Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 236
Chi può spegnere l’euro
di Paolo De Rosa
Casi recenti hanno dimostrato come le banche e i cittadini europei non siano al riparo da sanzioni secondarie emanate da altri Stati. Centrale per l’autonomia non è la moneta, ma i conti, le carte e i circuiti su cui viaggia. Qui passa la differenza fra avere l'euro e poterlo usare
L’anno scorso ho scritto che l’euro digitale era una questione di sovranità: se la moneta, nella sua forma digitale, sarebbe rimasta infrastruttura pubblica o sarebbe stata affidata a circuiti privati. Quel pezzo chiedeva chi avrebbe controllato il denaro digitale. Questo pone una domanda più difficile, perché gli ultimi dodici mesi hanno risposto alla prima in un modo che non mi aspettavo. L’Europa può possedere la propria moneta, può costruire i propri circuiti di pagamento, e può comunque vedere una banca europea congelare un conto europeo di martedì perché la settimana prima è stata pubblicata una lista a Washington.
Una corte che forse non potrà pagare gli stipendi
La Corte penale internazionale ha sede all’Aia. Il suo bilancio è in euro, il suo personale è pagato in euro, e il trattato che l’ha istituita conta fra le parti quasi tutti gli Stati dell’Unione. Niente di tutto questo l’ha protetta. Secondo l’Associated Press, Washington ha sanzionato più di una dozzina fra membri attuali e passati del personale della Corte, compresa metà dei giudici in carica, e le autorità olandesi sono state avvertite che sanzioni contro la Corte nel suo insieme sono imminenti. Lo Stato ospite sta studiando come tenere in piedi la Corte se accadrà: come pagare il personale e i testimoni protetti, come mantenere sicuro il centro di detenzione, se la Corte potrà ancora servirsi di banche e di servizi informatici.
Quello che le sanzioni fanno a una singola persona è istruttivo, perché nulla tocca la moneta. L’allora procuratore si è visto chiudere i conti bancari e revocare il visto per gli Stati Uniti; la giudice canadese Kimberly Prost ha perso le carte di credito nel momento stesso della designazione, e Alexa di Amazon ha smesso di risponderle. Il procuratore ha perso anche l’accesso alla casella di posta ufficiale su Microsoft ed è passato a un fornitore svizzero, benché il presidente di Microsoft abbia negato che l’azienda l’abbia chiusa.
- Details
- Hits: 231
La grande truffa dei "piani europei"
di Pino Arlacchi*
“Ricostruire la base produttiva europea” è la frase che circola in ogni documento della Commissione europea. È un riflesso verbale che non impegna nessuno. Non dice quali industrie, con quali soldi, in quanto tempo, contro quali interessi. È una formula di copertura, non un programma.
Il suo uso più recente è nel braccio di ferro con Pechino. Bruxelles ha scoperto, con dieci anni di ritardo, che il deficit commerciale con la Cina corre al ritmo di 1 miliardo al giorno. Minaccia salvaguardie sulle auto ibride, quote sull’acciaio, condizioni sugli investimenti cinesi. Ma sono strumenti difensivi. Rallentano l’emorragia, non curano il malato. Alla domanda su che cosa l’Europa intenda produrre fra dieci anni, la risposta è il silenzio, o un nuovo acronimo. La verità è che l’Unione non ha alcuna visione del suo futuro. Non ha un progetto industriale. La sua leadership, mai così scadente, ha il suo peso nella spiegazione, ma se si vuole capire occorre guardare alla natura stessa dell’Unione, che è un debole regolatore che pretende di essere un governo sovranazionale. L’Unione non può spendere, perché il suo bilancio proviene da un punto del Pil di ciascuno dei suoi membri. Non può decidere, perché ogni scelta strategica richiede una maggioranza qualificata che non esiste. Da questa impotenza congenita nasce il bluff come metodo di governo. Quando non si possono mobilitare risorse, si annunciano cifre.
- Details
- Hits: 278
Hanno rotto un vetro, ma sembra crollata la “civiltà” occidentale
di Lavinia Marchetti
Quando il “neoumanesimo” a tinte (fosche) illuministiche invoca l’ordine pubblico per difendere le merci e disciplinare il dissenso
Parliamo delle vetrine, quel velo ideologico del commercio che ci fa salivare come cani di Pavlov al suono della campanella, quella nebbia di cristallo dove si vede e non si vede la reificazione che si incontra/scontra con l’ideologia borghese che critica il sistema finché qualcuno non lo tocca e lo mette sul serio in discussione. Insomma quel vetro che segna il limite tra chi ha e chi non ha, o meglio tra chi è e chi non è. La dinamica del velo che frena la pulsione, lo squarcio dietro al quale non si vuol vedere ciò che quel vetro nasconde: il nulla del desiderio dietro al quale tutti giriamo con la catena. E così qualche vetrina va in pezzi e alcuni libri finiscono sul pavimento di una Feltrinelli. Sono due giorni che assistiamo alla più impressionante resurrezione della coscienza umanistica europea. Addirittura Fahrenheit 451! Mi piacerebbe chiedere ai nostri illustri difensori della cultura quali riflessioni e indignazioni abbiano dedicato alla distruzione di tutte le università palestinesi, ai bombardamenti delle università iraniane, alla chiusura dell’archivio storico palestinese, alla cacciata dell’UNRWA dalla Cisgiordania e così via. Me lo chiedo sul serio. Beh, magari dieci minuti di biasimo. Migliaia di studenti hanno perduto le condizioni materiali della propria formazione. Eppure, davanti alla distruzione della vita intellettuale palestinese, abbiamo ascoltato interminabili disquisizioni sulla complessità del conflitto.
