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Perché serve una proposta davvero alternativa
di Alessandro Volpi
La legge di bilancio ipotizzata dal governo Meloni assommerebbe a circa 23 miliardi, praticamente nulla, visto che ben oltre la metà serve solo a rifinanziare le misure, come il taglio del cuneo fiscale, introdotte una tantum.
E' chiaro, alla luce di ciò, che serve una concreta alternativa.
Provo a spiegarmi meglio.
La stesura della Legge di Bilancio rappresenta annualmente il momento di massima sintesi politica ed economica per il Paese, eppure la sua costruzione si rivela sempre più un esercizio di bilanciamento estremo, imbrigliata com'è all'interno di una morsa contabile quasi insuperabile.
Da un lato vi è il Quadro tendenziale, ovvero la proiezione della spesa e delle entrate a legislazione vigente, che assorbe la quasi totalità delle risorse disponibili solo per coprire i costi contratti in passato, l'indicizzazione, in realtà solo parziale, delle prestazioni e la spesa, ormai enorme, per interessi sul debito pubblico.
Dall'altro lato agiscono con forza i vincoli europei, ulteriormente irrigiditi dalle nuove regole del Patto di Stabilità e Crescita, voluto da Paolo Gentiloni e firmato da Giorgia Meloni, che impongono traiettorie severe di rientro dal deficit e dal debito, riducendo al minimo i margini di deficit aggiuntivo.
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Ucraina ai titoli di coda, l’Unione Europea barcolla
di Dante Barontini
Qualcosa si muove nella direzione di porre fine alla guerra in Ucraina. Non è detto che arrivi al traguardo, ma si muove…
Il fatto accertato più evidente è la denuncia quotidiana che Zelenskij fa dopo ogni bombardamento: “i nostri alleati non ci hanno avvertito e dato il tempo di lanciare l’allarme”, ossia far scendere nei rifugi la popolazione e soprattutto i vertici di Kiev.
“Gli alleati” in questione sono però uno solo: gli Stati Uniti. Il sistema di assistenza e sorveglianza satellitare è Starlink, che è indispensabile sia per guidare gli attacchi in profondità dei droni ucraini, sia per segnalare quelli russi in arrivo.
Elon Musk ha mandato a quel paese Zelenskij ricordando che la gestione di quella parte della sua rete satellitare è stata ceduta per ovvi motivi al Pentagono (si chiama ora StarShield) e che comunque l’ex attore al comando è ora che si faccia da parte, lasciando il posto a qualcuno disposto a trattare.
Discorso simile fa ogni giorno anche Trump, dunque c’è poco da indovinare. Quando il mandante di un conflitto rivede i suoi progetti, per l’esecutore materiale non ci sono altre scelte che obbedire. Anche perché l’illusione che l’Europa – cioè: Gran Bretagna, Francia e Germania – potessero davvero sostituire Washington sul piano militare ed economico, si è rivelata per quel che era.
Che gli Stati Uniti in versione Obama-Biden siano stati “il mandante” della crisi ucraina fin da prima del Majdan (2014) è accertato da anni.
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L’anno che ritorna
di Eros Barone
È inutile parlare di libertà ad uno schiavo che pensa di essere un uomo libero.
Gianni Rodari
1. Il presente come storia
Il problema a cui intendo dare risposta in questo articolo è quello concernente le ragioni della sconfitta del Sessantotto. Identificare tali ragioni mi sembra particolarmente utile per collocare nella giusta prospettiva il significato dell’attuale movimento di massa studentesco e giovanile. Proverò ad abbozzare una risposta, facendo leva su un aforisma del filosofo Enzo Paci, secondo cui la vera novità è un passo verso il passato e la vera comprensione del passato è un passo verso l’avvenire.
In primo luogo, occorre tenere presente che, dopo il grande ciclo di lotte operaie, popolari e studentesche degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, durissima fu la reazione delle classi dominanti: la trama reazionaria (il ‘filo nero’ che percorre tutta la storia dello Stato italiano) si concretò in stragi (a partire da quella di piazza Fontana, che ebbe luogo a Milano il 12 dicembre 1969), attentati, tentativi golpisti, repressione e intimidazioni senza fine. La sanguinosa “strategia della tensione e del terrore” fu l’arma con cui le classi dominanti cercarono di intimorire e disorientare il proletariato e le masse studentesche per fermarne il movimento di lotta. Il gruppo dirigente del PCI, intimorito dalla reazione borghese e dal colpo di Stato militare in Cile, che aveva dimostrato il fallimento delle teorizzazioni riformiste sulla “via pacifica al socialismo”, elaborò a questo punto, per impulso e sotto la direzione di Enrico Berlinguer, la strategia del “compromesso storico”, cioè del patto di governo con la DC. Da Berlinguer partì la proposta, rivolta alla DC, della politica di “solidarietà nazionale”, che nel triennio 1976-1979 si tradusse dapprima nella “non sfiducia” al governo Andreotti e poi nell’ingresso diretto del PCI nella maggioranza governativa. La politica berlingueriana di “unità nazionale” modificò profondamente i rapporti di forza tra le classi in Italia, indebolendo il proletariato e i movimenti antagonisti, rafforzando lo Stato borghese e la DC, e creando le premesse per la controffensiva reazionaria scatenata dal capitalismo contro il movimento operaio negli anni ’80.
La progressiva trasformazione del PCI in senso revisionista e socialdemocratico (sfociata, da ultimo, nella liquidazione, ad opera di Occhetto e di Napolitano, di quello che passava per “il più grande partito comunista dell’Occidente capitalistico”) è stata, quindi, un importante fattore soggettivo della involuzione e della sconfitta della “generazione del ’68”, che in tal modo restò priva di un punto di riferimento politico, culturale e strategico essenziale nella lotta rivoluzionaria diretta a trasformare in senso socialista gli assetti sociali esistenti.
