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Sulla guerra, trumpiani e “democratici” pari sono
di Elena Basile
Credo che la demistificazione del cosiddetto liberal order sia essenziale alla lotta dei popoli europei affinché una nuova classe dirigente e un nuovo blocco sociale ed economico possa ritornare alla politica mirata ai beni comuni, ai diritti umani, alla democrazia e all’uguaglianza sociale. L’elettorato progressista è manipolato dalla propaganda “neoliberal”. Senza di esso è impossibile la costruzione di un’istanza politica unitaria alla quale potrebbe aderire il dissenso, emerso nella mobilitazione della società civile e mascherato nel non voto. Cerchiamo quindi di capire come assiomi contraddittori, che un tempo avrebbero portato alla bocciatura di un allievo di 13 anni, siano recitati senza provocare grandi sorprese.
“È necessario salvare la democrazia censurando i media stranieri e costituendo uffici contro la disinformazione”. Chi decide quale sia la disinformazione?, chiederebbe il professore allo sprovveduto allievo. “Per costruire la pace bisogna fornire armi ai paesi aggrediti”. Quanti sono nel mondo i Paesi aggrediti? Se forniamo armi a Cuba e al Venezuela, all’Iran e al Libano, ai palestinesi etc. siamo sicuri di non incentivare la guerra? “L’Occidente combatte per la democrazia ucraina”. L’Occidente? Lo stesso che è complice di un genocidio a Gaza, si preoccupa della democrazia in Ucraina e in Iran? Sarebbe come credere che un genitore che violenta la figlia a casa sia un maestro di scuola eccezionale. Continuiamo a domandarci sgomenti come si è arrivati all’accettazione generalizzata di simili paradossi. Ebbene la confusione regna indisturbata.
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"Dipendiamo dalle elezioni in Brasile e negli Stati Uniti per riequilibrare le forze"
di Geraldina Colotti
Intervista a Juan David Correa, ex ministro della Cultura colombiano
Juan David Correa, ex ministro della Cultura della Colombia e insigne intellettuale, è l'attuale direttore del progetto Conversaciones Pendientes. Con lui abbiamo conversato sulla situazione in Colombia e nel continente, a ridosso delle elezioni in Brasile.
* * * *
Quale bilancio fa del processo di cambiamento portato avanti dal governo progressista di cui ha fatto parte in Colombia, e come interpreta le accuse di frode elettorale e le manovre di destabilizzazione che sono state denunciate dall'ex presidente Gustavo Petro di fronte all'attuale scenario politico?
Io credo che abbiamo vissuto e viviamo un processo inedito di cambiamento in Colombia; un cambiamento irreversibile, culturale, riformista, di discorso e di politicizzazione della società colombiana, e credo che questo sia l'aspetto principale. Si sono ottenute riforme sociali importanti come quella del lavoro e delle pensioni, l'avvio di una vera riforma agraria, un forte scossone culturale, una proposta educativa di fondo — che non si è riusciti a portare a termine completamente, ma che è fondamentale —, e un modo nuovo di intendere l'organizzazione sociale, il sindacalismo, la riconquista dei diritti lavorativi, la sconfitta della fame e l'idea stessa del bene pubblico come patrimonio di tutte e tutti contro il neoliberalismo. Gli attacchi, ovviamente, sono stati brutali e spietati.
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Volo Flydubai, le leggi di Newton smentiscono la versione di Netanyahu
di Ahmed Bashir Al-Aila*
Quando è stato annunciato che il volo Flydubai FZ1073 aveva subito una brusca perdita di quota sopra i cieli di Tabuk, ho seguito la notizia da esperto di fisica, alla ricerca dei dati necessari a placare i dubbi scientifici sorti attorno alla narrazione del salvataggio dell'aereo e del suo successivo raddrizzamento in volo.
Dopo aver appreso le notizie e le loro implicazioni, ho iniziato ad analizzare le variabili fisiche disponibili per fornire una risposta scientifica chiara allo scenario da kolossal hollywoodiano costruito dai media israeliani. Mi sono addentrato nei calcoli della dinamica del volo e dell'aerodinamica, integrandoli con le evidenze scientifiche sul comportamento e le limitazioni umane in condizioni critiche.
Tutta questa esigenza di chiarezza nasce dal fatto che la narrazione mediatica si è affrettata a veicolare uno scenario drammatico: un rapido accesso forzato alla cabina di pilotaggio blindata e un intervento manuale che avrebbe salvato l'aereo durante una precipitosa discesa. Per me, questa ricostruzione non era una semplice esagerazione giornalistica, ma un'assurdità logica che contraddice le leggi più elementari della fisica e della dinamica di volo.
Quadro informativo di base
Questa analisi esamina la rapida e improvvisa perdita di quota del volo Flydubai FZ1073 (un Boeing 737 MAX) sopra l'Arabia Saudita nord-occidentale.
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Il pianeta Marx finalmente nel cielo come un pianeta. Cronache marXZiane n. 21
di Giorgio Gattei
«
Bada che non ti chiedo di testimoniare ciò che ritieni falso,
che sarebbe peccato, ma di testimoniare
falsamente ciò che credi vero –
il che è azione virtuosa perché supplisce alla
mancanza di prove su qualcosa che certamente
esiste o è accaduto»
(U. Eco, Baudolino, 2000)
1. Quindi ci sono i fatti, ma ci sono anche le rappresentazioni mentali che ci facciamo di quei fatti secondo una relazione che Ludwig Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus (1921) ha ridotto a semplici assiomi: «1. Il mondo è tutto ciò che accade. 1.1. Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose… 2.1. Noi ci facciamo immagini dei fatti… 3.1. L’immagine logica dei fatti è il pensiero», una successione dove la parola più intrigante nel finale è “logica”, dato che la rappresentazione mentale dei fatti, che sono sempre complicati e confusi, deve presentarsi sintetica, coerente e soprattutto astratta per mostrarsi efficace, come ad esempio la parola “cane” che, rispetto all’animale, non abbaia e non morde, sebbene possa far male se usata come insulto.