- Details
- Hits: 173
Zombieland
di Alex Marsaglia
Altro che democrazia: le piazze esplodono contro il piano di Bruxelles per trascinarci in guerra
L’Unione Europea, sull’onda della crisi inflazionistica innescata dalle guerre di fine impero e del debito di un’economia finanziarizzata, viene attraversata dalla più profonda ed estesa ondata di manifestazioni degli ultimi decenni. Le istituzioni del grande Quisling europeo che governa per conto degli americani le terre che vanno dalle coste dell’Atlantico alle porte della Russia sono talmente sottomesse all’ideologia colonialista neoliberista dall’aver unificato nella crisi sociale, dopo appena 12 anni, Atene e Berlino. Nella ribellione che in queste settimane sta attraversando Francia, Spagna, Germania, Belgio, Italia, Albania e Grecia vi è una comunione di destini che portano i popoli, uniti dalla politica del riarmo a discapito del welfare, a ribellarsi assieme.
Ovviamente sinora si tratta solo di una ribellione, di una scintilla nella prateria, come si suol dire. Non vi sono forze politiche e organizzazioni strutturate in grado di condensare le comuni rivendicazioni in un’unica piattaforma rivendicativa. Vi è però un’idea che, innominabile, oggi come un tempo vaga per le più grandi capitali d’Europa senza poter essere liberamente espressa. Lo spettro del sovranismo aleggia per l’intero continente, in cui movimenti, partiti, categorie e in definitiva cittadini rivendicano soprattutto di poter decidere liberamente dei propri destini, brandendo il più basilare dei diritti: il diritto a poter vivere in pace, come ha detto pochi giorni fa Jean-Luc Mélenchon «non prepareremo i nostri figli a morire!».
- Details
- Hits: 201
Milano bis, l’ora dei neet
di Francesco Piccioni
Sta nel nero della pelle
Nella festa collettiva
Sta nel prendersi la merce
Sta nel prendersi la mano
Per tirare i sampietrini
Nell’incendio di Milano
Nelle spranghe sui fascisti
Nelle pietre sui gipponi
La sorpresa sta già nel fatto che ci si riesca a sorprendere. Anche ieri “Milano centro” è stata attraversata da gruppi di giovani che alla fine si sono scontrati con la polizia. La quale – dopo che evidentemente erano stati monitorati i social più utilizzati per la giornata di sabato – fin dalla mattina aveva cominciato a filtrare l’accesso al centro sulla base di due criteri piuttosto indicativi: chi indossava felpe con cappuccio e chi si porta dietro un colore di pelle un po’ diverso.
Scene tra il comico e il tragico, con proteste indignate e ragazzi costretti a sedersi sul marciapiede, perché doveva essere fin troppo ovvio – tranne che per i “pensatori” della repressione – che questi due “segni distintivi” significano assai poco in un paese dove ci si veste secondo mode generazionali (le felpe) e i “negri” sono la speranza di rinascita della nazionale di calcio. Pensa un po’ se avessero fermato Cissé o Thuram…
- Details
- Hits: 458
Sinwar ha smascherato il sionismo. Ma a quale prezzo?
di Mike Whitney*
Israele sta vincendo la sua guerra contro Hamas? Non nel senso classico del termine, secondo la terminologia di von Clausewitz, perché lo scopo della guerra è raggiungere un fine politico. Qual è il fine politico che Israele spera di raggiungere?
Israele vuole cacciare i palestinesi da Gaza. Lo sappiamo; lo sanno tutti.
Ma questo non è successo e, dopo tre anni di brutale violenza, Israele non è più vicino al successo di quanto lo fosse l’8 ottobre. Sono ancora fermi al punto di partenza. Quindi, dov’è il fine politico? Dov’è la vittoria?
Ma che dire di Hamas? Hamas sta vincendo la sua guerra contro Israele? Sì, Hamas sta vincendo la sua guerra contro Israele per la semplice ragione che sta raggiungendo i suoi obiettivi strategici, che porteranno a uno Stato finale politico.
È importante sottolineare che non stiamo parlando del prezzo terribile che il popolo palestinese sta pagando. Sappiamo che gran parte di Gaza è stata ridotta a una terra desolata e che non c’è speranza all’orizzonte. Ma non è questo il punto che stiamo affrontando. Ci siamo concentrati sulla questione se Hamas stia raggiungendo i suoi obiettivi. Questo è ciò che vogliamo sapere. Ma, per farlo, dobbiamo identificare quali siano questi obiettivi.
Fortunatamente, abbiamo il testo di un discorso del leader di Hamas Yahya Sinwar (pronunciato il 14 dicembre 2022) in cui presenta la strategia di Hamas nei termini più semplici. Ecco cosa ha detto:
“Entro un periodo limitato di mesi, che stimo non supererà un anno, costringeremo l’Occupazione a trovarsi di fronte a due opzioni: o la costringeremo ad applicare il Diritto Internazionale, a rispettare le risoluzioni internazionali, a ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, a smantellare gli insediamenti, a liberare i prigionieri e a garantire il Ritorno dei rifugiati, realizzando così la creazione di uno Stato Palestinese sui Territori Occupati nel 1967, inclusa Gerusalemme; oppure la porremo in contraddizione e in conflitto con l’intero ordine internazionale, isolandola in modo estremo e deciso, e ponendo fine alla sua integrazione nella Regione e nel mondo intero, affrontando il collasso che si è verificato su tutti i fronti della Resistenza negli ultimi anni”.
- Details
- Hits: 304
Data Center e sovranità digitale
di Francesco Cappello
Immaginiamo il mattino di un giorno qualsiasi in cui un governo straniero, o il consiglio di amministrazione di tre multinazionali del tech, decide che l’Italia non è più un partner allineato o semplicemente che è giunto il momento di massimizzare un profitto estorsivo. Non ci sono truppe ai confini, né bombardamenti. C’è solo un interruttore logico che viene spento a diecimila chilometri di distanza. È questo il grado zero della sovranità digitale: la trasformazione di una nazione in un ostaggio senza alcuna possibilità di negoziare.
