Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email

sinistra

Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet

di Paolo Selmi

Ventiduesima parte.Ammettere i propri difetti è privilegio dei forti”: l’intervento di Tomskij al XIV Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) PARTE XII

Škola kommunizma i sindacati nel Paese dei Soviet parte 1 html 98bc8d74546bea8fp. c’era una volta il PROFINTERN

Per capire l’ultima parte dell’intervento di Tomskij, occorre capire anzi tutto di cosa si sta parlando. E sapere, per esempio, che oltre al Comintern è esistita un’organizzazione analoga, di nome Profintern, che aveva l’ardire non solo di unire i lavoratori di tutto il mondo anche dal punto di vista sindacale, ma in una prospettiva rivoluzionaria. I tempi del resto erano maturi: se nel 1917 di partiti comunisti ce n’era solo uno, quello bolscevico di Russia, nell’estate del 1921 si era arrivati a 481; c’era la III Internazionale, dal marzo 1919, e il proletariato mondiale realmente iniziava a sentire la Rivoluzione russa come “cosa sua” (собственное дело), per dirla con le parole di Lenin2.

In Germania, fra il 1920 e il 1921, i sindacati “riformisti”, aderenti alla cosiddetta Internazionale di Amsterdam insieme ai loro degni compari di mezza Europa, contavano otto milioni di iscritti, di cui sempre meno erano “riformisti”. Stesso discorso per Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Italia, Jugoslavia, e via discorrendo, fino a toccare le colonie e le semicolonie, dove il Grande Ottobre era entrato senza neppure chiedere permesso a preesistenti socialdemocratici e “rinnegati” di vario genere, ma con tutta la freschezza e irruenza che soltanto un vento rivoluzionario può portare nell’atmosfera chiusa e stantia di un mondo feudale o semifeudale. Il mondo era sempre più in fermento e i tempi erano maturi per una nuova Internazionale dei sindacati.

Fu così che fra il 1919 e il 1920 il VCSPS intraprese già colloqui fattivi con le avanguardie rivoluzionarie di diversi sindacati stranieri, mettendosi a disposizione per questo nuovo progetto e, il 15 luglio 1920, i rappresentati di sindacati della Russia Sovietica, Italia, Spagna, Francia, Bulgaria, Jugoslavia e Georgia (all’epoca ancora fuori dall’URSS) sottoscrissero la Dichiarazione di creazione del Consiglio internazionale temporaneo dei sindacati (Mežsovprof)3, antesignano del Profintern.

Le difficoltà organizzative furono notevoli, anche perché il partito comunista ricopriva un ruolo tutt’altro che egemone all’interno dei sindacati e coordinare il lavoro della nascitura Internazionale sindacale rivoluzionaria con la III Internazionale era un dato tutt’altro che scontato.

Tuttavia, nel corso di quell’anno si riuscì a fare chiarezza sia sul programma rivoluzionario, sbarazzandosi degli elementi riformistici e accogliendo al proprio interno sia i sindacati legali che quelli illegali nel proprio Paese, ma aderenti alla piattaforma comunista, sia su deviazioni estremistiche nel senso opposto: a tal scopo determinante risultò, ancora una volta, l’impostazione leninista, grazie in particolare al suo lavoro appena uscito e reso in italiano con L'estremismo malattia infantile del comunismo (Детская болезнь «левизны» в коммунизме). Più in generale, Lenin (nonostante i già gravi problemi di salute) e il Comintern si rivelarono decisivi nel tracciare le linee guida di questo nuovo movimento e preparare i lavori congressuali fino a metà 1921.

Il 3 giugno 1921, infatti, 380 delegati in rappresentanza di 41 Paesi diedero vita al I Congresso delle unioni sindacali rivoluzionarie e, in tale occasione, si accordarono unanimemente sulla creazione di un centro sindacale in grado di unire tutte le forze sindacali rivoluzionarie, dirigendole, organizzandole, coordinandole nella loro lotta contro la borghesia imperialista e chi la appoggiava. Nacque così l’Internazionale Rossa dei Sindacati (Krasnyj Internacional Profsojuzov), con Solomon Abramovič Lozovskij (1878-1952) come segretario generale. Tutto fuorché un “coro di alleluianti”, sin dal primo Congresso, dove asperrimo fu lo scontro fra linee estremistiche, e riconducibili a tendenze anarco-sindacalistiche, fautrici dell’uscita degli iscritti dalle confederazioni sindacali “riformiste”, e i marxisti-leninisti che invece teorizzavano una linea d’azione dall’interno dei sindacati. Per la cronaca la spuntarono i secondi, con 270 voti a favore e 28 contrari, esprimendo chiaramente nella risoluzione finale che occorreva puntare “non alla distruzione, ma alla conquista delle unioni sindacali (не разрушение, а завоевание союзов), ovvero di quelle masse di milioni e milioni di lavoratori che ancora si trovano nei vecchi sindacati e su cui occorre condurre e concentrarsi nella lotta rivoluzionaria”4.

Il Profintern era nato. L’anno successivo si tenne il II Congresso, dove si ribadì la linea di conquistare i sindacati riformisti dall’interno, creando sempre più casematte e incalzandoli evidenziandone le sempre crescenti contraddizioni. Tuttavia, la propaganda e la diffusione del marxismo-leninismo non erano al primo posto, né avrebbero potuto esserlo posto l’obbiettivo di attirare a sé la maggioranza dei lavoratori, iscritti ai sindacati riformisti e non: al contrario, il Profintern richiese a tutti i sindacati aderenti di studiare nello specifico tutte le questioni relative all’orario di lavoro, al salario, al cottimo, all’assicurazione sociale, alla disoccupazione, agli alloggi, alle tasse… in una parola, a tutto quanto gravitasse intorno al mondo operaio e ai suoi problemi.

