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La costituzione e lo stato di eccezione
di Giorgio Agamben
Intervento al convegno degli studenti veneziani contro il greenpass l’11 novembre 2021 a Ca’ Sagredo
Vorrei riprendere, per cominciare, alcuni punti che avevo provato a fissare qualche giorno fa per cercare di definire la trasformazione surrettizia, ma non per questo meno radicale, che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Credo che dobbiamo innanzitutto renderci conto che l’ordine giuridico e politico in cui credevamo di vivere è completamente mutato. L’operatore di questa trasformazione è stato, com’è evidente, quella zona di indifferenza fra il diritto e la politica che è lo stato di emergenza.
Quasi vent’anni fa, in un libro che cercava di fornire una teoria dello stato di eccezione, avevo costatato che lo stato di eccezione stava diventando il sistema normale di governo. Come sapete, lo stato di eccezione è uno spazio di sospensione della legge, quindi uno spazio anomico, che si pretende però incluso nell’ordinamento giuridico.
Ma guardiamo meglio che cosa avviene nello stato di eccezione. Dal punto di vista tecnico, si ha una separazione della forza-di-legge dalla legge in senso formale. Lo stato di eccezione definisce, cioè, uno “stato della legge” in cui da una parte la legge teoricamente vige, ma non ha forza, non si applica, è sospesa e dall’altra provvedimenti e misure che non hanno valore di legge ne acquistano la forza. Si potrebbe dire che, al limite, la posta in gioco nello stato di eccezione è una forza-di-legge fluttuante senza la legge. Comunque si definisca questa situazione – sia che si considera lo stato di eccezione come interno o che lo si qualifichi invece come esterno all’ordine giuridico – in ogni caso essa si traduce in una sorta di eclissi della legge, in cui, come in un’eclissi astronomica, essa permane, ma non emana più la sua luce.
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L’egemonia pandemica
di Giovanna Cracco
Gramsci e i concetti di ‘egemonia’, ‘intellettuale organico’ e ‘crisi di autorità’ per comprendere ciò che accade: milioni di persone hanno abdicato alla logica per leggere la realtà e la maggior parte dell’informazione e della cultura italiana (scienza compresa) si presta a essere strumento di propaganda, rinunciando alla propria deontologia
“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.”
Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo, 1919-1920
Due domande ricorrono di continuo nella mente.
La prima: com’è possibile che milioni di persone abbiano cessato di utilizzare la logica per leggere la realtà, abbiano abdicato alla razionalità che collega fra loro dati, numeri e fonti, e continuino a prestare fede a una classe dirigente che sta gestendo una pandemia con contraddizioni continue, incongruenze, illogicità e affermazioni che la stessa realtà si occupa di smentire dopo pochi giorni (1). È un fatto che non si può spiegare con la semplice capacità di persuasione di una propaganda martellante: c’è altro.
La seconda: com’è possibile che, per la maggior parte, l’informazione e la cultura italiana (anche la scienza è cultura), si prestino da due anni a essere strumento di propaganda senza opporre alcun ragionamento, critica, contestualizzazione agli atti del potere politico; rinunciando non solo alla propria deontologia – i mestieri di giornalista e di medico implicano una responsabilità legata all’etica – ma non temendo nemmeno di apparire stolte marionette; certi dunque che nessun cittadino, un giorno, chiederà loro conto di ciò che stanno facendo.
Sono due domande che scomodano Gramsci e i suoi concetti di ‘egemonia’ e di ‘intellettuale organico’; e un fatto, su tutti, ha rivelato oltre quale limite questa situazione si è spinta. Il 27 novembre scorso il senatore a vita ed ex Presidente del Consiglio, Mario Monti, è ospite alla trasmissione In onda su La7: le sue affermazioni hanno fatto il giro della Rete, quindi sono ormai note. Ma partiamo comunque dalle parole (i corsivi sono miei).
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Critica della (s)ragione strumentale/calcolante-industriale
di Lelio Demichelis
“Ormai solo un Dio ci può salvare”: è una delle risposte – forse la più famosa (e dalle molte interpretazioni possibili) – date da Martin Heidegger nella sua intervista del 1966 a Der Spiegel e pubblicata nel 1976 solo dopo la sua morte per volontà dello stesso filosofo (Heidegger, 1987: 140). Qui invece, da laici e da illuministi diciamo che solo un’altra ragione – umanistica, riflessiva e sostenibile, quindi non solo diversa ma radicalmente opposta alla razionalità strumentale/calcolante-industriale-capitalista dominante da tre secoli – ci può salvare.
Uscire dalla razionalità strumentale/calcolante-industriale
E per salvarci (dalla crisi ambientale e da quella sociale), questa nuova ragione deve permetterci soprattutto di riprovare a immaginare – sono passati giusto vent’anni dalla oscena macelleria messicana che lo stato italiano praticò deliberatamente e scientemente a Genova nel 2001 contro i no-global e le loro idee – che un altro mondo sia davvero possibile: un mondo altro dal tecno-capitalismo, altro dall’accumulazione tecno-capitalista, altro dallo sfruttamento dell’uomo permesso dalle nuove tecnologie, altro dallo sfruttamento della biosfera per profitto privato. Con un’economia altra rispetto a quella anch’essa dominante.
Un tornare a immaginare/pensare ancora più necessario quando, come accade da tempo in una sorta di crescendo rossiniano, troppi scienziati (in questo forse non casualmente alleati/allineati con l’ideologia neoliberale e soprattutto con quella tecnologica che ci porta a delegare la nostra vita a un algoritmo e a percepirci come non responsabili di ciò che facciamo), troppi scienziati vogliono farci credere che il libero arbitrio non esiste e che siamo governati da forze deterministiche cieche (cfr., Internazionale nr.1416), alle quali possiamo/dobbiamo solo adattarci senza avanzare critiche e progetti alternativi – e che anche questa economia e questa tecnica sono quindi il nostro destino.
