produzione, che non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra. La prima […] si ritrova nel celebre capitolo sull’accumulazione originaria e in molte allusioni di dettaglio sulle quali ritornerò. La si può anche trovare nella teoria del modo di produzione asiatico. La seconda si trova nei grandi passaggi del Capitale sull’essenza del capitalismo, così come del modo di produzione feudale e del modo di produzione socialista […] e più in generale nella “teoria” della transizione o forma di passaggio da un modo di produzione ad un altro14.

La prima concezione è quella dell’“incontro tra il proprietario di denaro e il proletario sprovvisto di tutto”, incontro aleatorio che tuttavia “fa presa”15 e dura, dando luogo al “fatto compiuto” di un modo di produzione di cui si possono enunciare le leggi. La seconda concezione è l’idea dei modi di produzione che trapassano l’uno nell’altro come “stadi” di uno sviluppo necessitato, all’apice del quale è il comunismo. Engels “canonizzerà” questa seconda concezione, che prevarrà nel marxismo successivo, nelle Considerazioni supplementari che da innumerevoli edizioni vengono premesse al III libro del Capitale, insieme alla Prefazione scritta da Engels nel 189416. Qui traccia una storia dell’intera umanità, retta in ogni epoca dalla “legge del valore-lavoro” e spinta dallo sviluppo delle forze produttive e dall’estensione degli scambi mercantili: da un presunto “comunismo” primitivo, alla “produzione semplice di merci” o “società mercantile semplice”, al capitalismo che progressivamente degenera nelle forme monopolistiche diventando “inutile” dal punto di vista produttivo al punto che basterà infine una scrollata per concludere in gloria l’umana vicenda e ritrovare alla fine del percorso, in una forma ricca e dispiegata, il comunismo povero e semplice delle origini17.

Senza dubbio Marx ha a volte avallato questa visione teleologica e ottimista18, ma nel capitolo sull’accumulazione originaria non ce n’è traccia. Qui non c’è alcuna “grande narrazione” dell’umanità in progresso, nessun trapasso necessitato da società precapitalistiche al capitalismo, nessun percorso lineare: troviamo invece la ricostruzione di una serie di processi largamente indipendenti, differenziati, sfasati nel tempo, che avanzano e a volte regrediscono in tempi, modi e luoghi diversi, procedendo per un lungo periodo senza incrociarsi in modo significativo e senza mostrare una logica necessitante.

Una è la storia della genesi del proletariato: fondamentalmente, è la storia della “espropriazione della popolazione rurale e la sua espulsione dalle terre”19, e che comprende processi differenziati nei vari paesi e nelle diverse epoche. Per la sola Inghilterra, Marx individua almeno tre tappe significative e suscettibili di diverse interpretazioni causali: lo scioglimento dei seguiti feudali tra il XV e il XVI secolo, parte di un più vasto fenomeno di rafforzamento della monarchia (dunque riferibile a una logica “politica”); la massiccia trasformazione in pascolo di terre coltivate intorno alla fine del XV secolo, in seguito allo sviluppo del commercio della lana (in questo caso vediamo operare una causa “economica”); l’espropriazione dei beni ecclesiastici seguita alla Riforma (dunque a una vicenda “politico-religiosa”). Infine, a partire dal XVIII secolo, un ruolo importante viene svolto dall’attività legislativa dello Stato nello smantellamento delle residue proprietà demaniali e comuni e nel controllo della popolazione rurale espropriata: solo a questo punto si manifesta un nesso diretto tra l’espulsione dei contadini dalle terre e lo sviluppo della produzione capitalistica.

Un’altra è la storia della genesi del capitale, ossia la storia estremamente variegata e molteplice della formazione di grandi masse di ricchezza in forma di denaro. Marx ricostruisce in particolare la vicenda del capitale usuraio e del capitale commerciale, quest’ultima legata soprattutto allo sfruttamento dei territori di conquista e delle colonie, dunque “alla violenza e alla rapina”20. La formazione di questi “capitali” non conduce necessariamente al capitalismo: si verificano anzi periodici ritorni alla terra che rinsaldano rapporti di tipo feudale. Solo alla fine del XVII secolo, secondo Marx, in Inghilterra si verifica una “combinazione sistematica” di questi processi, potenziata dall’intervento dello Stato, soprattutto attraverso le politiche fiscali e il debito pubblico, “una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria”21.

Altre ancora sono le storie dei primi esempi di produzione capitalistica, nelle campagne e nelle prime manifatture del XVIII secolo. Ma a questo punto i diversi processi si sono ormai incrociati stabilmente, hanno “fatto presa”, innescando il circolo della riproduzione capitalistica.

Il capitalismo, dunque, non è una stazione necessaria della marcia dell’umanità in progresso: è il risultato di una serie di contingenze. Esiste del resto un testo di Marx che conferma tale interpretazione. In una lettera alla redazione dell’Otečestvennye Zapiski del 1877, rispondendo a un lettore piuttosto stupito dello “schizzo storico” proposto nel capitolo sull’accumulazione originaria, Marx dice esplicitamente che l’“incontro” tra i diversi processi e la loro combinazione in senso capitalistico non sono affatto scontati:

in diversi punti del Capitale ho accennato alla sorte che toccò ai plebei dell’antica Roma. In origine contadini liberi che coltivavano ciascuno per proprio conto il loro pezzetto di terra, nel corso della storia romana essi vennero espropriati. Lo stesso movimento che li separò dai mezzi di produzione e sussistenza produsse la formazione non solo di grandi proprietà terriere, ma di grandi capitali monetari. Così, un bel giorno, vi furono da un lato ‘liberi’ spogliati di tutto […] e, dall’altro, i detentori di tutte le ricchezze accumulate […]. I proletari romani divennero non già salariati, ma plebaglia fannullona e più abietta dei poor whites degli stati meridionali dell’unione, e accanto ad essi si sviluppò un modo di produzione non capitalistico, ma schiavistico. Dunque, eventi di un’analogia sorprendente, ma verificatisi in ambienti storici affatto diversi, produssero risultati del tutto differenti. La chiave di questi fenomeni sarà trovata studiandoli separatamente uno per uno e poi mettendoli a confronto; non ci si arriverà mai col passe-partout di una filosofia della storia22.