La battaglia per le otto ore divenne una questione campale. Come nota acutamente lo storico del Profintern che sto saccheggiando in queste pagine, all’epoca la borghesia aveva condotto una massiccia opera di propaganda contro le otto ore, adducendo le difficoltà economiche come motivo principale. I sindacati riformisti, ça va sans dire, si erano accodati, partendo con la solita litania del “considerare l’economia nel suo complesso” e, nei contratti collettivi da loro siglati, le otto ore erano bellamente violabili in virtù delle “esigenze di necessità economica”: sono passati cent’anni e nulla è cambiato. Anzi, quando pochissimi anni fa ci facevano bucare in cambio di un “passaporto verde”, al primo rigurgito lasciavano a casa “in via precauzionale” i nostri figli da scuola, se stavam (e stiamo) male facevamo prima (e facciamo prima) a morire, oltre che aumentare in maniera impressionante la pressione ricattatoria nei confronti di qualsiasi elemento debole della catena di produzione e riproduzione del loro profitto... le OO.SS. Istituzionali dov’erano? Non pervenute o, peggio ancora, accodate.

La questione delle otto ore divenne quindi divenne il tema centrale del III Congresso (1924), insieme al blocco degli straordinari e al lavoro su tre turni per le fabbriche a ciclo continuo. Le forme di lotta prevedevano il rifiuto dei contratti collettivi siglati dai sindacati riformisti e che contraddicevano questa linea, l’uscita dalle fabbriche dopo otto ore esatte di turno, scioperi e manifestazioni. Il controllo operaio sulla produzione era visto parimenti come priorità, contro ogni tentativo di separare il movimento da parte di padroni e sindacati collaborazionisti, creando un’aristocrazia operaia e “comitati paritetici” dove i padroni decidevano e gli operai dicevano di si in cambio di trenta denari (ma anche meno).

Anche il “passaggio della produzione sotto il controllo dello Stato”, proposto dai partiti borghesi e socialdemocratici, col consenso dei sindacati di Amsterdam, fu criticato dal Profintern come tentativo di “trasferire la produzione dal controllo di un gruppo limitato di rappresentanti della classe al governo all’intera classe al governo nel suo complesso”. Dovevano essere essere in discussione anzi tutto i metodi capitalisti di organizzazione della produzione, visti ormai in palese contraddizione con i crescenti bisogni del proletariato, le cui aspirazioni e concezioni antagonistiche maturate sul campo, nella vita di ogni giorno, erano gridate sempre più a gran voce.

Inoltre un controllo operaio su ogni fronte, da quello tecnico a quello economico-finanziario, avrebbe fatto toccare con mano ai lavoratori i meccanismi di dipendenza economica a cui le loro fabbriche erano soggette, facendo crescere ulteriormente la loro coscienza di classe e la necessità di un cambiamento rivoluzionario del modo di produzione vigente. Il controllo operaio, per il Profintern, era quindi un momento fondamentale di lotta di classe e non, come la vedevano invece i sindacati di Amsterdam, un modo per annacquarla.

Un’altra battaglia del Profintern fu quella per unificare il fronte sindacale all’interno di ciascuno stabilimento eliminando fenomeni corporativi. Non erano per nulla rari i casi di diversi sindacati operanti all’interno dello stesso luogo di lavoro, punta massima di corporativismo suddiviso neanche per categoria, ma per mansione (in genere qualificata). Risultato: operai con qualifiche inferiori o generici senza alcuna sindacalizzazione. Contro questa tendenza il Profintern promosse un’unica organizzazione sindacale all’interno di ciascuno stabilimento, a cui tutti potessero aderire liberamente e a prescindere dal loro livello di inquadramento.

Infine, il Profintern promosse attivamente il fenomeno della cooperazione, incoraggiando la formazione di cooperative in grado di contribuire a una sempre maggiore socializzazione dell’economia e alla messa in crisi del modo capitalistico di produzione. Occorre tenere presente tutto questo, nell’approcciarci a quest’ultima parte dell’intervento di Tomskij e, finalmente, nel ridargli la parola.

 

Q. la “strana coppia” coi sindacati inglesi

In conclusione ritengo che sia mio dovere ricordare del nostro lavoro internazionale che, allo stesso modo in cui sono gestite le restanti attività del VCSPS, si svolge sotto la direzione diretta del nostro CC del Partito. E in pieno accordo non solo col CC del partito, ma anche con il Profintern e il Comintern, abbiamo promosso la parola d’ordine dell’unità del movimento sindacale internazionale (единство международного профессионального движения). Una parola d’ordine che, come forse già sanno molti compagni, sta avendo successo.

Sulla base di questo slogan è stata promossa e creata la nostra alleanza con i sindacati inglesi. A prima vista potrebbe sembrare un po’ strana questa unione: i sindacati russi, i più giovani e più rivoluzionari al mondo, formano un blocco con i sindacati più antichi e più conservatori al mondo.