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Euro, mercati… e conformismo
di Elisabetta Frezza
Testo integrale dell’intervento a Lo Stato delle cose. Euro, mercati, democrazia, Conferenza internazionale organizzata da a/simmetrie, Associazione italiana per lo studio delle asimmetrie economiche, Centro Congressi Serena Majestic, Montesilvano (Pescara), 17 ottobre 2021
Il conformismo (tema delle riflessioni dell’anno passato) è uno degli antecedenti più rilevanti dell’attuale stato delle cose. Ovvero, l’attuale stato delle cose dipende per molta parte dalla estensione dell’habitus conformista, penetrato fin dentro il nostro DNA – e non soltanto in senso figurato.
Un anno fa, da questa stessa postazione, parlavo di scuola, che è sempre una formidabile lente di ingrandimento dei fenomeni che investono la società. Un luogo, e un tema che, per motivi di famiglia, mi trovo a esplorare da anni; da anni toccando con mano i tanti e ingravescenti segni esteriori di una degenerazione che, per la sua sistematicità e implacabilità, non può che essere il frutto di una ponderata regia, al servizio della quale si è schierato un imponente esercito di esecutori, più o meno consapevoli.
Di questo processo stiamo ora vedendo l’epilogo. Un epilogo degno del teatro dell’assurdo e infatti, giunti al punto in cui siamo giunti, dovrebbe essere proprio l’assurdo la chiave ideale per leggere infallibilmente la realtà delle cose.
C’è dunque del metodo nella follia lucida e ostinata che da tempo ispira lo stravolgimento, più ancora che di un modello di istruzione – che pure ci apparteneva, ed era un modello di riconosciuto valore – del senso stesso dell’istruzione. Il ganglio più vitale, più delicato, più prezioso di ogni società organizzata, perché riguarda il suo futuro.
Clive Staples Lewis, quello del regno di Narnia e del leone Aslan, ha dipinto con chiarezza preveggente la differenza tra “vecchia e nuova educazione”. Era il 1943 quando scriveva:
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Culture e pratiche di sorveglianza
Costruzione identitaria e privacy tra rassegnazione digitale e datificazione forzata
di Gioacchino Toni
Riferendosi all’età contemporanea, le scienze sociali tendono ad assegnare una certa importanza al ruolo dei social media nella “costruzione del sé”, nella “costruzione antropologica della persona”. Nel recente volume di Veronica Barassi, I figli dell’algoritmo. Sorvegliati, tracciati, profilati dalla nascita (Luiss University Press, 2021) [su Carmilla], l’autrice evidenzia come, nell’era del capitalismo della sorveglianza, con la possibilità offerta dalle piattaforme digitali di raccontare storie personali negoziando la posizione che si occupa in società, sorgano alcune importanti questioni su cui vale la pena riflettere.
Innanzitutto si opera nell’impossibilità di controllare il contesto in cui le informazioni personali vengono condivise e ciò, sottolinea la studiosa, determina il collasso dell’integrità contestuale, dunque la perdita di controllo nella costruzione del sé in quanto non si padroneggiano più le modalità con cui ci si presenta in pubblico. Si tenga presente che alla creazione dell’identità online concorrono tanto atti coscienti (materiali caricati volontariamente) che pratiche reattive (like lasciati, commenti ecc.) spesso in assenza di un’adeguata riflessione.
Nel costruire la propria identità online si concorre anche alla costruzione di quella altrui, come avviene nello sharenting, ove i genitori, insieme alla propria, concorrono a costruire l’identità online dei figli persino da prima della loro nascita. In generale si può affermare che manchi il pieno controllo sulla costruzione della propria (e altrui) identità online visto che si opera in un contesto in cui ogni traccia digitale può essere utilizzata da sistemi di intelligenza artificiale e di analisi predittiva per giudicare gli individui sin dall’infanzia.
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«Per un catechismo rivoluzionario»
Su La communion qui vient (Paris, ed.Seuil 2021).
di Marcello Tarì
No, non è al catechismo di Necaev, il manifesto russo del nichilismo rivoluzionario, che gli autori de La communion qui vient [La comunione che viene] si riferiscono, quando viene evocato a mo’ di slogan in un punto cruciale del testo. Per capirlo è sufficiente guardare al sottotitolo del libro: Carnets politiques d’une jeunesse catholique [Quaderni politici di una gioventù cattolica]. Invece è certo che il titolo gioca sul richiamo a un altro testo, pubblicato sempre in Francia quindici anni fa e che divenne anch’esso una specie di catechismo rivoluzionario per le giovani generazioni. Sto parlando ovviamente di quello a firma del Comitato Invisibile, L’insurrezione che viene.
La sua diffusione andò infatti oltre l’interesse strettamente politico-culturale, fu piuttosto un fenomeno di costume che influenzò un certo modo di pensare la vita e la politica nel contesto del presente ordine del mondo e credo sia esattamente questo il motivo del libro appena uscito, cioè mettere in discussione i modi di vita e le politiche attuali proponendo qualcos’altro. Anzi, in questo caso qualcosa di veramente Altro. La communion qui vient è però anche una citazione di un altro importante piccolo volume uscito nella sua prima edizione nel lontano 1990, cioè La comunità che viene di Giorgio Agamben, nel senso che uno degli argomenti principali affrontati dal libro è la critica politica del concetto di comunità al quale viene preferito, appunto, quello di comunione.
L’obiettivo di questo testo non è diverso da quello che animava quello del Comitato Invisibile, cioè dare una forte scossa a un ambiente, in questo caso quello cattolico, mentre nel caso precedente si trattava di quello della sinistra radicale, ma entrambi hanno l’ambizione di rivolgersi a tutta la società indicando alcune piste teoriche e organizzative.
