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Giocare ai piccoli nazionalisti

di Miguel Martinez

Una cosa che ho imparato è che più o meno tutti i nazionalisti del mondo hanno ragione.

Intanto, quando parlano male dei loro nemici, ci azzeccano quasi sempre.

Gli ucraini hanno sofferto spaventosamente per mano sovietica, percepita più o meno correttamente come mano russa; e i russi hanno sofferto spaventosamente per mano tedesca (i sopravvissuti poi hanno stuprato qualche milione di donne tedesche, e pure questa è storia).

I nazionalisti piccoli – baschi, catalani, gallesi, scozzesi, sudtirolesi, sardi – hanno assolutamente ragione, poi, a temere di essere annientati da chi si riconosce nei grandi Stati-Nazione.

Ma a pensarci, non hanno torto nemmeno quelli che si identificano negli Stati Nazione, a temere l’infinita frammentazione dei loro paesi. E a ricordare quel meccanismo per cui i nazionalisti francesi del Quebec sono i più cattivi verso i nazionalisti nativi americani. Se mai la barzelletta della Padania fosse diventata realtà, è facile immaginarsi i missili lombardi lanciati sulla ribelle Venezia.

Poi ci sono paesi come la Turchia che vive da secoli su una polveriera: i turchi già vedono il ghigno di russi, greci, arabi, bulgari, iraniani, americani, serbi, tedeschi e inglesi alla minima crepa nella muraglia del loro paese.

Questo può sembrare un po’ paranoico, e possono far ridere certi deliri pseudostorici che lo giustificano. Ma poi uno vede quello che succede quando crollano stati anche costruiti su basi discutibilissime, come la Jugoslavia o la Siria o il Sudan, e ci ripensa.

Alla fine, tutti i nazionalisti fanno giustamente gli interessi della propria nazione: i turchi hanno cominciato lavorando con Lenin e sono finiti nella NATO, Israele è nato con un ponte aereo di armi voluto da Stalin e ha vinto nel 1967 grazie a un ponte aereo di armi statunitensi.

Sloveni del Carso e sudtirolesi sono praticamente popoli gemelli, ma i primi hanno trovato utile allearsi al Partito Comunista, gli altri no. E così via.

Insomma, la morale dovrebbe essere ovvia. E’ buon senso non tifare mai per alcun nazionalismo, che non sai come andrà a finire.

Questa piccola lezione viene spesso dimenticata, perché a nessuno piace guardare una partita di calcio senza applaudire o fischiare.

Prendiamo quel fantastico ginepraio che è la “questione curda“, una delle matasse più ingarbugliate di tutto il Medio Oriente, l’esito di innnumerevoli livelli di lingue, identità di clan, sanguinose modernizzazioni malriuscite, brigantaggio, storie religiose (curdi sono tanto gli ultimi “pagani” dell’area quanto i più tremendi fondamentalisti sunniti), odi interetnici (a partire dal ruolo di alcuni curdi nel genocidio armeno), risorse petrolifere e idriche, vendette e faide pastorali, falsificazioni storiche, rappresaglie e bombardamenti statali, tradizioni ataviche, milizie contrapposte, contrabbando, vicende di antiche famiglie di potentati e le improbabili imprese di un gruppo armato di marxisti-leninisti disposto a fare qualunque cosa ordini il Capo Infallibile (al contrordine compagni! hanno pure smesso dall’oggi all’indomani di essere stalinisti, solo perché il capo in carcere aveva letto il libro di un anarchico americano).

Il tutto all’insegna di ottant’anni di reciproca manipolazione e tradimento tra attori locali e mire internazionali.

Tutto ciò non implica alcun giudizio; è una semplice, tragica constatazione.

Qualche italiano però ci salta tutto allegro dentro questo ginepraio: guardate questo manifesto con la faccia del Capo Baffo e quel meraviglioso inno al non pensare che è la frase, “Con il popolo curdo senza se e senza ma.”  Manca solo “e senza perché“.

curdo

Nel loro entusiasmo, i rifondatori milanesi non sono soli.