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I figli culturali della borghesia perbenista
di Gerardo Lisco
Mao Tse-tung, che di rivoluzioni se ne intendeva, sosteneva che quando sotto il cielo regna una grande confusione, la situazione può diventare eccellente. Naturalmente, Mao sapeva bene che il caos sociale non produce automaticamente una rivoluzione. Perché le contraddizioni di una società possano trasformarsi in un processo rivoluzionario occorrono una direzione politica, una capacità organizzativa e, soprattutto, una prospettiva alternativa all’ordine esistente. Senza questi elementi, la rabbia può esplodere, manifestarsi attraverso proteste e violenze, ma difficilmente riesce a trasformarsi in un progetto di cambiamento dei rapporti sociali. Non intendo sviluppare un’analisi di sociologia storica sulle cause delle rivoluzioni, ma richiamare alcuni passaggi utili a comprendere il presente. Dalla rivolta dei baroni contro Giovanni Senza Terra alla Riforma protestante, dalle rivoluzioni inglesi del Seicento alla guerra d’indipendenza americana, dalla Rivoluzione francese a quella russa del 1917, fino alle rivoluzioni cinese, vietnamita e cubana, ci troviamo davanti a processi profondamente differenti per natura e composizione sociale, ma accomunati, nelle loro esperienze più significative, dalla presenza di soggetti politici capaci di interpretare le contraddizioni del proprio tempo e di tradurle in una prospettiva di trasformazione.
Marx aveva individuato nei rapporti materiali di produzione il fondamento delle contraddizioni sociali; Lenin aveva posto al centro della propria elaborazione il problema dell’organizzazione e della coscienza rivoluzionaria; Gramsci avrebbe successivamente approfondito una questione decisiva per comprendere le società capitalistiche avanzate: il potere delle classi dominanti non si fonda esclusivamente sulla coercizione e sul controllo dei mezzi di produzione, ma anche sulla capacità di costruire un’egemonia culturale, di far apparire i propri valori, i propri interessi e la propria concezione del mondo come naturali, universali e condivisi.
È proprio partendo da questa considerazione che vorrei interpretare quanto sta accadendo nelle società europee. Francia, Germania, Belgio, Spagna, Italia e altri paesi sono attraversati da proteste che coinvolgono agricoltori, autotrasportatori, lavoratori, studenti, settori impoveriti del ceto medio e giovani delle periferie. Si tratta di fenomeni differenti, che non possono essere ricondotti meccanicamente a un’unica causa.
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Trump, l’Europa e il gas russo: pesa più il danno o la beffa?
di Gianandrea Gaiani
Il 17 ottobre, pochi giorni dopo l’accordo per le forniture di gasolio russo agli Stati Uniti, l’Amministrazione Trump avrebbe suggerito agli europei di tornare ad acquistare energia da Mosca.
Secondo quanto riferito dal New York Times, i negoziatori Jared Kushner e Steve Witkoff hanno lanciato la proposta a funzionari europei e ucraini, incluso il presidente Zelensky: per spingere la Russia a porre fine alla guerra, Kiev dovrebbe prendere in seria considerazione la riattivazione dei gasdotti che trasportavano gas naturale russo verso l’Europa, flusso interrotto alla fine del 2024 con decisione unilaterale di Kiev accolta con favore dall’Europa nonostante la grave crisi energetica che attraversa.
Secondo le fonti, i due inviati di Trump impegnati a trovare una soluzione negoziata al conflitto in Ucraina, vedono nella ripresa delle esportazioni di energia russa un elemento rilevante di un possibile accordo di pace: l’Europa tornerebbe ad avere flussi di gas a buon mercato in quantità garantite e l’Ucraina tornerebbe a incassare miliardi preziosi per la ricostruzione post-bellica per i diritti di transito.
La proposta statunitense si presta a diverse valutazioni. Innanzitutto rappresenta un rovesciamento totale delle posizioni sostenute dagli USA da almeno 12 anni poiché già nel 2014, subito dopo il cambio di regime a Kiev sostenuto da Washington, l’Amministrazione Obama esortò l’Unione Europea a rinunciare al gas via tubo fornito da Mosca per acquistare, a prezzi ben più alti e in quantità insufficienti e non garantite, il gas liquido (GNL) dagli Stati Uniti.
Le reiterate pressioni americane continuarono in tal senso con la prima presidenza di Donald Trump e con quella guidata da Joe Biden che, con dichiarazioni dello stesso presidente e del sottosegretario Victoria Nuland, minacciò di “eliminare” i gasdotti Nord Stream che attraversavano il Mar Baltico diretti in Germania in caso di invasione russa dell’Ucraina, che infatti esplosero il 26 settembre 2022.
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Da Parigi a Milano: infiltrati o azioni spontanee?
di Domenico Moro
Come ogni volta quando ci sono scontri e violenze contro cose o persone nel corso di manifestazioni pubbliche, mentre da destra si invoca il pugno di ferro come panacea universale, da più parti a sinistra viene evocata la presenza di infiltrati della polizia o di altri settori dello Stato come causa degli incidenti. Oggi, inoltre, va di moda, specie a destra ma non solo, una versione modernizzata della teoria degli infiltrati: i disordini sarebbero dovuti alla guerra ibrida condotta da entità statali ostili, come hanno affermato in Italia il ministro Crosetto e in Albania il presidente Rama, che ha accusato esplicitamente i soliti noti, Iran e Russia.
In effetti, la pratica di impiegare agenti provocatori è vecchissima, ne parla in diversi racconti anche Joseph Conrad, in particolare nell'”Agente segreto” (pubblicato nel 1907 ma ambientato nella Londra anarchica del 1894). Molti, in questi giorni, hanno rispolverato il presidente Cossiga e le sue dichiarazioni sull’opportunità di favorire la diffusione della violenza per poter poi avere la legittimazione ad una stretta repressiva su tutti quelli che fanno lotte sociali e politiche. Altri hanno ricordato l’impiego documentato di poliziotti travestiti da “compagni” nelle manifestazioni degli anni ’70, come quando fu assassinata Giorgiana Masi. Dopo il Social Forum di Genova del 2001, dove fu ucciso Carlo Giuliani e molti partecipanti pacifici furono picchiati brutalmente dalla polizia alla Diaz, circolarono foto di incappucciati vestiti di nero, nascosti dietro ai furgoni della polizia.