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I Mostri del Liberismo e come combatterli
di Marco Valente
La recente condanna di Amazon da parte dell’anti-trust italiano (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) è qualcosa di più di una grande multa, equivalente a circa il 10% del fatturato annuo della multinazionale nel nostro paese. E’, in primo luogo, la dimostrazione dettagliata ed evidente del perché la retorica del liberismo come unica forma efficiente di organizzazione economica si fonda su un grande equivoco. In secondo luogo l’indagine dell’Autorità ha esposto in maniera limpidissima il dilemma dei governi rispetto alle grandi imprese del web: come limitarne il potere senza perdere gli enormi vantaggi che offrono. In questo articolo riassumiamo come le politiche liberiste orientate a favorire la concorrenza continua anno creato delle condizioni esattamente opposte a quelle desiderate: monopoli inattacabili da qualsiasi concorrente. Vedremo anche come la Cina gestisce il problema e concludiamo con una proposta di regolamentazione che ottiene il risultato di favorire la vera concorrenza senza perdere i vantaggi forniti dalle grandi piattaforme.
Efficienza e concorrenza: una falsa associazione
Ormai da decenni è universalmente accettato, anche dai movimenti politici che si autodichiarano “di sinistra”, una visione economica del mondo secondo la quale la libera concorrenza garantisce sempre e comunque il risultato più efficiente in qualsiasi contesto. La concorrenza fra imprese garantisce che le imprese sopravvissute adotteranno le pratiche produttive più efficienti. La concorrenza tra lavoratori garantisce che i redditi saranno adeguati al loro apporto alla produzione.
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Prove di dispotismo italiano
La farsa della riforma fiscale e l’inflazioni da profitti
di Andrea Fumagalli
Il dispotismo politico-economico
Il primo paradosso, di natura economico-politica, è che il dispotismo politico, oggi rappresentato dal governo Draghi, non è più semplicemente una conseguenza del dispotismo economico ma ne è regia. Se ai tempi di Renzi l’approvazione del Jobs Act rientrava nella logica di accondiscendenza della politica ai poteri forti economici, oggi assistiamo, paradossalmente, a un ritorno della “politica” ma intesa, sia chiaro, come dirigismo e accentramento del potere, indipendente da altre componenti, in teoria fondamentali, della società cosiddetta “democratica”. Ciò avviene in contemporanea (e grazie) al completo svilimento delle prerogative parlamentari come organi legislativi e deliberativi. Dopo trent’anni, arriva così a compimento un processo che rende reale l’esistenza di un autoritarismo elitario, che vede nei “governi tecnici” il perfetto strumento di attuazione del dispotismo; nel decreto legge la sua pratica legislativa; nella figura del premier l’incarnazione (quasi mistica) della governance politico-economica. Il parlamento, ridotto di numero per volere degli italiani e già da anni semplice organo di ratifica, perde così anche i suoi ultimi ruoli formali.
Tale transizione ha avuto il suo battesimo nella presentazione del PNRR nello scorso luglio. Reso noto tre giorni prima della scadenza per l’invio a Bruxelles, Camera e Senato lo approvano senza la men che minima discussione. Ma non basta. La versione finale e ufficiale inviata in Europa incorpora delle modifiche rispetto al testo presentato al parlamento. E non si tratta solo di modifiche formali, dal momento che in quest’ultima versione scompare ogni riferimento, precedentemente presente (seppur in modo vago), alla necessità di introdurre un salario minimo orario in Italia, sul modello tedesco. Il parlamento non ha dunque neanche ratificato il testo finale, in un silenzio quasi totale.
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La lunga notte del capitale
Leopardi, la natura e il senso ultimo della lotta di classe
di Sandro Moiso
L’intervento seguente è dedicato a Emilio Scalzo, militante No Tav, e al coraggio e alla dignità con cui affronta una persecuzione poliziesca e giudiziaria che da sola basterebbe a dimostrare l’illusorietà di ogni promessa di giustizia e rispetto dei diritti in una società il cui ordinamento è rivolto soltanto all’accumulazione del capitale
Per chiudere l’anno con una serie di considerazioni che possano servire ad inquadrare fatti recenti e pensieri lontani nel tormentato cammino della lotta contro l’attuale modo di produzione, occorre tornare ad uno scrittore ancora troppo poco compreso, sia dal dal punto di vista filosofico che politico, nonostante il suo nome sia pur sempre considerato di grande rilevanza culturale: Giacomo Leopardi.
Un autore “classico” che, nonostante lo sforzo di aggiornamento fatto con il bel film del 2014 di Mario Martone e interpretato da Elio Germano, Il giovane meraviglioso, viene ancora troppo spesso definito semplicemente pessimista piuttosto che, come sarebbe più corretto, materialista.
Ma se qualcuno chiede cosa può ancora insegnarci, oggi, lo scrittore-filosofo di Recanati, la prima cosa che occorre sottolineare è l’atteggiamento che lo scrittore assunse nei confronti della Natura “matrigna”.
Stiamo attenti: matrigna e non nemica, una differenza non di poco conto, poiché nel primo caso si tratta di una madre acquisita che deve distrattamente occuparsi di creature non volute né, tanto meno, volutamente cercate; mentre nel secondo caso opererebbe per colpire volontariamente l’uomo, danneggiarlo, farlo soffrire di proposito e, soprattutto, con un cosciente e ben definito proposito.
Secondo Leopardi, se la Natura risulta nemica all’uomo questo è dovuto soltanto al carico di illusioni con cui l’Uomo interpreta la propria condizione esistenziale.
Ciò potrebbe sembrare un tema distante da quelli riguardanti la lotta di classe, eppure, eppure…
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San Giorgio e il Draghi (Addavenì San Giorgio)
di Gianni Giovannelli
Ecco la fiera con la coda aguzza
Che passa i monti, e rompe i muri e l’armi:
Ecco colei che tutto il mondo appuzza!
Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
E accennolle che venisse a proda,
Vicino al fin dei passeggiati marmi.
E quella sozza immagine di froda
Sen venne, e arrivò la testa e il busto;
Ma in su la riva non trasse la coda.
La faccia sua era d’uomo,
Tanto benigna avea di fuor la pelle;
E d’un serpente tutto l’altro fusto.