 

La “logica” della penetrazione capitalistica

Torniamo finalmente, dopo questa lunga parentesi, a L’accumulazione del capitale, per chiederci innanzitutto: Rosa Luxemburg, attenta lettrice – come abbiamo visto – del cap. 24 del I libro del Capitale, condivide la concezione della storia non teleologica, non lineare, complessa e aperta alla contingenza che vi si ritrova? A mio avviso, almeno in parte senz’altro sì, ma introducendo un approccio significativamente nuovo.

Sicuramente Rosa Luxemburg non condivide con il marxismo dell’epoca l’idea semplicistica della successione di modi di produzione “tipici”, nella forma di tappe obbligate, “stadi di sviluppo” necessari del progresso umano. I sistemi economici non capitalistici (e non a caso la Luxemburg predilige questa espressione al termine precapitalistici) non sono facilmente riducibili a schemi: sono eterogenei, diversamente complessi e di conseguenza – come dice Marx nel passo sopra citato – vanno “studiati separatamente uno per uno […]; non ci si arriverà mai col passepartout di una filosofia della storia”.

Sicuramente, per Rosa Luxemburg, la trasformazione di una società in senso capitalistico non è un processo spontaneo, oggettivamente e inesorabilmente determinato dallo sviluppo delle forze produttive o dalla progressiva estensione degli scambi mercantili, ma il risultato di interventi violenti, condotti sul piano economico, politico e militare. Per Rosa Luxemburg il capitalismo non si limita a produrre plusvalore e a farlo circolare nella forma dello scambio di equivalenti: continua a espropriare, a rapinare, a dominare e a imporre ai dominati “scambi ineguali”23. La violenza non è semplicemente la levatrice del capitalismo, il lato oscuro – e nascosto dalle “favole idilliche” degli economisti24 – della sua origine; è un meccanismo sempre all’opera, sempre presente come logica intrinseca di questo modo di produzione e necessaria all’accumulazione.

È proprio qui che l’approccio di Rosa Luxemburg cambia rispetto a quello di Marx. Se non si tratta più soltanto di ricostruire l’origine del capitalismo ma di coglierne la logica immanente, diventa metodologicamente legittimo individuare alcune continuità o generalità accanto alle specificità dei diversi processi di penetrazione del capitalismo nelle società non capitalistiche. Siamo ai sei capitoli conclusivi de L’accumulazione del capitale, trattazione com’è noto ricca di esempi storici: le storie della colonizzazione inglese dell’India, della guerra dell’oppio, della penetrazione francese in Algeria, della trasformazione dell’agricoltura negli Stati Uniti, dei complessi rapporti finanziari che all’epoca legavano l’Inghilterra all’Egitto e la Germania alla Turchia. Sono storie narrate con grande efficacia e senza semplificazioni e al tempo stesso illuminate dalla capacità teorica di individuare alcuni meccanismi cruciali che presentano sorprendenti analogie in contesti molto diversi. Rosa Luxemburg li designa come “fasi”, elencando

la lotta del capitale contro l’economia naturale; la lotta contro l’economia mercantile semplice; la lotta di concorrenza fra i capitali su scala mondiale per l’accaparramento delle residue possibilità di accumulazione25.

L’elenco sembra riproporre gli schemi evoluzionistici del marxismo – in particolare quello disegnato da Engels nelle Considerazioni supplementari26, ma la trattazione successiva mostra che non si tratta in realtà di una successione di tappe obbligate: i processi si intrecciano e si sovrappongono, tanto che l’esposizione abbandona di fatto l’elenco inizialmente enunciato. Si tratta piuttosto di condizioni che in un modo o nell’altro – appunto, in modi diversi – devono essere conseguite per realizzare la penetrazione capitalistica.

 

Proprietà privata ed economia monetaria

Il capitolo dedicato alla prima “fase”, ossia “la lotta del capitale contro l’economia naturale”, ha in realtà come contenuto l’introduzione della proprietà privata e dell’economia monetaria in differenti contesti, in particolare in India e in Algeria. Si tratta di società molto diverse: estremamente complessa (tanto che è davvero difficile indicarla come “economia naturale”) e gerarchizzata quella indiana, più uniforme e basata per l’essenziale su grandi complessi familiari – stirpi o tribù – quella algerina.

In India gli Inglesi adottano “l’espediente, caro da secoli ai colonizzatori europei, di dichiarare tutta la terra delle colonie proprietà del sovrano politico”27.

I più eminenti economisti giustificarono questa finzione con zelanti argomenti “scientifici”, come il famoso sillogismo: è necessario ammettere che la proprietà fondiaria appartenga, in India, al sovrano, “perché se ammettessimo che non lui fosse il proprietario, non saremmo in grado di dire chi sia”28.

Gli acquirenti delle proprietà fondiarie furono soprattutto gli zemindari, cioè i preesistenti esattori di imposte maomettani, che aggravarono per questo nuovo business il carico fiscale

con una tale spregiudicatezza da divorare l’intero frutto del lavoro delle popolazioni rurali. Si giunse al punto che (secondo la testimonianza delle autorità fiscali inglesi nel 1854) in molti distretti i contadini ritennero più vantaggioso pignorare e affittare i propri appezzamenti di terreno contro le somme dovute a titolo di imposta […]. Per accelerare questo processo, gli inglesi introdussero una legge che calpestava inesorabilmente tutte le tradizioni e i concetti giuridici delle comunità di villaggio: la vendita forzosa dei campi comunali a copertura degli arretrati nel pagamento delle imposte29.

Come Rosa Luxemburg mostra molto bene, l’introduzione dell’istituto della proprietà privata e la pressione fiscale sono potenti mezzi per realizzare un’espropriazione di massa delle popolazioni rurali. La creazione della proprietà latifondista si accompagna all’abbandono delle opere di irrigazione che non solo i primitivi rajah indiani, ma anche i successivi conquistatori afgani e mongoli avevano continuato a costruire fino alla colonizzazione inglese. Per questo aspetto l’espropriazione dei contadini diventa vero e proprio genocidio con la terribile carestia del 1867 che miete milioni di vittime.