Se questo è il modo di rappresentarsi i fatti nella mente, l’analogia più plausibile è quella con le mappe geografiche, le quali sono utili, arrivando ad esempio in una città sconosciuta, per muovercisi dentro senza aggirarsi inutilmente. Eppure tutti sappiamo che le mappe sono ingannevoli dato che sono rappresentazioni approssimative e soprattutto ridotte (perfino la mirabolante mappa a scala 1:1 ordinata dall’imperatore in un celebre racconto di J.L. Borges, non poté far altro che sovrapporre una immagine cartacea bidimensionale ad un territorio tridimensionale, così che alla fine risultò tanto scomoda che «le generazioni successive, meno portate allo studio della cartografia, pensarono che quella mappa enorme era inutile e non senza empietà l’abbandonarono alla inclemenza del sole e degli inverni» (J.L. Borges, Del rigore della scienza, in Storia generale della infamia, 1954).
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La prossima guerra si combatterà qui: Europa e USA saranno nemici
di Ksenia Smertina* - RT
Questo settembre, l’Artico ha ampliato silenziosamente il divario tra i presunti alleati transatlantici. I tentativi di Bruxelles di mitigare la crescente influenza degli Stati Uniti nella regione sono stati finora poco sistematici ma intensi. Il vertice artico tenutosi nella Lapponia finlandese e i successivi colloqui tra l’UE e il Canada, durante i quali la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha proposto di concedere a Ottawa lo status di membro associato, vanno considerati nel contesto del nuovo accordo tra gli Stati Uniti e la Groenlandia.
L’UE sta utilizzando i suoi consueti metodi competitivi nella corsa polare, immergendosi in un confronto di fatto con gli Stati Uniti. Un’alternativa avrebbe potuto essere quella di cercare di trovare un proprio posto legittimo tra i grandi attori; tuttavia, la finestra di opportunità per tali iniziative si è chiusa, il che non lascia all’Unione Europea altre alternative se non la prospettiva di una guerra ibrida in cui Bruxelles e Washington sono rivali.
Modelli ricorrenti dell’UE oltre il Circolo Polare Artico
Dodici paesi dell’UE e i vertici del blocco hanno partecipato questo mese al Vertice Artico in Lapponia, dove hanno concordato una ridefinizione radicale della politica polare, riconoscendo ufficialmente la regione come un “punto caldo geopolitico”.
Per comprendere la specificità delle ambizioni artiche dell’Unione, va sottolineato che gli Stati membri non dispongono di alcuna infrastruttura propria di rilievo sulla mappa polare. A seguito della Brexit, l’UE non possiede più frontiere artiche sovrane direttamente collegate all’Oceano Artico. La Norvegia e l’Islanda rimangono fuori dall’Unione, la Groenlandia continua a essere un territorio d’oltremare danese autonomo, mentre la Finlandia e la Svezia sono geograficamente isolate dall’oceano. Inoltre, l’UE come blocco unico è completamente priva di una propria flotta di rompighiaccio artici: le poche navi nazionali dei paesi scandinavi non sono in grado di garantire un vero dominio strategico.
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Evoluzione o morte, ovvero Darwin nell’Antropocene
di Roberto Paura
L’origine delle specie di Charles R. Darwin è stato giustamente definito “il libro del millennio” (Jones, 2005), ma spesso ci si dimentica che dietro il suo successo si nasconde un altro testo, molto più citato che letto: il Saggio sul principio di popolazione di Thomas Robert Malthus. Tra le due opere c’è un intervallo di circa sessant’anni: 1798 il primo, 1859 il secondo. Nella sua Autobiografia, Darwin espliciterà la connessione con il suo predecessore sostenendo che solo dopo la lettura di Malthus arrivò finalmente a comprendere il principio della selezione naturale, il “motore” del processo evolutivo che fino ad allora gli era sfuggito, impedendogli di completare il suo “lungo ragionamento” (Darwin, 2016). È il 28 settembre 1839, Darwin ha trent’anni, all’inizio di quell’anno si è sposato con la cugina Emma Wedgwood e da tre anni, da quanto è tornato dal lungo viaggio sul brigantino Beagle, cerca di trarre una sorta di legge universale dagli appunti raccolti, che convergono verso un processo di variazione e differenziazione delle specie naturali nel corso del tempo.
La constatazione di Malthus era semplice: le popolazioni crescono in progressione geometrica, le risorse in progressione aritmetica, quindi c’è uno scarto crescente tra popolazione e risorse che innesca una costante lotta per la sopravvivenza; alla fine le specie sono costrette da feedback negativi a regolare il loro tasso di fecondità per non esaurire le risorse, anche la specie umana, altrimenti il suo destino sarà quello di andare incontro a carestie, guerre, miseria e morte. I dati che l’economista poteva portare a supporto di questa tesi erano tanto più evidenti nell’Inghilterra di Darwin, alle prese con il problema dei poveri nelle grandi città. Di lì a poco l’Irlanda avrebbe conosciuto la grande carestia, corroborando le tesi malthusiane. Se ne poteva trarre la conclusione che, stante il processo casuale di variazione dei tratti che si verifica nel corso delle generazioni all’interno di una specie (ciò che oggi chiamiamo mutazione genetica), la competizione per le risorse, data dall’interazione costante tra una specie e il suo ambiente, genera un processo di selezione che fa sì che solo quei tratti che garantiscono a un individuo maggiore sopravvivenza per generare una discendenza (e consentire così la trasmissione ereditaria dei tratti vantaggiosi) passeranno il vaglio del setaccio della Natura.