(Dante, Inferno, canto XVII)
Prologo
Nel 1969, un po’ a sorpresa, la chiesa cattolica decise di declassare San Giorgio; ora, nella liturgia, la memoria a lui dedicata è solo facoltativa, non più obbligatoria. La ragione del provvedimento trova la sua radice nell’assenza di fonti storiche certe che lo riguardino e possano essere di supporto al culto dei fedeli. Esiste infatti unicamente una Passio Sancti Georgii che riporta dati biografici e descrive episodi significativi della sua vita; ma già nel 496 il Decretum Gelasianum aveva bollato l’opera come apocrifa. Per quanto ne sappiamo nacque in Cappadocia e morì giovane, nel 303, in Anatolia; oggi sarebbe un suddito del perfido Erdogan, tiranno poco incline a trattar bene tipi come lui. Ma anche sotto Diocleziano non gli andò meglio, e ci rimise la testa. Nonostante la degradazione pontificia, il culto di San Giorgio gode ancora di ottima salute presso tutte le chiese cristiane, d’oriente e d’occidente; l’indipendentismo popolare catalano, durante le proteste, invoca a gran voce Jordi chiedendo la sua protezione contro la monarchia spagnola. In Inghilterra e in Portogallo, a Genova Ferrara e Reggio Calabria, in centinaia di località dei cinque continenti, il 23 aprile si festeggia questo battagliero tropeoforo (il vittorioso), patrono di chi si batte contro i soprusi.
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Covid, il fallimento della sinistra
di Toby Green* e Thomas Fazi
Durante le varie fasi della pandemia globale, le preferenze delle persone in termini di strategie epidemiologiche si sono sovrapposte strettamente al loro orientamento politico. Da quando Donald Trump e Jair Bolsonaro hanno preso posizione contro i lockdown, nel marzo 2020, buona parte delle persone di sinistra, “radicale” o moderata che sia, si sono prodigate per aderire pubblicamente al lockdown quale strategia per la mitigazione della pandemia – e ultimamente alla logica dei lasciapassare vaccinali.
Ora, mentre i paesi di tutta Europa sperimentano restrizioni sempre più severe per i non vaccinati, i commentatori di sinistra – di solito così accesi nella difesa delle minoranze discriminate – si contraddistinguono per il loro silenzio. Come scrittori che si sono sempre posizionati a sinistra, siamo disturbati da questa svolta degli eventi. Non c’è davvero nessuna critica progressista da fare sulla messa in quarantena di individui sani, quando le ultime ricerche suggeriscono che c’è una differenza irrisoria in termini di trasmissione tra vaccinati e non vaccinati? A ben vedere, però, la risposta della sinistra al Covid appare come parte di una più profonda crisi della politica e del pensiero di sinistra – una crisi che va avanti da almeno trent’anni. Quindi è importante identificare il processo attraverso il quale questa crisi ha preso forma. Nella prima fase della pandemia – la fase dei lockdown – sono stati coloro che propendevano verso la destra culturale ed economica ad essere più propensi a sottolineare i danni sociali, economici e psicologici derivanti dalle chiusure. Nel frattempo, l’iniziale scetticismo di Trump nei confronti del lockdown ha reso questa posizione insostenibile per la maggior parte di coloro che propendono verso la sinistra culturale ed economica.
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La pretesa obbedienza morale a un sistema immorale
di Silvia D'Autilia
Il 15 dicembre 2021, secondo quanto previsto dal D.L. n.172 dd. 26-11-2021, entrerà in vigore l’obbligo vaccinale per le categorie professionali del comparto scuola e forze dell’ordine, pena la sospensione dello stipendio. Ebbene, che il contenimento della pandemia avrebbe traghettato verso dimensioni nuove della vita, della politica e della socialità non avevamo dubbi; certo, mai avremmo immaginato mediante il dispiegamento di una simile ipocrisia.
Ipocrisia dei media
Hanno scritto e riscritto: “è boom di prenotazioni”, “successo enorme della campagna vaccinale”, “le somministrazioni procedono spedite”, “file di pentiti all’hub”, omettendo però il dato più importante: le barbare modalità con cui, per una fascia di popolazione, hanno raggiunto questi traguardi, ovvero minacciando letteralmente una fetta di lavoratori di revocare d’emblée i personali meccanismi di sopravvivenza minima. L’entusiasmo giornalistico avrebbe potuto essere appena appena lecito e tollerabile se riferito a una crescita delle somministrazioni a posteriori di un disteso clima culturale e mediatico di confronto, discussione e chiarimento dei dubbi di indecisi, riluttanti, renitenti, pardon “no-vax”: categoria sociale à la page per raccogliere soggetti animati da multiformi istinti irrazionali, antiscientifici, terrapiattisti, anarchici, estremisti e analfabeti. (In meno di 60 anni, è completamente sfumato tutto lo sforzo storico e filosofico profuso da Michel Foucault per dimostrare la facilità con cui il potere stigmatizza ed emargina parti della società di cui di volta in volta e di epoca in epoca non sa letteralmente che farsene, ma pazienza!).
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Riot, operaio nero e operaio bianco, classe e razzismo
di Noi non abbiamo patria
Nel mese di settembre Calusca City Lights (Archivio Primo Moroni) e radiocane.info hanno realizzato un progetto editoriale presentando una raccolta di testi inediti provenienti dagli Stati Uniti come testimonianze e riflessioni sul movimento di sollevazione che si è dato nel nome di George Floyd del 2020.
La raccolta ha come titolo Riots! George Floyd Rebellion 2020. Fatti, testimonianze e riflessioni edito da Edizioni Colibrì.
Il lavoro è davvero prezioso, perché troppo poco si è riflettuto e troppo spesso male circa gli avvenimenti che dall’omicidio di George Floyd il 25 maggio 2020 hanno infiammato gli Stati Uniti d’America in più di 100 città (nelle maggiori grandi città, nelle aree peri urbane suburbs e fino alle più piccole contee rurali ed exurbs) ed hanno visto il dispiegamento della Guardia Nazionale in più di 30 città, l’uso militare della polizia federale e del DHS, ed una mobilitazione attiva di ampi settori sociali che si sono contro mobilitati a difesa della supremazia bianca, della polizia e delle proprietà private minacciate. I fatti testimoniati e riflettuti proposti da questo lavoro editoriale di raccolta gettano uno squarcio sul “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” che si prospetta per il futuro, che, per quanto ritiene questo blog, esso mette alla prova la teoria rivoluzionaria del passato ereditata dalle varie interpretazioni del “Marx-pensiero” in special modo su razzismo, schiavitù ed il rapporto tra proletariato di colore e bianco.
