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Siamo sicuri che l’attuale strategia anti-Covid sia quella giusta?
di Pino Cabras
L’Italia ha appena lo 0,75% della popolazione mondiale, ma crede fortemente che anche per il rimanente 99,25% dell’umanità la questione covid sia affrontata negli stessi modi, con le stesse parole d’ordine e con le stesse pandemistar a dominare gli schermi. Fuori dalla Bolla Italia esiste invece una realtà diversa, un mondo “Burioni Free” che ha sì cambiato la propria profilassi, ma fa meno drammi e fa stare meglio la gente.
Vi propongo alcune riflessioni in merito all’attuale situazione della crisi Covid che nascono dal confronto con alcuni analisti politici e con molti significativi dati ormai a nostra disposizione. Quella che chiamo Bolla Italia è una sorta di “bolla locale” che chiude in un universo separato e provinciale le azioni delle istituzioni e dei partiti, l’impaginazione degli organi di informazione, il modo di leggere le statistiche, la polarizzazione estrema dei rapporti fra le persone dentro le comunità, l’organizzazione dei viaggi e del lavoro sotto una cappa di regole di confinamento in continua evoluzione. Nel giro di breve tempo si è formata una casta di “intellettuali organici della pandemia” a servizio permanente ed effettivo di una sola narrazione legittimata, organica a un blocco d’interessi, che ragiona nei confronti delle narrazioni diverse con la stessa logica confessionale della “scomunica”. I social network, i cui principali azionisti sono gli stessi delle banche e delle case farmaceutiche, sigillano in modo sempre più occhiuto le parole e i pensieri consentiti.
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La Transizione come variante
di Sergio Bellucci
Relazione introduttiva al convegno La Transizione come Variante: Pandemia, Conflitti, Partito nella Società Digitale Globale, Frattocchie, 3/4 settembre 2021
Ci sono momenti della Storia che sembrano squassare i tempi.
Se agli accadimenti umani, pensiamo alle decisioni e agli scontri su come affrontare la prima Pandemia dell’era globale o le vicende geopolitiche e umane legate al dramma odierno dell’Afghanistan, delle sue bombe e dei suoi morti o a quello della Palestina, della Siria, della Libia, delle decine di teatri di guerra in Africa e nel resto del mondo, di cui poco si sa e meno si vuole sapere; oppure se pensiamo alla fine di un modello economico, troppo forte per collassare in un sol colpo e troppo debole per continuare ad illudere l’umanità che sia capace di regalare l’autorealizzazione umana; oppure agli impatti della tecnoscienza sulle società in termini di stravolgimento della produzione, delle forme del lavoro, di quelle delle relazioni individuali e sociali fina alla possibilità di intervento sulla stessa forma di vita e la modifica del DNA umano.
Se a questi accadimenti umani sommiamo le notizie del superamento della soglia di non ritorno del disastro climatico e ambientale, il senso di impotenza e di collasso può prendere corpo e, nel nostro Occidente benestante, svilupparsi una richiesta di massa del “ripristino” di ciò che c’era e che non ci sarà più.
L’impressione che si ricava da questo intreccio è quella di una crisi concentrica in cui i problemi “gestionali” dei singoli paesi (quelli della cosiddetta “politica” che, in realtà, è la mera gestione amministrativistica del presente e dello status quo) si sommano a quelli della crisi della vecchia forma e logica economica e l’esplosione di quella geopolitica.
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L’indipendenza di classe e i suoi avversari, oggi come ieri
di Rostrum
K. Marx-F. Engels – Indirizzo del Comitato centrale alla Lega del marzo 1850, scaricabile in formato PDF a questo link
Nel mettere a disposizione dei nostri lettori la trascrizione completa dell’importante testo di Marx ed Engels Indirizzo del Comitato centrale alla Lega del marzo 1850, vorremmo sottoporre una modesta riflessione sui numerosi temi da esso affrontati; sforzandoci di mettere nel giusto rilievo gli insegnamenti più pertinenti alle battaglie che il movimento operaio internazionale si trova ad affrontare anche nella fase attuale e cercando di contestualizzare le preziose assunzioni che afferiscono all’epoca specifica nella quale il testo fu elaborato.
Uno dei temi principali della circolare del Comitato centrale della Lega dei comunisti, indirizzata da Londra ai membri della Lega che operavano in Germania, è la valutazione della natura sociale del processo rivoluzionario che si riteneva imminente sia nei paesi tedeschi che, più in generale, nel continente.
Su questo tema, l’Indirizzo del 1850 non si discosta molto dall’impostazione già espressa ad esempio da Engels nel 1845 nel suo Principi del comunismo, o dal Manifesto del 1847, ma, come vedremo, sulla base delle esperienze maturate in seguito ai movimenti rivoluzionari del 1848-49, approfondisce il quadro, definisce maggiormente i rapporti fra le classi in Germania e tratteggia con maggiore precisione le tappe della “rivoluzione in permanenza”.
Una fondamentale acquisizione nell’Indirizzo è il ripiegamento della grande borghesia liberale nel campo della reazione, il suo definitivo – alla scala storica – compromesso con le forze feudali nel timore delle sempre più assertive istanze del proletariato.
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Dall’era della certificazione verde: Dialogo tra un Credente e uno Scettico
di Andrea Zhok
C) Ciao, ho visto che hai sottoscritto un documento di protesta contro il Green Pass e, confesso che la cosa mi ha sorpreso. Cosa c’è che ti sembra così sbagliato nella gestione della pandemia? Cosa temi?