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All’ONU in scena la carovana dei mostri di fine Impero
di Alex Marsaglia
La carovana di fine impero che è andata a pontificare all’ultima Assemblea Generale dell’ONU rappresenta al meglio il puro esercizio retorico di una politica postmoderna occidentale in piena crisi: Trump e Netanyahu costretti alle sparate più irrealistiche e alle minacce a viso aperto contro gli avversari, ma con sempre meno consenso nel sistema-mondo.
Trump con il solito intervento disconnesso dalla realtà del conflitto il 22 Settembre ha millantato l’ennesima pace raggiunta: “Ho realizzato la pace, mentre gli altri parlavano. Con l’Iran o un accordo o li anniento”, ovviamente l’Iran non si è tirato indietro e il Ministro degli Esteri Araghchi il 25 ha proposto un “piano concreto in sette giorni” che nei contenuti ricalcava il Memorandum of Understanding dello scorso Giugno.
Siccome il piano ratifica la sconfitta dell’Impero nel Golfo Persico e in buona parte dell’Asia Occidentale, Trump ha rifiutato, ma non ha annientato proprio nessuno. Come se non bastasse qualche giorno dopo, il 24 sera, la Coalizione Epstein ha completato la sua sfilata horror con un intervento agghiacciante di Netanyahu in cui ha minacciato apertamente tutta la platea dei delegati mondiali che avessero osato opporsi ai piani sionisti.
Il Primo Ministro ha poi brandito un cercapersone rifacendosi all’attentato terroristico compiuto dai servizi segreti contro i civili libanesi che due anni fa, nel settembre 2024, venivano uccisi e mutilati a migliaia con l’unica motivazione del sospetto di collaborazione con Hezbollah: processo sommario, condanna ed esecuzione.
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Non ci sono "Naza" a Gaza: la menzogna della "vittima collaterale" nello sterminio palestinese
di Giulia Bertotto
È la prima volta nella storia che un genocidio e un film che lo denuncia si trovano insieme sullo schermo e nella realtà. E non un genocidio come quelli già accaduti fino all'epoca della Tv, ma uno sterminio in diretta social
IL PRIMO FILM SU UN GENOCIDIO MENTRE È IN CORSO
Sul docufilm "Naza" è stato detto di tutto. Che si tratta di un film surrettiziamente colonialista poiché dando risalto alla testimonianza del carnefice delegittima la voce palestinese, che se il film può sensibilizzare l'opinione pubblica ancora tiepida sulla causa palestinese allora ben venga, che è un atto di autocritica da parte di registi israeliani e che deve aggiungersi e non sostituirsi alle migliaia di denunce, video, foto, atti legali dei palestinesi. Tutte queste considerazioni sembrano ricevibili e niente affatto peregrine.
Il lungometraggio è così dibattuto, criticato e sentito perché è la prima volta nella storia che un genocidio e un film che lo denuncia si trovano insieme sullo schermo e nella realtà. E non un genocidio come quelli già accaduti fino all'epoca della Tv, ma un genocidio in diretta social. Un livello di fusione tra immagine sullo schermo e realtà dei corpi che non era mai stato raggiunto prima. Un livello di derealizzazione e di normalizzazione della carneficina e del dolore inedito. Il film quindi non viene valutato sul piano cinematografico, ma giudicato soprattutto sul piano etico, giuridico e politico.
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La mossa di ENI sui carburanti non è un gesto generoso ma una farsa ben congegnata
di coniarerivolta
Da lunedì 28 settembre, nelle stazioni della rete Enilive, la benzina non può superare 1,99 euro al litro e il gasolio 2,19. Secondo Eni, la misura porta i prezzi circa 17 centesimi sotto i livelli medi. Durerà inizialmente trenta giorni, ma potrà essere prorogata fino a fine anno in base all’andamento del mercato e degli approvvigionamenti. Il Governo ha ringraziato l’azienda per l’iniziativa. Vale la pena ricordare che Eni è controllata dallo Stato. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, direttamente (2,166%) e attraverso Cassa Depositi e Prestiti (30,918%), ne detiene il 33,08% del capitale.
Per l’automobilista il sollievo è modesto. Per capire il senso dell’operazione, però, conviene guardare i numeri dal punto di vista di Eni. Partiamo da quanto le costa. Secondo gli analisti di Equita, l’impatto sarà tra 85 e 100 milioni di euro per ogni mese di applicazione, e potrebbe arrivare a 250 o 300 milioni se il tetto restasse in vigore per tutto l’ultimo trimestre dell’anno. Queste stime diventano però modeste e irrisorie se le si confronta con quanto Eni sta guadagnando quest’anno e ha guadagnato negli anni scorsi.
Nel piano strategico presentato a marzo 2026, Eni prevedeva per il 2026 un flusso di cassa operativo di 11,5 miliardi di euro, ipotizzando un prezzo del petrolio di 70 dollari al barile, in linea con la media di gennaio e febbraio 2026. Poi la crisi in Medio Oriente ha fatto salire i prezzi dell’energia, e a luglio la società ha alzato la stima a 15 miliardi, con uno scenario di 85 dollari al barile.
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Germania: niente panico
di Gaby Weber
Rilanciamo questo pezzo tradotto dalla redazione di Erbacce, l’illustrazione è di Marilena Nardi
Le elezioni di settembre 2026 in diversi Länder tedeschi hanno scatenato il panico a livello mondiale. Prima la vittoria schiacciante del partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD) con il 44% dei voti in Sassonia-Anhalt, e poi la vittoria del partito di sinistra Die Linke con quasi il 26%, cifra a cui va aggiunto il 4,7% ottenuto dall’Alleanza di Sahra Wagenknecht (BSW), anche se non è riuscita a superare la soglia di sbarramento del 5%. Si tratta, in sostanza, di circa un terzo di tutti gli elettori che esprimono un voto di protesta a sinistra.
