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thesaker

Il Terremoto o la Miseria?

Cosa ha ucciso migliaia di indonesiani

di Andre Vltchek

Mentre stavo leggendo, a bordo di un volo dell’Air Canada da Città del Messico a Vancouver, il The Globe and Mail sugli orrori avvenuti per diversi giorni sull’isola di Sulawesi, ho sentito due emozioni forti e contrastanti: avrei voluto essere lì, immediatamente, “sul posto”, nella città di Palu, filmando, parlando con la gente, facendo tutto il possibile per aiutare… e allo stesso tempo, sentivo che “ero già stato lì”, così tante altre volte, tutte quelle in cui l’incubo, come quello a Sulawesi, aveva luogo in qualche parte dell’arcipelago indonesiano.

Avevo scritto di loro, l’avevo documentato, avevo inviato avvertimenti, ma non è stato fatto nulla. Il governo (o lo chiamerei piuttosto il “regime indonesiano”), è esperto nel non sentire nulla e fare nulla, ignorando tutte le critiche frontali. Lo stesso vale per le élite indonesiane. Sono ciechi e sordi, per loro l’importante è arraffare, rubare e poi non fare assolutamente nulla per il benessere del popolo indonesiano.

Nel 2004, ero lì, subito dopo lo tsunami che aveva colpito Aceh. Mi ci sono voluti solo pochi giorni per arrivare. Più di 200.000 persone erano morte! Stessa dinamica: un potente terremoto, poi lo tsunami. Beh, nessuno sa davvero quanti sono spariti, ma 240.000 sono il minimo assoluto! Un quarto di milione! Questa cifra è 100 volte maggiore di coloro che sono morti durante l’11 Settembre a New York.

A Banda Aceh, vivevo in una piccola casa che era stata inondata solo pochi giorni prima, in una stanza dove morirono due bambine, due bimbe piccole. C’erano peluche dappertutto, bagnati fradici, dappertutto. I corpi dei bambini erano stati portati via. Giuro che pensavo di aver sentito le loro voci ogni singola notte – voci che mi parlavano, mi imploravano… Dopo il tramonto, la famiglia mi avrebbe rinchiuso in casa, semplicemente per proteggere sia me che la casa, dai saccheggiatori.

Lo stato indonesiano non ha fatto nulla per aiutare la gente. Anche ad Aceh, dove si sono verificati i disastri, le operazioni di soccorso diventavano immediatamente un’enorme operazione commerciale. “Compassione”? “Solidarietà”? Torna coi piedi per terra! Per favore, sii realista. Tutto divenne un “business”, persino il recupero dei cadaveri; persino seppellirli veniva fatto a pagamento – per una cifra incredibilmente alta. Dopo tutto, l’Indonesia è uno dei paesi più turbo-capitalisti sulla Terra. La morte è un buon affare. Tutto lo è. Più grande è il disastro naturale, più cadaveri ci saranno – tutto si trasforma immediatamente in un enorme commercio, almeno per alcuni.

Potrei mostrarvi le foto, ma è meglio di no, perché i deboli di cuore potrebbero vomitare o svenire. Sapete come sono i corpi dei cadaveri, se vengono lasciati a marcire in una buca, col caldo tropicale, per diversi giorni? Meglio non saperlo. Sapete perché erano lì? Perché i parenti non potevano pagare tangenti per farli seppellire!

Ad Aceh, tutti erano compiacenti, compreso l’ONU. L’Indonesia è difficilmente criticata dall’Occidente: è la grande amica di Washington, Canberra e Londra, perfettamente corrotta, capitalista, anticomunista e anti-cinese. All’Occidente non interessa di tutto resto.

Sapete che la polizia e l’esercito indonesiani passavano da posko a posko, da una tenda all’altra delle ONG locali,> chiedendo denaro e tangenti, per non distruggere i depositi di acqua potabile per le vittime, acqua che è stata consegnata dall’estero? Se le bustarelle non venivano pagate, avrebbero usato i loro coltelli per tagliare i serbatoi di plastica.

Mentre la gente moriva di sete e fame.

Poi il Vicepresidente dell’Indonesia, Jusuf Kala, per aumentare la sua popolarità tra i gruppi musulmani, ha fatto cacciare decine di medici indonesiani, volontari, dagli aerei da trasporto “Hercules”. I mezzi funzionavano, all’aeroporto Halim a Giacarta. Invece di medici e attrezzatura, ha fatto riempire gli aerei con diverse centinaia di fanatici religiosi. Più tardi, sbarcarono a Banda Aceh, videro i cadaveri, si fecero degli autoscatti, vomitarono e alla fine tornarono nella capitale.

Devo continuare o avete afferrato il concetto?