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La notte della Repubblica
di Giovanni Iozzoli
A che punto della notte siamo? Nell’oscurità più nera e fredda, che precede l’alba livida? O solo nel mezzo di un buio fitto, denso, che pare eterno: il buio come nuovo presente, nuova forma delle cose.
Sono quasi due anni che questo paese vive dentro uno stato d’emergenza formalmente dichiarato e le forze di governo stanno dibattendo sull’eventualità di una ulteriore proroga – dibattito che si intreccia con quello sulla elezione del nuovo presidente della repubblica. Lo stato d’emergenza è il liquido amniotico dentro cui qualsiasi governo ama sguazzare; in quella beatifica condizione il consenso parlamentare si addensa compatto intorno agli esecutivi; si possono finalmente bypassare leggi, procedure e persino principi costituzionali, mediante semplici strumenti amministrativi. Tutto può essere deciso, tutto può essere ratificato senza lungaggini, seccature e inutili finzioni di dibattito. Chi aveva mai sentito parlare dei DPCM, prima di Conte? Eppure mediante questo tipo di atti si sono proclamati mesi di coprifuoco, come in tempo di guerra. Per non parlare di appalti e affidamenti di servizi – che in epoca di PNRR rappresentano l’unica e ultima ragion d’essere degli ectoplasmi affaristici che i tg ancora definiscono “partiti”. Lo stato d’emergenza poi – ça va sans dire – è l’ideale modello di gestione di ogni conflitto sociale o opposizione reale: manganelli mediatici e manganelli reali diventano dispositivi legittimi, coerenti e funzionali, contro cui pochissimi osano protestare.
Sabato 11 dicembre – alla vigilia dell’anniversario di piazza Fontana – Milano ha celebrato il suo primo week end senza manifestazioni in centro; bottegai e cultori accaniti dello shopping, il giorno dopo hanno esultato a mezzo stampa: per 20 settimane di fila avevano dovuto subire l’invasione di torme indocili, spesso giovanili e periferiche, poco coordinate ma creative e parecchio tenaci.
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Fermiamo il capitalismo che sta uccidendo il pianeta
di George Monbiot - The Guardian
C’è un mito sugli esseri umani che resiste a ogni evidenza, cioè che mettiamo sempre la nostra sopravvivenza al primo posto. Questo è vero ma per altre specie, che quando si trovano di fronte a una minaccia imminente, come l’inverno, investono grandi risorse per evitarla o sopportarla: migrando o andando in letargo, per esempio. Per gli esseri umani la questione è diversa.
Di fronte a una minaccia imminente o cronica, come il collasso climatico o ambientale, sembra che facciamo di tutto per compromettere la nostra sopravvivenza. Ci convinciamo che non è così grave, o addirittura che non sta succedendo niente. Raddoppiamo la distruzione, sostituendo le nostre auto ordinarie con dei suv, lanciandoci verso l’oblio con un lungo viaggio in volo, bruciando tutto quanto, in un ultimo accesso di frenesia. In fondo alla nostra testa c’è una vocina che ci sussurra: “Se la situazione fosse davvero così grave, qualcuno ci fermerebbe”.
Quando ci occupiamo di questi problemi, lo facciamo in modi meschini, simbolici, comicamente inadeguati alla gravità della nostra situazione. È impossibile ravvisare, nella nostra reazione a ciò che sappiamo, il primato del nostro istinto di sopravvivenza.
Reazione a catena
Sappiamo che le nostre vite dipendono totalmente da sistemi naturali complessi: l’atmosfera, le correnti oceaniche, il suolo, le reti biologiche del pianeta. Le persone che studiano i sistemi complessi hanno scoperto che questi si comportano in modi coerenti.
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La pandemia ed il «techno-fix», II parte
di Giuseppe Longo*
In una precedente nota (qui), ho sottolineato la necessità di una riflessione sulle cause possibili di questa pandemia, che vanno cercate, pensando anche al futuro, in una preoccupante crescita delle epidemie a partire dagli anni ‘70 (si tratta di “zoonosi” al 70%, indotte da deforestazioni e dal calo della biodiversità, v. (Morand, Figuié, 2016) li’ citato), nonché fra le possibili fughe accidentali di laboratorio. Anche questa seconda osservazione era basata sull’esperienza storica: la moratoria del 2014 negli USA di alcuni tipi di manipolazioni genetiche su microorganismi, a seguito di numerose conseguenze incontrollate, alcune gravissime, moratoria sospesa nel 2017 (v. riferimenti nella prima nota). Queste conoscenze possono comunque guidarci nell’azione, anche prima di capire l’origine di questa specifica pandemia, estensione al mondo di una epidemia fra le tante. Aggiungevo poi il rilievo della catastrofe sanitaria, anche quella annunciata.
Vaccini ed immunità
Ricordiamoci, in primis, che siamo sotto un regime di approvazione provvisoria dei vaccini, sia per la FDA che l’EMA. Questo è dovuto alla diversità dei virus, una diversità evolutiva, e, quindi, dei vaccini, ognuno da analizzare per le sue caratteristiche. Si prenda il caso di due straordinari successi, i vaccini contro il vaiolo e la poliomielite. Il primo rende il vaccinato immune: non è portatore del virus. La relativa stabilità evolutiva del virus ha permesso così di sradicarlo dalla specie umana (dichiarazione OMS, 1986).