S) Credo che la gestione della pandemia da parte dei vari governi italiani sia sempre stata discutibile. All’inizio scusabile con la sorpresa e l’impreparazione, per divenire progressivamente, con l’accumularsi di crescenti manchevolezze, sempre meno tollerabile, fino al punto terminale dell’adozione del Green Pass, che ribadisce tutti gli errori fatti prima, li santifica e si avvia ad esiti potenzialmente catastrofici.
In concreto, credo che con la campagna vaccinale recente si siano creati i presupposti per ottenere il peggiore degli scenari possibili.
In primo luogo, con l’uso a tappeto di vaccini ‘imperfetti’ (leaky) stiamo creando condizioni propizie all’imporsi di varianti vaccino-resistenti, sempre più aggressive.[1] Per quanto, trattandosi di processi stocastici, nessuno possa dare certezze, la strategia che abbiamo adottato è per i virus qualcosa di analogo a ciò che si raccomanda di non fare con gli antibiotici per non creare antibiotico-resistenze. In quel caso si raccomanda di non somministrarli a chi non ne ha bisogno e soprattutto, nel caso in cui lo si faccia, di concludere il ciclo antibiotico fino ad aver debellato i bacilli, perché lasciarne una parte attivi creerebbe le condizioni per l’emergere di ceppi resistenti.[2]
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Cingolani e il nucleare: la risposta (non del tutto) giusta a una domanda sbagliata
di Angelo Piga
Negli ultimi giorni, la scuola di formazione politica di Italia Viva ha fornito spunti per due grosse polemiche: una riguarda la convenienza, per i suoi giovani partecipanti in rampa di lancio nella politica-pop renziana, di ostentare il Rolex; l’altra segue le dichiarazioni del ministro per la transizione ecologica Roberto Cingolani sull’ambientalismo e sull’opportunità di riutilizzare l’energia nucleare (l’intervento completo può essere visto sul canale YouTube di Renzi). Sono affermazioni che vanno prese molto sul serio:
“Il mondo è pieno di ambientalisti radical chic ed è pieno di ambientalisti oltranzisti, ideologici: loro sono peggio della catastrofe climatica verso la quale andiamo sparati, se non facciamo qualcosa di sensato. Sono parte del problema, spero che rimaniate aperti a un confronto non ideologico, che guardiate i numeri. Se non guardate i numeri rischiate di farvi male come mai successo in precedenza.”
Poi sul nucleare:
“si stanno affacciando tecnologie di quarta generazione, senza uranio arricchito e acqua pesante. Ci sono Paesi che stanno investendo su questa tecnologia, non è matura, ma è prossima a essere matura.”
“Io voglio energia sicura, a basso costo e senza scorie radioattive. Se è nucleare di quarta generazione diventa semantica. È vietato nell’interesse del futuro dei nostri figli ideologizzare qualsiasi tipo di tecnologia. Quando avremo i numeri decideremo”
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“L’essenza, per le fondamenta”
Alessandro Testa intervista Alessandro Volponi
Alessandro Volponi, laureato in filosofia e giurisprudenza, ha insegnato per qualche decennio storia e filosofia nel liceo classico di Fermo; durante gli anni ‘70, militando nel P.C.I., ha ricoperto ruoli istituzionali come consigliere e assessore comunale e in seguito, negli anni ‘90, consigliere e assessore provinciale con Rifondazione. Collabora con diverse riviste, tra cui “Cumpanis”, nonché con l’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione. È membro del direttivo della sezione provinciale dell’A.N.P.I.
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Le teorie degli economisti classici, “eretici” e marxisti, al di là delle inevitabili e ben conosciute differenze, manifestano talora inaspettati e sorprendenti punti di convergenza; potresti dirci cosa ne pensi?
Se c’è un “eretico” divenuto nel tempo un classico, quello è certamente John Maynard Keynes, protagonista inconsapevole del più straordinario caso di convergenza tra economisti dal background così diverso quale quello dell’accademico inglese e quello di Michal Kalecki.
Lord Keynes rifiuta persino di leggere Marx, malgrado l’insistenza dell’amico Sraffa, arriva a rivalutare Malthus per affermare la centralità del problema della domanda effettiva, scopre delle verità contro-intuitive come il fatto che è falso che la flessibilità dei salari renda impossibile la disoccupazione e finalmente sconcerta il mondo proponendo il deficit di bilancio come rimedio alla crisi; Kalecki, scrivendo in polacco tre anni prima della Teoria generale e poi ancora un anno prima, formula nel modo più preciso ed essenziale i temi sostanziali della “rivoluzione keynesiana”.
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Crisi permanente
L’azione regressiva della tecnologia nell’era post-pandemica
di Onofrio Romano
La tecnologia è un acceleratore. Consente di fare le cose più velocemente e più efficacemente. Dinamizza i processi sociali. La società avanza più rapidamente, passando da stadi meno evoluti a stadi più complessi. Questo effetto, che intuitivamente associamo alla tecnologia, va problematizzato. La vicenda che nel nostro tempo occupa a livello globale il centro della scena ce ne dà buon saggio. La “tecnologia vaccinale” ci sta consentendo di uscire velocemente dalla pandemia. Se nel recente passato la messa a punto dei rimedi vaccinali contro i virus più disparati ha richiesto in media dodici anni, questa volta, grazie ad uno sforzo straordinario e concentrico, abbiamo impiegato meno di un anno per produrre un esteso e variegato menù di antidoti al male. È un risultato straordinario che testimonia dell’elevato grado di avanzamento delle nostre società. Si fosse presentato solo un secolo fa, lo stesso virus avrebbe probabilmente mietuto un numero di vittime ben più alto e soprattutto sarebbe durato molti anni. Indubbiamente, siamo stati veloci. Il problema è capire: veloci rispetto a quale destinazione, a quale traguardo? Lo siamo stati sicuramente rispetto alla soluzione del problema specifico, dando ad esso una replica istantanea e diretta: l’antidoto al virus. Ma se guardiamo le cose da un’altra altezza, la scena cambia. Scopriamo che la tecnologia può anche giocare un ruolo regressivo, diventando – come, a nostro avviso, in questo caso – un fattore di rallentamento della società. Il vaccino ne ha bloccato l’evoluzione verso un assetto più avanzato.