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La filosofia del rottame: Napoli vista da Sohn-Rethel
di Roberto Paura
Napoli è una città che tende alla sineddoche, alla mise en abyme, alla generalizzazione: lo dimostra il suo stesso nome, perché nel chiamarsi “città nuova” tende a considerarsi città par excellence, sottolineando quella sua irriducibilità che in tanti nel corso del tempo hanno provato a rivendicare. Prendiamo un esempio paradigmatico: diceva Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista (1977) che l’uomo produttivo, ossia “il milanese”, preferisce la doccia perché consuma meno acqua, meno tempo e si lava meglio, campione di efficientismo. “Il napoletano invece, se si decide, preferisce il bagno: s’intallea come si dice a Napoli, cioè si attarda e tiene tutto il tempo che vuole per pensare” (De Crescenzo, 2019). Così, nel quotidiano, ogni piccolo episodio che può verificarsi nel corso della giornata, anziché restare chiuso in sé stesso, si trasforma in una favola di Esopo, con tanto di metafora finale sulla natura del napoletano; una tendenza di cui soffrono non solo gli autoctoni, ma anche – forse soprattutto – i forestieri, che magari gliel’hanno trasmessa. Dai tempi del Grand Tour, in effetti, il desiderio dei viaggiatori europei di vedere soddisfatte le proprie aspettative è sempre stato assecondato dai napoletani, che vi hanno intravisto la possibilità di guadagnarci semplicemente calcando un po’ la mano sull’inveterata attitudine alla teatralità, cosicché ancora oggi, nell’era dell’overtourism, la città diventa un teatro a cielo aperto a uso e consumo, soprattutto, dei suoi turisti.
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Il movimento che non ci aspettavamo più. Appunti sulla mobilitazione degli studenti francesi
di Carlotta Benvegnù
Pubblichiamo la traduzione di un’analisi che ci è sembrata tra le migliori delle lotte degli studenti delle scuole francesi, anche se ormai la situazione si è andata via via sviluppando fino alla grandiosa manifestazione di sabato 17 ottobre, sulla quale abbiamo raccolto le prime impressioni di chi l’ha vissuta. Era stata indetta da tempo e aveva come ragione di fondo l’aggravarsi della condizione di vita a seguito dell’inflazione. Nel frattempo però scoppia, inattesa e soprattutto imprevedibile nelle modalità e nella composizione, la lotta nelle scuole e per la scuola, contro un sistema d’istruzione scandalosamente classista. La violenza con cui la polizia si scaglia contro ragazzi tredicenni fa scattare la reazione d’insegnanti e genitori, con un fronte che si allarga e un’eco internazionale che si estende da Bruxelles alla Spagna all’Italia. Terzo passaggio: entrano in scena gli studenti universitari. A differenza delle lotte degli scolari, che colgono forze dell’ordine e sistema politico impreparati, l’università offre metodi di reazione collaudati, almeno dal 2018, per impedire le occupazioni: la serrata. Appena i rettori vedono delle mobilitazioni di studenti dichiarano sospese le attività didattiche.
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Esercito e coprifuoco, ammazza che “dialogo”…
di Francesco Piccioni
Sopprimiamo la tentazione di dire “l’avevamo detto”. Quando una classe dirigente senza leve economiche del comando si trova ad affrontare un’insorgenza sociale di grandi dimensioni l’unica cosa che viene in mente è il ricorso alla polizia. Anzi, addirittura all’esercito…
Succede anche dopo il lungo weekend tra Milano, Torino e Bologna, ma in questo momento è Milano l’epicentro politico della “nuova ondata sociale”, misconosciuta, sottovalutata, e ancora negata da chi si rifiuta persino di capire da dove sia venuta fuori.
Hanno solo un martello in mano, lo usano per tutto, tranne che per se stessi (per il momento…). Quindi il ministro della difesa Crosetto, in attesa della dotazione necessaria condurre la guerra contro la Russia (bum!), invia 500 soldati a Milano per “rafforzare l’ordine pubblico”.
Non con compiti di “sorvegliare obiettivi sensibili” – fin qui sono state toccate solo vetrine e scaffali di negozi “alla moda”, e mettere un paracadutista a guardia di Gucci o Vuitton sarebbe un messaggio sociale un po’ troppo esplicito – ma per dare man forte a polizia, carabinieri, finanza e “ghisa”.
Non serve un esperto per capire che “il nemico” di questa classe dirigente è soprattutto in casa, anzi sono proprio quei giovani che – nei piani onirici dei guerrafondai – dovrebbero ingrassare la massa della carne da cannone per la guerra.
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Nei fumi di un incendio che non abbiamo appiccato
di Franco «Bifo» Berardi
Dai riot di Parigi al resto del mondo, è possibile una ricomposizione del cervello con il corpo collettivo?
L’autunno mediterraneo, da Madrid a Tirana, da Parigi ad Atene a Milano, è turbolento e gravido di minacce. Ma laddove sta il pericolo, qualche volta, si trova la salvezza. Qualche volta, non sempre.
Di fronte al futuro di guerra che stanno preparando, di fronte al saccheggio delle risorse sociali destinate ad alimentare il riarmo, l’Europa mediterranea reagisce. Una studentessa di Milano inalbera un cartello con su scritto: Soldi alle scuole non alla guerra.
In questo contesto dobbiamo capire il senso della rivolta della generazione zeta (ultima lettera dell’alfabeto).
Guardando le immagini dei riot di Milano, cui non ho potuto partecipare per via di patologie polmonari che mi impediscono di annusare i lacrimogeni, mi sono venute in mente varie scene del passato prossimo e lontano.
Cinquanta anni fa
Prima di tutto mi è venuto in mente il 7 dicembre 1976, quando migliaia di ragazzi degli allora nascenti centri sociali arrivarono dall’immenso hinterland milanese e saccheggiarono doverosamente il centro cittadino.
Fu l’inizio del movimento che culminò poi l’11 e 12 marzo con le rivolte di Bologna, Roma, Milano e un po’ dovunque.
