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ilpedante

La dittatura degli intelligenti

di Il Pedante

voltaire diderotCon questa pedanteria mi piace sviluppare una riflessione già avviata ne Lo schiavismo dei buoni, sui modi in cui concetti verbalmente consegnati a un passato da deplorare - lo schiavismo e il colonialismo nell'articolo citato, il totalitarismo e l'eugenetica nel caso qui rappresentato - ritornano a sedurre la coscienza delle masse e, in particolare, di coloro che se ne reputano i nemici culturalmente ed eticamente più attrezzati.

L'occasione è offerta dalle note reazioni al voto del 23 giugno sull'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea. Una valutazione degli effetti geopolitici dell'evento eccede le competenze di chi scrive, né in fondo è rilevante. La narrazione politico-mediatica che ne è scaturita indica infatti una ben più urgente, tangibile e immediata intolleranza alla democrazia come norma costituente del pensiero e dell'azione in politica che, come si è già scritto su questo blog, si manifesta nella normalizzazione culturale della critica non già alle decisioni (ad rem), ma al metodo democratico (ad medium) e a chi vi partecipa (ad personas).

Complice anche la mancanza pressoché totale di argomenti razionali, all'indomani del voto coloro che speravano nella permanenza degli inglesi nell'Unione si sono esibiti, con la certezza dell'impunità e dell'autogiustificazione che solo il branco sa dare, in un'esercizio di delegittimazione non solo della volontà popolare ma anche del popolo stesso, disprezzato nella sua maggioranza democratica in quanto vecchio, pavido, ignorante e protervo. Un popolo i cui bassi istinti dovrebbero quindi essere esclusi dal processo decisionale e imbrigliati alla lungimiranza dei pochi. Quando l'invocazione dell'oligarchia sbarca sulle prime pagine dei giornali, e senza più nemmeno il velo pietoso dell'emergenza, i tempi sono culturalmente maturi per un cambio di regime in cui il passato peggiore si ripresenta sotto le spoglie di un futuro migliore. Che è poi la missione di chi, negli ultimi venti o trent'anni, ha vestito i panni onorabili e vezzeggiati del progressismo simmetricamente caro alle masse e alle élite.

A noi fastidiosi e pedanti spetta invece l'onere di dare una testimonianza storica di questa triste transizione enucleandone le strategie dialettiche a futura memoria. Ciò senza naturalmente illuderci di frenare la corsa di greggi ormai lanciate e pronte a travolgere tutto - la storia, i più deboli, il proprio stesso interesse - e che purtroppo non si fermeranno, anzi, caricheranno sempre più forte rincorrendo l'unica ebbrezza che dia senso alle loro manipolate esistenze: quella di credersi parte di un'umanità eletta e migliore.

 
Quelli della paidocrazia

Di primo acchito, la storia degli anziani tremebondi e nostalgici che votano Leave nell'illusione di resuscitare l'impero di Sua Maestà - quasi fossero nati in epoca vittoriana - sembra una narrazione sgradevole ma puerile per digerire la frustrazione della sconfitta da parte di chi, ignorandone le cause, si consola buttandola sui massimi sistemi. Evidentemente il voto geriatrico è un problema solo quando non rispetta i desiderata dell'establishment. Nessuno si è lamentato, ad esempio, quando la metà degli over 65 italiani ha votato in blocco PD. Possiamo allora immaginare che, se a determinare la secessione fossero state le schede dei giovani inglesi, si sarebbe detto che erano bamboccioni, impulsivi e indegni delle conquiste dei padri.

O forse no. Se è vero, come è vero, che i dati su cui poggiavano questi attacchi sono dubbi nella fonte (provengono dagli stessi sondaggisti che davano per certa la vittoria del Remain) e sbagliati nell'interpretazione (i giovani in realtà hanno disertato le urne), è giusto chiedersi se questa velina apparsa ovunque non fosse già nelle corde - se non nei diktat - della stampa ufficiale. Incrociando i dati sull'affluenza con quelli del voto si scopre che, al contrario di quanto è stato ragliato a reti unite, la percentuale di Remainers tra gli anziani sarebbe stata superiore a quella registrata tra i giovani. Segue un'elaborazione pedante sugli ultimi dati disponibili:

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Quindi? Di che stiamo parlando? Il fatto è che ciò che è falso di solito è anche pretestuoso e anche in questo caso, leggendo oltre i titoli, scopriamo in effetti che l'attacco a chi è vecchio nasconde piuttosto un attacco a ciò che è vecchio, sule note di un'ordinaria retorica della rottamazione, delle riforme e della radicalità in cui il futuro è ontologicamente migliore del passato a prescindere da ciò che promette.