Il governo federale sta attualmente discutendo se sottoporre la Sassonia-Anhalt ad amministrazione controllata; nel frattempo, il cancelliere Friedrich Merz intende tirar fuori dal cilindro, con procedura d’urgenza, una nuova legge che vieti le espropriazioni di appartamenti nei Länder. Infatti, durante la campagna elettorale, Die Linke aveva fatto dell’espropriazione dei grandi gruppi immobiliari il proprio cavallo di battaglia. Una richiesta era già emersa anni fa da un referendum popolare, che tuttavia non ha valore giuridico vincolante. Tuttavia, Die Linke vuole subordinare a questo la formazione di eventuali coalizioni.
Perché tutto questo panico? Andiamo innanzitutto in Sassonia-Anhalt, un tempo parte della DDR. Occorre distinguere tra la leadership dell’AfD e il suo elettorato.
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Spunti per una discussione del pensiero di Domenico Losurdo
di Carlo Formenti
A partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso la cultura delle sinistre europee ha subito un processo di “americanizzazione”, in ragione del quale le teorie, l’ideologia e i valori della New Left d’Oltreoceano hanno progressivamente rimpiazzato la tradizione del pensiero rivoluzionario di Lenin, Mao e altri leader rivoluzionari, fondato sulle esperienze dell’Ottobre 1917 e della vittoria del Partito Comunista Cinese del 1949. In termini storici questo processo è stato relativamente rapido. Se nella prima metà dei Settanta gran parte dei gruppuscoli nati dall’ondata di lotte iniziata nel 1968 si dichiaravano “marxisti-leninisti” e i grandi Partiti Comunisti occidentali, a partire da quello italiano, pur condannando l’estremismo dei movimenti in questione, non avevano ancora ripudiato le proprie radici storiche, nella seconda metà del decennio le tappe della mutazione si susseguono a ritmo incalzante: dalle dichiarazioni di Berlinguer, che proclama l’esaurimento della “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’Ottobre e dichiara si sentirsi garantito dell’adesione dell’Italia alla NATO, al dissiparsi delle simpatie delle sinistre radicali nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, frettolosamente accusata si avere avviato un processo di restaurazione del capitalismo dopo le riforme del 1978; dal divorzio fra critica sociale e “critica artistica”, per usare la formula con cui due sociologi francesi1 battezzano la separazione fra lotte per i diritti sociali e lotte per i diritti individuali e civili che caratterizza i nuovi movimenti “single issue”, come femminismo ed ecologismo, alla trionfale celebrazione della caduta del Muro di Berlino, che accomuna destre liberali e militanti della sinistre “radicali”; dalla trasformazione del PCI in un clone dei Democratici USA al ripudio delle lotte antimperialiste dei popoli del Sud del mondo, liquidate come nazionalismo “terzomondista”.
Si potrebbe obiettare che, prima di colonizzare l’Europa, la cultura della New Left era stata a sua volta plasmata dalla French Theory2 e da un pensiero marxista occidentale ridotto a virtuosismo verbale, arte di cui Antonio Negri3 è stato il massimo interprete. Senza dimenticare l’influenza che la Scuola di Francoforte4 aveva esercitato sulle università angloamericane nei decenni precedenti.
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Imperialismo digitale e traiettorie dello sviluppo tecnologico
Alcune note all’ultimo libro di Dario Guarascio
di Stefano Lucarelli
1. Introduzione: la political economy delle piattaforme e i nodi del conflitto globale
Nel dibattito contemporaneo sulla ristrutturazione del capitalismo globale, l’analisi delle traiettorie tecnologiche richiede categorie interpretative capaci di superare il determinismo tecnologico e di ricondurre anche lo studio dei processi di innovazione all’interno di una analisi attenta alle relazioni di potere.
Il libro di Dario Guarascio, Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA (Laterza, 2026), è un utilissimo strumento analitico innanzitutto perché l’autore – studioso piuttosto noto fra gli economisti delle innovazioni che non disdegna le sfide della divulgazione – offre un’eccellente ricostruzione della saldatura tra i giganti oligopolistici dell’Information and Communication Technology e gli apparati statali, mostrando come l’accumulazione capitalistica fondata sull’estrazione dei dati si sia progressivamente consolidata determinando l’acuirsi di contraddizioni che hanno contribuito ad aprire una crisi geopolitica tutt’ora in corso. Una crisi che potrebbe essere anche studiata come una transizione egemonica nel senso di Nanni Arrighi.
Guarascio evidenzia con chiarezza il rischio di una torsione bellica e securitaria in un certo senso causata dalla necessità di trovare ambiti applicativi redditizi alle tecnologie di frontiera, in particolare all’Intelligenza Artificiale, sia nel blocco atlantico sia in quello BRICS+:
«In termini keyensiani, la spesa militare può compensare i problemi di ‘sottoconsumo’ – nel caso di compressione dei salari e conseguente riduzione dei consumi, la spesa militare può in parte sopperire al calo della domanda sostenendo i profitti delle imprese – o fornire un’alternativa in presenza di guerre commerciali che rendono più difficili le esportazioni, contribuendo alla stabilizzazione del ciclo economico. Può anche avere effetti positivi dal lato dell’offerta: dando impulso alla ricerca e all’innovazione delle imprese, come è avvenuto nel dopoguerra negli Stati Uniti » (Guarascio, 2026, p. 13).
