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Il più grande filosofo del Novecento

di Eros Barone

Una teoria è tanto più convincente quanto più semplici sono le sue premesse, quanto più varie sono le cose che essa collega, quanto più esteso è il suo campo di applicazione.

Albert Einstein

Se quella di ‘classico’ non si riduce ad essere la qualificazione che mèrita soltanto chi è vissuto in un’epoca più o meno lontana dal presente, ma è innanzitutto la nota distintiva che designa una di quelle persone che, nascendo e svolgendosi, hanno conseguito un’altezza non effimera nel campo della grandezza umana, allora non vi è dubbio che Albert Einstein faccia parte della schiera dei ‘classici’, mentre è da escludere che la relativa vicinanza nel tempo possa generare un errore di prospettiva nella nostra valutazione.

Ma vi è di più: Einstein infatti, a distanza di oltre un secolo da quel 1905, ‘annus mirabilis’ in cui furono pubblicati i suoi primi rivoluzionari lavori sui moti browniani, sull’effetto fotoelettrico e sulla teoria della relatività ristretta, è da considerare ‘pleno jure’ non solo una straordinaria figura di scienziato, ma altresì come il più grande filosofo del Novecento.

Attribuire allo scienziato tedesco questa ulteriore qualificazione non è per nulla paradossale, è anzi del tutto legittimo: basti pensare, in primo luogo, che la fisica einsteiniana ha ristrutturato dalle fondamenta alcune categorie essenziali per la comprensione dell’universo fisico come le nozioni di spazio, tempo, materia e causalità; in secondo luogo, che la nuova fisica ha integrato al suo interno la scienza classica, riducendo la teoria della gravitazione intuìta da Galileo e sviluppata da Newton ad un caso particolare della relatività generale; in terzo luogo, che la meccanica statistica di Maxwell e Boltzmann ha dischiuso l’accesso alla comprensione dei moti browniani e, infine, che le argomentazioni ottocentesche di Boltzmann sulla possibilità di trattare l’energia cinetica come un discreto hanno assunto, grazie ad Einstein, la veste di un algoritmo che ha consentito di reinterpretare e generalizzare la legge di Planck sulla radiazione di corpo nero. Non a caso, quindi, nel 1949 vedeva la luce, a cura del filosofo Arthur Schilpp, una raccolta di saggi intitolata Albert Einstein: Philosopher - Scientist, tradotta dopo nove anni in lingua italiana dall’editore Einaudi, che conteneva, oltre alla famosa autobiografia dello stesso Einstein, scritti di scienziati (da Sommerfeld a Gödel) e di filosofi (da Reichenbach a Bachelard).

Sennonché vi sono altri elementi che ci aiutano a riconoscere in Einstein un ‘classico’ della divulgazione rigorosa e che giustìficano pertanto la qualificazione di massimo filosofo del XX secolo, che è doveroso attribuirgli: la chiarezza, lo sforzo di rendere accessibile ciò che in origine si sviluppa nei termini di un linguaggio matematico altamente specialistico e che sembra destinato ad isolarsi dal resto della società, il difficile binomio, da lui perfettamente risolto, fra il ‘pensare difficile’ e il ‘mostrare semplice’ e, da ultimo, la piena attuazione del principio, affermato all’inizio dell’età moderna dal pedagogista Comenio, di una educazione democratica e universale, che si riassume nella formula ‘omnia omnibus’ (insegnare tutto a tutti).

Il testo che reca il titolo Relatività – Esposizione divulgativa è, per l’appunto, il tentativo più felice, in questo senso, di passare da un’espressione tecnica ad una universale, laddove il fine, sobriamente connotato come ‘divulgativo’, è in realtà assai più ambizioso, vale a dire filosofico. Einstein, che ha abbracciato con il suo sguardo la totalità del reale, si è sempre interessato, con sensibilità e apertura, anche di problemi estranei alla sua specializzazione di fisico, come attestano le concezioni politiche e sociali da lui professate, contraddistinte dalla ripulsa del militarismo e da una viva simpatia per le dottrine socialiste. Ma egli è stato un vero filosofo soprattutto perché ha cercato di dare un’interpretazione universale dei dati, collegando intuizione e formalizzazione in un edificio semplice e rigoroso, il cui architrave è rappresentato dalla relazione relativistica fra massa ed energia.

Quali altri filosofi del Novecento hanno saputo fare altrettanto? Lo stesso positivismo logico, che è una delle principali correnti filosofiche del XX secolo, ha tratto dalla visione di Einstein l’esigenza di accentuare il formalismo, ma non è riuscito ad affrancarsi da questo orizzonte formalistico e, come sistema di pensiero, è rimasto confinato, rispetto ad Einstein, in un àmbito più angusto.