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Lettera dagli “Studenti contro il Green pass”
Condivido, in tutti i sensi, la lettera inviata ai parlamentari dagli “Studenti contro il Green pass”. La considero molto ben argomentata e utile ad approfondire un dibattito che altrove (nei media, in parlamento, nelle formazioni sociali) è degenerato nella banale semplificazione e nella sciatta demonizzazione. L’appello degli studenti più avvertiti ci aiuta a inquadrare il problema della gestione della sindemia e delle sue incombenti drammatiche ripercussioni sulla vita democratica del nostro Paese. [Pino Cabras]
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Onorevoli parlamentari,
Siamo un numeroso gruppo di studenti universitari creatosi in seguito all’estensione del Green Pass alle università, ci trovate sulle piattaforme col nome di “Studenti contro il Green Pass”.
Come sapete, il 6 settembre si discuterà la conversione in legge del decreto legge n. 105/2021, concernente la certificazione Covid-19 in merito alla sua estensione ai luoghi della cultura, dello svago, della ristorazione, e, nel prossimo futuro, del decreto legge n.111/2021 riguardante l’estensione alle scuole, alle università e ai trasporti a lunga percorrenza.
Come universitari, studenti di discipline sia umanistiche che scientifiche, da subito ci è parsa evidente la natura violenta e discriminatoria della misura.
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Vax governance
Appunti sul Green Pass e sulla morale vaccinale
di Mattia Galeotti
Le ipotetiche diramazioni delle normative pandemiche sono un esercizio mentale interessante, ma abbastanza noioso. In questi giorni mi ritrovo spesso a pensare cose come “come si fa a definire dove finisce la zona fieristica?”, perché nel paesino toscano dove mi trovo le bancarelle sono considerate zona fieristica, e nelle zone fieristiche secondo l’ultimo DPCM è obbligatorio portare il Green Pass. Oppure “chi è autorizzato a controllare che il Green Pass corrisponda ai miei documenti?”, davvero chiunque può fare funzione di pubblico ufficiale?
Un altro grattacapo riguarda la condizione dei vaccinati non residenti nel luogo di vaccinazione: sembra una cazzata, ma se non sei iscritto al sistema sanitario che ti ha vaccinato, ottenere il Pass è assai complicato, perché il documento è integrato col sistema di registrazione delle residenze. E non è un problema che riguarda solo le persone extraeuropee. E quelli che ho nominato sono solo alcuni dei casi singolari creati da una legislazione confusa e disorganizzata.
Ovviamente però, queste divagazioni ipotetiche non hanno nessuna utilità: l’efficacia del Green Pass non si misura a partire dal suo concreto utilizzo in ogni contesto dove è formalmente obbligatorio, né a partire dal numero di persone che “lascia indietro”. Il lasciapassare, in funzione da inizio agosto, è uno strumento di controllo e in quanto tale non funziona perché viene effettivamente controllato, ma perché ci sottopone alla possibilità di una verifica. Non funziona nemmeno perché è inclusivo, ma perché permette di nominare le soglie di esclusione, e naturalizzarle.
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Tesi sul Covid-1984
di Il Rovescio
Pubblichiamo queste Tesi, uscite sul numero 13 (luglio 2021) della rivista anarchica “i giorni e le notti”. Ci sembrano un’utile cornice teorica, uno sfondo meno immediato in cui collocare i posizionamenti rispetto all’Emergenza, ai vaccini dell’ingegneria genetica, alla tecno-scienza, al “complottismo”, al lasciapassare sanitario e al mondo della costrizione digitale. Se c’è qualcosa che l’attuale guerra ai cervelli (e ai corpi) sta determinando, è senz’altro la condizione in cui ciascuno si trova di dover pensare da sé senza schemi ereditati e rassicuranti. Che padroni e tecnocrati, per restare all’Italia, abbiano schierato il “migliore” – il Banchiere, il Contabile, il Tecnico di sua Maestà il Capitale, la cui mimica e i cui toni privi di ogni passione somigliano alla Macchina che è chiamato a far funzionare; che i loro valletti più chiacchieroni auspichino fin da ora il ritorno di Bava Beccaris a mitragliare le piazze dei renitenti al verbo scientista, dipinte (troppa grazia) come sovversive, testimonia sia del carattere di ultimatum dei provvedimenti in corso, sia di una certa coscienza storica e prospettica dal lato del dominio. Raramente nella storia, invece, si è assistito a uno scarto paragonabile a quello attuale tra la qualità della posta in gioco e la qualità di chi è disposto a battersi dal lato dell’umano. Il piano inclinato sui ci troviamo è dato dall’intreccio tra il processo di atomizzazione sociale seguìto alla sconfitta dei precedenti cicli di lotta e l’impatto senza precedenti della dismisura tecno-industriale (il cui obiettivo è «rinchiudere l’umanità nella sua prigione tecnologica e gettare via la chiave»). Non c’è alcun “soggetto storico” a cui fare affidamento per risalire la china. Solo degli scossoni sociali possono setacciare, in mezzo alla sabbia che si accumula e confonde gli sguardi, le «perle rilucenti di sale».