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Un programma elettorale di svolta: la strada per la pace
di Giorgio Monestarolo
Da tempo abbiamo avviato, in queste pagine, un confronto sul “che fare” nell’attuale complicata situazione politica (in termini generali e anche con specifica attenzione alle elezioni del prossimo anno). Lo abbiamo detto e scritto più volte: l’elemento fondamentale che condiziona il quadro politico è la guerra, ogni giorno più pervasiva e che determina tutte le altre scelte (anche di politica interna, se non altro per la dislocazione delle risorse disponibili). Nella guerra è sempre più coinvolta – e in maniera irresponsabile – l’Europa. È una ragione in più per occuparci, nella definizione del “che fare”, anche dell’Unione Europa, del suo governo, delle sue istituzioni, delle sue contraddizioni. L’attuale Unione è certamente – su questo è facile concordare – una realtà del tutto diversa dal soggetto, che in decenni passati abbiamo sognato, capace di tutelare i diritti dei popoli e di tutti i cittadini, vecchi e nuovi. Le ragioni per cui si è arrivati a questo esito e le strade possibili per invertire la tendenza sono un ulteriore oggetto del nostro confronto in cui si susseguiranno posizioni anche fortemente divaricate: nella speranza di riuscire, alla fine, a raggiungere una sintesi condivisa. (la redazione)
* * * *
1. Un programma per un’alleanza politica e sociale progressista, capace di battere le destre, deve avere la pace come punto centrale attorno al quale costruire il resto della sua proposta. Non è il caso di girarci intorno: senza una posizione chiara e definita sul tema della guerra in Ucraina, sulla questione palestinese, sulla guerra in Iran non c’è realisticamente nessuna possibilità di vincere le elezioni.
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Il metodo di Karl Marx, quando la dialettica non è deterministica
di Manfredi Alberti
L’ultimo libro di Roberto Fineschi sul filosofo tedesco, edito da Scholé
In un celebre passo della Fenomenologia dello spirito Hegel afferma che «il noto in genere, appunto perché noto, non è conosciuto. Quando nel conoscere si presuppone alcunché come noto e lo si tollera come tale, si finisce con l’illudere volgarmente sé e gli altri»: ovvero, spesso si ha una rappresentazione distorta o superficiale proprio di quello che si pensa di conoscere meglio. Qualcosa del genere accade anche con il pensiero di Karl Marx, un autore che è stato – e dovrebbe ancora essere – punto di riferimento per una critica e una trasformazione della realtà esistente.
Roberto Fineschi ci offre ora un prezioso strumento per accostarci in modo più avvertito al metodo di lavoro e ai fondamenti della teoria marxiana (Karl Marx, Discorso sul metodo, a cura di Roberto Fineschi, Scholé, pp. 176, euro 17). Il merito di questo libro è duplice: offrire al lettore una nuova traduzione, filologicamente aggiornata, di alcuni testi marxiani sul metodo (per quanto molto noti) e introdurli con un linguaggio accessibile ma rigoroso, con un’attenzione sia alla loro dimensione teoretica, sia alla loro contestualizzazione all’interno del dibattito filosofico. L’antologia include la famosa Introduzione del 1857 alla stesura provvisoria della teoria del capitale (i Grundrisse), il Poscritto alla seconda edizione del Capitale (del 1873) ed estratti di alcune famose opere giovanili.
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Latinoamerica. Come far diventare a stelle e strisce il rosso
di Fulvio Grimaldi
https://youtu.be/09DncUvlPDI: Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione”
Se la dottrina Monroe – “L’America agli americani”, 1823 – ha fatto del male ai paesi e popoli dell’America Latina, dal Messico alla Terra del Fuoco, la sua riedizione in Donroe – “Supremazia incontestata degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale” – si sta evolvendo in pandemia mortale. Dell’America Latina progressista, o rivoluzionaria, o antimperialista rimangono due presidi, Messico e Nicaragua, con un terzo, Brasile, che, dopo la caduta con Bolsonaro in un regime non dissimile da quello di Milei, se la cavicchia con un Lula rieditato in chiave difensiva. A una settimana dalle elezioni presidenziali dell’8 ottobre il vantaggio di Lula sul candidato trumpista, già rassicurante, si è ridotto a un soffio: secondo l’istituto Datafolha, se in un primo sondaggio risultava del 40% contro il 36% di Flavio Bolsonaro, saremmo ora al 47% sul 45,5%.
Fronte indipendentista e antimperialista striminzito assai, rispetto a quello che, ancora pochi anni fa, riuniva una maggioranza dei paesi del Cono Sud: Venezuela di Maduro, Bolivia di Arce, Ecuador di Correa, Perù di Castillo, Honduras di Xiomara Castro, Colombia di Petro, Argentina dei Kirchner, Cile dell’esitante Boric, Cuba, per quanto sotto crescente pressione del bloqueo e, ovviamente, il Messico di Obrador e poi della Sheinbaum.
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Nato 3.0, il piano di Rutte: Europa carne da cannone e taglio al welfare
La Redazione de l'AntiDiplomatico
Taglio al welfare, aumento delle spese militari, coinvolgimento nei conflitti Usa: il vero volto della Nato 3.0
Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha scelto l'Iowa, cuore degli Stati Uniti più profondi, per dire agli europei quello che Washington pensa da tempo ma non aveva ancora messo così esplicitamente nero su bianco, in pieno stile imperialista e neocolonialista: il Medio Oriente è il vostro cortile, arrangiatevi. E per farlo dovete tagliare pensioni e welfare e comprare più armi. Un discorso che suona come la conferma di un asservimento totale dell'Europa agli interessi imperialisti statunitensi, mascherato da un ridicolo appello alla responsabilità.
Parlando a un evento del Chicago Council on Global Affairs, Rutte ha spiegato agli statunitensi cosa possono guadagnare da un'alleanza più forte. Il fedele cane da guardia degli interessi strategici statunitensi ha descritto il Medio Oriente come "il cortile di casa dell'Europa" e "non il cortile di casa degli Stati Uniti", sostenendo che la guerra di Washington contro Teheran era "necessaria" ma che gli USA hanno dovuto lanciarla perché "in qualche modo gli europei non avevano abbastanza capacità per farlo da soli". Da qui la sua conclusione: "In futuro, quello che otterrete da una Nato più forte è che gli europei possano prendersi cura del proprio cortile".