Nella Pubblica Amministrazione e nella sanità, il collasso potrebbe essere immediato e letale. Ai server cloud che ospitano il Fascicolo Sanitario Elettronico, l’anagrafe nazionale e i database dell’INPS, che per una parte crescente dei servizi dipendono da infrastrutture e software di fornitori extraeuropei, potrebbe essere ordinato, da remoto, di smettere di rispondere. Negli ospedali, i medici non potrebbero più accedere alle cartelle cliniche, i macchinari diagnostici salvavita andrebbero offline perché non riescono a dialogare con i server centrali, e le sale operatorie si fermerebbero. I cittadini perderebbero la loro identità civile: non si possono emettere documenti, pagare le pensioni, erogare sussidi o registrare nascite e decessi. Lo Stato italiano, per riavere accesso ai dati dei propri cittadini, sarebbe costretto a piegarsi a ricatti geopolitici o a pagare enormi pedaggi economici, senza avere alcuna competenza tecnica per aggirare il blocco. I nostri dati più intimi diventerebbero letteralmente un’arma puntata contro di noi.
Nel settore bancario e finanziario, lo scenario si traduce nell’espropriazione istantanea della ricchezza nazionale. L’intero sistema dei pagamenti digitali, i bancomat, i trasferimenti interbancari e il clearing delle transazioni poggiano su reti informatiche e cloud stranieri. Nel momento in cui la spina viene staccata, i conti correnti diventano fantasmi inaccessibili. L’economia reale si congela nel giro di poche ore: i supermercati non possono incassare, le aziende non possono pagare i fornitori, i risparmi di una vita evaporano dietro una schermata di errore.
- Details
- Hits: 284
Russia, Ucraina, Kaliningrad: non è Trump a decidere le sorti del conflitto
di Roberto Iannuzzi
Il polverone mediatico sollevato dall’accordo sul diesel siglato da Trump distoglie l’attenzione dal reale andamento della guerra, che vede NATO e Russia in rotta di collisione.
L’accordo annunciato dal presidente americano Donald Trump, in base al quale la Russia fornirebbe agli Stati Uniti e al mercato globale un totale di circa 3 milioni di tonnellate di diesel nei prossimi mesi, ha suscitato la collera di Kiev e degli alleati europei, così come dei democratici e di molti repubblicani in patria.
Trump è stato sostanzialmente accusato di aiutare l’economia di Mosca in una fase cruciale del conflitto con l’Ucraina, addirittura “vanificando quattro anni di pressioni finanziarie occidentali nei confronti di Mosca”.
Ne è sorto uno scontro durissimo fra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e Trump. Il primo ha definito “debole” la decisione del presidente americano. Quest’ultimo ha affermato che l’Ucraina avrebbe dovuto eleggere un nuovo presidente “in grado di fare un accordo”.
Trump ha accusato Zelensky di aver ignorato numerose richieste statunitensi di porre fine agli attacchi alle raffinerie russe, i quali contribuiscono ad aggravare la crisi energetica mondiale aumentando il prezzo del diesel. Quest’ultimo è raddoppiato negli USA dall’inizio del conflitto con l’Iran.
Mentre il presidente americano annunciava l’accordo sul diesel, i suoi inviati Steve Witkoff e Jared Kushner si stavano incontrando a Miami con una delegazione ucraina ed alcuni rappresentanti europei allo scopo di discutere proposte per porre fine al conflitto.
Secondo il Financial Times, i due inviati statunitensi avevano ventilato la possibilità di interrompere la condivisione di informazioni di intelligence con Kiev se l’Ucraina non avesse cessato gli attacchi alle raffinerie russe.
Nei giorni successivi, fonti ucraine hanno denunciato la mancata trasmissione da parte USA di alcune informazioni che avrebbero permesso una più tempestiva difesa dagli attacchi missilistici russi.
- Details
- Hits: 283
La creatività della materia
di Felice Cimatti
“Il tempo”, scrive in L’evoluzione creatrice (1907) il più geniale filosofo della scienza del ventesimo secolo, Henri Bergson, “è invenzione”. In effetti, così prosegue il filosofo francese, “non appena ci si ritrova in presenza della durata vera, si vede che essa significa creazione”; una creazione che coincide con la “vita del reale”. Si tratta di una vita, è questo il punto forse più attuale del libro di Bergson, che evidentemente è molto più ampia di quella che ancora chiamiamo in senso assai più ristretto “vita”. Si tratta di una vita della materia stessa, ben al di qua della distinzione (scientificamente infondata) fra materia inorganica e organica. Una vita che coincide con quella che Bergson chiama “durata”, cioè l’ininterrotto movimento temporale che in quanto tale produce, e non può non produrre, “invenzione” di nuove forme materiali, cioè appunto di nuova vita in questo senso esteso.
La nostra comune esperienza, tuttavia, sembra piuttosto attestare il contrario: tempus omnia ruit, il passare del tempo distrugge tutto (d’altronde secondo il secondo principio della termodinamica l’entropia, cioè la misura del disordine di un sistema, non può che aumentare). Bergson ragiona però su una scala cosmica, e in effetti se si allarga la nostra prospettiva il mondo ci appare invece come un sistema che produce strutture sempre più complesse. Una complessità che non può essere assunta come scontata, che al contrario va spiegata, dal momento che, come osserva Stuart Kaufman in Esplorazioni evolutive (Einaudi 2026, Introduzione di Telmo Pievani), all’inizio l’universo era semplicissimo.