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Professionale amore mio. Scuola al crepuscolo?
di Roberto Fineschi
La politica scolastica fin qui seguita dimostra che il capitalismo crepuscolare non è più in grado di esercitare un’egemonia e opta per la formazione di una neo plebe ignorante e facilmente manipolabile, calcolando anche il rischio di forme di ribellismo fuorvianti
Chi ha recentemente affermato che i modesti risultati delle prove INVALSI dimostrerebbero la scarsa qualità dei professori italiani - soprattutto in relazione alle drammatiche prove in professionali e “scuole di frontiera” - probabilmente non è mai entrato in una di queste scuole o, se lo ha fatto, ha capito poco o niente di come funzionano le cose. In Italia ci sono dei pessimi professori? È sicuramente vero. Nell’esperienza scolastica di chiunque si annovera qualche personaggio più unico che raro, egregio rappresentante del mondo dell’incompetenza o con delle spalle tondissime. Per capire quali professori rispondano a questo identikit sono necessari studi pedagogici, sofisticate tecniche o procedure altamente formali? No, in genere basta parlarci cinque minuti, anche informalmente, per chiarirsi le idee.
Pare evidente che non ci sia alcuna intenzione di individuarli (e non si nascondono). Ciò detto, se ne può dedurre che tutti i professori siano così? Be’, questo è semplicemente senza senso e, evidentemente, offensivo per un’intera categoria. Parlare delle persone senza i contesti è una facile scorciatoia e un modo per non affrontare davvero le molte questioni sul tavolo.
Prendiamo le famigerate scuole di frontiera, i professionali. Il nostro professore, per lo più supplente, viene mandato incontro a un branco (purtroppo quasi mai in senso metaforico) di ragazzi in genere non scolarizzati (nel senso che non riescono a stare a sedere per più di dieci minuti, non sanno rispettare le regole minime di una conversazione, a stento conoscono la lingua italiana), interessati alla scuola come un vegetariano alla carne, con capacità di attenzione modeste. Spesso sono anche parecchi
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Individuo e terrore
di Leo Löwenthal
Secondo un'opinione ampiamente condivisa, il terrore fascista è stato solo un effimero episodio della storia moderna e per fortuna ora si trova alle nostre spalle. Non riesco a condividere tale parere. Ritengo piuttosto che il terrore sia profondamente radicato nella dinamica della civiltà moderna, in particolare nella moderna organizzazione economica. La riluttanza ad affrontare senza riserve questo fenomeno in tutte le sue implicazioni è già di per sé un sintomo subliminale del terrore. Indubbiamente per quanti vivono nel terrore è pressoché impossibile riflettere su di esso e ampliare la conoscenza dei suoi meccanismi. Ma questa spiegazione non basta certo a comprendere il sorprendente riserbo, se non addirittura la rassegnazione, messa in mostra dal mondo occidentale, pur così amante dei fatti, dinanzi al terrore totalitario. L'Occidente ha esitato davanti ai fatti del terrore fascista, sebbene fossero resi disponibili da fonti affidabili, finché questi non gli sono stati scaraventati addosso negli orrori senza veli di Buchenwald, Oswiecim, Belsen e Dachau. Esita oggi davanti ai fatti del terrore successivo alla fine della guerra militare. All'irrigidimento al servizio dell'autoconservazione, che regna nei paesi in preda al terrore, sembra fare riscontro, nel cosiddetto «mondo libero», una rimozione psichica di massa, una fuga inconscia davanti alla verità.
Essenzialmente, il moderno sistema del terrore comporta l'atomizzazione dell'individuo. Il pensiero delle conseguenze e degli effetti della tortura fisica inflitte ai corpi ci riempie di raccapriccio; non meno orribile è la loro minaccia per lo spirito.
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Imperialismo USA: “Un nuovo paradigma per invadere i popoli con il pretesto del cambio climatico”
Geraldina Colotti intervista Ricardo Molina
In occasione del Secondo re-incontro con la Madre Terra, organizzato a Caracas, abbiamo conversato con il deputato Ricardo Molina, presidente della Commissione di eco-socialismo dell’Assemblea Nazionale
Tu hai avuto importanti e ripetuti incarichi nella rivoluzione bolivariana. Qual è il tuo ruolo ora?
Dal 2010 sono stato ministro di Habitat y Vivienda, prima con il comandante Hugo Chávez, poi con il presidente Nicolas Maduro. Nel 2015 sono stato eletto deputato in Parlamento, poi il presidente mi ha nominato ministro del Trasporto e vicepresidente di governo per il settore Servizi. Poi, durante il periodo delle violenze di piazza, mi sono impegnato nel progetto dell’Assemblea Nazionale Costituente che, come sappiamo, è stata una misura necessaria e importantissima per riportare la pace e difenderci dalle aggressioni continuate degli Stati Uniti. Nel 2017, sono stato eletto come costituente. In seguito, nel 2020, ho partecipato alla campagna per il recupero dell’Assemblea Nazionale che ha assunto funzioni a gennaio di quest’anno e sono stato eletto deputato. Attualmente, presiedo la Commissione permanente di eco-socialismo dell’Assemblea Nazionale, che porta avanti il progetto e gli ideali eco-socialisti, in base alla visione bolivariana e umanista del comandante Chavez, in difesa della Madre Terra. Ho anche un altro incarico alla Scuola bolivariana di Pianificazione: per continuare a formare i quadri nei diversi livelli di governo nazionale, regionale e municipale, e in special modo – e ancora più importante – a livello comunale.