Per comprendere lo spostamento a sinistra (полевение) del movimento sindacale inglese, per capire le cause dello spostamento a sinistra del movimento sindacale di diversi Paesi, occorre capire una circostanza, formulata in maniera esemplare per la sua chiarezza da Purcell al Congresso della Federazione Americana del Lavoro (American Federation of Labor AFL). In difesa dell’unità del movimento sindacale internazionale, Purcell disse: “Gli operai europei e americani hanno di fronte a loro questo problema. O alzeranno al loro grado di coscienza operaia gli operai delle colonie e semicolonie, India, Cina, eccetera, o dovranno cedere e scendere al loro livello di coscienza operaia. 5

Per la cronaca, l’AFL avrebbe abbandonato la federazione dei sindacati riformisti, l’IFTU, di cui Purcell era segretario poco dopo, nel 1925, facendo la sua scelta e mostrando, se ve ne fosse stato bisogno, l’esattezza della critica del Profintern a un’organizzazione che, da quel momento, restava completamente “europea”, oltre che eurocentrica, incapace per le proprie posizioni riformistiche di incidere sulle politiche dei Paesi di appartenenza, di fatto organica a un sistema imperialistico-coloniale in disfacimento, per non parlare dell’altra mezza Europa in corso di fascistizzazione.

Ma queste poche parole di Tomskij accennano a un altro fatto, ben più importante: alla “strana coppia”, trade union inglesi e profsojuz sovietici. “Strana” per sua stessa ammissione (lett. “sembra un po’ strana” кажется немножко странным). C’è un ottimo, e recente, lavoro di Kevin Morgan sull’argomento6, a cui rimando nello specifico. Ai fini di questo lavoro, usiamo qualche materiale da questa pubblicazione per ricordare soltanto che Tomskij faceva riferimento a lavori in corso concreti, che trovarono una forma concreta nel 1924 con la creazione del Consiglio consultivo anglo-russo (Anglo-Russian Advisory Council) a opera di Tomskij e, da parte britannica, di Fred Bramley (1874-1925), l’allora segretario del TUC (Trades Union Congress) ovvero la maggiore confederazione sindacale britannica.

I tempi, nulla da eccepire, erano maturi: in Gran Bretagna era appena scoppiato uno scandalo, una “Russian connection” dove, esattamente come al giorno d’oggi, “i servizi segreti di Sua Maestà” si eran resi complici nella fabbricazione di prove false in chiave antisovietica (oggi russofobica…), dirette a sabotare le prove di dialogo del governo laburista con Mosca: nella fattispecie, era comparsa, a quattro giorni dalle elezioni nazionali, una falsa “lettera di Zinov’ev” dove si incitava alla costituzione di nuclei rivoluzionari fra le forze armate in vista della futura guerra civile, che ottenne l’effetto sperato. Le elezioni, infatti, furono perse dai laburisti.

Mosca ovviamente reagì per bocca del diretto interessato e non solo, ma ormai il danno era stato fatto. Un mese dopo, la delegazione del TUC britannico doveva andare a Mosca per una visita programmata. E ci andò. Visto che nella lettera si citava il Comintern, le mostrarono tutte le sue minute e i resoconti stenografici, dove da nessuna parte c’era scritto quello che, anni più tardi, si riconobbe essere un falso, recuperato a Riga da un’agente del MI6 e arrivato a Londra con la dicitura: “l’autenticità del documento è fuori discussione”. E, in effetti, nessuno la “discusse”, dandola in pasto ai media a quattro giorni dalle elezioni...7

Un effetto di tale colpo basso, considerato o meno a questo punto poco importa, parlando delle stesse élite che avevano portato, irresponsabilmente, l’Europa a un asperrimo conflitto dieci anni prima, fu la temporanea radicalizzazione del sindacato inglese: infatti, la scoperta del falso provocò un fortissimo risentimento da parte della delegazione sindacale inglese, tipico di chi scopre, prove in pugno, di esser stato gabbato, e creò le condizioni di un’ulteriore accelerazione della convergenza coi sovietici: dalle semplici prove tecniche di dialogo alla costruzione di un’alleanza vera e propria.

Ciò avvenne a partire proprio dal capo delegazione, allora segretario del TUC Fred Bramley, le cui posizioni internazionalistiche erano già emerse allo scoppiare del primo conflitto mondiale (ricordando che militarismo significava blood and tears and suffering, ovvero “sangue, lacrime e sofferenza”). Successivamente, subito dopo la fine della guerra si era preso del “Bolscevico, pacifista e obiettore di coscienza” (Bolshy, Pacifist, and Conchy). Insomma, i tempi erano maturi anche per lui.

Negli anni successivi, infatti, fu lui a promuovere fra i suoi la linea di una maggiore “coesione di classe” (class cohesion), da tradursi a livello internazionale in un riavvicinamento con i sindacati sovietici. Questo portò prima alla visita di una delegazione dei sindacati sovietici a Londra nell’aprile del 1924, capitanata dallo stesso Tomskij, quindi alla famosa visita a Mosca del novembre dello stesso anno. Le sue prime impressioni all’arrivo furono, a dir poco, di estremo entusiasmo. Annota infatti: “Non c’è alcun dubbio che i lavoratori qui siano in possesso dei mezzi di produzione” (There is no doubt about the workers being in possession) e “La Bandiera Rossa domina ovunque […] e la Dittatura del Proletariato è completa” (The Red Flag predominates everywhere […] and the Dictation of the Proletariat is complete).