Se l’introduzione della proprietà privata innesca in India un processo violentissimo e relativamente rapido, le cose vanno diversamente nell’Algeria francese. Qui – ci spiega Rosa Luxemburg dopo un excursus sulla storia politica e sociale del paese, dal dominio turco del XVI secolo all’occupazione francese del 1830 – la proprietà è in parte statale a scopo di colonizzazione, assegnata cioè a coloni francesi; in parte è ancora legata alla proprietà tribale in cui

la grande famiglia cabila […] era proprietaria non soltanto del suolo, ma anche di tutti gli attrezzi, le armi, il denaro necessari all’esercizio del mestiere di tutti i suoi membri. Ad un uomo apparteneva in proprietà privata solo un vestito, a ogni donna il corredo e gli ornamenti ricevuti in dono dallo sposo. Ma tutte le vesti preziose e i gioielli erano proprietà indivisa della famiglia e potevano essere usati dai singoli solo col consenso di tutti30.

La Francia comincia nel 1863 a tentare di introdurre in questo contesto l’istituto della proprietà privata: come nota Rosa Luxemburg, dopo aver ignorato per trent’anni l’esistenza della proprietà indivisa delle tribù, il governo francese la riconoscere, ma solo per procedere al suo sistematico smantellamento31. Speciali commissioni procedono a definire i confini dei territori e a suddividere gli appezzamenti collettivi in lotti privati. Ma il vecchio costume arabo resiste. La Francia vara nuove leggi e istituisce nuove commissioni, ma per quarant’anni si trascinano processi dovuti all’incertezza della proprietà. “L’unico risultato tangibile fu una furibonda speculazione sui terreni”32. Solo con un’ulteriore legge emanata nel 1897 lo scopo dichiarato33 dell’introduzione della proprietà privata sembra raggiunto: non in virtù di una migliore formulazione giuridica o di un più attento lavoro della commissioni, ma perché la speculazione sui terreni ha aperto potentemente la via all’economia monetaria, introdotto l’usura, prodotto l’abbandono di coltivazioni, migrazioni e carestie. Condizioni estreme – “esattamente come la grande carestia del 1866 in India”34 – che spingono a vendere a tutti i costi contro denaro.

Come diceva Marx35, ambienti diversi producono risultati differenti. La proprietà tribale resiste alle istituzioni capitalistiche più di quanto non faccia una struttura gerarchica complessa di stampo feudale. Qualcosa di analogo, del resto, si verificò nel Regno Unito ai tempi dell’accumulazione originaria. Marx ne parla: la proprietà feudale inglese aveva ceduto il passo alla proprietà privata capitalistica con relativa facilità, mentre la proprietà di clan scozzese rappresentò un osso ben più duro – almeno finché gli “uomini grandi” (i rappresentanti dei clan) non pensarono bene di cacciare a viva forza la gente dei clan che opponeva resistenza36.

 

L’ “economia mercantile semplice”

Tornando a L’accumulazione del capitale, il cap. 27 dedicato a “La lotta contro l’economia naturale” è dunque soprattutto un’analisi attenta dei processi di introduzione della proprietà privata e dell’economia monetaria – quest’ultima attraverso le leve principali della politica fiscale, della speculazione e dell’usura – in contesti sociali affatto diversi, in realtà entrambi difficilmente riconducibili alla nozione di “economia naturale”.

Il capitolo successivo tratta “l’introduzione dell’economia mercantile”, ossia “l’inserimento delle comunità a economia naturale, una volta distrutte, nel traffico commerciale e nell’economia mercantile”37.

Sembrerebbe che, almeno qui, la “pace” e la “uguaglianza” si profilino, il do ut des, la reciprocità degli interessi, la “concorrenza pacifica”, le “influenze civili” […], le grandi opere di civiltà dei moderni sistemi di comunicazione, linee ferroviarie che tagliano foreste vergini e traforano montagne, fili telegrafici che superano d’un balzo i deserti, transatlantici che approdano in porti disseminati in tutto il mondo. Ma il carattere pacifico di queste trasformazioni è pura apparenza38.

Sotto la bandiera del libero commercio vengono perpetrati sfruttamento, rapina e frode e l’apertura ai rapporti mercantili non sempre è pacifica. L’esempio chiave, che occupa l’intero breve capitolo, è la guerra dell’oppio.

L’oppio viene diffuso in Cina dall’Inghilterra: la compagnia inglese delle Indie Orientali lo coltivava nel Bengala fin dal XVII secolo e lo aveva introdotto in Cina attraverso la sua filiale di Canton. All’inizio del XIX secolo, in seguito a un repentino abbassamento del prezzo, l’oppio si diffonde a tal punto tra la popolazione cinese da diventare una calamità pubblica. Le autorità cinesi le provano tutte: pene sempre più gravi ai consumatori, perorazioni accorate ai fornitori inglesi perché sospendano l’importazione, infine la chiusura dei porti ai mercantili inglesi – riaperti dagli inglesi a colpi di cannone.

Rovine fumanti di grandissime e antichissime civiltà, decadimento dell’agricoltura su grandissime estensioni di terreno, pressione fiscale asfissiante per la riscossione dei tributi di guerra, furono le manifestazioni parallele dell’offensiva europea e dei progressi del commercio internazionale in Cina. Ognuno dei più di 40 treaty ports cinesi è stato pagato con fiumi di sangue, stragi e rovine39.

La ricostruzione della guerra dell’oppio proposta da Rosa Luxemburg è a dir poco brillante. Si presta, tuttavia, a un’obiezione. La vicenda ottocentesca non configura una “introduzione dell’economia mercantile” in Cina, né una sua prima apertura al commercio internazionale e nemmeno a quello europeo. La Cina vi era già ampiamente inserita, commerciava sia con vaste aree del sudest asiatico e dell’India, sia con l’Europa e segnatamente con l’Inghilterra verso la quale era esportatrice di tè fin dal XVII secolo. Questa partita commerciale rappresentava anzi per l’Inghilterra una permanente sofferenza della bilancia commerciale, un deflusso senza ritorno di oro e argento, non essendovi un corrispettivo di esportazioni, quanto meno fino all’introduzione massiccia dell’oppio in Cina. Più che una introduzione del commercio, la vicenda si rivela – nella stessa ricostruzione luxemburghiana – una violenta imposizione di trattati commerciali (i citati treaty ports) e di una condizione di “scambio ineguale” manu militari.