In questa dialettica anziani e giovani non sono altro che dramatis personae per indicare il vecchio e il nuovo, e quest'ultimo non è altro che l'agenda governativa in corso. Agli anziani tutti metaforici di questa mitografia si attribuisce la "paura del cambiamento" e l'attaccamento "antistorico" alle certezze del passato, "dall'alto delle loro pensioni, dei loro ricordi di gioventù e dai cuscini di un divano al di fuori del mondo e del futuro". Ora, a parte il fatto che riformista è casomai chi sceglie di cambiare lo status quo e ha il coraggio di affrontarne le conseguenze (quindi i brexiters), il vecchiume a cui si allude nel frame è, come ha giustamente osservato Paola Pellegrini, il retaggio di sicurezze lavorative, sociali e patrimoniali che hanno effettivamente caratterizzato le gioventù degli elettori più stagionati e il periodo economicamente più florido del nostro continente. Non contenti di averle ampiamente smantellate nei fatti, i governi europei e i loro più o meno consapevoli corifei puntano oggi a squalificarle anche nell'immaginario associandole ai volti bavosi e sdentati degli orchi e delle streghe che, come nelle fiabe, divorano i bimbi rubando loro il futuro.

La vicenda, già in sé squallida, potrebbe chiudersi qui, con l'ennesima variazione narrativa sui pregi - tutti rigorosamente etici e pedagogici - di una globalità precaria, sedicente giovane e pretenziosamente progressiva, à la Zalone. Se non fosse che le metafore, come l'ironia, quando attecchiscono nel giardino dei servi troppo zelanti producono frutti reali. Sicché la fantasiosa crociata contro il voto degli anziani si è subito trasformata in un attacco reale al diritto di voto degli anziani, e quindi al suffragio universale, aprendo scorci inquietanti sugli umori antidemocratici che covano tra chi serve l'establishment.

Andrea Cominetti su La Stampa presenta i risultati di un computo: i giovani inglesi "vivranno le conseguenze del voto per una media di 69 anni, a fronte dei 16 degli ultra sessantenni". Eggià, se tanto i vecchi devono crepare, che senso ha interpellarli su decisioni che riguardano il futuro della nazione? Vano sarebbe chiedere al giovin signore quali decisioni non riguardino il futuro, quindi tanto vale aiutarlo a perfezionare la tesi: in base allo stesso principio si dovrebbe mettere in discussione anche il voto dei giovani affetti da malattie gravi e anche quello dei poveri, la cui aspettativa di vita è mediamente più breve. Antonio Padellaro, che è sì ultra sessantenne ma a differenza della "massa di vecchi, perlopiù rancorosi e piagnucolosi" si sente giovane dentro (corollario dell'Equazione di Scanavacca), odia la sua generazione ed esprime il suo amore per quelle successive rassicurandole così: "l'età dell’oro [...] difficilmente si ripeterà". Ovviamente per colpa degli ex giovani che in tempi migliori "spendevano e spandevano a meraviglia, strapagando pensioni d’oro e falsi invalidi, e tutti facevamo finta di non sapere che il mostruoso debito di allora avrebbe pesato come un macigno sui nostri figli e nipoti" ecc. ecc. E oggi osano pure votare.

Hélène Bekmezian, cronista politica di Le Monde, la butta là: "Il diritto di voto è come la patente: francamente, dopo una certa età andrebbe revocato". Più tecnica la proposta di Luca Dini, direttore di Vanity Fair: "Invece di vietare il voto alla gente nei primi 18 anni di vita, perché non negli ultimi 18?". L'allusione alla certezza del fine vita (aka eutanasia) è rigorosamente casuale e non voluta. Sul fronte politico Alessia Mosca, eurodeputata del partito più votato dai pensionati italiani, esprime su Twitter "tristezza e rabbia [...] perché i più anziani hanno deciso il futuro dei giovani contro la loro volontà". Che gli eventuali giovani avrebbero votato contro la volontà degli anziani non è invece un problema, anzi. Ma apprezziamo lo sforzo: i nonni possono sì votare come gli pare, purché prima chiedano il permesso ai nipoti.