Nel suo discorso ai sindacati sovietici parlò esplicitamente di “attacco al capitalismo” in Gran Bretagna, che si stava svolgendo su tre fronti: politico, industriale e cooperativo attraverso le relative organizzazioni. Organizzazioni che compaiono nel suo rapporto ufficiale, e che nel Paese dei Soviet rappresentano già un dato di fatto e un grado avanzato di sviluppo: i soviet, i sindacati e le cooperative, protagonisti di una inedita, rivoluzionaria, triplice democrazia (threefold democracy), come lui la definisce, in grado realmente di incidere nella costruzione di un modo di produzione e ordinamento sociale radicalmente alternativi al capitalismo. Qui il compagno Bramley è ritratto mentre prende la parola, dietro a quel Lenin che era diventato, nei fatti, anche “cosa sua”:

selmi1289.png

L’anno successivo, lo stato di salute del compagno britannico si deteriorò alquanto, fino a morire poco dopo. Ma ancora a settembre di quell’anno, data della sua ultima apparizione in pubblico, difese il Paese dei Soviet esattamente con queste parole: “il primo grande esperimento nazionale di controllo operaio, che dà forma concreta [...] ad anni e anni di risoluzioni approvate ai nostri Congressi ” (the first great national experiment of working-class control, giving expression […] to the resolutions we have passed at Trades Union Congresses for many years).

Come sempre, non era tutto rose e fiori. La sua scomparsa, infatti, rischiò di mandare a monte tutto il lavoro svolto fino in quel momento. Non era certo un segreto che questo movimento a sinistra (e verso Est!) di Bramley fosse osteggiato non solo a livello europeo, ma anche da molti dei suoi, e ad alti livelli, che non vedevano l’ora che il segretario li “salutasse” per levarsi di torno lui e la sua balzana idea: il tutto traspare anche in in una lettera di Tomskij a lui indirizzata in quell’anno. Oltre alla raccomandazione di curarsi, emerge indubbiamente anche il timore che una sua assenza potesse compromettere tutto il lavoro sino ad allora svolto:

Noi siamo in così pochi e la Causa che promuoviamo è così enorme, che il nostro obbiettivo comune è mantenere in salute e prenderci cura di ogni onesto e strenuo combattente. […] Il persistere della tua malattia o anche la tua temporanea astinenza dal lavoro possono essere foriere di grandi difficoltà, come l’ultimo incontro del Consiglio consultivo ha provato oltre ogni dubbio.8

Così non accadde, almeno subito. Il terzo seduto da sinistra nella foto era proprio quel Purcell citato nell’intervento di Tomskij: Albert Arthur Purcell (1872-1935), per la precisione, sindacalista e politico comunista e laburista, già fondatore del CPGB (Communist Party of Great Britain), deputato eletto fra le fila dei laburisti, nonché presidente dell’IFTU (la federazione di Amsterdam) dal 1924 al 1928. Fu lui a raccogliere la bandiera e a portarla ancora per qualche anno, quando poi nel 1927 il rubinetto dei rapporti anglo-sovietici fu nuovamente chiuso, ma a un altro livello, indipendente e superiore al loro. Torniamo a Tomskij e al suo intervento:

Il capitale sta iniziando in misura sempre maggiore a migrare dai Paesi con un grado maggiore di coscienza operaia alle colonie, in cerca di forza lavoro a poco prezzo. Ovunque e dovunque i capitalisti calcolano con molta precisione i costi di produzione. E ridurre i costi di produzione è il problema, il pensiero che attanaglia ora i capitalisti, in particolare quelli inglesi, dal momento che nessuno di loro ha voglia, oltre ad avere paura, di investire ingenti capitali nell’industria. Questo porta spesso il capitale, nella sua ricerca di manodopera a basso costo, in Cina e in India, dove abbiam visto esserci già importanti risorse operaie.

La situazione particolare della Germania, il basso livello degli standard di vita degli operai tedeschi, il Piano Dawes, che pone la Germania in concorrenza con l’industria britannica, tutto questo necessariamente e spontaneamente conduce al ribasso dei salari e al peggioramento della situazione economica anche degli operai tedeschi. Tutto questo costringe gli operai britannici a reagire piuttosto dolorosamente a questa ininterrotta offensiva economica del capitale.9

Degno di nota, di questo paragrafo, è il riferimento alla Germania di allora come un serbatoio di manodopera a basso costo e in concorrenza con le fabbriche britanniche. Come son cambiati i tempi! Il piano Dawes del 1924, invece, giusto come accenno, era il piano per far rientrare i tedeschi dalla riparazione dei danni di guerra, ivi inclusi sblocco dei siti produttivi (Ruhr) allora ancora occupati da eserciti stranieri, dilazione nei pagamenti in riparazione, agevolazioni tariffarie e concessione di prestiti… come sempre, regali ai padroni e lacrime e sangue per gli operai, sempre, per l’amor del cielo, “per il bene del Paese”. Torniamo a Tomskij:

Mi ricordo ancora quando, intervenendo al III Congresso del Comintern, dissi che l’offensiva economica del Capitale non si era fermata, ma stava continuando. I fatti han mostrato come non solo non si sia fermata, ma si sia anche accompagnata, come sempre accade nella storia della lotta di classe, all’offensiva politica del Capitale.

Scontrandosi i capitalisti inglesi con la resistenza delle trade union, accorgendosi che stavano rinascendo, loro, le vecchie trade union, in qualcosa di nuovo, sono quindi passati all’offensiva, seguendo una linea che è la stessa già a suo tempo prevista da Karl Marx. Hanno attaccato le stesse trade union per privarle, fra l’altro, del diritto di partecipare alla lotta politica. Questo è il primo tentativo del Capitale britannico di passare, di seguito all’offensiva economica, anche a quella politica, come aveva predetto Karl Marx.