A ben vedere, è la stessa nozione di “economia mercantile semplice” a sollevare alcuni problemi. In origine, si tratta di un’ipotesi teorica, di un modello formulato da Adam Smith nella sua esposizione della teoria del valore-lavoro che illustra lo scambio tra produttori indipendenti in base al lavoro contenuto nelle merci prodotte. Criticata già da Ricardo e poi in modo fondamentale da Marx per la sua incapacità di dar conto del profitto, l’ipotesi viene poi recuperata da Engels che la fa assurgere a reale stadio storico precedente il capitalismo in cui vige pienamente lo scambio in termini di valore-lavoro40. In questa accezione, la “società mercantile semplice” viene inserita nella catena degli stadi di sviluppo che caratterizza la visione teleologica della storia del marxismo secondo e terzinternazionalista: una catena che prevede “società naturale”, “società mercantile semplice”, capitalismo (che soprattutto nella formulazione di Engels rappresenta una sorta di scambio in termini di valore-lavoro travisato per mascherare lo sfruttamento e l’appropriazione del plusvalore), socialismo (in cui il valore-lavoro vige ancora nel principio “a ciascuno secondo il suo lavoro”) e finalmente comunismo41.

Il punto che mi preme sottolineare è che Rosa Luxemburg conserva l’idea di questa catena di stadi nella terminologia che impiega, ma la sua esposizione la contraddice: prima il capitale lotta contro l’“economia naturale” – ma abbiamo visto che India e Algeria ben difficilmente sono riconducibili a questa nozione; poi il capitale “introduce l’economia mercantile semplice” – ma la Cina in cui si svolge la guerra dell’oppio non è affatto un sistema avulso dal commercio internazionale; successivamente il capitale “lotta contro l’economia mercantile semplice” – ma il cap. 29 de L’accumulazione del capitale, che a questa “fase” dovrebbe essere dedicato e su cui non ci soffermiamo, parla piuttosto di profonde trasformazioni nel settore dell’agricoltura, in cui si fanno strada la proprietà finanziaria, la monocultura e l’impiego massiccio di tecnologia in modo non dissimile da quanto anche oggi accade in varie parti del mondo.

 

Prestiti internazionali e militarismo

Segue un capitolo che non trova spazio in alcuna progressione storica lineare – e che al tempo stesso è di impressionante attualità. Rosa Luxemburg vi analizza la penetrazione finanziaria del capitale europeo in Sudamerica, negli Stati Uniti usciti dalla guerra di secessione, in Australia, in Turchia e in Egitto.

La ricostruzione della vicenda egiziana è particolarmente accurata e davvero attualissima – tanto che abbiamo ritenuto opportuno inserirla nella sezione Documenti del presente quaderno. La penetrazione avviene attraverso investimenti diretti (ad esempio nelle costruzioni della diga sul Nilo a Kaliub e del canale di Suez) e soprattutto attraverso gli enormi prestiti delle banche europee al viceré egiziano. La progressione dei prestiti “sembra il colmo della follia”42: un prestito segue l’altro, nuovi prestiti vengono erogati per ripianare i vecchi debiti e coprire gli interessi. In 13 anni – dal primo prestito contratto da Said Pascià nel 1862, un anno prima della sua morte, al 1875, quando i creditori europei assumono il controllo delle finanze statali egiziane – il debito pubblico dell’Egitto passa da 3.293.000 a 94.110.000 sterline. Rosa Luxemburg mostra in modo chiarissimo come l’escalation dei prestiti “a prima vista assurda” rappresenti in realtà “un rapporto perfettamente razionale e ‘sano’ dal punto di vista dell’accumulazione capitalistica”43.

La finanza europea si impossessa dello Stato egiziano secondo la più canonica prassi usuraia e, una volta che l’indebitamento è diventato insostenibile, lo priva della sovranità in materia economica imponendo le proprie “ricette” – i “piani di aggiustamento strutturale”, dice oggi il Fondo Monetario Internazionale; le “riforme”, dice oggi la Troika – che consistono in pesantissime politiche fiscali a danno dei ceti più deboli. Da quando le varie commissioni formate dai rappresentanti delle banche europee assumono il controllo della politica economica egiziana

I diritti e le pretese del capitale europeo diventano il centro di gravità della vita economica, la preoccupazione dominante del sistema finanziario egiziano […]. Si levano nuovi balzelli e i contadini sono spremuti e fustigati, finché gli interessi, il cui servizio era stato sospeso nel 1876, ricominciano ad essere corrisposti44.

La vicenda egiziana si conclude con la sottomissione politica dell’Egitto:

Una rivolta dell’esercito egiziano, ridotto alla fame dal controllo finanziario europeo mentre i funzionari europei incassano favolosi stipendi, e una rivolta provocata ad arte delle masse stremate di Alessandria offrono il tanto atteso pretesto a un colpo decisivo. Nel 1882 truppe inglesi sbarcano in Egitto, per non lasciarlo più e suggellare con la sottomissione del paese la serie di grandiose imprese capitalistiche degli ultimi vent’anni e la liquidazione dell’economia contadina ad opera del capitale europeo45.

L’intervento militare e la spesa bellica, del resto, non rappresentano per il capitale soltanto il braccio armato con cui ottenere l’assoggettamento di paesi da mungere, ma un’ulteriore possibilità di realizzazione del plusvalore e addirittura una sorta di “regolatore” dell’accumulazione:

A una grande quantità di domande di merci modeste, frammentate e non coincidenti nel tempo […] subentra la domanda dello Stato, una domanda accentrata in una grande, unitaria, compatta potenza […]. Sotto forma di commesse militari dello Stato, il potere d’acquisto delle masse consumatrici, così concentrato in una grandezza poderosa, viene sottratto all’arbitrio, alle fluttuazioni soggettive del consumo personale, per assumere una regolarità quasi automatica, un ritmo di sviluppo costante. D’altra parte, grazie all’apparato parlamentare legislativo e alla manipolazione della cosiddetta opinione pubblica mediante la stampa, le leve del moto ritmico e automatico della produzione bellica si trovano nelle mani dello stesso capitale. Questo campo specifico dell’accumulazione del capitale sembrerebbe godere di possibilità di espansione illimitate […]. Le necessità storiche dell’acuita concorrenza mondiale del capitale intorno alle premesse della sua accumulazione si trasformano così in un campo di accumulazione di prim’ordine per il capitale medesimo. Quanto più energicamente il capitalismo si serve del militarismo per assimilarsi i mezzi produttivi e le forze-lavoro di paesi e società non capitalistici attraverso la politica coloniale e mondiale, tanto più il militarismo lavora, nel cuore degli stessi paesi capitalistici, per sottrarre agli strati non capitalistici della sua terra d’origine, così come alla classe operaia, una percentuale sempre maggiore di potere d’acquisto46.