Poi certo, ci mancherebbe. Quasi tutti i suddetti, e molti altri, si sono in seguito premurati di chiarire che le loro erano battute, provocazioni, plaisanteries gradevoli e frizzanti come le barzellette sui campi di sterminio. Senonché nel formulare, ripetere e moltiplicare questi concetti dai loro scranni mediatici hanno infranto un tabù e reso discutibile l'indiscutibile, spalancando i cancelli a ulteriori e più sistematiche rielaborazioni. Come negli anni trenta, quando il gossip antisemita dei salotti doveva transitare per la forma furbescamente dubitativa dei giornali prima di approdare alle dissertazioni dei dotti e, di lì, alla certezza della legge, anche in questo caso lo sdoganamento giornalistico ha già dato la stura ai primi assist accademici, cioè alla penultima fase del processo. Ecco infatti, sulle pagine di Repubblica, l'altrimenti oscuro Alessandro Rosina rispolverare la tesi del voto ponderato per "allentare il vincolo che impone che il voto di un ottantenne valga come quello di un ventenne".

Dalle provocazioni ai paper il passo è breve, ma soprattutto funzionale.

(che poi: che senso ha assegnare un peso maggiore ai voti della fascia d'età che, in Inghilterra come un po' in tutta Europa, vota meno di tutte? A quella che, tra tutte, più se ne infischia delle consultazioni democratiche e accetta a busta chiusa le decisioni dei propri governi? Che meno delle altre oppone la propria voce a ciò che le è imposto dall'alto? Ecco, appunto).

 

Quelli della megliocrazia

Nel capitolo precedente di questa serie, dedicata al declino dell'idea di democrazia nel gradimento delle masse e di coloro che ne orientano l'opinione, ci siamo soffermati sugli attacchi sferrati agli elettori inglesi più anziani che avevano votato affinché il Regno Unito uscisse dall'Unione Europea. In quel caso la stampa aveva utilizzato dati incerti e male interpretati per associare le socialdemocrazie nazionali allo spettro cadente e rancoroso della vecchiaia, da contrapporre alla presunta freschezza giovanile del progetto europeo. Alcuni commentatori, accecati dallo zelo dei giusti, si erano quindi spinti a invocare la revoca del diritto di voto agli anziani, scoprendo così il sostrato predemocratico e totalitario che cova nel pensiero progressista contemporaneo.

In questa puntata proseguiremo nel solco di quella narrazione centrando l'analisi su un'altra virtù cardinale dell'elettore caro all'establishment, di quel καλὸς κἀγαθός europeista e globale a cui occorre conformarsi per non patire l'espulsione dal gregge. Dai resoconti giornalistici abbiamo appreso che egli non è soltanto giovane - o quantomeno giovane dentro, ostando l'anagrafe - ma anche istruito e residente nelle grandi città. Un identikit che, al contrario di quello giovanilista basato su fantasie esegetiche, trova almeno conforto nell'analisi dei voti. Così, ad esempio, nelle recenti elezioni presidenziali austriache il candidato internazionalista Van der Bellen si aggiudicava la maggioranza dei voti dei laureati e degli elettori della capitale - da cui il commento virale del duo comico Gebrüder Moped:

La FPÖ ha perso al voto postale e vuole abolire il voto postale. Prossimi passi: abolizione della maturità classica, di Vienna e delle donne.

Il primo aspetto che ci interessa indagare è il ruolo di queste rappresentazioni nell'orientare l'opinione di un ampio pubblico fabbricandone e celebrandone il primato morale. Il meccanismo manipolatorio agisce su due fronti. Da un lato isola una o più caratteristiche di larga diffusione - l'istruzione superiore, la residenza in un'area metropolitana, la gioventù - e le trasforma in distintivi di appartenenza a una élite sedicente virtuosa in seno alla comunità di riferimento. Dall'altro crea un'aspettativa positiva associando queste caratteristiche a preferenze politiche presentate in termini altrettanto virtuosi - l'internazionalismo, l'europeismo, la "sinistra" - e generando così nei destinatari un obbligo morale ad aderirvi, per certificare la propria appartenenza alla schiera dei migliori.