Quel 7 dicembre del ‘76 ero a Milano per seguire gli eventi, e a metà pomeriggio dei poliziotti mi fermarono e mi portarono in questura dove passai molte ore in attesa del rilascio, in un grande salone affollato di altri fermati. Avevo con me il registratore Naga di Radio Alice e registrai un po’ le voci degli altri fermati. Nella tradizione di sinistra quei ragazzi dell’hinterland erano considerati dei lumpen proletari, ma per noi erano parte di un emergente movimento in cui la condizione studentesca e quella operaia si fondevano. C’era la vaga percezione di essere coinvolti in un processo che andava verso la liberazione della vita dalla schiavitù del lavoro salariato.
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A foras
Contra a s'ocupatzione militare de sa Sardigna
di Fulvio Grimaldi
Ripartono i giochi di guerra mentre la NATO riceve il premio internazionale per la pace di Vestfalia
Il Premio internazionale della Pace di Vestfalia (Westfälischer Friedenspreis) viene assegnato a cadenza biennale a Münster, in Germania, a personalità o istituzioni che si distinguono per il loro impegno per la pace, la sicurezza e la cooperazione in Europa
E chi si è talmente distinto nell’impegno per la pace, la sicurezza e la cooperazione in Europa da meritare quest’anno quel prestigioso e rassicurante premio, se non la NATO? Evento talmente assurdo, talmente provocatorio, talmente farsesco, da lasciare senza parole.
E infatti non ne sprechiamo per commentare questo parossismo di eterogenesi dei fini - quei fini perseguiti da chi il premio l’ha concepito - se non per metterlo al confronto con quanto succede in questi giorni in Sardegna, regione per sua malasorte italiana.
A Münster in Vestfalia un umorismo politico, tanto surreale quanto inconsapevole, si è fatto satira di se stesso. Il 1. Ottobre, nello storico municipio della città, all’oltranzista della pace, segretario dell’Alleanza più guerrafondaia del mondo, Mark Rutte, viene conferito, corredato di 100.000 euro, il prestigioso riconoscimento che ricorda la pace nel nome di quella conclusa nel 1648, al termine della Guerra dei Trentanni.
Fu quella una guerra a cui venne posta fine dalla diplomazia, dalla mediazione tra interessi, da incontri e negoziati. Sarà in nome di quella diplomazia, di quelle mediazioni che si sarà voluta onorare un’alleanza talmente meritevole di riconoscimenti da aver condotto guerre, spesso chiamate missioni di “peace enforcement”, per complessivamente 13 aggressioni a Stati, senza autorizzazione dell’ente a ciò preposto, l’ONU. Vogliamo ricordarne almeno qualcuna?
Guerra illegale contro il Nicaragua (1981); guerra illegale contro la Jugoslavia e poi contro la Serbia (1990-1999), prima guerra del Golfo (1980) e seconda (1991), fino all’aggressione di Bush e Blair del 2003 (di nuovo senza mandato dell’Onu), giustificata con la lotta alle armi di distruzione di massa (atomiche, chimiche, batteriologiche), che si rivelerà una menzogna; guerra illegale di vent’anni all’Afghanistan accusato dell’attentato dell’11 settembre, guerra illegale contro la Libia e la Siria (2011); guerra illegale contro l’Ucraina (2014), a seguito dell’ampliamento a est della Nato, eccetera.
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Oltre il Turco Meccanico. Il Crowdwork e l’insubordinazione al comando algoritmico
di Laura Montanari
Ci sono tanti modi per guadagnare qualche cosa in più, per arrotondare uno stipendio che non permette di arrivare a fine mese. Uno di questi modi era Amazon Mechanical Turk. Era, perché il 30 settembre, dopo più di 20 anni di esistenza, ha chiuso. Da qualche anno, infatti, vari compiti svolti dai Turkers possono essere automatizzati grazie all’IA. Eppure, la chiusura di Mechanical Turk non dovrebbe essere letta semplicemente come la vittoria dell’intelligenza artificiale sul lavoro umano.
L’immagine del Turco Meccanico è familiare a chiunque si occupi di intelligenza artificiale: una specie di automa costruito nel XVIII secolo, dentro cui si nascondeva una persona reale, ma che dall’esterno pareva muovere le pedine su una scacchiera senza alcuna interferenza umana. Quando Amazon lanciò Mechanical Turk nel 2005, recuperò proprio quell’immagine, facendo dell’invisibilità del lavoro vivo il suo modello di business. Mechanical Turk dunque inizia come una sorta di artificiosa intelligenza artificiale, spacciando per automazione il lavoro di centinaia di migliaia di persone – i cosiddetti Turkers – che negli anni hanno fatto ciò che i computer non sapevano ancora fare, completando milioni di Human Intelligence Tasks (HITs).
Più o meno come era successo con Remotask (ScaleAI) in Kenya, Mechanical Turk ha potuto chiudere quasi dal giorno alla notte, senza alcuna conseguenza o effettiva resistenza, una rete complessa che andava dagli USA all’India, fino in Europa. L’annuncio è arrivato alla fine di agosto, lasciando poco più di un mese per trovare un’altra fonte di reddito a tutti quei lavoratori e lavoratrici sparsi per il mondo, che nel periodo di maggiore espansione arrivavano a mezzo milione. L’email inviata da Amazon li ringraziava per aver contribuito a “plasmare il settore del crowdsourcing”. Ma sappiamo che il “progresso” non apre necessariamente frontiere luminose: per chi ci lavorava, rimangono l’affitto, il cibo, le bollette e la necessità di continuare a procurarsi un salario.
Il sistema creato da Mechanical Turk, grazie sia al lavoro telematico sia all’espansione della sua rete, garantiva la possibilità di coinvolgere in modo ininterrotto la forza lavoro, 24/7, perennemente in attività, tenuta sotto controllo dall’algoritmo e dal pagamento a cottimo.