- Details
- Hits: 372
Il suicidio dell’Europa è in “vetrina”
di Lavinia Marchetti
Il risveglio dal coma social-consumistico dei figli che l’Europa voleva usare come carne da macello
Laika, not in my name
Il mysterium tremendum Occidentale davanti a una vetrina infranta
Che la libreria Feltrinelli, antico emblema della cultura antagonista italiana, venga devastata, durante una rivolta giovanile, possiede una sua ironia dialettica. Sono vent’anni che evito quelle librerie. Avete visto cosa espongono in vetrina? La conoscenza definitivamente sussunta nell’industria culturale, l’antagonismo convertito in valore di scambio. Adorno e Horkheimer hanno perso, e noi con loro. Del resto, è piuttosto facile mercificare Che Guevara sulle magliette e poi indignarsi quando una generazione, sottoposta a decenni di umiliazione sociale, finisce per incazzarsi. Foot Locker, saccheggiata a Milano, offre un’altra esemplificazione di questa oscenità. Un’impresa coinvolta in Germania in controversie sulla rappresentanza sindacale, alla quale KnowTheChain assegnava nel 2023 appena 2 punti su 100 per le misure documentate contro il rischio di lavoro forzato nella filiera. Intanto la scarpa, feticcio dell’identificazione giovanile, occulta nella propria desiderabilità pubblicitaria i rapporti sociali della produzione. Marx avrebbe parecchio da scrivere su questa forma contemporanea di alienazione.
- Details
- Hits: 288
Una generazione in campo, contro il “pilota automatico”
di Francesco Piccioni
E’ difficile sottovalutare la portata dell’ingresso in campo degli studenti italiani avvenuto ieri in modo così clamoroso da costringere persino alcuni telegiornali Rai a metterlo come prima notizia. Mentana e La7, i presunti “progressisti” dell’”informazione indipendente”, sono invece riusciti nell’impresa di far peggio della Rai.
In entrambi i casi le fumose “tensioni tra studenti e polizia” non sono riuscite stavolta a nascondere la portata della mobilitazione. E pure gli “incappucciati” che si muovono esattamente come i governi europei sperano sono ormai con evidenza un corpo estraneo rispetto alla massa. Così estraneo che persino dei tranquilli sindaci con fascia tricolore, in Francia, sono riusciti nell’impresa di individuarli in strada come poliziotti en travestì.
Altra cosa è ovviamente la reazione alle cariche deliberate della polizia, come quella di ieri a Torino, che ha spinto subito docenti e genitori a formare – sull’esempio francese – un cordone protettivo degli studenti.
Il gioco del potere è insomma antico e chiaro. Se non ci sono episodi qualificabili come “scontri” (in realtà pestaggi polizieschi), non c’è stata manifestazione. Ma se ci sono stati “scontri” la manifestazione e le sue ragioni scompaiono. Il risultato è identico: chi protesta non conta nulla.
Poi la Storia si diverte a cambiare il gioco. E lo fa agendo sui numeri. Perché la quantità della gente in piazza fa anche la qualità (l’importanza politica e sociale) della protesta. Come dialettica comanda…
- Details
- Hits: 284
Quattro anni da incubo e un’eredità pesante
di Emiliano Brancaccio
Melonomics. Dopo vari tentativi falliti, a fine 2026 il deficit pubblico dovrebbe finalmente andare sotto il fatidico 3% del Pil. Ma il ministro ammette che negli anni successivi il disavanzo oltrepasserà di nuovo la soglia
«Vedo nuvoloni all’orizzonte», avverte Giorgetti. Omettendo che le danze sue e di Meloni stanno contribuendo non poco a incupire i cieli. Dopo vari tentativi falliti, a fine 2026 il deficit pubblico dovrebbe finalmente andare sotto il fatidico 3% del Pil.
Ma il ministro ammette che negli anni successivi il disavanzo oltrepasserà di nuovo la soglia. L’uscita dalla procedura di infrazione dunque si allontana. Scomodo lascito per il governo prossimo venturo.
È uno dei pochi punti fermi della manovra di bilancio, per altri versi ancora avvolta nelle nebbie. I singoli provvedimenti non sono definiti, il governo attende il confronto con Bruxelles prima di dettagliare. L’unica certezza è che i margini di spesa si restringono. Dell’annunciata «manovra elettorale» resta poco.
A ricevere i fondi disponibili rimasti saranno i soliti noti. Soprattutto, altri 4,6 miliardi alla difesa e 3,4 miliardi alle imprese. Il residuo alle famiglie e gli ultimi scampoli a infrastrutture e sanità, semplicemente a copertura della maggiore inflazione. Per i tagli fiscali si annunciano solo 2,2 miliardi. Da verificare.
Sul versante delle coperture, 5 miliardi dovrebbero arrivare da banche e assicurazioni, 1,2 da altri tagli ai ministeri, 700 milioni da giochi e altre voci sparse. In totale, circa dieci miliardi. Altri tredici e mezzo saranno finanziati in deficit, facendo leva soprattutto sulle deroghe europee per difesa e sicurezza energetica. Indulgenza guerresca niente affatto gratuita: il riarmo aumenterà il debito e la futura spesa per interessi, che ormai ha raggiunto percentuali da crisi economica.
- Details
- Hits: 371
Il terreno sta cedendo? Lo yen, il dollaro e l’autunno caldo in Francia
di Andrée Dima
Pubblichiamo la traduzione di questo interessante articolo di Andrée Dima apparso su Realité il 14 ottobre 2026 in vista della giornata di mobilitazione del 17 ottobre in Francia
Diciotto mesi fa, dopo la pubblicazione del nostro primo articolo, “Su un terreno instabile”, abbiamo ricevuto numerosi commenti da parte di lettori tanto benevoli quanto perplessi: che farsene di queste analisi e, in fin dei conti, a che pro tutto questo arrovellarsi il cervello? Nella prospettiva di un autunno di lotte sociali, vorremmo mostrare, in maniera più concreta, i legami tra congiuntura monetaria e lotta di classe e, soprattutto, che cosa cambi per chi intende intervenire nel movimento reale.