Il fenomeno sottostante, noto agli psicologi sociali come Effetto Rosenthal o Effetto Pigmalione, descrive la possibilità di indurre i comportamenti e/o le qualità di un soggetto rendendogliene manifesta l'aspettativa da parte di un'autorità o di una guida riconosciuta. Se i giornali scrivono che i cittadini più istruiti votano progressista perché sono saggi, questi ultimi tenderanno ad avverare la profezia votando progressista, sì da essere degni di annoverarsi tra i saggi. Collateralmente anche i meno istruiti, purché esposti alla narrazione, orienteranno le proprie opinioni verso il medesimo standard per assimilarsi ai migliori. In questo modo la descrizione mediatica diventa norma coattiva, avverando se stessa.

In un altro articolo di questo blog si è visto come il principale movente politico della vasta e longeva categoria dei moderati non risieda nell'interesse o negli ideali, ma piuttosto in un desiderio di celebrare la propria superiorità aderendo agli standard etico-politici di volta in volta fabbricati e magnificati dagli organi di stampa, cioè dal potere in carica. Si è anche visto come la coltivazione di exempla negativi da cui distinguersi - gli estremisti, i razzisti, i fascisti, i terroristi, gli indifferenti, la pancia degli elettori ecc. - sia strettamente funzionale all'allestimento letterario di quegli standard virtuosi e alla loro imposizione: il terrore di finire dietro la lavagna con il cappello dell'infamia spinge i gregari a suffragare qualsiasi atto, anche il più atroce. È il terrore atavico dell'esclusione dal branco, la cui urgenza irrazionale diventa strumento di propaganda e di sottomissione in quanto prevale sugli interessi dei singoli, anche i più legittimi, e li annulla nell'imperativo di un presunto bene spersonalizzato e comune - cioè del personalissimo bene di chi detta le trame ai giornali.

Ai mezzi di informazione spetta il compito di alimentare questa aggregazione autocelebrativa coltivando simboli, mode, antagonismi e dibattiti che, per aggredire i gangli prerazionali del target, devono affondare la loro suggestione negli archetipi più radicati e ancestrali. Limitandoci al caso qui analizzato, la dialettica centro-periferia allude, sotto l'apparenza asettica del dato demografico, alla connotazione morale e intellettuale dell'urbanitas latina in quanto eleganza di modi e di eloquio e "tacita erudizione acquisita conversando con le persone colte" (Quintiliano, Inst. orat. VI III 17), da contrapporre alla grezza rusticitas. Se città e civiltà condividono il medesimo etimo (civitas), la villa (cascina, podere e, per sineddoche, la campagna tutta) partorisce non solo il villico, ma anche il villano e l'inglese villain, cioè l'antagonista, il malvagio, l'irredimibile cattivo delle fiabe.

In quanto all'istruzione, il suo riflesso positivo e condizionato ha una radice quantomeno duplice. Da un lato rimanda anch'essa alla celebrazione classica dell'erudizione e, per successiva approssimazione e sovrapposizione semantica, alla sapientia della pneumatologia cristiana che in origine identifica discernimento e saggezza. Che i dotti debbano avocare a sé la guida delle cose pubbliche era già in Platone, là dove contrapponeva alla democrazia ateniese la sofocrazia, il governo dei filosofi e dei sapienti. Dall'altro, l'attenzione al grado di istruzione innesca un automatismo pedagogico che rispecchia l'infantilismo coltivato dai media e dove la qualità degli individui è misurata in termini di diligenza e non di intelligenza. Sicché lo studente/cittadino meritevole è quello che ascolta la maestra, passa gli esami e consegue il titolo di studio, così come il politico buono è quello onesto che si attiene alle regole senza metterle in discussione, il lettore buono è quello che ripete tutto ciò che legge sui giornali e il popolo buono è quello che fa i compiti a casa di merkeliana memoria, senza interrogarsi sulla bontà del progetto politico sotteso.