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Stretto di Hormuz: la variante russo-cinese
di Davide Malacaria
Non è la prima volta che la Russia tenta chiudere la pericolosa/disastrosa querelle iraniana, ma stavolta è diverso perché Lavrov giunge a Teheran sull'onda della telefonata tra Putin e Trump
Ieri il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è recato in Iran dove si è incontrato con il suo omologo Abbas Araghchi e il presidente Masoud Pezeshkian. In agenda impedire la ripresa di una guerra di larga scala da parte di Israele e Stati Uniti.
Non è la prima volta che la Russia tenta chiudere la pericolosa/disastrosa querelle iraniana, ma stavolta è diverso perché Lavrov giunge a Teheran sull’onda della telefonata tra Putin e Trump di venerdì 9 ottobre, nella quale i due presidenti hanno parlato anche del conflitto iraniano e perché la telefonata, come hanno commentato successivamente i due, è stata più che produttiva.
Secondo l’analista Mehdi Khan Alizadeh, interpellato da al Mayadeen, Lavrov si è recato in Iran per confrontarsi su “un’iniziativa russa, sviluppata in collaborazione con la Cina, nella quale si propone una gestione congiunta con l’Iran del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz”.
Un’iniziativa importante, come si evince anche dal fatto che è la prima volta che Lavrov si reca a Teheran da quando è iniziata questa guerra. E non sembra affatto un caso che, in parallelo a questa visita, in un altro angolo del mondo, precisamente a Dushanbe, in Tagikistan – dove si teneva un summit dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai – si siano incontrati il premier cinese Li Qiang e il primo vicepresidente iraniano Mohammad-Reza Aref.
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Chi la fa, l’aspetti
di Nico Maccentelli
Potere molte volte delegato ad altre mani,
sganciato e restituitoci dai tuoi aeroplani,
io vengo a restituiriti un po’ del tuo terrore, del tuo disordine, del tuo rumore…
(Faber, Il bombarolo, LP Storia di un impiegato)
Ma cosa si aspettavano, che una massa di giovani relegati nelle periferie delle cittadelle del lusso, ridotti a eccedenze produttive o a manovalanza precaria, potessero accettare un presente di miseria con l’ascensore sociale non bloccato, ma sbarrato con violenza e un futuro fatto di nulla con la guerra, senza reagire?
Chi ha fatto questi calcoli, che non sono calcoli ma diktat dettati dai vertici del potere imperialista finanziario e multinazionale, li ha proprio sbagliati: ma il pilota automatico si sa, non è come le city car di ultima generazione e ancora sperimentali che ti guidano da sole per il centro città. Questo porta a sbattere fuori e dentro; fuori contro 1600 testate nucleari operative epuntati sui entri nevralgici di NATO e UE e dentro con la rivolta sociale che è solo agli inizi. Qui, a parte l’operazione biolaboratori del covid e le chiusure di massa come prove generali di acqiescienza delle rane bollite, non c’è nulla di programmato e chi pensava a un’infinita pazienza da parte di chi sta in basso ha fatto i conti senza l’oste.
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"Ci stiamo preparando alla follia". I due scenari dei signori della guerra UE con la Russia
di Fabrizio Poggi
19 ottobre. Che ansia, che tormento agita le fragili cristiane coscienze delle cancellerie euro-atlantiste, al pensiero di come il loro pupillo, personificazione del vallo euroliberale che si erge contro le “autocrazie asiatiche”, sia stato lasciato solo e indifeso dalle sconsiderate decisioni della Casa Bianca. L'impellente imperativo è quello di sostituire l'infido alleato yankee nel sostegno alla junta nazigolpista di Kiev e assumere, con ciò stesso, l'impegno a fare da muro alla “postura” - un termine che, nella nuova lingua liberale, fa il paio con l'innominabile “resilienza”: ma fa tanto europeismo – del Cremlino. Lo ha detto il presidente della repubblica Sergio Mattarella che, evidentemente memore del proprio passato di bombardiere NATO nei massacri della martoriata Jugoslavia, proclama oggi l'urgenza di far fronte comune europeista, «procedendo con determinazione e velocità alla interoperabilità dei nostri strumenti militari, sia perché condizione indispensabile per la difesa comune, sia per rafforzare la Nato sul versante europeo, per ripristinare l’equilibrio rispetto alla postura della Russia; equilibrio che, nella storia, è sempre stato la garanzia della pace, vanificando tentazioni di aggressività» (Askanews, 16 ottobre). Dove l'assioma è quello della «aggressività» di Moskva, mentre l'assunto evangelico, la parola divina, è quella della “difesa della casa comune europea”. Perché l'Europa, ancora per asserto, insieme alla NATO, non può che agire per “difendersi”: lo ha fatto bombardando la Jugoslavia, intervenendo in Medio Oriente, in Africa, contro la “aggressività” di quanti attentino alla sacralità dei “valori europeisti”.
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Il «senso» unico della destra sull’educazione
di Lavinia Marchetti
La scuola cade a pezzi? il governo taglia gli organici? Per Marcello Veneziani siamo davanti a un problema spirituale. Una piccola lezione di nonsenso
Prevengo i commenti. Ma perché perdi tempo con Veneziani? Perché ne parli? Per un motivo semplice: l’egemonia. Vi ricordo che queste persone indottrinano anche chi governa; questi discorsi ve li ritroverete in Valditara e Meloni. Vi ricordo che queste persone, alla fine, approvano tagli e finanziarie. Il ruolo degli “intellettuali” è svuotare di senso le rivendicazioni materiali. Leggasi: arrampicarsi sugli specchi e dare la colpa a tutti/e tranne che a se stessi.
«La rivendicazione economica è fuorviante», sentenzia Marcello Veneziani dalle colonne del giornale. E aggiunge che «il malessere della scuola non deriva dai muri fatiscenti, dalle aule, dagli edifici che cadono a pezzi». Magnifico. Dovremmo suggerire questa interpretazione ai genitori e agli insegnanti dei ragazzi che frequentano gli edifici scolastici bisognosi di manutenzione urgente. Secondo l’ultimo rapporto Ecosistema Scuola di Legambiente, sono il 31,7% di quelli monitorati, percentuale che nelle Isole raggiunge il 54,2%. Il 57,2% degli edifici esaminati deve ancora essere sottoposto alla verifica di vulnerabilità sismica. Chissà quale illuminazione metafisica potrebbe sostituire un intervento strutturale, ovviamente in caso di terremoto potremmo affiggere delle preghiere da recitare.