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La rincorsa verso il rischio zero
di Sara Gandini
Dopo quasi due anni di convivenza con il virus possiamo rifiutare la metafora della guerra, tanto cara a buona parte della politica istituzionale e ai grandi media? Possiamo leggere quanto avviene con il pensiero critico femminista? Abbiamo tempo per chiederci, prima di tutto per i più giovani, che mondo è quello in cui l’eros di fatto viene bandito perché il corpo dell’altro è sempre considerato potenzialmente contagioso? Siamo diventati consapevoli che la scienza non è mai neutra? Si può aver paura delle derive paternaliste che portano a imporre dall’alto misure a volte insensate perché tanto i cittadini non capiscono e non sono mai capaci di agire responsabilmente? Possiamo smettere di alimentare l’infinita rincorsa verso il rischio zero, soprattutto nelle scuole, con condizioni che potrebbero essere prolungate per anni? Scrive Sara Gandini: “È fondamentale cambiare la narrazione della pandemia. Sars-cov2 è un virus, non è un nemico invisibile che può colpire ovunque e chiunque allo stesso modo. Chi cerca di tenere senso critico sulla gestione della pandemia non è un negazionista e chi propone il Green Pass non è un nazista, lo dico, sebbene io non sia d’accordo con questa misura…”
* * * *
“La guerra è una delle poche attività umane a cui la gente non guarda in modo realistico; ovvero valutandone i costi o i risultati. In una guerra senza quartiere, le risorse vengono spese senza alcuna prudenza. La guerra è pura emergenza, in cui nessun sacrificio sarà considerato eccessivo” [Susan Sontag1]
Io ho avuto paura, durante tutta la pandemia, e ho tuttora paura, ogni volta che scrivo. Non ho paura del virus ma dell’aggressività delle persone. Ho paura di chi si sente in guerra e ti mette dall’altra parte della barricata. Di chi ha fretta di decidere e non ha tempo di discutere. C’è a rischio la vita, dicono. E così tutto vale.
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Un’altra narrazione è necessaria
di Pier Giorgio Ardeni
Questa storia recente: la politica si è smarrita
Questa era smarrita testimonia ormai con evidenza del tratto fosco che la nostra epoca ha assunto, di decadenza e passaggio. A Roma e a Glasgow, I «grandi del mondo» a confronto senza una prospettiva comune, incapaci di scelte che richiederebbero condivisione e decisione, davanti alle ferite del mondo. Il progresso tecnologico – mai come oggi tanto potente quanto fragile, perché guidato dalla ricerca dell’efficienza (del più con meno), in nome del «benessere» – appare impotente, se spogliato dal «motore» del mercato. E incapace di riparare i suoi stessi danni, provocati dall’idea che la natura, il pianeta, potesse essere «sfruttata» inesauribilmente. E la politica, che non sa più coniugare il dominio dei forti – del più «avanzato» sul più «arretrato» – con l’emancipazione dei deboli, è inerte.
La sinistra, emersa nel Novecento sulla spinta del movimento operaio e dei movimenti di liberazione, dopo aver progressivamente abbandonato l’idea di un «mondo senza classi» – plasmata sul modello sovietico che dalla curvatura staliniana in avanti era apparso vieppiù improponibile – e dopo aver convintamente sposato la prospettiva democratica, ha finito per stingersi di ogni coloritura, senza più vedere nella trasformazione la sua ragione di esistere, facendo di democrazia liberale e un capitalismo ben temperato con lo Stato del welfare i pilastri della sua azione. Il mondo, però è cambiato. Il capitalismo predatorio della globalizzazione ha portato il conflitto di classe su un altro piano, le «classi» stesse essendo mutate, e la pendenza neo-liberista ne ha segnato il definitivo dominio, cui gli antagonismi si oppongono esplodendo caotici e indeterminati. Senza trovare più nella sinistra il loro riferimento.
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Sullo sciopero generale indetto da CGIL e UIL
di Tendenza internazionalista rivoluzionaria
E allora, a meno di una revoca dell’ultimissimo momento a fronte di concessioni insignificanti da sbandierare come conquiste dovute alla minaccia dello sciopero, il prossimo 16 dicembre si terrà lo sciopero generale convocato da CGIL e UIL.
Se così sarà, siamo stati smentiti, ed è bene riconoscerlo. Forse, però, è altrettanto vero affermare che non siamo stati smentiti.
Partiamo dalla smentita.
Avevamo predetto che non ci sarebbe stato alcuno sciopero generale indetto dalla CGIL: “Né sulle pensioni, né contro i licenziamenti. Né contro la disoccupazione, né contro il carovita e l’assalto a quel che resta di pubblico e di non totalmente aziendalizzato nei servizi pubblici. Né per protestare contro la strage di morti sul lavoro, né contro il discriminatorio “green pass”. Né per denunciare l’esistenza in tanti luoghi e settori di una Textprint in via di estensione con orari di lavoro fino a 12 ore (formalizzati anche in alcune Usl del Veneto). Né contro le ripetute violenze della polizia e dei carabinieri ai picchetti e le restrizioni al diritto di manifestare. Né per l’insulto di un PNRR che incentiva ulteriormente l’aziendalizzazione della sanità e l’allontanamento di ogni rapporto personale tra medico e paziente. Né per protestare contro il balzo in avanti (+8%) delle spese militari mentre si ritorna a lesinare sulla spesa sociale. Né – ovviamente – per tutti questi temi assieme. Niente di niente, ad eccezione di qualche sciopero di settore obbligato, una tantum, e rigorosamente separato da ogni altra vertenza.”
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La Polemologia di Potere Operaio. Bifo Contro il lavoro
di Leo Essen
I
«Contro il lavoro», pubblicato da Franco Berardi (Bifo) nel 1970, è un’ottima sistematizzazione delle idee di Potere Operaio (operaismo). Si tratta di idee che hanno preso piede per la prima volta nelle riflessioni di Tronti pubblicate a partire del 1962 sui Quaderni Rossi.
Sono trascorsi 60 anni, per una corretta comprensione dei temi trattati è importante collocare queste idee nel loro periodo. Inoltre, bisogna tenere conto di due importanti temi che si imposero con forza negli anni Cinquanta: 1) il capitalismo monopolistico come forma di proto-socialismo, e 2) l’automazione come elemento dinamico del neo-capitalismo.