 

La questione del crollo del capitalismo. Due Rose?

L’attualità dell’analisi luxemburghiana della penetrazione del capitalismo nelle diverse aree del mondo è a dir poco evidente. Soprattutto nei capitoli dedicati ai prestiti internazionali e al militarismo è possibile ad esempio riconoscere le medesime dinamiche che hanno caratterizzato, da un lato, l’indebitamento dei paesi del Terzo Mondo a partire dagli anni ’70 del secolo scorso e la sua successiva gestione da parte del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale; dall’altro, la crescita statunitense del secondo dopoguerra, il cui “moltiplicatore” è stato rappresentato per l’essenziale dalla spesa bellica alimentata dalla guerra fredda.

Ma… il capitalismo, nella visione di Rosa Luxemburg, non avrebbe dovuto “crollare”, una volta esaurito l’ambiente non capitalistico che consente il procedere dell’accumulazione? Vale la pena di rileggere – e di reinterpretare al di là delle scontate accuse di “crollismo” rivolte a Rosa Luxemburg dalla tradizione marxista – la pagina conclusiva de L’accumulazione del capitale.

Con quanta maggior potenza il capitale, grazie al militarismo, fa piazza pulita, in patria e all’estero, degli strati non capitalistici e deprime il livello di vita di tutti i ceti che lavorano, tanto più la storia quotidiana dell’accumulazione del capitale sulla scena del mondo si tramuta in una catena continua di catastrofi e convulsioni politiche e sociali, che, insieme con le periodiche catastrofi economiche rappresentate dalle crisi, rendono impossibile la continuazione dell’accumulazione e necessaria la rivolta della classe operaia internazionale al dominio del capitale, prima ancora che, sul terreno economico, esso sia andato ad urtare contro le barriere naturali elevate dal suo stesso sviluppo47.

Certo, Rosa Luxemburg è convinta che, una volta assimilato e trasformato in senso capitalistico l’ambiente non capitalistico, il capitalismo incontrerà difficoltà insormontabili nel processo di accumulazione. Ma non si toglierà di mezzo da solo: diventerà sempre più feroce e distruttivo. Compiuta la conquista violenta del mondo non capitalistico, subentrerà la “lotta di concorrenza fra i capitali su scala mondiale per l’accaparramento delle residue possibilità di accumulazione”48 e le potenze capitalistiche si volgeranno le une contro le altre in una escalation di violenza capace di travolgere l’intera umanità – Rosa Luxemburg, non dimentichiamolo, conclude la sua opera alla vigilia della conflagrazione della prima guerra mondiale. Per questo è “necessaria la rivolta della classe operaia internazionale”. Come scrive Riccardo Bellofiore,

l’avvento del socialismo non può essere inteso come una necessità naturale, ma esclusivamente come una necessità storica: non come un esito scontato, un momento terminale della storia umana, ma come l'unica possibilità di sfuggire alla “barbarie” verso cui lo sviluppo capitalistico trascina tanto la classe lavoratrice quanto l’umanità in genere49.

In conclusione, vorrei suggerire una lettura dell’Accumulazione del capitale simile a quella proposta da Louis Althusser che ho brevemente ricordato in questo scritto. Come in Marx, anche in Rosa Luxemburg “si trovano due concezioni del modo di produzione”. Da un lato, un’idea della storia come trapasso ordinato e lineare da un modo di produzione all’altro, attraverso le tappe obbligate – canonizzate da Engels, come abbiamo visto – dell’“economia naturale”, della “società mercantile semplice”, del capitalismo, del socialismo e del comunismo: un percorso “naturale” che l’imperialismo semplicemente accelera violentemente nelle società che aggredisce. Questa concezione si trova più allo stato di enunciazione scolastica – l’elenco delle “fasi” che apre la serie dei capitoli storici50 – che nell’analisi concreta dei processi di penetrazione del capitalismo nelle aree non capitalistiche. Tale analisi offre piuttosto l’idea di una storia eterogenea e dominata dalla violenza, che ha percorsi ed esiti diversi nei differenti contesti, pur mettendo capo ad alcune condizioni necessarie all’espansione del capitalismo: l’espropriazione dei produttori e l’inserimento in un’economia monetaria e finanziaria internazionale.

Le categorie e gli strumenti di analisi che in questo senso Rosa Luxemburg ci offre sono a mio avviso ancora preziosi per comprendere le dinamiche attuali di un capitalismo che certamente ha compiutamente invaso il mondo ma non per questo ha esaurito le possibilità di proseguire l’accumulazione, dal momento che ha imposto – e continua ad imporre ad ogni sua riconfigurazione – uno sviluppo ineguale51. Detto altrimenti, l’espansione del capitalismo non rende il mondo omogeneo, ma costruisce costantemente una gerarchia di “centri” e “periferie” funzionale all’accumulazione. Del resto lo stesso Marx, che nel Manifesto comunista parlava di un capitalismo che “si crea un mondo a propria immagine e somiglianza”, all’altezza del Capitale descrive piuttosto un mondo articolato in centri e periferie:

Ma appena il sistema della fabbrica ha raggiunto un certo agio d'esistenza e un certo grado di maturità, cioè appena la stessa base tecnica della fabbrica, il macchinario, viene a sua volta prodotto a macchina, appena la estrazione del carbone e del ferro come pure la lavorazione dei metalli e i trasporti sono rivoluzionati, e in genere appena sono prodotte le condizioni generali di produzione corrispondenti alla grande industria, questo sistema acquista una elasticità, una improvvisa capacità di espansione a grandi balzi che trova limiti solo nella materia prima e nel mercato di smercio. Da una parte le macchine operano un aumento diretto della materia prima, come per esempio il cotton gin ha aumentato la produzione del cotone. Dall'altra parte il buon mercato del prodotto delle macchine e il sistema dei trasporti e delle comunicazioni rivoluzionato sono armi per la conquista dei mercati stranieri. L'industria meccanica, rovinando il loro prodotto di tipo artigianale, trasforma con la forza quei mercati in campi di produzione delle sue materie prime. Così le Indie Orientali vennero costrette a produrre cotone, lana, canapa, juta, indaco, ecc. per la Gran Bretagna. Il costante “mettere in soprannumero” gli operai nei paesi della grande industria promuove una emigrazione intensa e artificiale e la colonizzazione di paesi stranieri che si trasformano in vivai di materia prima per la madre patria, come per es. l'Australia è stata trasformata in un vivaio di lana. Si crea una nuova divisione internazionale del lavoro in corrispondenza alle sedi principali del sistema delle macchine, ed essa trasforma una parte del globo terrestre in campo di produzione prevalentemente agricolo per l'altra parte quale campo di produzione prevalentemente industriale52.