Ecco cosa sta porta gli operai inglesi a spostarsi a sinistra. Ecco cosa porta gli operai inglesi, con un grado estremamente elevato di coscienza operaia (высоко стоящих в культурном отношении) e, al contempo, con i salari più alti in Europa, a portarsi all’avanguardia per promuovere l’unità del movimento sindacale del proletariato e la creazione di un vero organismo in grado veramente di coordinare su scala mondiale le politiche salariali e, più in generale, l’intero movimento sindacale dei lavoratori 10.

Ragioniamo ora su un problema di traduzione, emerso nell’ultimo paragrafo per cui ho ritenuto opportuno citare a fianco, tra parentesi, l’originale. Un problema, peraltro, che non è solo di traduzione. Fino a questo paragrafo, infatti, avevo fatto fatica a rendere in italiano l’aggettivo kul’turnyj senza cadere, inevitabilmente, nel calco linguistico. Solo ora l’ho reso facendo riferimento alla coscienza operaia, ma inizialmente avrò sicuramente scritto “perle” come “Paesi acculturati”, “operai acculturati”… e giustamente qualcuno, non necessariamente il buon Verdone col cappellino con la visiera storta e l’occhio spento dello sketch famoso, avrebbe potuto chiedere: “inghessenso?” “… In che senso… boh… nel senso di ‘acculturato’”. Ora è abbastanza chiaro, e mannaggia a tutti quelli che una parola è poca e due son troppe. Come nel lessico tomskiano in questo caso.

È chiaro da questo paragrafo, infatti, che il buon Tomskij si riferisce non tanto alla cultura, nel senso eurocentrico “io ce l’ho e tu no, o barbaro che non sei altro!”. No, togliamoci questa pulce di dosso, anche se a mettercela è stato Samir Amin11… non c’entra nulla! Meglio, c’è chi ha un livello di coscienza più elevato e chi no, e in quel frangente storico la cosa coincideva con E PORTAVA A UNIRE gli operai delle fabbriche di Liverpool e quelli dei cotonifici di Calcutta. E senza minimamente chiedersi quanto si sentisse “europeo” l’operaio di Liverpool e quanto invece “terzo mondo” quello di Calcutta! Questo ce lo mise Amin, pace all’anima sua, attaccandosi a pezzi di carteggi e ad articoli di giornale pubblicati vent’anni prima del Capitale… Per Tomskij (e per Marx) era ed è essenzialmente una questione che noi intendiamo e rendiamo col termine coscienza operaia, quindi coscienza di classe, e relativi gradi di sviluppo.

Prova del nove, impossibile come tutte le dimostrazioni per assurdo, ma facilmente intuibile alla luce di un portato di migliaia di pagine e di vite intere, carne, di lotta politica, e non tre righe prese qua e là: senza andare troppo lontano, oggigiorno, portandoli qui da noi con una macchina del tempo, di fronte al de-grado attuale, praticamente quasi al piano zero, del proletariato italiano, e a un grado più avanzato di consapevolezza di un altro proletariato, magari extra-europeo, magari indiano o cinese, Marx prima e Tomskij poi avrebbero rivolto le STESSE, IDENTICHE CONSIDERAZIONI riferendosi a loro e non a noi.

Con buona pace di Amin e del suo eurocentrisme a senso unico, buono allora per polemizzare con presunte letture geo-positivistiche da parte chi era già morto e sepolto da un secolo e mezzo, attaccandosi a considerazioni assolutamente secondarie, occorse su materiali raccolti da Marx ed Engels non di prima mano, ma neanche di seconda, visto che all’epoca non c’era internet, staccati dai contesti originari e assurti a prova provata per attribuzioni arbitrarie di visioni paradigmatiche.

Tra l’altro, chiudendo l’argomento, non possiamo non notare come oggi tutti quei materiali siano pubblici, in originale, a portata di click, e tutti siamo in grado di vedere il “prima” e il “dopo” di quelle citazioni. E quel “prima” e quel “dopo” ci restituiscono, in tutta la loro forza, un Marx e un Engels certo, figli del loro tempo, ma GIÀ molto oltre il loro tempo! Con conclusioni a dir poco estremamente innovative, per quanto riguarda lo spostamento dell’asse economico del mondo al di fuori dei confini del vecchio continente. Infine, come se non bastasse, tutto questo senza cogliere il fatto – ancor più rilevante di polemiche fumose! – che, da Lenin in avanti, il marxismo da oltre mezzo secolo non era più “cosa del vecchio continente” e, against all odds, procedeva con gambe proprie.

Leviamoci di torno pertanto, per un attimo, di critiche divenute sempre più luoghi comuni e, mi si perdoni il gioco di parole, sempre più fuori luogo. E torniamo a Tomskij. Il quale voleva semplicemente dire due cose. C’è un piano economico (salari) e un piano di coscienza (ideologica e politica). O alzi il livello degli operai delle colonie al tuo, o ti abbasserai prima o poi tu al loro. Perché ti porteranno ad abbassarti! Anche per questo, qualora l’internazionalismo e la solidarietà internazionale ti sembrassero ancora un po’ pochino, la tua battaglia deve essere la loro, e la loro la tua. Per farlo, è importante portarsi tutti sullo stesso piano, senza dettare condizioni, senza condizionamenti perlopiù interessati o ipocriti. Così, infatti, prosegue Tomskij:

È giusta o no la nostra linea politica su questa questione? È giusta, indubbiamente. Infatti, discende appieno dalla campagna precedentemente condotta dal Comintern, la campagna per il fronte unito, dando espressione pratica a questo slogan di agitazione. Vediamo come muovendoci su questo terreno, lottando col sindacato britannico per l’unità del movimento sindacale internazionale, per la prima volta abbiamo messo in luce le contraddizioni all’interno della stessa Internazionale di Amsterdam, per la prima volta abbiamo messo in luce l’insoddisfazione all’interno della stessa Internazionale di Amsterdam, insoddisfazione per quel mostruoso, innaturale, blocco che esiste fra questa Internazionale e l’organizzazione di attacco del Capitale per eccellenza, ovvero la Lega delle Nazioni, nella figura del suo dipartimento per il Lavoro, ovvero l’ILO. Sempre più forte si levano voci, persino dentro la cerchia più moderata del movimento sindacale, contro questa alleanza mostruosa.