Il successo di questa articolata captatio benevolentiae è tale da suscitare non solo l'autocompiacimento dei suoi destinatari - sì da renderli argilla nelle mani del manovratore di turno - ma anche un odio acerrimo verso chi non si conforma allo schema. I moderati, nonostante rappresentino di norma la maggioranza dell'elettorato (diversamente il potere non se ne curerebbe), amano immaginarsi come uno sparuto manipolo chiamato a difendere la fiamma della civiltà dai barbari. La loro forza sta nella paura, e la paura genera odio. Sicché, nei rari casi in cui la realtà non si conforma alle loro aspettative, si scagliano con la cecità del branco contro chiunque ardisca trasgredire il catechismo impartito dai loro giornali. Ecco l'attempato dandy dell'ultraeuropeismo, Philippe Daverio, commentare la vittoria del Brexit dalla sua pagina Facebook:

Nell'Inghilterra colta la voglia d'Europa si è confermata, in quella dove gli anziani e le anziane sdentati preferiscono una cassa di birra alla cura dal dentista, l'Europa perde.

Un disprezzo iperbolico e gratuito, una polarizzazione puerile tanto più bizzarra in quanto espressa da un tizio che non ha mai preso una laurea. L'esito, fin troppo prevedibile e antico, è il classismo, la sbobba dialettica di chi non potendo dimostrare la propria superiorità si illude di affermarla postulando l'inferiorità degli altri.

Come si è visto nel capitolo precedente, dalla squalificazione antropologica alla negazione dei diritti il passo è breve, brevissimo. Il subumano va arginato e interdetto per il bene di tutti e in deroga a tutto. Leggiamo Massimo Gramellini, il direttore de La Stampa, che rompendo ogni indugio porta l'attacco al cuore del dogma democratico:

La retorica della gente comune ha francamente scocciato. Una democrazia ha bisogno di cittadini evoluti, che conoscano le materie su cui sono chiamati a deliberare. La vecchietta di Bristol sapeva che il suo voto, affossando la sterlina, le avrebbe alleggerito di colpo il portafogli, dal momento che i suonatori di piffero alla Farage si erano ben guardati dal dirglielo?

Ecco, Gramellini si è scocciato del popolo. E nell'esprimersi con fastidio aristocratico per la "retorica delle gente comune" promuove evidentemente se stesso al rango della gente speciale e dei "cittadini evoluti". A che titolo? E chi ve lo ha eletto? Non ce lo spiega, né soprattutto spiega che cosa ci sia di speciale in un'opinione ragliata all'unisono da tutti i maggiori mezzi di informazione. Del resto la sua missione è un'altra: quella di rendere dicibile l'indicibile - la revoca del suffragio universale - e di gettarne il tarlo nelle docili testoline dei suoi lettori, così da prepararli ad applaudirne l'avvento e illuderli che, quando ciò accadrà, loro non ne saranno colpiti trovandosi al sicuro sulla sponda dei migliori.

 

I sofocrati di Saigon

A beneficio dei più pedanti, in questo terzo capitolo ci piace aprire un'appendice in calce al tema trattato nel precedente, laddove si registravano l'esistenza e i moventi di una tentazione antidemocratica vieppiù diffusa: quella di escludere i cittadini meno istruiti e/o informati dalla partecipazione elettorale. Là ci eravamo lasciati con le fantasie dell'ex cronista sportivo Massimo Gramellini che, elettosi alla testa della crema intellettuale nostrana, contrapponeva i "cittadini evoluti" di cui avrebbe bisogno una vera democrazia alla "gente comune" incapace di scegliere consapevolmente.

Avendo chiarito che le temibili decisioni della massa ignorante non sono altro che le decisioni sgradite alla massa degli opinionisti e dei loro lettori, non è del tutto ozioso chiedersi se esista davvero, e in che misura, una correlazione tra l'istruzione/informazione degli elettori e la qualità della loro partecipazione politica.

Nel mischione semantico postmoderno, scientia (conoscenza) e sapientia (saggezza) convergono nell'accezione burocratica del sapere certificato dai titoli di studio, sicché la sofocrazia platonica - il governo dei saggi - diventa il governo dei laureati e, a fortiori, di coloro che formano i laureati, cioè dei professori. Essa diventa quindi tecnocrazia, l'esito ossessivo della contemporaneità politica in cui l'equivoco di una seduzione antica si coniuga con l'ulteriore equivoco di una competenza che si vorrebbe rivolta agli strumenti - il diritto pubblico, i regolamenti di settore, le norme contabili ecc. - e non ai fini del governo comune.