Da una trentina d’anni, i paesi ricchi vivono a ritmo di credito a basso costo, e gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia hanno potuto mascherare, attraverso il debito, lo smantellamento della propria industria nazionale. È questo il contesto che ha plasmato le forme assunte dalle lotte e i «compromessi sociali» che ne sono nati; è questo il contesto nel quale ci siamo formati, abbiamo compiuto la nostra formazione politica e, forse, nel quale abbiamo acquisito delle cattive abitudini. La situazione sta tuttavia cambiando, e il 17 ottobre potrebbe assumere una portata ben diversa rispetto ai movimenti sociali ai quali ci siamo abituati, gilet gialli compresi: la posta in gioco non è più costringere il governo a fare marcia indietro su una legge o un provvedimento, ma mettere la borghesia francese con le spalle al muro, imponendole un’alternativa: la fine della guerra a Est oppure il sacrificio dell’euro. Due prospettive la cui portata supera di gran lunga i confini nazionali e che mettono in gioco gli equilibri mondiali. A condizione, però, che il movimento sia consapevole di ciò che ha tra le mani.
Per rendere tutto questo più tangibile, occorre ripartire da una sequenza iniziata quest’estate, con un avvenimento apparentemente lontano, quasi esotico: nella torpida calura del mese di agosto, la Banca centrale del Giappone ha annunciato un’operazione congiunta con il Dipartimento del Tesoro statunitense, volta ad arginare la svalutazione della propria valuta, lo yen. Se vale la pena soffermarsi su questa iniziativa, è perché si trattava di un’operazione alquanto borderline. Innanzitutto, per il metodo adottato: in una situazione del genere, la prima reazione di una banca centrale sarebbe, in linea di principio, quella di aumentare i propri tassi di riferimento (che determinano gli altri tassi d’interesse).
- Details
- Hits: 217
Big Tech e Big Oil si sono fuse: chiamiamola Fossil Tech
di Naomi Klein e Astra Taylor
Un giorno prima del lancio ufficiale di END TIMES FASCISM – And the Fight for the Living World, Astra ed io siamo entusiasti di condividere un breve estratto dal libro. Tratta un argomento che sappiamo interessare molti di voi: come la corsa agli armamenti dell’IA aziendale stia aggravando la crisi climatica in un momento davvero fatale per il pianeta. Questo estratto è uscito durante il fine settimana sul quotidiano nazionale canadese, The Globe and Mail, ma poiché si trova dietro un paywall, lo pubblichiamo integralmente per assicurarci che sia accessibile a tutti voi.
* * * *
Quando Elon Musk ha creato xAI nel 2023, si è ritrovato nella posizione che più disprezzava: indietro. Otto anni prima, aveva aiutato Sam Altman a fondare OpenAI, prima della loro tanto pubblicizzata e discussa rottura. Ora OpenAI dominava il campo, lasciando l’uomo più ricco del mondo a inseguire. Per come la vedeva lui, doveva costruire il computer più grande che il mondo avesse mai conosciuto, e doveva farlo in fretta.
Lo avrebbe chiamato Colossus. Il nome rende omaggio a una trilogia di romanzi di fantascienza degli anni ’60 e ’70 in cui un supercomputer autonomo chiamato Colossus si rivolta contro l’umanità e lancia un’arma nucleare contro l’Unione Sovietica. Questo avrebbe dovuto essere il primo indizio che il signor Musk e la sua macchina potrebbero non essere dei vicini ideali.
Nel marzo 2024, dopo aver esaminato le opzioni, l’uomo più ricco del mondo ha dichiarato: “Ci daremo da fare a Memphis”. È così, almeno, che Ted Townsend, presidente della Camera di Commercio della Greater Memphis, ricorda il momento in cui il signor Musk ha accettato il pacchetto di incentivi. Questo includeva un ottimo affare per una gigantesca fabbrica vuota che un tempo produceva elettrodomestici e dava lavoro a più di 700 operai. E come ha riportato ProPublica riferito, la camera di commercio ha anche fornito un “team per le operazioni speciali di xAI” dedicato, composto da cinque membri, per garantire un “servizio di portineria 24 ore su 24” e la “esecuzione senza intoppi dei piani di rapida espansione dell’azienda”.
- Details
- Hits: 241
Crisi sistemica e lotta per il nuovo ordine mondiale
di Spartaco Puttini
“Il dominio […] non tollera alcun sentimento di parità culturale. Chi esercita un dominio ha bisogno di considerare sè stesso moralmente e storicamente giustificato a essere il gruppo dominante e il principale beneficiario del surplus economico prodotto all’interno del sistema”
(Immanuel Wallerstein)
Se guardiamo alla produzione dei principali gruppi editoriali italiani nell’ultimo triennio possiamo notare che i libri di saggistica dedicati alle questioni internazionali possono essere raggruppati principalmente in 5 categorie tematiche, che da sole fanno quasi il totale della produzione libraria del settore (di per sé piuttosto ristretto): crisi dell’ordine occidentale e multipolarismo; competizione Usa-Cina e tecnologie; guerra Russia-Ucraina; Medio Oriente; Europa e autonomia strategica. Se nel 2023, comprensibilmente, risultava rilevante il numero di titoli dedicati alla guerra Russia-Ucraina, già dall’anno successivo i temi della crisi dell’ordine mondiale, la competizione Usa-Cina (su AI e non solo) e il multipolarismo prendevano la vetta delle classifiche. Fortissima risulta la correlazione tra i temi proposti e termini come “crisi”, “sfida” e soprattutto “disordine”.
Disordine e paura per il futuro
Dietro queste parole serpeggia una preoccupazione non peregrina, che nella cultura massiva trova la sua principale rappresentazione nel pittoresco Presidente statunitense e nella sua “imprevedibilità”.
Andando più in profondità possiamo ipotizzare due diverse origini per questa tendenza.
Da un lato vi è il senso di “insicurezza” e “incertezza” circa il futuro che serpeggia nel profondo della società. E’ un sentimento che sarebbe interessante indagare come prodotto di una “precarietà sistemica”, che dal lavoro si riversa sulle aspettative di vita e che può però essere generalizzata ad altri ambiti, o finisce per coprirli.