Non starò qui a elencare, ci vorrebbe troppo tempo e già sull’argomento è già stato detto e scritto molto, le nostre divergenze nei fatti con l’Internazionale di Amsterdam. Alla fine è da un anno che più che scambi di lettere senza andare oltre a questioni puramente formali non siam riusciti a fare. Loro vogliono incontrarsi con noi in una conferenza a patto che noi entriamo nella loro Internazionale senza se e senza ma. Noi vogliamo sì incontrarci con loro, ma per discutere di unità del movimento sindacale internazionale senza alcun tipo di condizione o riserva vincolante. In altre parole vogliamo mantenere il diritto di poter dire la nostra sempre durante il processo di unificazione.

La giustezza e la giustizia della nostra richiesta – ovvero il diritto di incontrarsi fra i rappresentanti dei due campi concorrenti all’interno del movimento operaio, senza alcuna precondizione e, per la prima volta, provare insieme a chiarirsi, nel concreto, sulle divergenze esistentierano talmente semplici da capire e sotto gli occhi di ciascun operaio, che nell’intero movimento sindacale inglese tale richiesta è stata approvata quasi all’unanimità12.

Tomskij quindi prosegue accennando alla piattaforma del Consiglio consultivo anglo-russo. Questi tre punti oggi, a quasi cento anni di distanza, e dopo quattro anni di guerra NATO più o meno proxy, come amano dire gli anglofoni, alla Russia, sembrano tratti da un romanzo di fantascienza… ma all’epoca così non era! Neppure negli angoli più conservatori e reazionari di questo addormentato, intriso fino al midollo di naftalina e vecchio continente! Un continente peraltro a cui sempre Tomskij non risparmia, alla fine dell’ultimo paragrafo, una frecciatina:

È stato creato il Consiglio consultivo anglo-russo, la cui piattaforma include tre punti: lotta contro la guerra, lotta contro l’offensiva economica del capitale e unità del movimento operaio internazionale. Questi sono i tre punti dell’alleanza anglo-russa. Inoltre sono già stati emessi i relativi tre documenti congiunti, in occasione delle assemblee dei rappresentanti dei sindacati britannici e sovietici, votati all’unanimità.

Naturalmente, si tratta di un’unanimità voluta: non si è andati ai voti su questioni che avrebbero potuto spaccare le due parti in una maggioranza e una minoranza. In questi casi o si giunge a una conclusione condivisa, o è meglio riaggiornarsi. Naturalmente può essere che, dal punto di vista del comunismo ortodosso, si tratti di documenti che lascino molto a desiderare. Si poteva, si sarebbe dovuto, laddove si parla dei nemici della lotta per l’unità del movimento, usare le parole giuste: traditori, riformisti, sindacati gialli dell’Internazionale di Amsterdam… [...] si poteva fare, per noi comunisti sarebbe stato anche più semplice, ma alla fine nella sostanza abbiamo detto lo stesso. Politicamente il discorso è chiaro, solo che così suona meglio alle orecchie degli operai europei e all’aristocrazia operaia dei sindacati europei.13

In prospettiva, il lavoro coi sindacati inglesi avrebbe dovuto aprire un varco e indicare un cammino anche per altre sigle sindacali europee, in prospettiva davvero i sovietici pensavano a quello che stavano vivendo come un reale momento di svolta, e non una semplice sommatoria di coincidenze o, peggio ancora, lo stabilirsi di un rituale di comodo, abitudinario e vuoto di significato:

L’alleanza sulla base di questi tre punti è risultata talmente valida che ora si sono aggiunti anche i sindacati norvegesi e finlandesi, aderendo appieno alla piattaforma. In verità, dal punto di vista organizzativo non siamo ancora arrivati a un’alleanza a quattro. Il Consiglio consultivo anglo-russo, all’offerta dei sindacati norvegesi e finlandesi di entrare e formare così un comitato anglo-russo-finlando-norvegese, ha risposto no, considerandola fuori luogo. Perché? Perché una tale organizzazione, priva di qualsiasi significato forte dal punto di vista organizzativo, avrebbe solo un significato politico, sarebbe l’ennesima, la terza, internazionale sindacale, quella anglo-russo-finlando-norvegese che si andrebbe ad affiancare a quella di Amsterdam e al Profintern. Tuttavia, i rappresentanti norvegesi e finlandesi sono rimasti così interessati da questa vicenda, partecipandovi così attivamente, in particolare dopo la visita delle delegazioni della Russia Sovietica, che hanno mandato dei rappresentanti a Berlino per ricevere informazioni fresche sui lavori del Comitato anglo-russo14.