Se gli strumenti nascono al servizio dei fini, escludere dalla determinazione dei fini coloro che non conoscono gli strumenti è un modo intellettualmente puerile per avocare a sé le decisioni, nel proprio interesse. Per lo stesso risibile principio, chi non ha studiato l'armonia tonale non potrebbe esprimere preferenze musicali, chi non conosce l'aerodinamica non potrebbe decidere su quale volo imbarcarsi e a chi ignora la geologia degli idrocarburi andrebbe vietato di impostare il termostato di casa. L'aristocrazia del passato, più onesta, spregiava il vile meccanico anteponendogli l'erudizione e il lignaggio. Quella odierna lo glorifica per dare una parvenza di asettica meritocrazia ai propri capricci.

Ma c'è anche un'altra ipotesi. Che la palestra mentale degli studi superiori predisponga indirettamente a una più profonda intelligenza delle cose pubbliche. In fondo, si pensa, chi si è educato nelle asperità dell'analisi matematica, delle scienze sperimentali o delle lingue antiche è anche mediamente più attrezzato a dipanare la complessità e l'ambiguità della realtà sociale. La capacità di astrarre, si pensa, gli ha fornito gli strumenti per orientarsi tra nessi, indicatori e simboli. E la disciplina degli studi, si pensa, gli ha insegnato a soppesare i giudizi senza essere impulsivo.

L'ipotesi è verosimile, ma non necessariamente vera. Per testarla empiricamente potremmo considerare proprio il governo dei professori che, a dispetto della sua celebrata scienza, non ha centrato nessuno degli obiettivi che si era proposto. Ma in quel caso ci resterebbe il dubbio che i professori abbiano mentito nel dichiarare i propri fini manifesti per realizzarne altri, come già anni prima aveva teorizzato il loro capobranco. Ci concentreremo pertanto su un caso storico più sedimentato.

Un lettore diligente mi segnala un'interessante ricerca della professoressa Penny Lewis sulla ricezione della guerra del Vietnam presso il pubblico americano. Scorrendone il testo si apprende che:

[...] in generale, i settori più istruiti del pubblico hanno sostenuto più di tutti il prolungamento dell'impegno militare americano [in Vietnam]. Nel febbraio del 1970, ad esempio, Gallup sottoponeva al campione il seguente quesito: "Alcuni senatori sostengono che dovremmo ritirare immediatamente le nostre truppe dal Vietnam: siete d'accordo?". Tra coloro che fornirono una risposta, si espressero in favore del ritiro immediato oltre la metà degli adulti in possesso di licenza elementare, circa il 40% dei diplomati e solo il 30% di coloro che avevano frequentato un'università. Non si trattava di un'anomalia statistica. Nel maggio del 1971 il 66% dei rispondenti laureati riteneva che la guerra fosse stata un errore, a fronte del 75% dei diplomati. In generale, un'attenta lettura dei dati dimostra che nella maggior parte delle questioni riguardanti la guerra, la più forte opposizione al coinvolgimento americano in Vietnam provenne dalla parte meno istruita della popolazione.

Poiché raramente i programmi di storia dei licei si spingono oltre il Fascismo, ci piace ricordare anche ai più istruiti che cosa fu la guerra in Vietnam: una lunga, inutile e sterminata carneficina, la più grande dopo la seconda guerra mondiale, con oltre 5 milioni di morti di cui quasi 4 civili, dieci nazioni coinvolte, rappresaglie, stupri, torture e milioni di sopravvissuti traumatizzati a vita. Ma essa fu anche la più grande sconfitta politica e militare degli Stati Uniti, che in quell'avventura persero oltre 160 miliardi di dollari e quasi 50.000 uomini senza ottenere nulla, se non la vergogna di un attacco infame e di una disfatta su tutti i fronti.

Inaugurata con il pretesto evergreen di proteggere un gruppuscolo esotico dai cattivoni di turno (allora erano i comunisti, oggi frequenterebbero una moschea) e degenerata nella penosa illusione di "rendere credibile la potenza" americana (cit. JFK), la guerra in Vietnam durò vent'anni. E in quei vent'anni l'opinione pubblica americana ne conobbe le atrocità leggendo i reportage, seguendo i documentari e ascoltando le testimonianze dei rimpatriati. Con il passare degli anni anche la prospettiva di un esito favorevole del conflitto appariva sempre più remota, sicché sostenere l'impegno militare dopo 15 anni di inutili stragi non era da ignoranti, ma da stupidi. E i più stupidi erano proprio i meno ignoranti.