L’asimmetria non riguarda soltanto la divisione tra settore primario e secondario – per altro tutt’oggi assai rilevante – ma anche quella tra settori manifatturieri obsoleti ad alta intensità di lavoro e settori avanzati ad alta intensità di capitale53.

Coniugate con le correnti teoriche che – dalla scuola dependentista a quella del “sistema mondo”54 – hanno sviluppato l’approccio in termini di “centri” e “periferie”, sono convinta che le indicazioni contenute in L’accumulazione del capitale risultino ancora preziose per illuminare l’imperialismo contemporaneo. Il termine “imperialismo” risulta oggi desueto, è scomparso anche dal vocabolario della sinistra rimpiazzato dal più asettico “globalizzazione” che sembra alludere a un processo naturale e pacifico di espansione dei mercati. Ma se la parola è in disuso, la realtà dell’imperialismo, inteso come intreccio aggressivo di politiche economiche e militari che acuisce le diseguaglianze del mondo, rimane. E se la prospettiva di “cambiare il mondo” non è oggi all’ordine del giorno, sicuramente Rosa Luxemburg può ancora aiutarci a comprendere e spiegare il mondo, che non è impresa da poco.


* Maria Turchetto, già ricercatrice presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia dove ha insegnato Storia del pensiero economico e Epistemologia delle scienze sociali, è presidente dell’Associazione culturale “Louis Althusser”, di cui dirige le collane “Althusseriana” ed “Epistemologia” presso la casa editrice Mimesis di Milano.