Come sta avvenendo ora a Sulawesi e prima ad Aceh, tutti i segnali di avvertimento sono “miracolosamente” falliti. E non ci sono mai stati abbastanza approvvigionamenti del soccorso nazionale.

Sapete perché? Perché l’Indonesia è uno stato fallito. Perché niente funziona lì. Perché a nessuno importa niente di niente, tranne il denaro e i rituali religiosi (di qualsiasi origine, per essere precisi).

Ma non lo leggerete mai nelle pagine del The Globe and Mail o nel The New York Times.

Ho visto disastri in Indonesia, ho visto omicidi “settari” e religiosi, e ho visto genocidi, da Timor Orientale ad Aceh, Java, da Lombok ad Ambon. E periodicamente so che non posso fare molto di più, ma la situazione è così orribile, che alla fine vengo sempre, ancora e ancora, e filmo, documento. È perché sento che devo venire, che è il mio dovere “da uomo di mondo”, perché se non vengo, allora davvero, dannazione, chi lo farà?

Ma ancora una volta: perché accadono questi orrori?

L’Indonesia è, secondo le Nazioni Unite, il “paese più esposto al rischio catastrofi naturali”.

Ma perché? È davvero a causa della natura, a causa di quella proverbiale “Cintura di Fuoco” sulla quale è seduta?

No, certo che no!

Vedete, in fondo è così: non importa come le statistiche vengano “alleggerite”, non importa quanto l’ONU “limi” i dati pateticamente distorti provenienti dalle autorità indonesiane, il paese è estremamente povero. Molte persone sono miseramente povere. E anche quella che chiamano la “classe media”, o almeno la maggior parte di essa, difficilmente si qualificherebbe come classe media da qualche altra parte.

Tutto questo è stato mascherato da hotel a 5 e 4 stelle in ogni capoluogo di provincia e da mostruosi hotel di lusso a Giacarta e Bali. Inoltre, i centri commerciali sono stati costruiti ovunque. E quelle tremende, fuori luogo, moschee di marmo, inondate di denaro saudita/wahabita.

Ma Giacarta e, naturalmente, ogni singola isola dell’Indonesia, è abitata da gente povera, estremamente povera. La grande maggioranza degli indonesiani vive in condizioni di indigenza, ma non sa quanto sia povero e miserabile in realtà (non ci sono mass media di opposizione che li informino, né una scuola decente che li educhi sulle loro condizioni). Tutto è finzione, o pop, o comunque si scelga di chiamarlo.

Ho filmato nel Borneo e a Surabaya, dove le persone defecano nei fiumi, e poi usano la stessa acqua per lavarsi i denti e lavare i piatti (ho tutto chiaramente documentato, nella pellicola), ma se chiedeste alla gente della loro miseria, si offenderebbero, o addirittura vi aggredirebbero, perché sono stati sottoposti ad un lavaggio del cervello, facendogli credere di vivere una specie di biasa (normale) vita distorta. Non sanno nulla del mondo circostante, e sono stati condizionati a non essere in grado di confrontarsi. Cina, Bolivia: per loro sono su pianeti diversi.

Ad Aceh, o a Sulawesi, o anche a Java, i kampung locali (villaggi in aree rurali e urbane) sono costruiti male, e fatti di merda, e non c’è quasi nessuna supervisione governativa, perché tutto può essere semplicemente comprato o perché non c’è nessuno a cui piacerebbe supervisionare (è più facile rubare denaro che lavorare).

La grande maggioranza delle abitazioni in Indonesia sono assolutamente inadatte per essere abitate da esseri umani!

Chiunque avesse voglia di provare, potrebbe facilmente farlo. Migliaia di ricercatori potrebbero occuparsene, ma l’Accademia e i media indonesiani sono pagati e spaventati per stare al posto loro, e così gli “accademici” (che spesso si sono raddoppiati “come dipendenti del governo o pubblici”) scrivono opere bizzarre, invece di lavorare a nome del popolo indonesiano, che è completamente povero e irrimediabilmente ignorante della propria condizione.

Tale sottomissione, tale vigliaccheria, uccide le persone.

Ma a chi importa, finché l’Occidente dice e scrive che l’Indonesia è un paese “normale” e “democratico”.

Le élite indonesiane saccheggiano le proprie risorse naturali e rubano ai poveri. L’Indonesia era incredibilmente ricca, follemente ricca; non molto diversamente da un altro stato fallito, cioè l’Arabia Saudita, che è ancora relativamente ricca (ma piena di disparità e ingiustizie sociali), a causa del petrolio. L’Indonesia disponeva di tutto, sotto e sopra la sua superficie, ma la maggior parte di tutto ciò è ormai scomparso! L’Occidente ha contribuito a scatenare il colpo di Stato anticomunista del 1965, e da allora, tutto è stato derubato e scomparso nelle tasche profonde dei gangster locali: nuovi ricchi corrotti e non patriottici, le compagnie straniere e i loro servi nelle posizioni di vertice del governo.