- Details
- Hits: 434
Allacciate le cinture
di Andrea Zhok
Le immagini delle fiamme che avvolgono il municipio di Limoges in Francia, con il crollo del campanile, stanno facendo il giro del mondo. Il giudizio rispetto a episodi come questo non può che essere di condanna, così come non si possono che condannare gli atti di saccheggio che hanno accompagnato le proteste in molte zone della Francia.
Tuttavia, se ci limitassimo a questo livello di considerazioni faremmo soltanto una classica operazione di conservatorismo piccolo-borghese, che ha le sue ragioni ma che è anche drammaticamente miope. Mettersi a fare la predica sulle auto bruciate e le vetrine infrante, senza andare oltre, è solo l’indice di chi non ha ancora capito la serietà delle circostanze in cui ci troviamo.
Ciò cui assistiamo in Francia, ma in forme diverse oramai in molti paesi europei (Spagna, Portogallo, Albania, Belgio, e da ieri anche in Italia) è tutto meno che un evento irrazionale. Esistono infatti eventi storici che sono irrazionali soltanto per lo sguardo locale, ma possiedono una razionalità evidente quando li si guarda abbastanza dall’alto.
Razionale non significa indolore, e non significa privo di ingiustizie. Bisogna esercitare lo sguardo a tenere fermi insieme due livelli di analisi: quello in cui si possono giudicare specifici atti e specifici soggetti come barbari, incivili, vandalici, e quello in cui si può (e si deve) capire che la storia è sempre un fiume in cui navigano detriti e cadaveri, ma che non si arresta con le prediche.
- Details
- Hits: 246
La guerra culturale degli Usa contro l'Europa
di Alessandro Bartoloni
La Guerra fredda non è stata solo una questione di missili, spie e sbarramenti militari. Quello che la storiografia ufficiale spesso dimentica — o finge di non vedere — è che la battaglia più feroce e decisiva si è combattuta direttamente dentro le teste delle persone. Gli Stati Uniti non si sono accontentati di dominare il mondo con la forza delle armi e il peso del dollaro: hanno voluto plasmare le categorie stesse con cui le società occidentali interpretano la realtà, ridefinendo da cima a fondo ciò che è desiderabile, accettabile o anche solo pensabile. Questo articolo è frutto della lettura di alcuni testi che hanno trattato direttamente questo tema, come Perché l’occidente odia la Russia di Hauke Ritz, La guerra fredda culturale di Frances Conor Staunders, e Who paied the pipers of western marxism, di Gabriel Rockhill.
Fabbricare il consenso in Europa
Nel secondo dopoguerra, Washington aveva un problema enorme. La sua travolgente superiorità economica non bastava a garantirgli un’egemonia automatica sul piano culturale. L’Europa devastata dal conflitto non guardava all'America come a un faro indiscutibile: i partiti comunisti e socialisti avevano un radicamento di massa, i sindacati erano forti e il marxismo costituiva l'ossatura teorica dei principali intellettuali del continente. Per molti europei, dalle macerie del fascismo non doveva nascere un capitalismo all'americana, ma una società profondamente diversa.
- Details
- Hits: 312
In Sassonia-Anhalt AfD e BSW si accordano per evitare la guerra alla Russia
di Redazione
Nel Landtag della Sassonia-Anhalt in Germania si è verificato un passaggio politico fondamentale che potrebbe segnare una svolta duratura per l’intero panorama politico tedesco e che, forse, potrebbe insegnare qualcosa anche nel resto d’Europa. Con l’approvazione di una mozione presentata dal BSW insieme all’AfD – rispettivamente il partito della sinistra patriottica fondato da Sahra Wagenknecht e il partito nazionalista di destra accusato di “fascismo” – il parlamento regionale ha formalmente impegnato il governo del Land a farsi promotore nel Bundesrat di una netta svolta strategica: lo stop all’invio di armi al regime golpista di Kiev, la fine delle sanzioni economiche alla Russia e l’avvio immediato di trattative diplomatiche.
SPD, Verdi e CDU per la guerra, contro il buon senso
L’iniziativa ha scatenato la reazione indignata dei partiti tradizionali, soprattutto i socialdemocratici di SPD, i Verdi e i democristiani di CDU, pronti a denunciare la presunta violazione del cosiddetto “Brandmauer”, il cordone sanitario istituzionale eretto verso la destra giudicata “fascista”. Tuttavia, la linea argomentata dalla marxista Sahra Wagenknecht dimostra come questa scelta non rappresenti una provocazione, bensì un atto di responsabilità democratica e di pragmatismo politico. AfD avrà al suo interno anche degli estremisti di destra, ma è un partito di massa votato perlopiù dalla classe operaia, e pur di fermare l’entrata in guerra della Germania contro la Russia, BSW è disposta a tutto.
- Details
- Hits: 191
L'establishment UE-NATO sta conducendo una guerra ibrida contro l'Europa
di Moon of Alabama
L'establishment UE-NATO sta conducendo una guerra ibrida contro l'Europa. La falsa élite che attualmente governa in molti Paesi europei e nell'Unione Europea a Bruxelles è determinata a scatenare una guerra contro la Russia. Sfortunatamente per loro i cittadini su cui governano non hanno alcun interesse al riguardo e i leader stanno quindi conducendo una massiccia campagna propagandistica per far cambiare loro idea. Stanno seguendo la linea tracciata da Hillary Clinton che dopo aver perso le elezioni presidenziali del 2016 contro Donald Trump accusò la Russia di avervi interferito. Da allora le accuse contro la Russia di interferire nelle elezioni altrove sono state ripetute innumerevoli volte e la tesi dei bot russi che esercitano un'influenza russa viene tirata in ballo ogni volta che degli outsider populisti riescono a vincere.
Un'altra accusa è che la Russia stia conducendo una guerra ibrida contro l'Europa. Questo meme risale alla falsa affermazione del giornalista Mark Galeotti che nel 2014 sostenne l'esistenza di una dottrina Gerasimov dal nome del più alto generale russo che stava portando la Russia a condurre guerre non lineari o ibride. Ci sono voluti quattro anni a Galeotti durante i quali la sua tesi aveva ottenuto un enorme seguito per ritrattare le sue affermazioni.