Tradotto dal linguaggio finto-diplomatico: gli Stati Uniti vogliono che siano gli europei a sporcarsi le mani nelle guerre che Washington decide di scatenare, mentre l'Europa continua a comprare armi USA e a subire le conseguenze economiche e politiche dei conflitti a stelle e strisce. Una sudditanza che Rutte non si è nemmeno sforzato di nascondere.
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La modernità americana. Dalla frontiera al labirinto
di Antonio Martone
1. C’è una possibile metafora con la quale possiamo identificare la struttura simbolica che ha organizzato a lungo l’immaginazione politica dell’Occidente moderno. Mi riferisco alla linea mobile, tracciata sempre più a ovest, dietro la quale si apriva lo spazio del possibile. La frontiera americana rappresentò una vera e propria soglia ontologica. È il mito che l’individualismo americano ha trascritto in una metafisica dell’autofondazione: il soggetto come principio unico: una visione del mondo che non ha padri da onorare né debiti da saldare, perché è sempre pronto a ripartire da un “nuovo altrove”.
Un mito, per essere operante, ha bisogno di uno spazio reale in cui incarnarsi. L’intero ordine giuridico e simbolico della modernità occidentale ha avuto bisogno del simbolo mitico della frontiera per pensare sé stesso come ordine. Al di qua di una certa linea vigevano la legge, lo stato territoriale, la civiltà; al di là, c’era il futuro da colonizzare. L’interno era pensabile solo in rapporto a un esterno assoluto in cui riversare l’eccedenza — di violenza, di popolazione, di desiderio, di capitale, persino di colpa. In questo senso, l’America fu la condizione stessa che rendeva sopportabile l’ordine europeo, la sua valvola di sfogo, il suo altrove necessario.
2. Quest’architettura simbolica entra in crisi quando la frontiera, esaurito lo spazio geografico che la sosteneva, comincia a tradursi da fatto storico a programma politico, dal piano dell’essere a quello del dover-essere. Comincia così la fase dell’esportazione dell’intero paradigma inteso questa volta come modello universale: “guerre umanitarie”, mercato senza confini e tecnica estesa su scala planetaria.
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La crisi strutturale globale del capitale
di John Bellamy Foster
John Bellamy Foster mette in luce le quattro principali caratteristiche che contraddistinguono l'attuale crisi strutturale, originariamente delineate da István Mészáros nel suo Marx's Theory of Alienation. Il capitale, sostiene Foster, si trova in una posizione simile a quella dell'apprendista stregone narrata da Luciano di Samosata: nel vano tentativo di controllare un sistema fuori controllo che egli stesso ha creato, accumula non solo contraddizioni, ma vere e proprie catastrofi con conseguenze su scala globale.
* * * *
Credo che non ci sia dato parlare in termini di secoli futuri...non abbiamo tempo da perdere; la sfida è salvare le condizioni della vita su questo pianeta, salvare la specie umana, cambiare il corso della storia, cambiare il mondo.
Hugo Chávez [1]
Il concetto di “crisi strutturale globale del capitale” che caratterizza la nostra epoca fu introdotto per la prima volta da István Mészáros nella terza edizione del suo libro, Marx’s Theory of Alienation [La teoria dell’alienazione in Marx] del 1971, e nella sua Isaac Deutscher Memorial Lecture [conferenza in memoria di Isaac Deutscher], intitolata The Necessity of Social Control [La necessità del controllo sociale], tenutasi nello stesso anno.[2] Nel 1995 in Oltre il Capitale, Mészáros distinse l’emergente crisi strutturale epocale del capitale dalle crisi cicliche e congiunturali che costituiscono il «modo naturale di esistere del capitale». La crisi strutturale odierna, spiegò, si manifesta in quattro aspetti principali che la contraddistinguono storicamente, concentrandosi sopprattutto sulle sue dimensioni economiche:
- Il suo carattere universale e non limitato a un solo settore (per esempio, finanziario o commerciale, o relativo a un particolare settore della produzione, o che tocchi un tipo o l'altro di lavoro, con i gradi specifici di abilità e di livello di produttività).
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La strategia statunitense per il controllo dei flussi energetici mondiali
di Francesco Cappello
Dalla Dottrina Carter al boom del fracking. La strategia di Washington per il controllo dei chokepoint globali e il vincolo energetico sull’Europa
Le radici storiche. La sovranità energetica come interesse vitale e la militarizzazione dei flussi
La strategia degli Stati Uniti volta al controllo dell’architettura energetica globale trova le sue fondamenta in oltre sette decenni di dottrine militari e accordi geopolitici. Già nel febbraio del 1945, lo storico incontro sull’incrociatore Quincy tra la presidenza statunitense e la casa reale saudita pose le basi per un’alleanza strategica basata sullo scambio strutturale tra fornitura di petrolio e protezione militare. Questo assetto fu ridefinito e consolidato nel 1974 con l’accordo di Riad, che sancì la nascita formale del sistema del petrodollaro: l’impegno esclusivo da parte saudita di commercializzare il greggio in valuta statunitense e di riciclarne i proventi nell’acquisto di titoli di Stato americani e complessi sistemi d’arma, in cambio di garanzie di sicurezza e stabilità monetaria. Il salto di qualità politico-militare avvenne il 23 gennaio 1980 con la formulazione della Dottrina Carter durante il discorso sullo Stato dell’Unione, con cui Washington definì un principio cardinale: qualsiasi tentativo da parte di forze esterne di ottenere il controllo del Golfo Persico sarebbe stato considerato un assalto diretto agli interessi vitali della nazione, da respingere con ogni mezzo necessario, inclusa la forza militare (https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1977-80v01/d138). Tale direttiva fu operativizzata con la Presidential Directive 18 (PD-18) (https://nsarchive.gwu.edu/briefing-book/nuclear-vault/2024-04-17/new-state-department-history-details-nuclear-targeting-and), che portò alla creazione della Rapid Deployment Force e alla successiva istituzione del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), trasformando la tutela dei corridoi energetici e dei punti di strozzatura marittimi (chokepoints come Hormuz, Suez, Malacca, ecc.) in una missione permanente delle forze armate americane. Tali principi trovarono poi consacrazione concettuale nei documenti strategici del Pentagono, tra cui Joint Vision 2020, incentrato sulla dottrina della Full-Spectrum Dominance, il dominio militare e strategico su terra, mare, aria, spazio, cyberspazio e risorse connesse, e le analisi previsionali del Joint Operating Environment, che identificarono apertamente nel picco del petrolio e nella sicurezza delle infrastrutture estrattive i nodi centrali per la mobilità della macchina bellica atlantica.
