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linterferenza

Ho visto un re, anzi, il primo re

di Renato Rapino

Intorno al film “Il primo re” si sta generando un dibattito che forse, in base al successo del film, potrà allargarsi e magari incattivirsi.

Siamo al centro di discorsi che riguardano cinema, storia e politica che tra loro hanno avuto sempre rapporti stretti e conflittuali.

Su storia e politica si è già riflettuto molto su questa rivista. È stato ricordato spesso che “la storia la scrivono i vincitori” ed è quindi estremamente difficile per un ricercatore serio far accettare tesi controcorrente e, a tutto ciò, vorrei aggiungere una frase lapidaria di Andreotti: “Quando i politici si mettono a fare gli storici succede sempre una gran confusione”. Pronunciò questa “sentenza”  in merito alla  diatriba sorta intorno alle (parzialmente) false lettere di Togliatti a Stalin sulla sorte dei nostri alpini prigionieri.

L’uso politico del cinema è notorio: Mussolini lo definiva il miglior strumento di propaganda, il nazismo in Germania così come la rivoluzione bolscevica in Russia si avvarranno di registi del calibro di Leni Riefenstahl e Sergej Michajlovič Ėjzenštejn con film memorabili.

Nel secondo dopoguerra l’egemonia culturale della sinistra, in Italia e nel “primo mondo”, farà sentire il proprio peso anche nel cinema realizzando i prodotti più artisticamente rilevanti.

In questi tempi di pseudo libertà sotto il ricatto dell’occhiuta vigilanza censoria in nome del politicamente corretto, giova ricordare ciò che rispondeva Barry Sonnenfeld (Men in black, 1997) a chi gli domandava perché si giravano tanti film sugli extraterrestri: “Perché sono gli unici che non ti fanno causa”.

Storia e cinema si può dire che siano praticamente incompatibili. Sembra che l’unica storia che possano raccontare è quella del periodo nel quale il film è prodotto, che non si possa parlare di film storici ma solo di film in costume, di genere ecc..

Fare un film costa, bisogna trovare finanziatori che lo ritengano un’operazione commerciale vantaggiosa quindi tener conto dei gusti del pubblico, delle censure più o meno esplicite ecc..A causa di ciò al cinema è negata l’autoreferenzialità concessa ad altre arti contemporanee e non può che nutrirsi dell’incontro/scontro col pubblico e la società del suo tempo.

Forse proprio per questa difficoltà/impossibilità molti grandi autori sono stati attratti dalla storia e, molto spesso, proprio da quella più antica.

E veniamo al film in questione.

Innanzitutto ho annoverato il regista, Matteo Rovere, tra i grandi autori perché molta parte della critica gli riconosce d’aver tentato un’operazione coraggiosa compiendo un rinnovamento del genere e per l’attenzione al “linguaggio” cinematografico.

Và detto che si è confrontato direttamente col mito, più che con la storia. Il mito è un racconto inventato con intento di spiegare il reale e ciò lo rende strutturalmente simile ad ogni tipo di narrazione compresa quella cinematografica. Il che se da una parte rende più agevole il compito, dall’altra immette il film direttamente nel dibattito politico odierno, come vedremo in seguito.

Pur raccontando un mito, il regista si serve di una puntigliosa ricostruzione storica facendo attenzione ai particolari, lavorando sui corpi, “inventando” un proto-latino con l’aiuto di esperti. Niente di nuovo. Giustamente si è ricordato Visconti, la “Passione di Cristo” e “Apocalypto” di Mel Gibson, I’ingrassamento di de Niro in “Toro scatenato, ecc.. Queste ossessioni naturalistiche sono garanzie di verità storica? Ovviamente no, come era già chiaro al tempo dei dibattiti, nei primi anni del ‘900, nell’ambito delle avanguardie teatrali.

Non bastano accessori storici autentici per ricreare un ambiente storico altrettanto autentico che è fatto di tanti elementi.

Il regista Matteo Rovere è troppo smaliziato per cadere in una trappola simile e infatti parla d’aver voluto creare un ambiente “altro” che facesse vivere allo spettatore una sensazione di estraneità, di radicale diversità dal proprio quotidiano ma che, allo stesso tempo, tramite la crudezza delle immagini e il “rigore storico”, desse il senso del reale[i]. A mio parere si è creato così un 753 a.C. credibile per uno spettatore mediamente colto; insomma, siamo dentro la ricerca del verosimile cosa ben diversa dalla ricerca del vero.

La polemica sul supposto fascismo del film nasce sicuramente anche da una sorta di riflesso condizionato: Mussolini ha saccheggiato abbondantemente il mito di Roma per accreditare la visione del regime fascista come restauratore della sua grandezza e della sua politica imperiale.