Più avanti, nello stesso libro, si riporta la conclusione di uno studio condotto dal prof. Richard Hamilton nel 1968, secondo il quale:

... la preferenza per le alternative politiche più "dure" si riscontra con maggior frequenza tra i seguenti gruppi sociali: i più istruiti, coloro che occupano posizioni di prestigio, le categorie ad alto reddito, i giovani e le persone che prestano molta attenzione ai giornali e alle riviste.

La testimonianza è di sorprendente attualità. Non solo perché le categorie sociali citate - gli istruiti, i prestigiosi, i benestanti, i giovani, prevalenti tra i falchi politicamente miopi di allora - sono esattamente le stesse in cui la stampa di oggi pretende invece di celebrare l'elettorato più lungimirante, ma soprattutto per la chiave di lettura che si anticipa nella chiusa. Queste persone non sono semplicemente informate, ma "prestano molta attenzione ai giornali e alle riviste". La ricerca di Hamilton evidenzia una correlazione tra quegli status sociali e una maggiore inclinazione a lasciarsi orientare dall'informazione stampata, cioè dalla propaganda. Elidendo i termini centrali, le retoriche degli opinionisti moderni si potrebbero allora ritradurre e semplificare così: l'elettore buono è quello che fa ciò che gli dicono i giornali. A prescindere dalla condizione sociale, che è strettamente funzionale a fabbricare nei manipolati l'illusione della propria superiorità e indipendenza (se in altre circostanze i più obbedienti fossero stati gli incolti, si sarebbe detto che i colti erano inconcludenti, debosciati ecc.).

Ma perché i cittadini più istruiti sono, mediamente, anche i più esposti alla propaganda? Sul tema una lettrice mi segnala una riflessione del sociologo francese Jacques Ellul, qui sintetizzata dal curatore dell'edizione inglese di Propagandes (1962), che mi sembra centrare perfettamente il punto:

Un punto... centrale della tesi di Ellul, è che la moderna propaganda non può funzionare senza "istruzione". Egli ribalta così la nozione prevalente secondo cui l'istruzione sarebbe la migliore profilassi contro la propaganda. Al contrario, Ellul sostiene che l'istruzione, o comunque ciò che è comunemente designato con questo termine nel mondo moderno, è il prerequisito assoluto della propaganda. Di fatto, il concetto di istruzione è ampiamente sovrapponibile a ciò che Ellul chiama "pre-propaganda": il condizionamento delle menti tramite l'immissione di grandi quantità di informazioni tra loro incoerenti, già dispensate per altri fini e presentate come "fatti" e "cultura". Ellul prosegue il ragionamento designando gli intellettuali come la categoria più vulnerabile alla propaganda moderna, per tre motivi: 1) assorbono la più grande quantità di informazioni non verificabili e di seconda mano; 2) sentono il bisogno impellente di esprimere un'opinione su qualsiasi importante questione di attualità, e pertanto soccombono facilmente alle opinioni offerte loro dalla propaganda su informazioni che non sono in grado di comprendere; 3) si considerano in grado di "giudicare per conto proprio". Hanno letteralmente bisogno della propaganda.

In termini pedanti, l'istruzione scolastica al netto delle competenze tecniche che impartisce (da cui l'illusione tecnocratica) è il veicolo di trasmissione di un'impalcatura simbolica che riflette e rafforza, in termini necessariamente schematici e riduttivi, gli automatismi ideali della comunità politica di appartenenza.

Il meccanismo si è dispiegato con rara nitidezza nel corso delle recenti elezioni presidenziali austriache, dove alla netta polarizzazione dell'elettorato lungo l'asse della scolarizzazione - l'80% dei laureati e il 73% dei diplomati sceglievano l'europeista Van der Bellen - corrispondeva una polarizzazione del dibattito pre elettorale attorno al tema del presunto nazionalsocialismo del contendente di destra e della FPÖ. Nell'Austria contemporanea - come in Germania, e in Italia con il fascismo - il trascorso nazista del Paese ha subito nella memoria collettiva un processo di cristallizzazione e tabu-izziazione che lo ha relegato negli spazi irreali e irrealmente suggestivi del simbolo. Esso è diventato il Male, e non già un male storicamente attestato le cui cause possono quindi ripresentarsi - come sta infatti avvenendo nell'Europa dell'austerità brüningiana.