Qui “lo Stato del Kurdistan” parla di un nuovo alleato, ben più significativo di qualche partitino italiano. Anzi, un amico “per sempre” (anche se in Kurdistan, vuol dire davvero poco):

per sempre insieme

L’amoroso intreccio tra bandiera curda e bandiera saudita fa riferimento al prossimo referendum che il 25 settembre dovrebbe portare via il petrolio del nord all’Iraq.

Questa e altre immagini analoghe le troviamo cercando il hashtag, #SaudiWithKurdistan su Twitter, adoperato sia da utenti curdi che sauditi. Chi ha un’idea di come funzionano queste cose in Arabia Saudita, saprà che questo vuol dire che dietro ogni tweet c’è tutta una trafila di luci verdi di censori reali.

Un saudita che si firma Wa’il al-‘Unzi e adopera questo pensoso avatar

wail

riassume un bel po’ dei nostri interessanti tempi con questo tweet, dove vediamo il re saudita che tiene per mano un capobanda curdo, e sopra smiley, cuoricino e pugno chiuso:

mano

Direte, i curdi iracheni saranno pure loro “popolo curdo”, ma quando il militante medio di Rifondazione dice “popolo curdo”, pensa a quelli della Siria, cioè all’YPG (che ogni tanto si sparano con quelli dell’Iraq, ma non importa) e a quelli della Turchia, cioè al PKK.

Niente paura,  i cinguettatori autorizzati sauditi sostengono anche quelli:

naqib

Questo tuittatore, che adopera la foto del re dell’Arabia Saudita come avatar, disegna lo “Stato del Grande Kurdistan” sopra un bel pezzo di Turchia, e scrive, “Il Kurdistan sta arrivando, o Erdogan l’Ipocrita, e presto la terra tremerà sotto i tuoi piedi” (il termine ipocrita qui ha precisi rimandi religiosi, infatti le correnti islamiche che dominano in Turchia sono anatema per i wahhabiti).

Che poi una buona motivazione razziale per l’alleanza curdo-saudita contro i turchi ci sta:

mongolians

Elham Ahmad è una di quelle donne a capo scoperto che piacciono tanto ai fotografi europei; ed è copresidente del “Consiglio Democratico Siriano”, la coalizione tra i seguaci del Capo Baffo e i membri della tribù araba degli Shammar, raccolti questi ultimi democraticamente attorno al loro capo ereditario, lo sheikh Humaydi Daham al-Hadi: la coalizione è stata messa in piedi e armata fino ai denti dalla CIA, con il benestare del presidente Trump. E  anche loro massacrano quando vanno in guerra, sono umani in fondo, e probabilmente non peggiori di tutti gli altri.

In un‘intervista con il giornale saudita al-Riyadh, Elham Ahmad spiega diplomaticamente la disponibilità dell’YPG  a “collaborare” con il “paese fratello saudita”, ma sopratutto si accoda alla condanna contro il Qatar.

Ovviamente tutte le parti coinvolte fanno benissimo: l’YPG sul piano militare si è rivelato più efficace del ramo di al-Qaida che i sauditi hanno finora favorito, e la sua vicinanza al PKK turco permette di porre sotto scacco la Turchia, proprio mentre la Turchia sta aprendo una base militare nel Qatar.

E nonostante le sciocchezze che si leggono su Libero a proposito dei comunisti con il cachemere, i sauditi hanno parecchi più soldi da offire all’YPG di quanti se ne possano tirar su con una nottata di birre e amplificatori in un centro sociale.

P.S. Cosa vuol dire la parola “sempre” in Kurdistan? Leggo che qualche ora fa, l’YPG avrebbe chiesto alla Russia di aprire una base militare nei loro territori, per fare da deterrente alla Turchia. D’altronde, la politica si fa così.

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Comments

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Gian Nicola De Marti
Sunday, 02 July 2017 08:37
Splendida analisi, Martinez: complimenti vivissimi. Un'acutezza e una profondità esemplari. Ucraini e sardi, curdi e sauditi, tutti uguali e tutti parimenti idioti e assassini. Ocalan e Trump, il re d'Arabia, Lenin, Erdogan e i siriani: un minestrone con tutte le erbette possibili, condito con un sarcasmo supponente e superficiale, che disinvoltamente confonde nazionalismi e lotte di liberazione, oppressori e vittime, colonialisti e sfruttati.
Alla Redazione: ma dove l'avete pescato?
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