Le masse non sono protette. Il comunismo e il socialismo sono fondamentalmente vietati, così come l’ateismo. Se qualcuno, come l’ex governatore di sinistra di Giacarta, cerca di migliorare la sua città e le vite del popolo indonesiano, viene gettato in prigione, nel suo caso, per “aver insultato l’Islam”.

E così, ogni volta che si verifica un disastro naturale, tutte le bugie crollano immediatamente, insieme alle baracche e alle altre abitazioni fatiscenti, in cui vive la maggior parte del popolo indonesiano. Ma queste bugie crollano solo per coloro che sono ben consapevoli delle condizioni all’interno del paese, mai per le masse.

Ma le cose non vengono mai riportate come tali. C’è sempre una moltitudine di ragioni “oggettive” o “scientifiche”, per l’incapacità del paese di proteggere la sua gente.

Sistema di allarme immediato dello tsunami? Villaggi ben costruiti, resistenti ai terremoti? L’uso di architetture e materiali di alta qualità, adatti per le condizioni sismiche e geografiche di ogni particolare area del paese? I soldi che dovrebbero essere destinati a questi progetti “di poco conto”, vengono invece trovati in luoghi come, molto probabilmente, in Australia o Singapore; oppure potrebbero essere trovati nelle ville enormi dei funzionari indonesiani e degli “uomini d’affari”, o nei lussuosi veicoli che lambiscono spudoratamente i bordi degli innumerevoli bassifondi di Giacarta.

Quanti pessimi palazzi sono già stati costruiti sulla miseria del popolo Sulawesi? E quanti di loro saranno costruiti, dopo questo evento?

Di recente a Banda Aceh, gli urbanisti della città stavano discutendo seriamente, in una conferenza nazionale, su come trasformare l’eredità dello tsunami in un’attrazione turistica, non diversamente da quella di Hiroshima o Nagasaki. Dovrebbero farne, ma dovrebbe essere, un monumento alla corruzione ed al crollo totale della decenza umana e dell’avidità.

Ora il governo dell’Indonesia afferma che sono aperti a ricevere aiuti dall’estero. Quale grande benevolenza! Non si sa se ridere o piangere! Il cinismo del regime indonesiano non conosce limiti? Tutto come durante il disastro di Aceh!

Invece di stanziare fondi statali (ce ne sono molti, soprattutto dal saccheggio di risorse naturali del Borneo/Kalimantan, Papua, Sumatra e sì, Sulawesi stessa!) compreranno le gonne di Prada alle mogli dei funzionari, o costruiranno dei nuovi palazzi falso-barocchi, facendo “arrivare gli stranieri a salvare i poveri”.

Ricordo ad Aceh, mentre i singaporini, i giapponesi e altri stavano scavando per recuperare i cadaveri dal fango, innumerevoli “gruppi” locali e “soccorritori” stavano accovacciati nelle vicinanze, fumando kretek, puntando le dita verso gli stranieri e ridendo di loro, perché “lavoravano troppo duramente”.

Ma va “tutto bene”; sono solo biasa

Per cui, ecco la conclusione: quelle migliaia di persone in Sulawesi che recentemente sono scomparse, o che stanno scomparendo, non sono morte a causa di un terremoto o di uno tsunami. Sono svaniti perché sono poveri, perché i loro governanti non hanno una morale, e perché la società li ha abbandonati, in pratica erano già collassati.

L’Indonesia sta perdendo sia la sua gente che le sue risorse. Ma le persone, la maggior parte povere, non hanno assolutamente alcuna consapevolezza della loro condizione.

Ad Aceh, dopo lo tsunami, alcuni usavano la notizia che una grande moschea fosse rimasta intatta, nel mezzo della desolazione totale, come prova che c’era una specie di intervento divino. La realtà però era diversa: la moschea è sopravvissuta perché gli Stati del Golfo vi hanno pompato milioni di dollari. Era fatta di marmo e granito, mentre le “case” che la circondava erano fatte di fango e di merda.

I poveri sono morti sia in Aceh che in Sulawesi, semplicemente perché in tutta l’Indonesia, i poveri (e devo ripetere – i poveri formano la grande maggioranza dei cittadini) sono stati derubati di tutto. A meno che non imparino a combattere e proteggersi, molti altri continueranno a morire, senza alcuno scopo.


Articolo apparso su Asia-Pacific Research il  16 ottobre 2018
Traduzione in italiano di Diego per SakerItalia
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