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Cina: gli avvocati del diavolo
di Moreno Pasquinelli
Non ci saremmo aspettati che il breve saggio LENIN A PECHINO avrebbe suscitato l’ira immediata e funesta dei filo-cinesi. Lancia in resta sono partiti al contrattacco Carlo Formenti (Sulla fatwa di Moreno Pasquinelli) e Alessandro Visalli (Modernità o utopia?), quindi Piero Pagliani (in polemica con Moreno Pasquinelli).
Poi sono scesi in campo: Pietro Terzan (Fatti testardi e prevalenti della Cina socialista) quindi il quartetto al completo: Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli (La Cina concreta contro il dogma: risposta a Moreno Pasquinelli), Giulio Bonali (Sulla Cina e la transizione al socialismo), quindi tale tal al.ba. (Prossima fermata: Pechino?).
Troppa grazia, sant’Antonio!, verrebbe da dire. Si vede che abbiamo colpito nel segno.
Torniamo sulla questione cinese poiché, e su questo siamo completamente d’accordo coi nostri critici, il problema di quale sia la natura sociale della Cina assume, oggi più che mai, rilevanza storico-mondiale e, come ogni questione di rango storico-mondiale, solleva una molteplicità di problemi teorici e politici, scientifici ed etici, che meritano di essere affrontati in modo scrupoloso, senza quindi temere la durezza che la controversia, dato il suo carattere dirimente, è destinata ad assumere.
Per il rigore in campo teorico
Una prima precisazione. Cinque erano le tesi principali che abbiamo tentato di sostenere nel nostro breve saggio Lenin a Pechino: 1. Che sono ancora validi il metodo e gli schemi utilizzati da Marx per esaminare e giudicare la struttura sociale capitalistica; 2. Che quella cinese è una forma avanzatissima di capitalismo, che non va banalizzata come capitalismo di stato; 3. Che nel Grande Reset o passaggio storico dal morente capitalismo di marca liberista all’incombente CyberCapitalismo, il modello cinese potrebbe diventare quello vincente e dominante; 4. Che è inaccettabile il tentativo di attribuire a Lenin l’idea (buchariniana) che la N.E.P. fosse non una ritirata obbligata e temporanea, ma una via strategica per passare al socialismo; 5) Che tra il pensiero di Mao e quello di Xi Jinping la distanza è abissale.
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Squilibrio Usa-Cina nella grande guerra capitalista
di Emiliano Brancaccio
Dalle terre rare alle vie del petrolio, dai chip all’intelligenza artificiale, i due leader sono costretti a cercare negli affari una soluzione alla crisi dell’ordine mondiale a guida americana
Le condizioni economiche per la pace, o almeno per la tregua. E’ stato questo, nell’essenza, l’unico punto in agenda al vertice washingtoniano fra Xi e Trump, in una fase di crescenti tensioni diplomatiche tra Cina e Stati Uniti. Dalle terre rare alle vie del petrolio, dai chip all’intelligenza artificiale, i due leader sono costretti a cercare negli affari una soluzione alla crisi dell’ordine mondiale a guida americana. Con un obiettivo: fissare un nuovo equilibrio capitalistico internazionale. Senza altri massacri. Soprattutto, senza altri sprechi di denaro.
L’ostacolo principale verte su una parola: squilibrio. La Cina è primatista mondiale del Pil calcolato a parità dei poteri d’acquisto, del tasso di crescita della produttività del lavoro, del credito accumulato verso l’estero. Gli Stati uniti, di contro, annaspano tra produttività rallentata, crescita fragile e un debito estero senza precedenti, che alimenta un’immane bolla speculativa. Forti del loro sviluppo, i cinesi vorrebbero risolvere tutto col libero commercio: al di là della prammatica, un paradossale “comunismo liberoscambista” resta nelle loro corde. Ma così rischiano di accentuare l’arroccamento di un’America decadente, tentata di risolvere la crisi debitoria con nuove ondate di protezionismo aggressivo e piraterie belliche. Con l’effetto finale, a sua volta, di irritare il gigante cinese. Che per vie più o meno indirette finanzia gli sforzi militari di Iran e Russia. E che ormai, senza mezzi termini, si dichiara pronto a «difendere gli interessi» dei suoi alleati in guerra.
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Fanshen
di Geraldina Colotti
«Essere una vite che non arrugginisce. Una vite non attrae l’attenzione, ma una macchina senza viti non funziona.»
Quaderno di Lei Feng
Nel circo ininterrotto e troppo spesso opprimente degli anniversari, non si sono sprecate molte parole per il cinquantesimo della morte di Mao Zedong. La cosa si capisce. Mao è il grande rivoluzionario a cui si deve la liberazione della Cina dall’oppressione feudale e coloniale, la vittoria sui giapponesi, la fondazione di un nuovo stato socialista in una porzione sterminata di mondo, abitata da centinaia e centinaia di milioni di uomini e di donne. Mao è però anche l’artefice del «grande balzo in avanti» clamorosamente fallito, nonché l’ispiratore della Rivoluzione culturale, a cui da molto tempo, in Cina, si imputano «dieci anni perduti».