Per chi lo conoscesse poco, Veneziani è uno dei più longevi intellettuali della destra conservatrice italiana, fondatore dell’Italia Settimanale e di Lo Stato, già editorialista del Giornale, oggi collaboratore della Verità e di Panorama.
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Violenza capitale
di Francesco Paolo Panei
Un confronto tra la violenza puntuale ed esplosiva di una manifestazione e quella logorante della continuativa e sistematica distruzione delle prospettive di futuro
Sabato 17 ottobre ho partecipato a una delle più grandi mobilitazioni della recente storia francese: le persone scese in piazza sono state 800 mila secondo gli organizzatori, circa 550 mila secondo le forze dell’ordine. Sono numeri impressionanti, considerando gli oltre 1.000 luoghi di ritrovo nazionali e il fatto che la manifestazione non sia stata promossa né sostenuta unitariamente dalle organizzazioni intersindacali e interprofessionali, ma sia nata dall’iniziativa dei movimenti studenteschi, che da circa un mese denunciano le condizioni fatiscenti dell’istruzione pubblica francese. In ogni caso, stando in piazza a Parigi, che raccoglieva da sola oltre 110 mila persone, l’impressione che si aveva era di essere sommersi da una folla immensa e, soprattutto, giovane come non mai.
Questa è sicuramente la caratteristica principale degli ultimi tempi: se a livello di organizzazione autonoma tale mobilitazione viene paragonata (e appoggiata) al movimento dei gilets jaunes, quello che più stupisce è la pervicacia con cui essa viene portata avanti da un movimento studentesco nato nei quartieri poveri della periferia parigina e ormai esteso a tutta la Francia. E questa povertà è da tenere a mente nelle analisi che si stanno facendo senza interruzione sullo svolgimento e, soprattutto, sugli esiti della mobilitazione. Con il calare della sera, infatti, un’ondata di violenza stupefacente ha preso possesso di moltissime città, arrivando a oltrepassare il paragone con i famigerati sabati del 2018: a Limoges è stato appiccato il fuoco al municipio della città, a Bordeaux gruppi di rivoltosi hanno preso d’assalto la residenza della prefetta, a Lione hanno incendiato un ufficio del turismo, a Parigi l’intero centro della città era sottoposto a saccheggi e le forze dell’ordine totalmente sopraffatte.
Per contrastare il dilagare delle prediche sulla violenza che già imperversano sui quotidiani e sui canali di comunicazione istituzionale, e quindi a prescindere dal giudizio morale sull’accaduto, ritengo fondamentale condividere le riflessioni che ho potuto fare tramite l’osservazione diretta di tutto quello che è successo.
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Chi può spegnere l’euro
di Paolo De Rosa
Casi recenti hanno dimostrato come le banche e i cittadini europei non siano al riparo da sanzioni secondarie emanate da altri Stati. Centrale per l’autonomia non è la moneta, ma i conti, le carte e i circuiti su cui viaggia. Qui passa la differenza fra avere l'euro e poterlo usare
L’anno scorso ho scritto che l’euro digitale era una questione di sovranità: se la moneta, nella sua forma digitale, sarebbe rimasta infrastruttura pubblica o sarebbe stata affidata a circuiti privati. Quel pezzo chiedeva chi avrebbe controllato il denaro digitale. Questo pone una domanda più difficile, perché gli ultimi dodici mesi hanno risposto alla prima in un modo che non mi aspettavo. L’Europa può possedere la propria moneta, può costruire i propri circuiti di pagamento, e può comunque vedere una banca europea congelare un conto europeo di martedì perché la settimana prima è stata pubblicata una lista a Washington.
Una corte che forse non potrà pagare gli stipendi
La Corte penale internazionale ha sede all’Aia. Il suo bilancio è in euro, il suo personale è pagato in euro, e il trattato che l’ha istituita conta fra le parti quasi tutti gli Stati dell’Unione. Niente di tutto questo l’ha protetta. Secondo l’Associated Press, Washington ha sanzionato più di una dozzina fra membri attuali e passati del personale della Corte, compresa metà dei giudici in carica, e le autorità olandesi sono state avvertite che sanzioni contro la Corte nel suo insieme sono imminenti. Lo Stato ospite sta studiando come tenere in piedi la Corte se accadrà: come pagare il personale e i testimoni protetti, come mantenere sicuro il centro di detenzione, se la Corte potrà ancora servirsi di banche e di servizi informatici.
Quello che le sanzioni fanno a una singola persona è istruttivo, perché nulla tocca la moneta. L’allora procuratore si è visto chiudere i conti bancari e revocare il visto per gli Stati Uniti; la giudice canadese Kimberly Prost ha perso le carte di credito nel momento stesso della designazione, e Alexa di Amazon ha smesso di risponderle. Il procuratore ha perso anche l’accesso alla casella di posta ufficiale su Microsoft ed è passato a un fornitore svizzero, benché il presidente di Microsoft abbia negato che l’azienda l’abbia chiusa.
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La grande truffa dei "piani europei"
di Pino Arlacchi*
“Ricostruire la base produttiva europea” è la frase che circola in ogni documento della Commissione europea. È un riflesso verbale che non impegna nessuno. Non dice quali industrie, con quali soldi, in quanto tempo, contro quali interessi. È una formula di copertura, non un programma.