I lavori della sessione del 1925 si tennero, infatti, a Berlino, dove norvegesi e finlandesi parteciparono come osservatori. Successivamente, Tomskij riporta brevemente i resoconti delle prime sessioni congiunte di questo comitato, laddove si auspica un ruolo protagonista dei sindacati inglesi in una futura mediazione fra i sindacati sovietici e un’Internazionale di Amsterdam costretta dai propri insuccessi a scendere a patti e a chiedere di incontrare i sindacati sovietici in una conferenza vera e propria. I sindacati inglesi, nel ritagliarsi per loro questo ruolo, tracciano anche le tappe preliminari a questa conferenza, tramite incontri bilaterali con altri membri del sindacato di Amsterdam, incontri col direttivo, fino al grande passo.

Tomskij non nasconde il proprio scetticismo in proposito, dichiarando che “l’internazionale di Amsterdam si rifiuterà di fare questa conferenza” (“Амстердамский Интернационал откажется от этих конференций”15) da loro tanto auspicata. Eppure, ci tiene a sottolineare come i tre punti (lotta contro la guerra, lotta contro l’offensiva economica del capitale e unità del movimento operaio internazionale) della piattaforma programmatica anglo-russa stiano facendo realmente breccia anche fra i sindacati più moderati, conquistando un numero sempre maggiore di lavoratori che se ne appropriano facendoli diventare loro parole d’ordine. È con tale spirito che Tomskij affronterà anche l’ultimo tema del suo intervento.

La prima parte qui
La seconda parte qui
La terza parte qui
La quarta parte qui
La quinta parte qui
La sesta parte qui
La settima parte qui
La ottava parte qui
La nona parte qui 
La decima parte qui
La undicesima parte qui
La dodicesima parte qui
La tredicesima parte qui
La quattordicesima parte qui
La quindicesima parte qui
La sedicesima parte qui
La diciassettesima parte qui
La diciottesima parte qui
La diciannovesima parte qui
La ventesima parte qui
La ventunesima parte qui