"Con mio immenso rammarico, ho creato io questo termine, che da allora ha acquisito una vita propria e distruttiva, incedendo goffamente nel mondo per diffondere paura e avversione al suo passaggio.
- Details
- Hits: 300
Dopo «Sorvegliare e punire»
di Mauro Bertani
A cinquant’anni dalla pubblicazione italiana di Sorvegliare e punire e cent'anni dalla nascita del filosofo, questo saggio torna a Foucault non per celebrarne l’attualità, ma per interrogare ciò che viene dopo la società disciplinare. Dalla prigione e dal Panopticon alla governamentalità neoliberale, dal potere pastorale alla confessione, fino alla società del controllo descritta da Deleuze, il filo conduttore è il rapporto tra verità, potere e produzione della soggettività. Ogni forma di governo, mostra Foucault, implica infatti specifici saperi, tecnologie e regimi di verità attraverso cui gli individui vengono conosciuti, guidati e sollecitati a governare se stessi. È da questa genealogia che il testo interroga il presente: l’espansione del digitale e dell’intelligenza artificiale, anche nel campo della salute mentale, segnala forse l’emergere di una nuova figura del soggetto, dall’homo psychologicus all’homo digitalis. La questione diventa allora eminentemente politica: quali nuove forme di assoggettamento stanno prendendo corpo e quale etica critica può consentirci di resistervi?
* * * *
È trascorso mezzo secolo dalla pubblicazione italiana di Sorvegliare e punire che, a dispetto del sottotitolo, solo in parte si dedica a ricostruire la nascita della prigione. La gran messe di commenti, letture critiche, polemiche e contestazioni che lo hanno accompagnato rischia di farci dimenticare che anche questo libro è innanzitutto l’opera di un filosofo. Un filosofo sui generis, è vero, che lavora in un «cantiere storico», ma per porre degli interrogativi e dei problemi di natura filosofica, etica e politica. Deleuze lo sottolineava già nella recensione originaria e lo ripeterà in seguito: se anche «si era fatto storico», Foucault non aveva «mai cessato di essere un grande filosofo». Ma un filosofo che interviene, si batte, milita, nel fango e nel sangue delle lotte e delle battaglie.
- Details
- Hits: 362

Il diavolo in corpo
di Algamica*
Nella espressione italiana, a parte il romanzo, avere il diavolo in corpo può significare due cose: essere molto agitati, irrequieti, nervosi o pieni di energia incontenibile e vivace. Nel caso che andiamo ad esaminare, ovvero i movimenti giovanili in alcuni paesi d’Europa e i suoi riflessi, sono presenti entrambi.
Perché l’inaspettato movimento degli studenti medi delle scuole di periferia francesi spaventano, e non poco, l’establishment occidentale e buona parte della pancia sociale popolare qui in Europa e oltre Atlantico?
Partito come un movimento giovanile contro il degrado della scuola pubblica nelle periferie, che richiede maggiori fondi per la pubblica istruzione e in particolare stipendi più alti per gli insegnanti e più insegnanti, la protesta studentesca è divenuta ormai da due settimane una aperta e generalizzata rivolta sociale.
Una mobilitazione che sulla carta rivendica pari opportunità nella competizione meritocratica delle carriere scolastiche, tra centro e periferia, e che sembrava un fuoco di paglia di fine estete, si è esteso a Bruxelles e poi nelle città italiane e in particolare nel suo nord “produttivo”.
Nel contempo assistiamo a un riverbero sismico, ancora delle nuove generazioni, anche su altri versanti, come ad esempio in Albania con l’assalto degli studenti al Parlamento e contro una classe politica che da un lato vuole mettere in vendita pezzi del paese alle multinazionali USA e alle lobby finanziarie ebraiche e dall’altro impone l’aumento dei costi dell’istruzione. Mentre in Spagna ci si mobilita contro gli effetti del mercato selvaggio degli affitti come risultato dell’industria del turismo di massa. O ancora a Rio de Janeiro si scende in piazza contro il programma neoliberista di Bolsonaro di tagli alla pubblica istruzione. O perfino dall’altra del mondo, in India ci si attivizza contro la corruzione nelle carriere scolastiche e così via. Certo, c’è un filo conduttore nell’unire i vari puntini di una mobilitazione su scala mondiale che a tratti in Europa assume i connotati della rivolta sociale.
- Details
- Hits: 307

La crisi dell’imperialismo, la guerra e la differenza decisiva del movimento comunista
di Eros Barone
1. Natura sociale e orientamento politico delle correnti nazionaliste: la pseudomorfosi1 di una parte dell’estrema destra
La crescente influenza delle forze nazionaliste e di estrema destra in tutta Europa non è, rispetto al sistema capitalistico, né un dato casuale né un fattore esogeno. Tale influenza è invece strettamente connessa alle esigenze che esprime il potere capitalistico in una congiuntura delle lotte fra le classi in cui le rivalità imperialistiche si acuiscono, i preparativi bellici si intensificano e la crisi organica delle classi dirigenti rende difficile anche ai più consolidati partiti borghesi ottenere il consenso popolare per le proprie politiche. In questa direzione l’ascesa di Alternative für Deutschland, del Rassemblement National in Francia e di Reform UK in Gran Bretagna, insieme con l’esperienza del governo di Giorgia Meloni in Italia, indica cambiamenti significativi nel panorama politico europeo. Tuttavia, lungi dal rappresentare una vera e propria sfida al dominio capitalistico, queste forze offrono ulteriori opzioni politiche ai settori della borghesia che cercano di adattarsi al mutato contesto internazionale.