Ma c’è anche dell’altro tant’è che un intellettuale di destra come Marcello Veneziani canta le lodi del film perché capace di far rivivere allo spettatore l’importanza del mito come punto di riferimento esistenziale ed umano in polemica con la “modernità” creatrice di un individuo privo di valori, del senso autentico del sacro e permeato da edonismo consumista[ii].

Sul “Fatto quotidiano”, Furio Colombo definisce “il primo re” un film fascista perché mostra che Roma fu creata da un gruppo di uomini tramite la violenza (notoriamente Roma fu creata con delibera dell’O.N.U….) nonché “sovranista” perché Romolo cinge di fuochi i confini della città promettendo morte a chi oserà sorpassarli[iii].

L’articolo di Furio Colombo nasce in risposta all’articolo di Pietrangelo Buttafuoco sempre sul “Fatto quotidiano”.

Qui, con una scrittura allusiva e sovente ostica, si preannuncia la nascita di una Bollywood nel Mediterraneo cioè di una florida industria cinematografica che coniughi il gusto del pubblico odierno con i nostri archetipi più antichi senza svilirne il senso più profondo e sacro[iv].

La recensione di Buttafuoco è stata definita, da più parti, entusiastica. Sinceramente non so se il regista sarà stato della stessa opinione dato che l’industria cinematografica indiana è sicuramente florida ma i suoi prodotti hanno, mediamente, una qualità artistica piuttosto scarsa.

Fin qui una rapida e, necessariamente, lacunosa ricognizione tra le opinioni sul film di chi “l’ha buttata in politica”.

Poi ho visto il film.

Dopo la fine del primo tempo ho pensato “molto rumore per nulla”.

Da un punto di vista tecnico-artistico niente da dire. La fotografia è stupenda, la recitazione molto efficace, coinvolgenti sono le scene dei combattimenti.

Nel secondo tempo però fortunatamente si và oltre il semplice piacere estetico e si penetra nel dramma.

Il tanto evocato fascismo non l’ho trovato tanto in Romolo quanto in Remo quando proclama la morte di dio e la supremazia della volontà di potenza. Eppure questo “fascismo” non viene rilevato né da destra né da sinistra. Il fatto è che i fascismi sono tanti e quello che oggi si definisce come tale, sia da chi lo propugna che da chi lo avversa, si ispira più al patetico ma più sicuro “Dio, patria e famiglia” che ad ogni tentazione superuomistica.

Il genere è sì rinnovato ma molto relativamente. Non è il solito “sandalone” ma comunque si attiene a degli stereotipi, quelli del genere “preistorico”.

Da ciò che avevo letto mi aspettavo uno stile più asciutto, quasi documentaristico e invece i combattimenti e l’esondazione sono spettacolarizzati come d’obbligo, il commento musicale (molto buono) è sempre presente e ci ricorda che siamo in un’altra epoca.

Come scriveva un famoso grafico pubblicitario “il nuovo è vecchio al 90%”.

Altro stereotipo rispettato è la simpatia verso i “nostri” che rimangono per lo meno i relativamente più buoni in un contesto di violenza generalizzata. Inoltre, i più cattivi fra questi, Remo per primo, fanno una brutta fine paventando una sorta di purificazione della specie.

Mi sono chiesto come il regista se la sarebbe cavata se avesse dovuto mettere in scena il ratto delle sabine e mantenere la simpatia verso i romani. Finché ci si ammazza tra omaccioni si può rimediare all’accusa di fascismo che, visti i tempi, non è poi così grave ma col “ratto delle sabine” avrebbe rischiato di suscitare le ire delle implacabili sacerdotesse e sacerdoti del “politicamente corretto”, e allora sì che sarebbero stati guai!

Quello che mi è sembrato più interessante e coinvolgente del film è anzi il dramma consumato tra i due fratelli ma anche tra Remo e la sacerdotessa tra i quali si suggerisce la nascita di una sorta di innamoramento.

Il coinvolgimento dello spettatore è garantito non tanto dalla cosiddetta “irruzione del divino” della quale non interessa niente a nessuno ma dal conflitto interiore dei personaggi costretti a scelte dolorose come accade da sempre agli umani.

Qui il regista riesce a rappresentare in maniera efficace e coinvolgente, quello che, secondo molti narratologi, è alla base di ogni tipo racconto: il conflitto tra desiderio e legge.


Note
[i] https://movieplayer.it/articoli/il-primo-re-video-intervista-sul-set-matteo-rovere_20186/
[ii] https://www.marcelloveneziani.com/articoli/ama-dio-piu-di-tuo-fratello
[iii] https://www.lettera43.it/it/articoli/cultura-e-spettacolo/2019/02/16/il-primo-re-fascismo-sovranismo/229147
[iv] https://infosannio.wordpress.com/2019/02/05/romolo-e-remo-diventano-re-di-bollywood/
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