Il suo uso più recente è nel braccio di ferro con Pechino. Bruxelles ha scoperto, con dieci anni di ritardo, che il deficit commerciale con la Cina corre al ritmo di 1 miliardo al giorno. Minaccia salvaguardie sulle auto ibride, quote sull’acciaio, condizioni sugli investimenti cinesi. Ma sono strumenti difensivi. Rallentano l’emorragia, non curano il malato. Alla domanda su che cosa l’Europa intenda produrre fra dieci anni, la risposta è il silenzio, o un nuovo acronimo. La verità è che l’Unione non ha alcuna visione del suo futuro. Non ha un progetto industriale. La sua leadership, mai così scadente, ha il suo peso nella spiegazione, ma se si vuole capire occorre guardare alla natura stessa dell’Unione, che è un debole regolatore che pretende di essere un governo sovranazionale. L’Unione non può spendere, perché il suo bilancio proviene da un punto del Pil di ciascuno dei suoi membri. Non può decidere, perché ogni scelta strategica richiede una maggioranza qualificata che non esiste. Da questa impotenza congenita nasce il bluff come metodo di governo. Quando non si possono mobilitare risorse, si annunciano cifre.
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Hanno rotto un vetro, ma sembra crollata la “civiltà” occidentale
di Lavinia Marchetti
Quando il “neoumanesimo” a tinte (fosche) illuministiche invoca l’ordine pubblico per difendere le merci e disciplinare il dissenso
Parliamo delle vetrine, quel velo ideologico del commercio che ci fa salivare come cani di Pavlov al suono della campanella, quella nebbia di cristallo dove si vede e non si vede la reificazione che si incontra/scontra con l’ideologia borghese che critica il sistema finché qualcuno non lo tocca e lo mette sul serio in discussione. Insomma quel vetro che segna il limite tra chi ha e chi non ha, o meglio tra chi è e chi non è. La dinamica del velo che frena la pulsione, lo squarcio dietro al quale non si vuol vedere ciò che quel vetro nasconde: il nulla del desiderio dietro al quale tutti giriamo con la catena. E così qualche vetrina va in pezzi e alcuni libri finiscono sul pavimento di una Feltrinelli. Sono due giorni che assistiamo alla più impressionante resurrezione della coscienza umanistica europea. Addirittura Fahrenheit 451! Mi piacerebbe chiedere ai nostri illustri difensori della cultura quali riflessioni e indignazioni abbiano dedicato alla distruzione di tutte le università palestinesi, ai bombardamenti delle università iraniane, alla chiusura dell’archivio storico palestinese, alla cacciata dell’UNRWA dalla Cisgiordania e così via. Me lo chiedo sul serio. Beh, magari dieci minuti di biasimo. Migliaia di studenti hanno perduto le condizioni materiali della propria formazione. Eppure, davanti alla distruzione della vita intellettuale palestinese, abbiamo ascoltato interminabili disquisizioni sulla complessità del conflitto.
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Zombieland
di Alex Marsaglia
Altro che democrazia: le piazze esplodono contro il piano di Bruxelles per trascinarci in guerra
L’Unione Europea, sull’onda della crisi inflazionistica innescata dalle guerre di fine impero e del debito di un’economia finanziarizzata, viene attraversata dalla più profonda ed estesa ondata di manifestazioni degli ultimi decenni. Le istituzioni del grande Quisling europeo che governa per conto degli americani le terre che vanno dalle coste dell’Atlantico alle porte della Russia sono talmente sottomesse all’ideologia colonialista neoliberista dall’aver unificato nella crisi sociale, dopo appena 12 anni, Atene e Berlino. Nella ribellione che in queste settimane sta attraversando Francia, Spagna, Germania, Belgio, Italia, Albania e Grecia vi è una comunione di destini che portano i popoli, uniti dalla politica del riarmo a discapito del welfare, a ribellarsi assieme.
Ovviamente sinora si tratta solo di una ribellione, di una scintilla nella prateria, come si suol dire. Non vi sono forze politiche e organizzazioni strutturate in grado di condensare le comuni rivendicazioni in un’unica piattaforma rivendicativa. Vi è però un’idea che, innominabile, oggi come un tempo vaga per le più grandi capitali d’Europa senza poter essere liberamente espressa. Lo spettro del sovranismo aleggia per l’intero continente, in cui movimenti, partiti, categorie e in definitiva cittadini rivendicano soprattutto di poter decidere liberamente dei propri destini, brandendo il più basilare dei diritti: il diritto a poter vivere in pace, come ha detto pochi giorni fa Jean-Luc Mélenchon «non prepareremo i nostri figli a morire!».
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Milano bis, l’ora dei neet
di Francesco Piccioni
Sta nel nero della pelle
Nella festa collettiva
Sta nel prendersi la merce
Sta nel prendersi la mano
Per tirare i sampietrini
Nell’incendio di Milano
Nelle spranghe sui fascisti
Nelle pietre sui gipponi
La sorpresa sta già nel fatto che ci si riesca a sorprendere. Anche ieri “Milano centro” è stata attraversata da gruppi di giovani che alla fine si sono scontrati con la polizia. La quale – dopo che evidentemente erano stati monitorati i social più utilizzati per la giornata di sabato – fin dalla mattina aveva cominciato a filtrare l’accesso al centro sulla base di due criteri piuttosto indicativi: chi indossava felpe con cappuccio e chi si porta dietro un colore di pelle un po’ diverso.
Scene tra il comico e il tragico, con proteste indignate e ragazzi costretti a sedersi sul marciapiede, perché doveva essere fin troppo ovvio – tranne che per i “pensatori” della repressione – che questi due “segni distintivi” significano assai poco in un paese dove ci si veste secondo mode generazionali (le felpe) e i “negri” sono la speranza di rinascita della nazionale di calcio. Pensa un po’ se avessero fermato Cissé o Thuram…
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Sinwar ha smascherato il sionismo. Ma a quale prezzo?
di Mike Whitney*
Israele sta vincendo la sua guerra contro Hamas? Non nel senso classico del termine, secondo la terminologia di von Clausewitz, perché lo scopo della guerra è raggiungere un fine politico. Qual è il fine politico che Israele spera di raggiungere?
Israele vuole cacciare i palestinesi da Gaza. Lo sappiamo; lo sanno tutti.
Ma questo non è successo e, dopo tre anni di brutale violenza, Israele non è più vicino al successo di quanto lo fosse l’8 ottobre. Sono ancora fermi al punto di partenza. Quindi, dov’è il fine politico? Dov’è la vittoria?