Certo, Einstein è stato uno dei pionieri della teoria dei quanti, anche se, a mano a mano che essa andò sempre più affermandosi, egli, che pure si era formato alla scuola empiristica di Hume e di Mach, manifestò sempre più apertamente le proprie riserve nei confronti delle tendenze statistiche e probabilistiche dominanti in tale teoria, nei confronti della critica, in essa contenuta, del concetto di causalità e nei confronti delle tesi sull’incertezza delle predizioni e sulla perturbazione dovuta all’osservazione, che generavano indifferenza verso quella descrizione totale e verso quella interpretazione universale dei fenomeni a cui tendevano invece le teorie einsteiniane della relatività generale e del campo unificato. D’altra parte, ben difficilmente potremmo ravvisare nell’opera di Einstein i caratteri della classicità, ossia qualcosa che per la nostra cultura e per la nostra civiltà è insostituibile e inesauribile, se non tenessimo presente che la sua consapevolezza, frutto della lezione di Galileo e di Newton, secondo cui esiste una realtà da spiegare non costruita dalla mente ma da essa conoscibile, si è fusa con l’idea direttrice, frutto della lezione di Kant, secondo cui la scienza senza la filosofia è cieca e la filosofia senza la scienza è vuota.

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Eros Barone
Thursday, 20 June 2019 17:32
Caro Jacopo, immagino che tu, essendo probabilmente più giovane di me, mi perdonerai se, traendo spunto dai tuoi commenti, dei quali ti ringrazio, mi permetto - è un 'vizio' seròtino! - di continuare il dialogo con te in forma autobiografica. Nel corso della mia carriera di insegnante di storia e filosofia, avendo insegnato questa disciplina prevalentemente al liceo scientifico ho dovuto riconoscere che il liceo scientifico offre una formazione più completa di quella, pur assai pregevole, culturalmente raffinata e metodologicamente rigorosa, che offre il liceo classico, poiché, a differenza di quest’ultimo, non è sbilanciato eccessivamente verso un determinato gruppo di materie e consente la convivenza, su un piede di parità, delle “due culture” (quella umanistica e quella scientifica) di cui ha parlato Charles Snow nel suo noto libriccino. Il principale difetto del liceo scientifico, nondimeno, è quello di non fare posto alle scienze sociali (economia, diritto, psicologia e sociologia), che costituiscono l’anello mancante, il vincolo di connessione strutturale fra le materie umanistiche e quelle scientifiche, destinate, diversamente, a rimanere separate fra loro da un abisso incolmabile.
Orbene, tre giudizi particolarmente significativi, fra quelli che io stesso solevo sollecitare dai miei allievi al termine delle lezioni dedicate a pensatori fondamentali della storia della filosofia, mi piace ricordare. «Il mondo di Hegel non esiste», rispose in modo perentorio un mio studente, Mario Perego, figlio di un imprenditore e futuro studente della "Bocconi", nel lontano 1988. Ma è proprio per renderne possibile la conoscenza e la comprensione - gli feci osservare – che i filosofi come Hegel hanno costruito e fatto funzionare, attraverso determinate categorie concettuali, i loro ‘mondi’: in effetti, il concetto di cane non abbaia. «La scienza a nulla servirebbe se non servisse a mettere in rilievo la dignità dell’uomo», asserì nel 1995 in modo paradigmatico, citando Kant, un altro mio studente, Stefano Zibetti (ora ricercatore presso il "Max-Planck- Institut" di Monaco). «Marx è una pietra miliare della storia della filosofia», rilevò nel 1989 in modo lapidario un altro studente di Somma Lombardo, di cui non ricordo il nome.
Come risulta, a ben guardare, anche dalle risposte di studenti particolarmente attenti e motivati, quali sono quelli di cui ho citato i giudizi, il punto archimedico dello studio della filosofia (e della stessa filosofia ‘tout court’) è il rapporto tra logica e storia. Va detto allora che tale rapporto è fondato sulla duplice consapevolezza che, per un verso, non vi sono proposizioni filosofiche che godano di una sorta di statuto di extraterritorialità rispetto ai condizionamenti (economici, politici e ideologici) della storia e, per un altro verso, tali proposizioni, quando sono il frutto di una ricerca logicamente argomentata e autenticamente filosofica, ci offrono delle verità che, pur non essendo assolute e restando, fino a prova contraria, relative, non per questo sono prive di valore e di oggettività. Orbene, posso dire, avendo fatto tesoro di questa premessa teoretica, che il fine pratico (in senso sia morale-individuale sia etico-civile) che ha sempre guidato il mio