Com’è stato organizzato il Secondo re-incontro con la Madre Terra e con quali obiettivi?
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Note di carattere militare sulla disfatta occidentale in Afghanistan
di Sandro Moiso
Il lettore non deve aspettarsi di trovare uno studio generale di «scienza militare» o l’esposizione sistematica di una teoria dell’arte militare. No, il problema di Engels era […] di aiutare il lettore ad orientarsi sul corso delle operazioni e anche di sollevare, di quando in quando, quello che si usa chiamare il velo dell’avvenire. (Lev Trotsky, Prefazione a Note sulla guerra del 1870-71 di F. Engels)
C’è una fotografia che in questi giorni ha fatto il giro del mondo. E’ quella di una giovane marine di 23 anni, Nicole Gee, mentre stringe tra le braccia un bambino afghano pochi giorni prima di rimanere uccisa nell’attentato all’aeroporto di Kabul del 26 agosto. Ma ciò che si vuole fare qui non è la solita cronaca, pietistica e inutilmente retorica, cui ci ha abituato la narrazione mediatica degli ultimi eventi afghani.
Quella foto e quella notizia devono farci riflettere, invece e soprattutto, sul piano storico e militare, poiché la soldatessa americana, a conti fatti, doveva avere all’incirca 3 anni quando gli USA invasero l’Afghanistan con la scusa di colpire gli organizzatori dell’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001.
Vent’anni dopo, Nicole Gee è morta nella stessa guerra, non a caso indicata come quella più lunga combattuta dagli Stati Uniti nel corso della loro storia.
Se si esclude la guerra dei Trent’anni, scatenatasi in Europa tra il 1618 e il 1648, forse in nessun’altra guerra degli ultimi quattrocento anni è capitato che chi fosse nato durante o all’inizio della stessa facesse in tempo a farsi ammazzare nel corso della medesima. Si intenda: come militare poiché, è chiaro, i civili di ogni genere ed età fanno sempre in tempo a cadere come vittime in qualunque istante di qualsiasi conflitto.
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Green pass e libero arbitrio
di Michele Castaldo
Grande è il disordine sotto il cielo, diceva Mao, e capire diventa sempre più complicato, mi viene da aggiungere, perché nella sinistra, anche quella che ama definirsi estrema, ci si arrovella senza venirne a capo, non per cattiva volontà dei singoli ma perché mancano gli strumenti necessari per poterlo fare; si procede perciò a tentoni sbandando a volte un poco a destra e spesso un poco a “sinistra”, ovvero verso posizioni nell’alto dei cieli dell’individualismo. Cerchiamo perciò di mettere i piedi per terra, sapendo che dobbiamo ragionare con quelli che in carne e ossa sono il popolo, cioè masse informi che vivono sotto leggi precise e obbligate, quelle del modo di produzione capitalistico e delle regole politiche e sociali che esso detta. Questo dovrebbe essere – almeno – un corretto rapporto di chi si rifiuta di riconoscere nel capitalismo l’unico mondo possibile e aspira al suo superamento, alla sua caduta, al suo crollo, alla sua implosione e cosi via.
Ora, il modo di produzione capitalistico vive su leggi semplici: produzione e consumo; aumento della produzione e del consumo; e ancora aumento della produttività e dei consumi di ogni tipo di merci, comprese le merci della sanità sia di quelle inanimate che di quelle animate, cioè infermieri, medici e scienziati al servizio della salute del popolo.
Il capitale, cioè quell’impersonale meccanismo che ingloba nel suo processo innumerevoli funzioni finalizzate, comunque, all’estrazione del massimo profitto, pena la sua decadenza, ha interesse a che la giostra continui sempre a girare e possibilmente sempre più veloce.
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Primo Maggio, una storia irripetibile
Andrea Bottalico e Sara Zanisi intervistano Sergio Bologna e Bruno Cartosio
Con questo numero OPM inaugura una nuova rubrica dedicata alle “voci militanti”: interviste a uomini e donne che praticano la storia/ricerca militante e la conricerca oggi. Uno spazio di confronto e discussione sulle metodologie, sulle ricerche e sul significato nella contemporaneità di questa pratica che affonda le sue origini negli anni Sessanta e Settanta.
Apriamo questa sezione con un’intervista, raccolta da Andrea Bottalico e Sara Zanisi il 29 marzo 2021, a due dei primi redattori della rivista Primo Maggio: Sergio Bologna e Bruno Cartosio. Seguirà un’intervista a Cesare Bermani.
Queste conversazioni non ripercorrono in modo sistematico la storia della rivista, perché questa è già stata raccontata nel volume La rivista Primo Maggio (1973-1989), a cura di Cesare Bermani, pubblicato da DeriveApprodi nel 2010.
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Zanisi: Noi vorremmo cominciare dal metodo, parlando un po’ della storia di PM, un po’ della rinascita con OPM. Come lavoravate? Come si “cucinava” la rivista?
E poi dalla questione di fondo intorno a cui ruotano più aspetti: la storia, il peso che ha avuto la storia, la storia militante, e che forse ha anche nell’esperienza di oggi. Nella lettera aperta che tu Sergio hai scritto un paio di anni fa, dopo il numero speciale dedicato a Primo Moroni, dicevi che sarebbe stato impossibile rilanciare l’esperienza di PM nel 2018 così come era stata, centrata sulla matrice operaista, mentre avremmo dovuto tenere nella cassetta degli attrezzi la storia militante: «La storia militante viene prima dell’operaismo ed è un bisogno primario», un antidoto, un’arma.