Nel 1942, in un libro che, qualche anno dopo negli USA, sarebbe diventato un best seller, Schumpeter dice, in primo luogo, che il Big Business, anche dal punto di vista della borghesia, è più efficiente della libera concorrenza. Agendo nelle condizioni proprie dello sviluppo capitalistico il regime della concorrenza perfetta crea sperperi (distruzione creatrice). L’azienda compatibile con la concorrenza perfetta è in molti casi inferiore come efficienza interna, specialmente come efficienza tecnica. La concorrenza perfetta, dice, è non soltanto impossibile, ma inferiore, e non ha nessun titolo per esser elevata a modello di efficienza.
Il Big Business è superiore, permette quelle economie di scala in grado di finanziare volumi di capitale costante necessari per implementare sistemi integrati di automazione.
In secondo luogo, dice Schumpeter, la moderna società per azioni (il big business), pur essendo un prodotto del processo capitalistico, socializza la mentalità borghese; riduce sempre più il campo d’azione del movente borghese; non solo, ma tende a intaccarne le basi.
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La storia dell’umanità ci insegna a immaginare l’alternativa
Jade Lindgaard intervista David Wengrow
Pubblichiamo un’intervista di Jade Lindgaard, redattore di Médiapart, a David Wengrow, sul libro di David Graeber & David Wengrow, The Dawn of Everything: A New History of Humanity, Penguin Books Ltd, 2021. L’intervista, che si è svolta a Parigi il 21 novembre 2021, è stata pubblicata su Mediapart il 27 novembre scorso. Ne proponiamo la lettura in italiano perché presenta il nuovo libro del rimpianto David Graeber, che ci ha lasciati improvvisamente nel 2020[1]. Si tratta di un testo affascinante che merita molta attenzione e plauso. V’è però una lacuna: la ricostruzione storica millenaria che i due autori propongono sembra ignorare un aspetto cruciale e cioè che il dominio di alcuni uomini sulla maggioranza degli altri esseri umani ha origine con l’impadronirsi da parte di tali uomini delle capacità di costruirsi e usare armi in grado di uccidere animali e umani. È questo “potere militare” che permette loro di assoggettare le donne e gli uomini non aggressivi e non abili all’uso delle armi e quindi di relegarli alla condizione di dominati[2]. In altre parole, il potere militare – cioè il potere di dare la morte – può essere considerato all’origine dell’accumulazione del potere economico e politico. Traduzione di Turi Palidda.
Per migliaia di anni gli umani hanno sperimentato infinite variazioni di forme di potere. Potere a volte precario, a volte matriarcale, a volte autoritario e brutale, ma a volte anche egualitario e relativamente libero, anche su larga scala, scrivono David Graeber e David Wengrow in un libro che sembra una bomba. Si tratta di una compendio molto ricco, di portata politica esplosiva. In The Dawn of Everything: A New History of Humanity, David Graeber e David Wengrow, rispettivamente antropologo e archeologo, tracciano la genealogia dell’organizzazione dominante delle società contemporanee: lo stato-nazione, con forti disuguaglianze e una distribuzione gerarchica del potere, una buona dose di violenza e crudeltà, un’economia definita dalla proprietà privata. Tornando alla domanda posta da Jean-Jacques Rousseau nel 1755 su “l’origine e la base delle disuguaglianze tra gli uomini”, scoprono fino a che punto la filosofia dell’Illuminismo fosse segnata dai pensieri indigeni del Nord America.
Lo shock di questa rivelazione storica li mette sulla traccia che lavoreranno insieme per quasi dieci anni: non esisteva un periodo benedetto in cui i cacciatori-raccoglitori vivevano in piccole comunità libere ed egualitarie. Ma per quanto possiamo tornare indietro nella storia degli esseri umani, hanno sperimentato varie forme di organizzazioni di potere: potere a volte stagionale, a volte matriarcale, a volte autoritario e brutale, ma a volte anche egualitario e relativamente libero, anche su grandi scale urbane.
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Vaccini al popolo?
di Il Rovescio
Al di là del titolo, ovviamente in linea col sensazionalismo che deve accompagnare tutta la narrazione pandemica, è uscito negli scorsi giorni un articolo piuttosto interessante sulla mancata vaccinazione di massa in Africa (Quel miliardo di dosi in frigo che ha condannato l’Africa, “La Repubblica”, 28 novembre 2021). Se non crediamo che possa scuotere i militanti di sinistra più imbolsiti che si mobilitano contro i brevetti dei “vaccini” biotecnologici, può forse suggerire qualcosa a chi rischia di somigliargli.
Se si pensa al contesto africano, non è strano che le inoculazioni nel continente nero abbiano raggiunto a malapena il 6 per cento di quanti lo abitano. Con una popolazione mediamente molto giovane, e un’aspettativa di vita che arriva – quando va bene – a settant’anni, il Covid in Africa non si è quasi sentito. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, che si rifà ai dati dell’OMS, le vittime nel continente del morbo più mediatizzato della storia ammonterebbero a circa 135.000 persone (altre stime le danno a oltre 200.000). Difficile che numeri simili possano destare preoccupazione, su una popolazione di oltre 1 miliardo e 300 milioni di persone. Non è perciò strano che le vaccinazioni contro una malattia che ammazza mediamente persone piuttosto anziane, in Africa non sfondino. Se poi si pensa che gli africani hanno ben altri problemi (tra malattie decisamente più pericolose, squadroni della morte o mancanza di acqua potabile, solo per dirne alcuni) la conclusione da banale si fa scontata, e non sarebbe lecito attendersi nulla di diverso: la stragrande maggioranza degli africani vive nell’indifferenza in materia di Covid.
A detta di “Repubblica” ci sarebbe però anche dell’altro. I cosiddetti “vaccini” si scontrerebbero in Africa con una forte diffidenza, dovuta, ça va sans dire, alla «disinformazione» e al «complottismo» disseminati dai social, che anche a quelle latitudini farebbero danni a una corretta informazione scientifica.