Note
1 “Si chiederebbe qualcosa di sovrumano a Lenin e ai suoi compagni se ci si aspettasse da essi che facciano apparire d’incanto, in tali condizioni, la più raffinata democrazia, la più esemplare dittatura del proletariato e la più fiorente economia socialista. Con la loro determinata posizione rivoluzionaria, la loro esemplare forza nell’azione e la loro indistruttibile lealtà al socialismo internazionale, essi hanno contribuito nel miglior modo possibile data la diabolicamente ardua situazione nella quale versa la Russia. Il pericolo inizia solo quando essi fanno di necessità virtù e vogliono cristallizzare in un completo sistema teorico tutte quelle tattiche che essi sono costretti a sostenere a causa di queste fatali circostanze” (Rosa Luxemburg, La rivoluzione russa: un esame critico, Massari, Bolsena 2004, p. 49).
2 Il testo cui fa riferimento Rosa Luxemburg è Einführung in die Nationalökonomie, pubblicata postuma a Berlino nel 1924; la traduzione italiana Rosa Luxemburg, Introduzione all’economia politica, Jaka Book, Milano 1971 è ormai da molti anni fuori catalogo.
3 Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale, Einaudi, Torino 1972, p. 3.
4 Nel secondo libro Marx analizza la circolazione, la rotazione e la riproduzione del capitale, mostrando come e a quali condizioni esso può riprodursi e espandersi. Nell'ambito di questa analisi vengono presentati gli “schemi di riproduzione”, prima per la “riproduzione semplice” – ossia nell’ipotesi che non si verifichi accumulazione – poi per la “riproduzione allargata” o accumulazione – in cui vengono effettuati nuovi investimenti – ragionando sul possibile (ma non necessario e nemmeno probabile) equilibrio di due “sezioni” o settori: quella che produce beni di consumo e quella che produce beni di investimento. Cfr. Karl Marx, Il capitale, Einaudi, Torino 1975, Libro secondo, vol. III, capitoli 20-21.
5 Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale, cit. p. 118.
6 Ivi, p. 345.
7 Ibidem.
8 Ivi, p. 354.
9 Cfr. Joseph Schumpeter, Sociologia dell’imperialismo, Laterza, Bari 1972.
10 Mi riferisco ovviamente al celeberrimo “saggio popolare” di Lenin, L'imperialismo, fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti, Roma 1974.
11 Karl Marx, Il capitale, Einaudi, Torino 1975, Libro primo, vol. I, cap. 24.
12 Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale, cit. pp. 359-360.
13 I più importanti di questi scritti sono ora raccolti in Louis Althusser, Sul materialismo aleatorio, Mimesis, Milano 2006.
14 Ivi, p. 69.
15 Ivi, pp. 69-70.
16 Friedrich Engels, Considerazioni supplementari, in Karl Marx, Il capitale, cit., Libro terzo, vol. IV, pp. 24-52.
17 Ivi, p. 51. Secondo Althusser, oltre a “due Marx” – che esprimono nel cuore dello stesso Capitale diverse concezioni della storia – ci sono anche “due Engels”: lo Engels che nel 1845 scrive La condizione della classe operaia in Inghilterra, opera che a suo avviso ha grande importanza nell’ispirare a Marx il capitolo sull’accumulazione originaria soprattutto per la ricognizione delle vicende degli Irlandesi, e che collaborò alla stesura del libro I del Capitale nella “forma più classica della divisione del lavoro tra il teorico che sa e pensa, ma che ha bisogno di apprendere dal pratico”; e lo Engels che dopo la morte di Marx affronta l’arduo compito di gestirne l’immensa eredità intellettuale, il “generale Engels” che trasforma il marxismo in una sorta di sapere enciclopedico, qualcosa “che debordava sono a ricoprire l’intera realtà per rendere conto di tutto”, una “filosofia della storia” a tutti gli effetti che fa perdere di vista la diversa concezione espressa nel capitolo conclusivo del libro I del Capitale (Louis Althusser, Sul materialismo aleatorio, cit., p. 31 e p. 33).
18 Il testo di Marx più noto e più citato in tal senso è la Prefazione del 1859 a Per la critica dell’economia politica (Karl Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1984, pp.3-8), in cui viene indicata la catena dei “modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società” (Ivi, p. 6) ed enunciata l’idea secondo cui lo sviluppo delle forze produttive traina la trasformazione dei rapporti sociali.
19 Karl Marx, Il capitale, cit., Libro primo, vol. I, p. 883.
20 Ivi, p. 921 e ss.
21 Ivi, p. 927.
22 Karl Marx Friedrich Engels, India Cina Russia, il Saggiatore, Milano 1960, pp. 302-302.
23 Il termine “scambio ineguale” è stato introdotto dalla cosiddetta Scuola Dependentista latinoamericana negli anni ’60, e segnatamente dal suo fondatore Raúl Prebisch, per spiegare i rapporti tra “centri” e “periferie” nel commercio internazionale. Per una ricostruzione del pensiero di questa scuola, si veda l’ottimo lavoro divulgativo di Annamaria Vitale, I paradigmi dello sviluppo. Le teorie della dipendenza, della regolazione e dell’economia-mondo, Rubbettino, Catanzaro 1998.
24 “C’era una volta, in un’età da lungo tempo trascorsa, da una parte una élite diligente, intelligente, lavoratrice e risparmiatrice, e dall’altra c’erano degli sciagurati oziosi che sperperavano tutto il proprio e anche di più […]. Così è avvenuto che i primi hanno accumulato ricchezza e che gli altri non hanno avuto all’ultimo altro da vendere che la propria pelle”. Questa, secondo Marx, è la “favola idillica”, l’“insipida bambinata” con cui gli economisti raccontano l’“accumulazione originaria” e aggiunge che, a differenza che nelle favole, “nella storia reale la parte importante è rappresentata […] dalla conquista, dal soggiogamento, dall’assassinio e dalla rapina, in breve dalla violenza” (Karl Marx, Il capitale, cit., Libro primo, vol. I, pp. 879-880).
25 Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale, cit., p. 363.
26 Si veda la nota 16.
27 Ivi, p. 367.
28 Ivi, pp. 367-368.
29 Ivi, p. 369.
30 Ivi, pp. 373-374.
31 Ivi, p. 378.
32 Ivi, p. 381.
33 Rosa Luxemburg cita in tal senso una relazione del deputato Humbert all’Assemblea Nazionale francese che, in qualità di relatore della commissione per l’ordinamento dei rapporti agrari in Algeria, perora “il coronamento dell’edificio le cui base sono state gettate da tutta una serie di ordinanze, decreti, leggi e senatoconsulti, che perseguono tutti insieme, e uno per uno, lo stesso scopo: l’introduzione della proprietà privata fra gli arabi” (Ivi, p. 376).
34 Ivi, p. 379.
35 Si veda la nota 22.
36 Si veda Karl Marx, Il capitale, cit., Libro primo, vol. I, pp. 897-900.
37 Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale, cit., p. 383.
38 Ibidem.
39 Ivi, p. 392.
40 “Il contadino del Medioevo conosceva dunque abbastanza esattamente il tempo di lavoro richiesto per la fabbricazione degli oggetti che egli acquistava con lo scambio. Il fabbro, il carpentiere del villaggio lavoravano sotto i suoi occhi, del pari il sarto e il calzolaio […]. Sia il contadino che coloro da cui egli acquistava erano essi stessi lavoratori, gli articoli che essi scambiavano erano prodotti propri di ciascuno. Che cosa avevano speso nella fabbricazione dei prodotti? Lavoro e solamente lavoro […]: come possono dunque scambiare questi loro prodotti con quelli degli altri produttori lavoratori se non in ragione del lavoro in essi speso? Il tempo di lavoro speso in questi prodotti non era solamente l’unica misura adatta per la determinazione quantitativa delle grandezze da scambiare: era assolutamente l’unica possibile” (Friedrich Engels, Considerazioni supplementari, cit., p. 39).
41 Sarebbe troppo lungo ricordare gli innumerevoli passaggi in cui Marx sottolinea come la teoria del valore-lavoro sia pertinente soltanto alla società capitalistica. Su questo e per una critica più argomentata della nozione di “società mercantile semplice” rinvio al mio A proposito della cosiddetta “società mercantile semplice”, in Mario Cingoli (a cura di), Friedrich Engels cent’anni dopo. Ipotesi per un bilancio critico, Teti Editore, Milano 1998.
42 Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale, cit. p. 435.
43 Ivi, pp. 438-439.
44 Ivi, pp. 437-438.
45 Ivi, p. 438. 
46 Ivi, pp. 468-469.
47 Ivi, pp. 469-470.
48 Ivi, p. 363.
49 Riccardo Bellofiore, Una candela che brucia dalle due parti. Rosa Luxemburg tra critica dell'economia politica e rivoluzione, vedi infra.
50 Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale, cit., p. 363.
51 Questo termine è stato introdotto – come ampliamento della categoria di scambio ineguale elaborata da vari autori della scuola dependentista (vedi nota 23), tra i quali citiamo in particolare Arghiri Emmanuel, Lo scambio ineguale. Gli antagonismi nei rapporti economici internazionali, Einaudi, Torino 1972 – da Samir Amin, Lo sviluppo ineguale. Saggio sulle formazioni sociali del capitalismo periferico, Einaudi, Torino 1977. Quest’opera propone tra l’altro un’ottima sintesi delle teorie dependentiste.
52 Karl Marx, Il capitale, Libro primo, cit., pp. 551-552.
53 Si veda in questo senso Arghiri Emmanuel, Lo scambio ineguale, cit.
54 Questo approccio teorico nasce nella seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso intorno ai lavori di Immanuel Wallerstein. La produzione accademica di questa scuola fa riferimento al Fernand Braudel Center for the Study of Economics dell’Università di Binghamton (New York). Nonostante Wallerstein si richiami soprattutto allo storico francese Fernand Braudel, le elaborazioni di questa scuola sono per molti aspetti in continuità con i lavori della scuola dependentista, soprattutto per l’impiego delle categorie di “centro” e “periferia”. Particolarmente significativi per una comprensione delle attuali dinamiche capitalistiche sono le opere di Giovanni Arrighi (si veda in particolare, di questo autore, Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, Milano 1996. Per un’ottima sintesi di questa scuola rimando ancora a Annamaria Vitale, I paradigmi dello sviluppo, cit.
Pin It