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L’attualità e la necessità storica del partito comunista
Intervista a Marco Rizzo
Intervista de “La Pravda”, organo del Partito Comunista della Federazione Russa, al segretario generale del Partito Comunista Marco Rizzo
Marco Rizzo, nato a Torino il 12 ottobre 1959, figlio di un operaio della FIAT, si dedica alla politica fin da giovane e si iscrive al PCI nel 1981. Fa parte dei circoli culturali marxisti che venivano definiti “filosovietici” da chi stava mutando genericamente l’anima di quel partito. In quel frangente entra in contatto con grandi dirigenti comunisti, intellettuali e partigiani come Arnaldo Bera, Aldo Bernardini, Armando Cossutta, Raffaele De Grada, Gianni Dolino, Ludovico Geymonat, Lucio Libertini, Sergio Ricaldone, Pino Sacchi, Alessandro Vaia, che segneranno la sua vita politica di militante e dirigente. Tra gli ideatori di Rifondazione Comunista, dopo lo scioglimento del PCI, arriva a ricoprire l’incarico di segretario di Torino e poi di Coordinatore Nazionale. Fondatore insieme a Cossutta e Diliberto del Partito dei Comunisti Italiani. Deputato Europeo e tre volte Deputato Nazionale. Infine, fonda nel 2009 Comunisti Sinistra Popolare, che si trasforma in Partito Comunista col I° Congresso del 2014, seguito poi dal II Congresso del 2017 e il III Congresso del 2020, in cui viene eletto è confermato Segretario Generale. Ha tre figli, laureato in scienze politiche, giornalista e amante della storia e del cinema.
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D. Pandemia, crisi economica globale, collasso del lavoro e delle prospettive per il “futuro”. In Italia, in Europa e nel mondo, da questo stato delle cose la coscienza e lotta di classe ne escono rafforzate, indebolite o del tutto sconfitte? A che punto siamo e cosa ci aspetta?
R. La lotta di classe è il motore della storia. Essa sta continuando in Italia, in Europa e in tutto il mondo. Il punto che caratterizza fondamentalmente oggi la situazione politica tra i vari paesi è il rapporto tra la politica da un lato e l’economia e la finanza dall’altro.
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L’organizzazione scientifica della vita. Hitler ha vinto?
Sull’indissolubile rapporto tra scienza, guerra e potere
Riprendiamo questo articolo uscito sul numero 13 (luglio 2021) della rivista anarchica “i giorni e le notti”. La bomba che sta per esplodere – sotto forma di digitalizzazione della società, di conquista biomedica dei corpi e di soldati “geneticamente potenziati” – è stata innescata da tempo. Queste riflessioni sono un contributo «per chi sente il ticchettio».
L’ospite inatteso
Sembra che la bomba di un futuro disumano sia già stata innescata. Eppure per le strade e nelle piazze, nel brusìo dei nuovi non-luoghi digitali, mentre altrove altre ed altri si battono contro gli effetti della Transizione, suonano le trombe di chi il ticchettìo non lo sente affatto.
In una società sempre più digitalizzata e sempre meno umana nei suoi rapporti, nelle sue sensazioni e nel suo riconoscersi, non sorprende che le mobilitazioni eticamente inconsistenti siano uno dei suoi prodotti.
«Si capisce da sé – scriveva Anders – che sarà facile per quelle potenze che forniscono opinioni, atteggiamenti, emozioni en masse agli eremiti di massa, nei momenti in cui potrà sembrare loro più opportuno, per motivi politici, ritrasformare come per incanto la semplice “massificazione” in “massa” fisica: quella massa che, se ne avrà la necessità, si potrà sempre rifabbricare in una notte». Lo abbiamo visto a Capitol Hill e in diverse piazze del mondo digitalizzato. Ma se sono sempre state le masse reazionarie ad esigere uno Stato che “funzioni come dovrebbe”, pare che anche una certa critica antagonista viva dell’illusione che il funzionamento efficiente possa rendere giustizia in un mondo destinato a lasciar fuori ormai una classe degli esclusi sempre più numerosa. Tuttavia è quando subentrano le Certezze e Verità del mondo scientifico che le cose si fanno davvero allarmanti. Come per esempio nella distribuzione dei “nuovi vaccini”: «l’organizzazione sociale non è abbastanza veloce, non è abbastanza equa». Si affaccia una presunta neutralità che farebbe della scienza applicata una potenziale causa della libertà.
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La tendenza comunista nella Divina Commedia
di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli
Pubblichiamo un nostro breve saggio per il 700° anniversario della morte di Dante, saggio intitolato “La tendenza comunista nella Divina Commedia”
“Maledetta sia tu, antica lupa” (la lupa rappresenta il simbolo dantesco che indica avidità, cupidigia di beni materiali e desiderio di “subiti guadagni”) “che più di tutte l’altre bestie hai preda per la tua fame sanza fine cupa’” (Purgatorio, canto ventesimo, versi 10/12)
Non vi sono dubbi che Dante Alighieri (1265/1321) sia considerato giustamente come uno dei principali poeti del mondo occidentale godendo, quasi senza soluzione di continuità, di grande popolarità a partire dalla morte del geniale poeta-filosofo fiorentino fino all’inizio del terzo millennio.