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La ‘Ricetta senza ingredienti'
Riflessioni sulla funzione di produzione e le risorse naturali in margine all’esame di economia di mia figlia
di Giandomenico Scarpelli
Autore di questo articolo in due puntate è Giandomenico Scarpelli. Un dirigente della Banca d’Italia nella quale si è occupato principalmente del collocamento dei titoli di Stato, delle operazioni di politica monetaria e di sistema dei pagamenti. Ha pubblicato, tra l’altro, La ricchezza delle emozioni. Economia e finanza nei capolavori della letteratura, (Carocci, 2015)]. A titolo personale si è sempre interessato di questioni ambientali, ed in particolare di economia ecologica, studiando in particolare l’opera di Nicholas Georgescu-Roegen e Herman E. Daly. N.B. Le opinioni espresse in questo articolo sono del tutto personali e non impegnano in alcun modo l’Istituto di appartenenza
«Un’assurdità, tuttavia, non cessa di essere un’assurdità quando si sono svelate le apparenze ingannevoli che la rendevano plausibile».
John Stuart Mill, Principi di economia politica (1848)
Premessa
Qualche tempo fa mia figlia mi ha chiesto di aiutarla a preparare l’esame universitario di economia politica. Ho accettato di buon grado sia per rendermi utile sia per rinfrescare qualche concetto offuscatosi nella mia mente a causa del tempo trascorso dai miei studi di teoria economica. In questa occasione ho “ripassato” la funzione di produzione e ho così rammentato le critiche che alcuni economisti eterodossi hanno rivolto a questo strumento analitico per la mancata o errata considerazione delle risorse naturali. In questo articolo cercherò di sintetizzare queste critiche e svolgerò alcune riflessioni personali sul tema.
La funzione di produzione tradizionale: sembra proprio che manchi qualcosa
Com’è noto la funzione di produzione nella sua formulazione corrente indica la quantità di prodotto che un’azienda può fabbricare utilizzando diverse quantità dei fattori di produzione, lavoro e capitale. Se pensiamo ad esempio ad una fucina, questo strumento analitico rappresenta il fatto intuitivo che più sono i fabbri che vi lavorano (il fattore lavoro) e più sono le incudini, i magli e gli altri attrezzi a loro disposizione (il fattore capitale), più oggetti di ferro e di altri metalli saranno prodotti (almeno fino ad un certo punto, oltre il quale i rendimenti dei fattori diventeranno decrescenti).
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Il pensiero critico e la rana di Chomsky
di Alba Vastano
“Ragionare significa tacitare le emozioni e gli impulsi per fare spazio alle idee, soprattutto,a una discussione ordinata che le analizzi e ne determini il valore, aprendo nuove strade alla nostra convivenza “ (Ermanno Bencivenga)
Stiamo attraversando l’era delle catastrofi, alcune annunciate, altre imprevedibili. Dai cambiamenti climatici causa inquinamento da emissioni, alle migrazioni sempre più frequenti, provocate da guerre infinite, soprusi, terrore e violenze che stritolano la vita di poveri esseri umani, costretti a tentare l’incognito, anche a rischio di perderla la vita, ma con un barlume di speranza di viverne una migliore di là dal mare. La xenofobia radicata come un germe velenoso, ostile e cinico ad accogliere chi riesce a salvarsi dal mare. E poi la fame, solo in alcuni luoghi della Terra, mentre in altri luoghi il cibo sovrasta le nostre pinguedini. Nel 2050 si prevedono nove miliardi di persone sul Pianeta, ma le risorse naturali, aria acqua e cibo si avviano verso l’estinzione. E per chiudere questo triste elenco di catastrofi attempate è piombata sulla nostra vita una pandemia causata da un virus che ha stroncato milioni di persone.
Sulle cause di tutte queste catastrofi possiamo proclamarci incolpevoli? Non lo siamo. Le catastrofi accennate ce le siamo procurate tutte e gli effetti più devastanti avremmo potuto evitarle. Se non è possibile evitare uno tsunami, un terremoto, un’esondazione, sebbene se ne possano attutire per tempo gli effetti devastanti mettendo in sicurezza i territori, le altre catastrofi come: inquinamento, razzismo e disuguaglianze sì, possiamo evitarle. Abbiamo ancora qualche chance per allungare i tempi della fine delle risorse del Pianeta, ma dovremmo provare ad attivare sin da oggi una risorsa che appartiene ad ogni umano. Una risorsa che ci connota come privilegiati nella vita sul Pianeta, ma una risorsa che abbiamo da troppo tempo accantonato.
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Quei sussidi italiani alla Germania
di Sergio Cesaratto
L’Italia ha pagato certe sciagurate politiche della BCE – influenzate da Berlino, potenza dominante in Europa – con decine di punti di debito/PIL in più e trovandosi ancor più povera, mentre la Germania simmetricamente ci guadagnava.
* * * *
Già nella prima edizione delle Sei lezioni di economia denunciavo l’enorme risparmio nella spesa per interessi che il governo tedesco lucrava dalla fuga di capitali dai titoli di stato italiani verso quelli tedeschi, considerati più sicuri.[1] Un istituto tedesco aveva all’epoca quantificato tale risparmio in 100 miliardi di euro. Nell’edizione inglese del 2020 citavo l’autorevole membro tedesco del consiglio esecutivo della BCE, Isabel Schnabel che quantificava nel febbraio 2020 i risparmi di spesa per Berlino in 400 miliardi di euro dal 2017. Questo non solo, naturalmente, in seguito alla fuga dai titoli italiani, che si era progressivamente calmata dal celebre intervento di Draghi del 2012, ma soprattutto per le misure di acquisto di titoli pubblici avviata dalla BCE dal marzo 2015. Questi acquisti erano soprattutto indirizzati a mettere in sicurezza i titoli ad alto debito, come quelli italiani. Ma poiché la BCE deve agire erga omnes, ad avvantaggiarsene furono, ancora una volta, anche i titoli tedeschi. Insomma, vantaggi dalle disgrazie altrui, magari non espressamente cercati, ma comunque evidenti. Disgrazie nei confronti delle quali non si è però innocenti, se è vero che Berlino è stata la principale ispiratrice delle disgraziate politiche fiscali e dell’inazione della BCE sino alla Presidenza Draghi nel 2011, ma nei fatti anche oltre continuando a frenare l’azione della banca centrale.
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