insegnamento della filosofia è stato quello consistente nel mostrare ai miei allievi che tale disciplina, certamente non da sola ma in un costante rapporto di ‘concordia discors’ con tutte le altre discipline, è la via maestra per giungere a trasformare il destino in libertà e la natura in causalità. Puoi dunque immaginare se io non sia pienamente d'accordo, in quanto materialista dialettico e storico, con la definizione, da te giustamente richiamata, della filosofia come "sapere autonomo in grado di interrogare la totalità sociale (e non naturale [ma qui aggiungerei l'avverbio 'solo']). E che Einstein rientri pienamente in questo àmbito è proprio ciò che ho cercato di mostrare nella mia nota.
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Jacopo
Thursday, 20 June 2019 00:41
Le mie perplessità non vertevano sul fatto di considerare o meno la filosofia delle scienze come una filosofia. È anch'essa filosofia, non lo contesto, e può toccare questioni importanti e profonde. Se, però, si considera Einstein "il più" grande filosofo, e non soltanto "un" grande filosofo, mi viene da pensare che la filosofia venga concepita principalmente come metodologia delle scienze.
Io non la vedo così. Rifacendomi soprattutto a filosofi come Costanzo Preve e Luca Grecchi, direi che ci sia bisogno di insistere sul carattere umanistico della filosofia, vista come un sapere autonomo in grado di interrogare la totalità sociale (e non naturale), e non solo come "ancella" delle scienze.
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Eros Barone
Thursday, 20 June 2019 00:02
Come non c'è alcun punto di vista al di fuori del linguaggio per parlare del linguaggio, così non c'è un punto di vista al di fuori della filosofia per filosofare sulla filosofia. E' l'argomento elenctico di Aristotele: anche per dimostrare che non si deve filosofare, si deve già filosofare. Ma oggi la filosofia non è già stata sostituita dalle scienze? Ciò è avvenuto con la fisica, con la psicologia, con la matematica, con la logica ecc., e questo processo continua: tutte discipline che si sono staccate dal tronco della filosofia. Nondimeno, contro la concezione riduzionistica che le scienze (sempre al plurale!) possono costituire la filosofia si può obiettare che le nuove scienze fanno sorgere anche nuovi problemi filosofici (logica formale ---> filosofia della logica, informatica ---> problemi dell'IA, biotecnologia ---> etica ecc.). In questo senso, la filosofia non è uscita da molte scienze, ma vi è appena entrata. E' anche vero che le singole scienze non si pongono problemi di natura filosofica. Così, per esempio, nessuna delle singole scienze pone la domanda su che cosa significhi "che qualcosa è". Dal punto di vista storico, siamo però obbligati a riflettere sul fatto piuttosto singolare che, pur avendo più volte decretato la ‘fine della filosofia’, il ’900 e questo inizio del terzo millennio hanno invece finito col ribadire l’appartenenza organica della filosofia alla propria identità storico-culturale: accade così che un carattere distintivo della contemporaneità sia (nel bene e nel male) il peso crescente della filosofia nelle scienze, nella letteratura e nell’arte. D’altronde, come è possibile negare che la matematica ha ricercato i suoi fondamenti nella logica, la fisica ha continuato ad estrapolare domande metafisiche, l’arte si è fatta concettuale, la musica ha incluso nelle sue opere la teoria della musica e il teatro e la letteratura hanno fatto altrettanto? L'interesse per la figura e il pensiero di Einstein nascono da queste premesse storico-culturali e dall'esigenza, oggettivamente centrale e sempre più attuale, di elaborare una concezione del mondo che abbia il suo asse di gravitazione nel realismo, che sia capace di superare la scissione tra le 'due culture' e di misurarsi in modo non retorico e non elusivo con quella rivoluzione scientifico-tecnica che costituisce uno degli eventi più grandiosi dei tempi che stiamo vivendo. Dunque, non è vero che che oggi si possa fare tranquillamente a meno della filosofia: ciò di cui si ha bisogno è, però, una filosofia che sappia tenere effettivamente conto del continuo accrescersi dei saperi e delle conoscenze senza lasciarsi condizionare dalla tesi apologetica della 'neutralità' delle scienze naturali, dalla grettezza dello spirito specialistico e dalla vacuità di una tecnofilia fine a se stessa.
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Jacopo
Tuesday, 18 June 2019 14:03
Quindi la filosofia sarebbe principalmente e/o unicamente metodologia della scienza?
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