La scuola e l'università sono i luoghi di consolidamento di questo simbolo, con una storiografia monograficamente centrata sui crimini, gli orrori delle deportazioni e delle discriminazioni, la vergogna dell'Anschluss e i collaborazionismi illustri. Ma se per i meno istruiti si tratta di reminiscenze scolastiche, per coloro che hanno proseguito gli studi quell'evento è diventato un imprinting culturale e un automatismo in cui si perpetua il senso di colpa delle generazioni. Questi ultimi devono allora disperatamente dimostrare di non sostenere qualcosa che forse, si dice, si crede, fosse anche nelle allusioni di pochi, sia imparentato con quell'ignominia. E così, per fuggire l'orrore di un presunto simbolo del nazionalsocialismo, si rifugiano in un progetto politico che ne ripropone nei fatti le cause - austerità, deflazione, disoccupazione - e le prerogative, germanocentriche e antidemocratiche.

Un ulteriore esempio, tra i tanti, è la permeabilità del pubblico al discorso pseudoscientifico (ne abbiamo scritto qui), che veicola messaggi privi di fondamento scientifico ammantandoli del lessico e del contesto - accademico, editoriale, mediatico ecc. - propri della scienza. La seduzione di questa cosmesi è evidentemente tanto più efficace verso coloro che hanno maturato un rispetto acritico e istintivo verso le insegne della scienza e dei suoi luoghi, cioè in chi ne ha più a lungo subito l'autorità nel corso degli studi. Ciò realizza puntualmente l'intuizione di Ellul: l'istruzione è necessaria per affermare l'autorità dei maestri, ma quasi mai sufficiente per verificarne gli insegnamenti.

Lasciando all'esercizio dei lettori l'indagine di ulteriori applicazioni, rileviamo infine nel pubblico più acculturato una coazione alla complessità, e di conseguenza alla sintesi, analoga e propedeutica alle illusioni del pensiero simbolico. Secondo un cliché anche linguisticamente cristallizzato, prendere le distanze dalle "eccessive semplificazioni", dai "giudizi superficiali" e dalle "facili soluzioni" che conducono al "voto di pancia" è un imperativo per chi voglia marcare la propria appartenza, reale o auspicata, all'immaginaria classe sociale degli imparati. Nel predicare una visione che vada oltre la realtà apparente, questa posa intellettuale convoluta e socialmente consolatoria finisce però per nasconderne le correlazioni e i nessi più elementari.

L'elettore istruito, un po' perché è tale ma molto di più perché vuole dimostrarsi tale, tenderà a confondere e a negare le conseguenze dirette di una scelta politica collocandole ad esempio nella prospettiva apparentemente raffinata del lungo termine, dell'insufficienza e degli altri miti che già altrove ci siamo divertiti a descrivere, oppure calandole nel contesto etnico-culturale con tirate varie su brigatisti, partigiani, savoiardi, briganti, mecenati rinascimentali, riformisti greco-latini e via onanizzando. O ancora, brandirà l'irrilevanza di una minuzia statistica come una piccola ma clamorosa conferma - invisibile agli incolti e ai grossolani - di ciò che gli alberga in testa: uno zero virgola in più di PIL, un coro fascista nel bar sotto casa, una startup, le buone prassi di un comune di quattro abitanti, un #ChiCeLaFa. Mancando clamorosamente - e sdegnosamente - l'elefante nella stanza.

In quanto alla sintesi, indispensabile veicolo di sistemazione della complessità, si tratta in questo caso della mera compensazione di una visione analitica negata e scombinata da una pretesa raffinatezza di pensiero. È una sintesi autoportante, le cui conclusioni nascondono l'assenza e l'impossibilità di sviluppo. È, per restare nel tema, una sintesi figlia degli schemi della cultura scolastica e cosiddetta generale, dove Machiavelli è un cinico, Mozart è spontaneo, Nietzsche un nazista e l'Europa un sogno di pace. La complessità inesistente converge così nella semplificazione di ciò che non esiste.

È un caso etimologico che "dotto" e "indottrinato" condividano la stessa radice (dŏcĕo), e così anche "sedotto" ed "educato" (dūco). Non è invece un caso che i cittadini più istruiti, sia per il maggior prestigio sociale di cui mediamente godono, sia per l'impalcatura simbolica dispensatagli dalla scuola, sia per un risibile e mal dissimulato orgoglio di classe, siano i bersagli non solo preferiti dalla propaganda, ma anche i più facili.

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