Note
1 Cfr. Grant Michajlovič (Mkrtyčevič) Adibekov, L’Internazionale Rossa dei Sindacati (Красный Интернационал Профсоюзов), Moskva, Profizdat, 1971, p. 4.
2 Cfr. Vladimir Il’ič Lenin, Discorso al I Congresso panrusso sulla cultura (Речь на I Всероссийском съезде по просвещению, 28 agosto 1918), PSS, cit., vol. 37, p. 74.
3 Grant Michajlovič (Mkrtyčevič) Adibekov, Op. Cit., p. 10 et segg.
4 Ibidem, p. 19.
5 В заключение я считаю своим долгом упомянуть о международной работе, так как вся работа ВЦСПС, в том числе и международная, протекала под непосредственным руководством нашего ЦК партии. Мы выдвинули в полном согласии не только с Центральным Комитетом партии, но и с согласия Профинтерна и Коминтерна лозунг единства международного профессионального движения. Мы считаем, что этот лозунг, как вероятно многие товарищи знают, имеет известный успех.
На основе этого лозунга выдвинулся и создался наш союз с английскими тред-юнионами. На первый взгляд образование этого союза кажется немножко странным: самые революционные и в то же время самые молодые союзы в мире — русские союзы, создают блок с профессиональными союзами, которые до сих пор считались самыми консервативными и самыми старейшими профсоюзами в мире.
Для того, чтобы понять полевение английского профессионального движения, для того, чтобы понять причины полевения профессионального движения в других странах, — для этого следует понять одно обстоятельство, которое так ярко было формулировано в краткой фразе Перселем на конгрессе американской федерации труда. Защищая необходимость единства международного профессионального движения, Персель сказал: перед европейскими и американскими рабочими стоит вопрос: либо они подымут в культурном отношении до своего уровня рабочих полуколониальных стран — Китая, Индии и т. п., либо они сами будут принуждены спуститься до культурного уровня рабочих этих стран.
Aa. Vv., XIV Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico). Trascrizione stenografica, cit., pp. 743-4.
6 Kevin Morgan, “Class Cohesion and Trade-Union Internationalism: Fred Bramley, the British TUC, and the Anglo-Russian Advisory Council”, International Review of Social History, Cambridge University Press, Vol. 58 Issue 3, 2013, pp. 429-461. https://www.cambridge.org/core/journals/international-review-of-social-history/article/class-cohesion-and-trade union-internationalism-fred-bramley-the-british-tuc-and-the-anglorussian-advisory-council/0CBC4FA4A18DCC99CC4DB6B395110EA4
7 Leonid Michajlovič Mlečin, “La lettera del compagno Zinov’ev” (Письмо товарища Зиновьева), Nezavisimaja gazeta, 25/04/2008. https://nvo.ng.ru/history/2008-04-25/6_zinoviev.html
8 We are so few in number and the Cause we defend is so enormous, that our common task is to keep healthy and take good care of every honest and staunch fighter […]. The continuance of your illness and even the temporary abstinence from work may bring about great difficulties as the last meeting of the Committee proved beyond doubt. Kevin Morgan, cit. pp. 453-4.
9 Капитал все в большей и большей степени начинает эмигрировать из культурных стран в погоне за дешевой рабочей силой в колонии. Везде и всюду капиталисты очень точно рассчитывают издержки производства. Удешевление себестоимости — вот проблема, вот думка, которой заняты сейчас капиталисты, капиталисты Англии в особенности, при нежелании и боязни вкладывать крупные капиталы в промышленность. Это гонит часто капитал в погоне за дешевой рабочей силой в Китай и Индию, где, мы видим, имеются уже серьезные кадры пролетариата. Особое положение Германии, понижение жизненного уровня германских рабочих, план Дауэса, который выдвигает Германию конкурентом английской промышленности, неизбежно и стихийно ведет к понижению зарплаты и ухудшению экономического положения и английских рабочих. Все это заставляет английских рабочих особенно болезненно реагировать на непрерывное экономическое наступление капитала. Aa. Vv., XIV Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico). Trascrizione stenografica, cit., pp. 744.
10 Я помню, когда мне пришлось на III конгрессе Коминтерна выступать, я тогда говорил, что экономическое наступление капитала не приостановилось, а продолжается. Тогда раздавались голоса, что наступление остановилось. Опыт показал, что оно не только остановилось, но что оно стало сопровождаться, как это бывает всегда в истории классовой борьбы, политическим наступлением капитала.
Наткнувшись в Англии на сопротивление тред-юнионов, заметив тенденцию перерождения старых тред-юнионов в нечто новое, капиталисты уже со своей стороны пошли по той линии, которую предусматривал Карл Маркс. Они пошли в атаку на самые тред-юнионы с попыткой обкарнать право их участия в политической борьбе и т. д. Это есть первая попытка английского капитала следом за экономическим наступлением перейти к политическому наступлению, как и предуказывал Маркс.
Вот что толкает английских рабочих к полевению. Вот что толкает английских рабочих, высоко стоящих в культурном отношении и в тоже время получающих самую высокую заработную плату в Европе, быть наиболее передовыми борцами за единство экономического движения пролетариата, за создание такого действенного органа, который бы действительно мог регулировать в общем масштабе политику заработной платы и всего экономического движения рабочих. Ibidem.
11 Samir Amin, L’eurocentrisme. Critique d’une idéologie, Paris, Antrhropos, 1988.
12 Правильна или неправильна наша политическая линия в этом вопросе? Несомненно, правильна. Она целиком вытекает из предшествующей кампании, которую вел Коминтерн, — кампании единого фронта, она придала практическое оформление этому агитационному лозунгу. Мы видим, что на почве создания нашего союза борьбы за единство международного профдвижения с английскими профсоюзами впервые вскрылись противоречия в самом Амстердамском Интернационале, впервые вскрылось недовольство внутри Амстердамского Интернационала, недовольство тем уродливым блоком, который существует между профессиональным Интернационалом рабочих и организацией воинствующего капитала — Лигой Наций, в форме бюро труда при Лиге Наций. Все громче и громче раздаются голоса внутри самых умеренных кругов английского профдвижения против этого уродливого блока.
Я не стану излагать вам здесь — это было бы слишком долго, об этом много говорилось и писалось — сути наших фактических разногласий между нами и Амстердамским Интернационалом. Все сводится к годовой переписке вокруг чисто внешних форм. Они хотят с нами встретиться на конференции при условии предварительного нашего согласия на вступление в Амстердамский Интернационал. Мы требуем встречи с Амстердамским Интернационалом: для обсуждения вопроса об установлении единства международного профдвижения без всяких ограничительных условий, т.-е. оставляя за собой право ставить во всей широте вопрос о единстве международного профдвижения.
Правильность и справедливость нашего требования — право встретиться представителям двух враждующих лагерей в рабочем движении без всяких предварительных условий и впервые совместно деловым путем попытаться выяснить наши недоразумения — настолько просты и очевидны для каждого рабочего, что они встретили широкий отклик почти поголовно во всем британском профдвижении. Aa. Vv., XIV Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico). Trascrizione stenografica, cit., pp. 744-5
13 Был создан англо-русский комитет, платформа которого включает три пункта: борьба против войны, борьба против экономического наступления капитала и единство международного рабочего движения. Вот три пункта англо-русского блока. При чем три документа, принятые совместными совещаниями представителей британских профсоюзов и профсоюзов СССР, были приняты единогласно.
Конечно, при встрече двух сторон нельзя голосовать вопрос так, что одних будет меньше, других больше. Мы либо единогласно приходим к какому-нибудь заключению, либо нет. Конечно, с точки зрения ортодоксального коммунизма эти документы, быть, может, оставляют желать много лучшего. Может быть, следовало бы там, где говорится о противниках борьбы за единство, сказать несколько теплых слов вроде: предатели, реформисты, желтые вожди Амстердамского Интернационала... (Рязанов с места: «Молодцы!».), может быть, это было бы легче для коммунистов, но политически, по существу, мы сказали это — только в другой, более приемлемой для уха европейских рабочих или для аристократии европейских профсоюзов форме. Ibidem.
14 Блок на основании этих трех пунктов оправдал себя тем, что к нему примкнули целиком норвежские и финляндские профсоюзы. Правда, организационно этот четверной союз пока еще не закреплен, и на предложение норвежских и финских профсоюзов вступить в англо-русский комитет и превратить его в англо-русско-норвежско-финский англо-русский комитет ответил отказом, считая это несвоевременным. Почему? Потому, что подобное объединение, не придавая нам особенно сильных организационных моментов, будет встречено политически, как попытка создания третьего профинтерна, англо-русско-норвежско-финского, кроме Амстердамского и Профинтерна. Но представители норвежских и финских профсоюзов настолько заинтересовались этим делом, настолько живо приняли в нем участие, особенно после посещения их делегациями Советской России, что поехали к прислали своих представителей в Берлин для информации по поводу работы англо-русского комитета. Ibidem, pp. 745-6
15 Ibidem.
Pin It

Add comment

Submit