Comments   

#1 michele castaldo 2018-07-13 10:51
Cara compagna Maria,
in che modo se no rivolgermi a chi propone di leggere l'Aquila imperiale di nome Rosa Luxemburg?
Ciò detto cerco di porre alcune brevi osservazioni partendo dalla fine dell'articolo, peraltro molto interessante, per risalire la china.
Si, Rosa Luxemburg con la sua opera L'accumulazione del capitale può ancora aiutarci a capire il modo di produzione capitalistico in una fase in cui "non è all'ordine del giorno la prospettiva di cambiare il mondo", tesi questa che si riferisce ai movimenti degli ultimi anni, i cui teorici non avevano afferrato il senso vero, la natura precisa del modo di produzione capitalistico e si sono arenati e disintegrati. A giusta ragione perciò Maria Turchetto propone la lettura de L'accumulazione del capitale per meglio capire cosa abbiamo realmente sotto mano. Una scoperta meritoria dunque.
E meritoria è ancora la tesi della pesante presenza dell'imperialismo nonostante gran parte del pianeta sia permeato dal modo di produzione capitalistico, dove l'arroganza delle vecchie potenze coloniali si fa sempre più minacciosa nei confronti dei paesi di giovane capitalismo che sono entrati in punta di piedi nel meccanismo infernale della concorrenza tra le merci a livello mondiale con rischi incalcolabili per l'insieme dell'intero sistema capitalistico. Una tesi questa non sempre tenuta in debito conto da una certa sinistra, anche di matrice marxista.
Giustamente encomiate queste note veniamo a due questione che lo scritto pone: a) una certa impostazione teleologica di matrice marxista; b) la successione obbligata per stadi di sviluppo.
Si tratta di due questioni - la seconda ancor più che la prima - sulle quali si sono rotti molti denti nel tentativo di sgranocchiarle, fra i tanti Lenin per un verso e Bucharin per il verso opposto al punto che si arrese all'evidenza e sollecitò il partito bolscevico a prendere misure per far arricchire i contadini, perché .
Per usare un metodo che ci aiuti a capire meglio la storia dovremmo partire dal punto di arrivo e fare il percorso a ritroso per rintracciare le cause dei fenomeni economico sociali. E' un fatto incontestabile che il capitalismo si è imposto in tutto il mondo. Con le sperequazioni dovute a un rapporto combinato e diseguale e attraverso due disastrose guerre mondiali, sbocco obbligato della concorrenza ampiamente previsto dall'Aquila reale proprio alla vigilia del primo conflitto nel suo capolavoro L'accumulazione del capitale.
In realtà quegli stadi - con cui lo stesso Lenin in Russia - si sono dimostrati solo formalmente non obbligati ma solo perché diverse erano le condizioni dalle quali partivano i diversi paesi. Gli esempi di maggiore rilievo li possiamo riscontrare in Russia e Cina con riferimento all'agricoltura dove non c'è nessun paragone che reggerebbe nei confronti per esempio con l'Inghilterra. Ciò non toglie che resta centrale lo sviluppo di tipo industriale dell'agricoltura e dunque il rapporto degli uomini con i mezzi di produzione. Senza affrontare di petto questa questione primaria si rischia di rincorrere i "diversi" modo di produzione che sono soltanto degli affluenti del grande fiume quale movimento storico che Marx e Rosa definirono modo di produzione capitalistico. Non un modello dunque, ma un unico movimento, variamente articolato degli uomini in rapporto con i mezzi di produzione dove lo sbocco era sì casuale ma le cui leggi lo hanno incanalato lì dove è poi arrivato. Si tratta della stessa legge dei fiumi: l'acqua segue la legge di gravità e procede dall'alto in basso attraverso i percorsi più brevi.
Questo vuol dire che gli uomini avvolti dallo spirito della concorrenza vengono travolti dai meccanismi che essi stessi in modo impersonale hanno creato.
L'Aquila reale ha avuto il merito - tra i tanti - di un assegnare a una classe il compito di fare la rivoluzione contro il capitalismo ma di di dare logica conseguenza analitica di un movimento storico che ad un certo punto implode obbligando la classe operaia a insorgere. Questa tesi è in netto contrasto con la logica del chiodo scaccia chiodo di un certo marxismo. La forza della rivoluzione per Rosa consiste nelle difficoltà del movimento storico del modo di produzione capitalistico piuttosto che dalla presa di coscienza di una classe come quella proletaria. Lei è un'Aquila perché con Marx spersonalizza il Capitale e lo rende per quel che è: un movimento istintivo degli uomini in rapporto con i mezzi di produzione. In quanto tale è storicamente determinato: ha avuto una sua nascita, un suo straordinario sviluppo e arriverà a implodere per le sue stesse leggi di funzionamento.
Qual'è il paradosso? Tra la fine dell' '800 e i primi del '900 si riteneva che il capitalismo fosse alla fine perché le sue leggi camminavano sui morti. Si sbagliavano Marx, Engels e tanti marxisti. Lo stesso Engel lo riconobbe parlando al plurale . Era un movimento in fase ascendente che si avviava verso il suo apogeo e il movimento ideale del comunismo ne vedeva l'immediata fine. Oggi che il capitalismo è entrato in una crisi sistemica diciamo che .
Quanto alla teleologia, beh, rispondo in modo napoletano hegeliano: 'a ciucciuvettela vola cu 'o scuro. La natura non si pone gli obiettivi, agisce per caso in una disordinata aggregazione e disgregazione atomistica per dirla con Lucrezio. Chi pretende di assegnare all'uomo quella capacità nega la sua natura materiale. La rivoluzione ha sempre colto di sorpresa i rivoluzionari e ci sorprenderà anche stavolta.
Da compagno a compagna dico che dobbiamo fare lo sforzo di capire la profondità del ragionamento dell'Aquila reale che ha lavorato nella proiezione non di un idealismo astratto ma per un impegno a futura memoria che oggi dovremmo raccogliere e spostare in avanti.
Comunque un grazie a Maria Turchetto per questa riflessione e questo suggerimento, speriamo che qualcuno raccolga il suo invito.
Michele Castaldo
Quote

Add comment

Saranno eliminati tutti i commenti contenenti insulti o accuse non motivate verso chiunque.


Security code
Refresh