Come per una tacita convenzione, si discute appassionatamente della natura più o meno socialista della grande nazione governata dal Partito Comunista Cinese. Ma si lascia da parte l’esame delle utopie: i famigerati altiforni da cortile, l’ingenua ambizione di superare la divisione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, la collettivizzazione spinta all’estremo nelle comuni contadine, con i refettori comuni, la scomparsa dell’educazione familiare, l’eliminazione della proprietà anche nelle cose più minime.
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Paradiso
recensione di Sonia Savioli
Dana Ghetilieri, Paradiso, I Quaderni del Bardo, 2025
Credo che il poema politico sia la forma più difficile di poesia. Con “Paradiso” Dana Ghetilieri è riuscita a scrivere un poema politico, e questo sarebbe già un merito, ma c’è molto di più: c’è il fatto che “Paradiso” è un bel poema, si legge bene, è scorrevole, coinvolge. Come per certi romanzi, si vuole vedere cosa succede, come andrà a finire.
L’ultimo merito, forse il più importante, è che si tratta di un’appassionata e veemente denuncia della disumanità dei nostri tempi: un poema “istruttivo”, direi didascalico come qualsiasi indimenticabile poema politico del passato.
Quel Paradiso che la società industriale, con la sua spasmodica ricerca di profitto, ha creato, è in realtà un inferno le cui tappe si snodano nel cammino della nostra eroina scampata alla guerra, da un girone infernale a un altro. Ma non è l’inferno del demonio, è l’inferno dell’attuale società che si ostina a considerarlo “il migliore possibile dei mondi”.
Sgomenta, la protagonista, nella sua ricerca di una comunità umana vera e opposta a quella che ha provocato la guerra, nella sua ricerca di una natura intatta e ricca di vita, si avvia attraverso una terra desolata e inospitale.
Cammina, cammina… Come nelle favole antiche, ogni tappa è una rivelazione. Dana incontra le vittime del Paradiso ad ogni girone.
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Più eterno del bronzo
di Giannetto Edoardo Marcenaro
Una ricerca sulle connessioni profonde tra storia e memoria, conflitto e culture, comprensione e pace
Più eterno del bronzo: educazione alla cultura e semantica del monumento si propone di fornire un quadro esaustivo sulle potenzialità dei fenomeni culturali e delle discipline artistiche nella comprensione delle memorie condivise dei popoli, e nella risoluzione delle controversie e dei conflitti che la storia ha portato con sé.
Davvero molto coinvolgente è il trattamento compiuto delle numerose questioni che, nel campo di conoscenza e prassi dell’educazione alla cultura, nella prospettiva della costruzione della pace, si sovrappongono influenzandosi a vicenda, come dinamica dell’interazione per cui si aprono gli spazi della creatività in cui diventa possibile immaginare una situazione che superi le conflittualità presenti.
Il testo, nella sua costruzione sapiente, riesce a dare, per mezzo del suo approccio rigorosamente dialettico alla materia, una visione integrale e sfaccettata di tematiche di primaria importanza nella loro interazione, produttiva di manufatti ma anche di cultura.
Sia la accurata presentazione degli orientamenti internazionali più rilevanti, che una rassegna dettagliata e corredata di illustrazioni di numerose opere, forniscono al lettore preziosi strumenti perfetti allo scopo di comprendere le coordinate più caratteristiche che guidano le attività educative e formative, nell’ottica del trascendimento del conflitto e della trasformazione del presente, nella proiezione di un futuro possibile, attraverso la considerazione del passato e della memoria.
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Il debito italiano nella trappola dell’euro
di Enrico Grazzini
Il grande nodo che manca nel programma dei 5 Stelle
Il programma in 20 punti dei 5 Stelle sembra, sulla carta, pieno di buoni e condivisibili propositi, ma, ad un’analisi più approfondita, è carente sul piano politico e strategico. Nei 20 punti ci sono tante cose molto importanti e giuste, come la proposta di negoziare per finire la guerra in Ucraina, la rottura dei rapporti con il governo fascista di Israele, il salario minimo garantito, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, un fondo di investimento per le industrie strategiche e per rilanciare l’occupazione, una banca pubblica di sviluppo per le piccole e medie aziende, un piano energetico verde, e così via. Un lungo elenco di cose buone.
Tuttavia il programma elettorale dei 20 punti lascia insoddisfatti perché manca la parte politica, la parte critica su come trattare con l’Unione Europea e con la Nato, istituzioni assolutamente fondamentali per la politica italiana. È noto che la politica italiana è in larga parte eterodiretta: la politica economica viene dettata dalla UE, e la politica estera dagli Stati Uniti e dalla Nato. Però la Nato nei 20 punti è nominata solo una volta per dire (giustamente) che non bisogna accettare l’aumento delle spese militari al 5%; e anche l’Unione Europea viene menzionata nel documento solo una volta, e solo per affermare (giustamente) che la UE deve ripudiare il trattato che concede lo status di partner privilegiato a Israele.
Nel programma manca completamente un’analisi sul problema maggiore dell’Italia, il debito pubblico, il secondo più grande debito pubblico al mondo dopo quello del Giappone in percentuale sul PIL, un debito enorme, che costituisce un macigno che blocca l’economia nazionale. Se i 5 Stelle non chiariranno le politiche che il governo di centrosinistra dovrà condurre nei confronti dell’Unione Europea e della Nato, e se non spiegheranno come affrontare la questione del debito pubblico – che cresce inesorabilmente per l’effetto cosiddetto “palla di neve” – il loro programma politico rischierà di diventare poco credibile. Il debito pubblico assorbe ingenti risorse e rende molto difficile, se non impossibile, rivitalizzare l’anemica economia italiana e, quindi, mantenere gli impegni sociali e politici del programma elettorale.
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