Oltre alla fama acquisita da Dante in terra italiana, va sottolineato altresì come sul piano internazionale la Divina Commedia venne tradotta in latino (lingua allora universale) nel 1416 e in lingua catalana nel 1429, mentre alcuni canti risultarono disponibili in lingua spagnola già agli inizi del Quattrocento; la prima traduzione della Commedia si verificò invece in lingua francese nel 1597 e in inglese nel 1802, mentre negli Stati Uniti d’America apparve nel 1867 una splendida traduzione curata dal poeta H. W. Longfellow.
Se in lingua cinese i primi tre canti dell’Inferno vennero a loro volta pubblicati nel 1921 e l’intera Commedia risultò via via disponibile a partire dal 1948, va altresì rilevato che il 20 ottobre del 2011 cento milioni di cinesi seguirono in diretta televisiva l’inaugurazione nella città di Ningbo di una grande statua di bronzo raffigurante Dante, collocata vicino a una delle più grandi librerie del gigantesco paese asiatico[1].
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Gli attacchi imperialistici alle monete nazionali
di Federico Fioranelli*
La situazione economica e sociale che il Venezuela vive ormai da diversi anni è molto pesante per il suo popolo. Gli ultimi dati rilevano, per i primi cinque mesi dell’anno in corso, un tasso di inflazione pari al 264,85% e prevedono, per il 2021, un crollo del Pil del 10%.
I media mainstream cercano in ogni modo di dimostrare che le cause dell’iperinflazione e della recessione nella Repubblica bolivariana sono le politiche economiche espansive messe in campo nel corso degli anni dai governi socialisti, ai loro occhi incapaci e populisti, che si sono succeduti.
In questa maniera, pensano di nascondere la vera ragione alla base della fortissima crescita dei prezzi e della contrazione economica, vale a dire l’attacco speculativo alla moneta nazionale, che il Venezuela subisce addirittura dal 2012.
Quando parliamo di “attacco speculativo alla moneta nazionale”, ci riferiamo ad un’importante arma di guerra economica, al pari dell’embargo commerciale o del blocco finanziario, utilizzata dall’imperialismo nella lotta condotta a livello globale per distruggere forme di governo socialista e colonizzare nazioni.
Le ragioni dell’ostilità delle oligarchie industriali e finanziarie nei confronti dell’esistenza del socialismo, dentro e fuori il proprio Paese di appartenenza, non le scopriamo certo oggi. Esse sono di natura economica, politica e ideologica perché un sistema economico che sostiene il “diritto sovrano di un Paese di disporre delle proprie risorse nell’interesse del proprio popolo” (Paul M. Sweezy) non è compatibile con gli interessi, i privilegi e l’ideologia delle oligarchie stesse.
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La variante logistica. Cronache e appunti sui conflitti in corso
di Andrea Bottalico, Francesco Massimo, Alberto Violante
Un anno in cui le lotte non si sono fermate
Mobilitazioni e scioperi di varia intensità hanno investito l’intera filiera logistica nei mesi scorsi.
Tra giugno e luglio 2020 il centro delle proteste è Peschiera Borromeo, ai margini di Milano, dove la multinazionale FedEx-Tnt ha deciso di licenziare una settantina di facchini sindacalizzati. Nonostante le cariche e gli scontri, lo sciopero va avanti e si espande in altre filiali. Nello stesso periodo al porto di Napoli il SiCobas sciopera bloccando l’accesso al varco. Alla fine del mese tocca al trasporto marittimo. Il fermo di ventiquattro ore è proclamato dai sindacati confederali.
Nel settore delle consegne a domicilio si alternano mobilitazioni dal basso e manovre di palazzo. In settembre l’associazione datoriale Assodelivery e il sindacato Ugl, dalla dubbia rappresentanza, firmano un vero e proprio Ccnl, un accordo pirata subito sconfessato dalle confederazioni e dai collettivi di rider, nonché dal ministero del Lavoro. Le critiche piovute sull’accordo inducono la piattaforma JustEat a rompere il fronte padronale: in novembre l’azienda esce da Assodelivery e annuncia un piano di assunzione della manodopera nel quadro di rapporti di lavoro dipendente. A marzo arriva l’annuncio di un accordo con i sindacati confederali per l’inquadramento di quattromila fattorini. All’orizzonte potrebbe esserci però il modello, già visto nel Regno Unito, delle agenzie interinali. JustEat ha già un accordo globale con l’agenzia Randstad per la somministrazione di manodopera, che potrebbe essere utilizzato anche in Italia.
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Come andrà a finire?
di Francesco Prandel
“Che cos’è un uomo saggio?”,
chiese qualcuno.
“Uno che guarda da lontano le cose vicine e da vicino le cose lontane”,
disse Joshu.
Masini F., Pensare il Buddha, Castelvecchi, Roma, 2013
Introduzione
Resto convinto – seppur non sicuro – che un buon pensiero si lasci esprimere da poche parole. Perciò mi scuso sin d’ora con il Lettore: le lungaggini che mi sono concesso con questo articolo non fanno ben presagire. Proverò comunque a delineare una possibile chiave di lettura della fase che stiamo attraversando, e a proporre una strategia per superarla senza farci troppo del male. L’obiettivo è quello di tentare una ricomposizione della frattura sociale che si va divaricando e inabissando ogni giorno di più. Non certo quella tra destra e sinistra, categorie ormai sepolte sotto decenni di metamorfosi antropologiche, né principalmente quella tra “pro-vax” e “no-vax”, che ne rappresenta solo la più recente crepa periferica. L’intento è quello di promuovere un dialogo tra chi, nonostante tutto, continua a vedere la salvezza nei modi indicati da un paradigma che ha fatto il suo tempo ma non intende farsi da parte, e chi, invece, comincia seriamente a pensare che sia il caso di provare a cambiare prospettiva. Questa, a parere di chi scrive, è la reale polarizzazione che l’attuale “spirito del tempo” assegna allo spettro politico.