In effetti, il capitalismo non si limita a creare il malcontento sociale strumentalizzato dall’estrema destra, ma crea anche le condizioni politiche in cui diviene possibile alle forze nazionaliste e reazionarie deviare tale malcontento lontano dalla lotta contro il potere capitalistico. Così, se è vero che l’inasprirsi della competizione tra gli Stati Uniti e la Cina, lo scontro tra la NATO e la Russia e la lotta per i mercati, le risorse energetiche e le rotte commerciali stanno inasprendo le contraddizioni all’interno dello stesso blocco euro-atlantico, è altrettanto vero che diverse frazioni del capitale europeo manifestano interessi contrastanti riguardo sia alle relazioni con Washington, Mosca e Pechino sia al futuro dell’Unione Europea sia alle spese militari e alle conseguenze delle sanzioni e delle tensioni economiche: interessi e disaccordi che trovano inevitabilmente la loro espressione organica nei sistemi politici degli Stati capitalistici. Si spiega pertanto alla luce di queste contraddizioni che oppongono tra di loro i “fratelli massoni del capitale” la significativa circostanza per cui, contrariamente a quanto è dato desumere dalle semplicistiche analogie storiche con gli anni Trenta del secolo scorso, alcuni partiti dell’attuale estrema destra abbiano guadagnato una crescente influenza criticando certi aspetti della contesa continentale che vedono scontrarsi la NATO e l’Unione Europea con la Russia.
- Details
- Hits: 312
Foggia, tra i camionisti e gli agricoltori della protesta: «Il prezzo del gasolio è stata solo l’ultima goccia. Quest’anno ci converrà lasciare i terreni incolti»
di Carlo Vulpio
Le parole disilluse degli agricoltori: «Coltivare a grano un ettaro di terra costa 1200 euro, se ne guadagnano meno di 1000. Continuare così non ha senso»
CANDELA (FOGGIA) – Il sit-in è cominciato questa mattina alle cinque. Gli agricoltori e gli autotrasportatori che presidiano il casello autostradale per Napoli e Pescara con tir e trattori stanno accanto a due pattuglie dei Carabinieri e della Polizia stradale. Nessun ostacolo alle autovetture. Non vengono fatti passare solo i mezzi pesanti. Ma se qualche camionista insiste, lo lasciano andare.
«Deve essere una protesta efficace – dicono i manifestanti -. Non dobbiamo permettere che il problema, che è economico e sociale, diventi un problema di ordine pubblico».
Le dichiarazioni del ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, che ha appena parlato di «reato» per i blocchi stradali in corso, vengono lette sui telefonini dai manifestanti e subito contestate. Molti di loro sono doppiamente delusi, perché dicono di aver votato per FdI. «Nel 2024 abbiamo protestato portando con noi la bandiera italiana. Oggi è fuori luogo anche quella».
Non c’è un giornalista. Non c’è una telecamera. Agricoltori e autotrasportatori però non demordono, terranno duro finché non verranno comprese le ragioni di questa protesta, che li vede in totale disaccordo con ciò che stanno facendo il governo italiano e la Ue.
- Details
- Hits: 273
Ucraina, l’Europa della guerra e le ambiguità di Trump
di Elena Basile
È un po’ di tempo che non riesco a occuparmi dei conflitti in corso in Europa e in Medio Oriente, in quanto ho voluto privilegiare lo spazio mediatico e il controllo della narrativa, il soft power, che ha oggi un ruolo essenziale nell’orientamento della politica interna e internazionale.
Gli storici che dovranno un giorno soffermarsi sulla guerra suicida europea, sullo sterminio del popolo ucraino, come sul genocidio palestinese, sottolineeranno le responsabilità dei giornalisti e degli accademici che sono riusciti a normalizzare la guerra e a penetrare nel DNA delle persone con una retorica sottoculturale che emula quella del ventennio fascista.
I conflitti, del resto, evolvono lentamente: i dettagli cambiano, ma non il quadro di fondo.
Nella guerra russo-ucraina, la postura guerrafondaia europea non è evoluta ed è stata caratterizzata da un’aggressività maggiore, sia nelle esternazioni dei politici che nella guerra per procura. La ricerca di un pretesto, di una colpa da addossare a Mosca, ha raggiunto toni carnevaleschi. La strategia terrorista occidentale, prima delle elezioni della Duma, era basata sull’intimidazione della popolazione civile, mirando alle raffinerie e alla logistica civile, nel tentativo delirante di far sollevare la popolazione russa contro Putin e, comunque, di influenzare le elezioni politiche. Sappiamo che la società civile russa si è invece compattata e ha rafforzato il partito di governo. La risposta di Mosca, annunciata come deterrenza in diverse occasioni dai vertici del Cremlino, è stata brutale.
- Details
- Hits: 268
«Le sanzioni sono frutto del declino degli Stati Uniti»
Luca Pisapia intervista Emiliano Brancaccio
Da 900 a oltre 9mila sanzioni Ofac dall’inizio del secolo: per l’economista Emiliano Brancaccio sono pressioni economiche mascherate da lotta al terrorismo
Prima le sanzioni finanziarie contro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, e contro alcuni giudici della Corte penale internazionale. Poi, il 26 agosto, il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito nella sua lista nera anche Autistici/Inventati, il collettivo italiano che dal 2001 offre servizi digitali ad attivisti e associazioni. Una decisione che ha costretto Banca Etica a sospendere e poi chiudere il conto dell’associazione, per non incorrere a sua volta nelle sanzioni. La sottomissione europea ai diktat del comparto politico-finanziario americano sembra evidente.
Come siamo arrivati a questo punto? E come uscirne? Lo chiediamo a Emiliano Brancaccio, professore di economia politica all’Università Federico II di Napoli e autore del recente saggio Libercomunismo (Feltrinelli), che sta suscitando ampio dibattito sui media e nelle istituzioni.
Page 4 of 701





























