Ma che dire di Hamas? Hamas sta vincendo la sua guerra contro Israele? Sì, Hamas sta vincendo la sua guerra contro Israele per la semplice ragione che sta raggiungendo i suoi obiettivi strategici, che porteranno a uno Stato finale politico.
È importante sottolineare che non stiamo parlando del prezzo terribile che il popolo palestinese sta pagando. Sappiamo che gran parte di Gaza è stata ridotta a una terra desolata e che non c’è speranza all’orizzonte. Ma non è questo il punto che stiamo affrontando. Ci siamo concentrati sulla questione se Hamas stia raggiungendo i suoi obiettivi. Questo è ciò che vogliamo sapere. Ma, per farlo, dobbiamo identificare quali siano questi obiettivi.
Fortunatamente, abbiamo il testo di un discorso del leader di Hamas Yahya Sinwar (pronunciato il 14 dicembre 2022) in cui presenta la strategia di Hamas nei termini più semplici. Ecco cosa ha detto:
“Entro un periodo limitato di mesi, che stimo non supererà un anno, costringeremo l’Occupazione a trovarsi di fronte a due opzioni: o la costringeremo ad applicare il Diritto Internazionale, a rispettare le risoluzioni internazionali, a ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, a smantellare gli insediamenti, a liberare i prigionieri e a garantire il Ritorno dei rifugiati, realizzando così la creazione di uno Stato Palestinese sui Territori Occupati nel 1967, inclusa Gerusalemme; oppure la porremo in contraddizione e in conflitto con l’intero ordine internazionale, isolandola in modo estremo e deciso, e ponendo fine alla sua integrazione nella Regione e nel mondo intero, affrontando il collasso che si è verificato su tutti i fronti della Resistenza negli ultimi anni”.
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Data Center e sovranità digitale
di Francesco Cappello
Immaginiamo il mattino di un giorno qualsiasi in cui un governo straniero, o il consiglio di amministrazione di tre multinazionali del tech, decide che l’Italia non è più un partner allineato o semplicemente che è giunto il momento di massimizzare un profitto estorsivo. Non ci sono truppe ai confini, né bombardamenti. C’è solo un interruttore logico che viene spento a diecimila chilometri di distanza. È questo il grado zero della sovranità digitale: la trasformazione di una nazione in un ostaggio senza alcuna possibilità di negoziare.
Nella Pubblica Amministrazione e nella sanità, il collasso potrebbe essere immediato e letale. Ai server cloud che ospitano il Fascicolo Sanitario Elettronico, l’anagrafe nazionale e i database dell’INPS, che per una parte crescente dei servizi dipendono da infrastrutture e software di fornitori extraeuropei, potrebbe essere ordinato, da remoto, di smettere di rispondere. Negli ospedali, i medici non potrebbero più accedere alle cartelle cliniche, i macchinari diagnostici salvavita andrebbero offline perché non riescono a dialogare con i server centrali, e le sale operatorie si fermerebbero. I cittadini perderebbero la loro identità civile: non si possono emettere documenti, pagare le pensioni, erogare sussidi o registrare nascite e decessi. Lo Stato italiano, per riavere accesso ai dati dei propri cittadini, sarebbe costretto a piegarsi a ricatti geopolitici o a pagare enormi pedaggi economici, senza avere alcuna competenza tecnica per aggirare il blocco. I nostri dati più intimi diventerebbero letteralmente un’arma puntata contro di noi.
Nel settore bancario e finanziario, lo scenario si traduce nell’espropriazione istantanea della ricchezza nazionale. L’intero sistema dei pagamenti digitali, i bancomat, i trasferimenti interbancari e il clearing delle transazioni poggiano su reti informatiche e cloud stranieri. Nel momento in cui la spina viene staccata, i conti correnti diventano fantasmi inaccessibili. L’economia reale si congela nel giro di poche ore: i supermercati non possono incassare, le aziende non possono pagare i fornitori, i risparmi di una vita evaporano dietro una schermata di errore.
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Russia, Ucraina, Kaliningrad: non è Trump a decidere le sorti del conflitto
di Roberto Iannuzzi
Il polverone mediatico sollevato dall’accordo sul diesel siglato da Trump distoglie l’attenzione dal reale andamento della guerra, che vede NATO e Russia in rotta di collisione.
L’accordo annunciato dal presidente americano Donald Trump, in base al quale la Russia fornirebbe agli Stati Uniti e al mercato globale un totale di circa 3 milioni di tonnellate di diesel nei prossimi mesi, ha suscitato la collera di Kiev e degli alleati europei, così come dei democratici e di molti repubblicani in patria.
Trump è stato sostanzialmente accusato di aiutare l’economia di Mosca in una fase cruciale del conflitto con l’Ucraina, addirittura “vanificando quattro anni di pressioni finanziarie occidentali nei confronti di Mosca”.
Ne è sorto uno scontro durissimo fra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e Trump. Il primo ha definito “debole” la decisione del presidente americano. Quest’ultimo ha affermato che l’Ucraina avrebbe dovuto eleggere un nuovo presidente “in grado di fare un accordo”.
Trump ha accusato Zelensky di aver ignorato numerose richieste statunitensi di porre fine agli attacchi alle raffinerie russe, i quali contribuiscono ad aggravare la crisi energetica mondiale aumentando il prezzo del diesel. Quest’ultimo è raddoppiato negli USA dall’inizio del conflitto con l’Iran.
Mentre il presidente americano annunciava l’accordo sul diesel, i suoi inviati Steve Witkoff e Jared Kushner si stavano incontrando a Miami con una delegazione ucraina ed alcuni rappresentanti europei allo scopo di discutere proposte per porre fine al conflitto.
Secondo il Financial Times, i due inviati statunitensi avevano ventilato la possibilità di interrompere la condivisione di informazioni di intelligence con Kiev se l’Ucraina non avesse cessato gli attacchi alle raffinerie russe.
Nei giorni successivi, fonti ucraine hanno denunciato la mancata trasmissione da parte USA di alcune informazioni che avrebbero permesso una più tempestiva difesa dagli attacchi missilistici russi.
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