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Antropocentrismo contro ecocentrismo: appunti su una falsa dicotomia
di Ian Angus
Negli anni quaranta dell'Ottocento, nei manoscritti successivamente pubblicati come L'Ideologia Tedesca, Karl Marx e Friedrich Engels esposero la prima dichiarazione completa dell'approccio alla comprensione della storia e della società che sarebbe poi stata alla base dei loro testi e della loro attività politica per il resto della vita. Lo fecero sotto forma di una serie di critiche ai filosofi che allora erano influenti nei circoli radicali in Germania.
Cominciarono con una favola:
Una volta un valentuomo si immaginò che gli uomini annegassero nell’acqua soltanto perché ossessionati dal pensiero della gravità. Se si fossero tolti di mente questa idea, dimostrando per esempio che era un’idea superstiziosa, un’idea religiosa, si sarebbero liberati dal pericolo di annegare. Per tutta la vita costui combatté l’illusione della gravità, delle cui dannose conseguenze ogni statistica gli offriva nuove e abbondanti prove. Questo valentuomo era il tipo del nuovo filosofo rivoluzionario tedesco. [1]
Al giorno d’oggi, i filosofi che Marx ed Engels all’epoca criticarono, sono quasi dimenticati, ma il loro modo di pensare è presente in molti scritti ambientalisti moderni. Di solito è espresso in termini più sottili e sofisticati rispetto a chi pensava che l'annegamento fosse causato da una credenza irrazionale nella gravità. Tuttavia, l'idea che la distruzione ambientale sia causata da idee sbagliate, da una falsa concezione del rapporto dell'umanità con la natura, può essere trovata proprio nell'ampio spettro del pensiero verde.
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Ostaggi in Assurdistan, ovvero: il lasciapassare e noi / Prima puntata
di Wu Ming
La seconda puntata a questo link
0. Introduzione
Questa è una miniserie da leggere con lentezza. «Chi è veloce si fa male», cantava Enzo Del Re. «Se non vale la pena impiegare tanto tempo per dire, e ascoltare, una qualsiasi cosa, noi non la diciamo», dice Barbalbero.
Nelle settimane scorse abbiamo ospitato o segnalato contributi critici sul cosiddetto «green pass», posizioni e analisi altrui che non coincidevano in toto con la nostra.
La nostra posizione l’abbiamo espressa solo tra i commenti, esplicitandola e rifinendola man mano, il che va bene, ma anche sparpagliandola, il che va male. Mancava un testo in cui, sul «green pass» e su questa fase dell’emergenza pandemica, dicessimo come la pensiamo in modo dettagliato e dal principio alla fine.
L’occasione di scriverlo ce l’ha data l’imminente ritorno all’attività on the road. Ci attendono presentazioni all’aperto, presentazioni al chiuso, reading, spettacoli… Volenti o nolenti, col «green pass» avremo a che fare. Ma appunto, che fare?
In questa prima puntata spieghiamo perché secondo noi il «green pass», detta come va detta, è una merda.
A partire dal nome che gli hanno affibbiato, a rigore ufficioso ma usato onnipervasivamente sui media e dagli stessi governanti e amministratori. È lo stesso anglicorum di «Jobs Act», «spending review» e altre nefandezze. È l’inglese usato come dolcificante artificiale, per far sembrare nuovi e “smart” provvedimenti che invece sono abbastanza vecchi da avere un nome nella lingua di Dante. Se il governo Renzi l’avesse chiamata semplicemente «Legge sul lavoro» sarebbe sembrata meno “innovativa”. In effetti, la libertà dei padroni di licenziare in tronco non è poi questa grande innovazione…
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Debito, finanza, spesa pubblica: il mondo dopo la pandemia
di Lorenzo Esposito
«Più hanno debiti meno i lavoratori possono scioperare» A. Greenspan
Già dalle prime settimane del 2020, è stato chiaro che la pandemia di Covid-19 avrebbe cambiato il corso della storia mondiale. Abbiamo assistito a un susseguirsi di fatti e reazioni mai sperimentati in decenni di evoluzione economica e sociale: un’incertezza macroeconomica sconosciuta nella storia contemporanea, una reazione senza precedenti da parte degli Stati, con molteplici strumenti che determineranno effetti a lungo termine sull’economia. L’emergenza ha anche provocato un rapido cambiamento delle agende politiche, con la revisione di priorità strategiche e il ripensamento di consolidate architetture istituzionali e politiche, a partire dall’Unione europea.
Fin dall’inizio l’emergenza ha imposto un nuovo modo di affrontare i problemi a livello mondiale; chi fino a ieri predicava austerity e mercato è rimasto senza punti di riferimento, ma ne mancano di nuovi. In questo articolo cercheremo di analizzare i profondi cambiamenti che la pandemia ha portato al dibattito sulla politica economica, e in particolare sul tema del debito pubblico e sul ruolo dello stato nell’economia.
Dal 2008 alla pandemia
La crisi finanziaria del 2007-2008 ha esposto le fragilità del modello di sviluppo basato sulla deregolamentazione dei mercati e l’iper-globalizzazione, costringendo a un precipitoso intervento delle banche centrali e dei governi per salvare il mondo dal crollo del sistema finanziario.
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