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Perchè la DAD non è didattica

di Alberto Giovanni Biuso

Ieri studenti, insegnanti ed anche presidi, hanno protestato affinché venga posto fine alla Didattica a Distanza (DAD). Un altro segnale positivo, nonostante gli evidenti limiti, della insostenibilità dello Stato d’emergenza permanente e della crescente consapevolezza che non si può più vivere nel terrore

Ci sono delle formule che confessano da sole il proprio limite. L’acronimo Dad –‘didattica a distanza– è una di esse. Per la chiara e documentata ragione che ‘insegnare a distanza’ è una contraddizione in termini. Insegnare è infatti un’attività e una sfida che consiste nell’incontro tra persone vive, tra corpimente che occupano lo stesso spaziotempo non per trasmettere nozioni ma per condividere un mondo.

 

Scambiare saperi

Insegnare significa costruire giorno dopo giorno, saluto dopo saluto, sorriso dopo sorriso una relazione profonda, rispettosa e totale con l’Altro, in modo da riconoscersi tutti nella ricchezza della differenza. Insegnare significa abitare un luogo politico fatto di dialoghi, di conflitti, di confronto fra concezioni del mondo e pratiche di vita.

Insegnare non significa erogare informazioni ma scambiare saperi mediante «voci, sorrisi, sguardi, rimproveri, incoraggiamenti, ragionamenti, corpi» (Anna Angelucci, Pedagogia dell’emergenza, in Medicina & Società). A distanza tutto questo è semplicemente impossibile perché l’università non è un servizio amministrativo, burocratico, formale, che possa essere svolto tramite software; l’università è un luogo prima di tutto fisico dove avviene uno scambio di totalità esistenziali. E invece «senza essere sfiorati dall’ombra di un dubbio, ci si è consegnati anima e corpo alla soluzione della didattica a distanza come forma che può sostituire la lezione in presenza», accettando «leliminazione del contatto fisico tra docente e studenti, e tra studente e studente» (Monica Centanni, Appunti sulla teledidattica 2).

 

Tra diritto al sapere e digital divide

Una certa adesione acritica alla didattica telematica sembra ignorare il Digital divide, il fatto che «un terzo delle famiglie non ha pc o tablet a casa”, specialmente al Sud» (Le nuove diseguaglianze al tempo della didattica, la Repubblica, 6.4.2020). Non solo: «In questi giorni preoccupa anche l’opportunismo con cui vertici istituzionali e portatori di interessi prendono posizione sulla didattica a distanza, che docenti di ogni ordine e grado stanno praticando con straordinaria generosità, dedizione e competenza, nel tentativo di garantire agli studenti il diritto al sapere sancito dalla Costituzione. Il rischio è che una prassi imposta da ragioni di forza maggiore venga giudicata con ingenuo entusiasmo o, peggio, trasformata in una sorta di sperimentazione forzata, dietro la quale traspaiono finalità del tutto estrinseche ai diritti degli studenti e alle funzioni didattiche dei docenti» (Aa.Vv, Disintossichiamoci: sapere per il futuro).

È infatti assai grave ipotizzare di «lasciare molte migliaia di studenti ancora a lungo (o per sempre?) incollati agli schermi del PC di casa 10 ore al giorno, satelliti connessi con reti traballanti ma sempre più sconnessi dalle relazioni sociali e dalla prossimità umana che caratterizza l’esperienza universitaria, magari avendo anche la protervia di presentare pubblicamente la cosa come una grandiosa e splendida novità, il progresso “in loro favore”» (Rete29aprile, Emergenza e sistema universitario).

 

La finzione dei bit

Senza relazione tra corpi, tra sguardi, tra battute, tra sorrisi, tra esseri umani, e non tra piattaforme digitali, senza le persone vive nello spaziotempo condiviso, non esiste insegnamento, non esiste apprendimento, non esiste università. Non possiamo permettere che degli schermi riducano la conoscenza ad alienanti giornate dietro e dentro un monitor. La vita trasformata in rappresentazione televisiva o digitale diventa finta, si fa reversibile nell’infinita ripetibilità dell’immagine, nel potere che l’icona possiede di fare di sé stessa un presente senza fine. Abituandoci a sostituire le relazioni del mondo degli atomi con la finzione del mondo dei bit rischiamo di perdere la nostra stessa carne, il senso dei corpi, la sostanza delle relazioni. Non saremo più entità politiche ma ologrammi impauriti e vacui.

Sto svolgendo le mie lezioni in questo secondo semestre e più passano i giorni più sento l’alienazione intrinseca alla didattica on line, la tristezza di una distanza che lo strumento non può colmare, l’assurdità delle aule vuote. E sono sempre più convinto dell’equazione tra educazione e corporeità, quella che rende insostituibile la didattica in presenza. Agli studenti che mi vedono in Dipartimento ed esprimono uno struggente desiderio di tornare anch’essi al Monastero rispondo che sto tenendo loro il posto. Non pixel su un monitor ma umani nello spazio e nel tempo.


* Fonte: BOLLETTINO D’ATENEO

* *Alberto Giovanni Biuso, ordinario di Filosofia teoretica al Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania
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Comments

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Domenico Mattia Testa
Saturday, 23 January 2021 18:18
Sarebbe ora che si tornasse alla didattica in presenza:troppo hanno pazientato studenti,insegnanti e famiglie.Le proteste sono state episodiche,mentre la situazione richiede una mobilitazione generalizzata contro il governo che non si è impegnato,come necessario, nè durante l'estate,nè dopo.Pur tenendo conto dei condizionamenti del coronavirus,poteva il governo fare di più per ridurre sensibilmente i tempi della didattica a remoto.Gli altri Paesi dell'UE hanno dimostrato ben altra attenzione alla scuola, perchè l'hanno considerata,non solo.dominante la pandemia,una priorità assoluta.L'anno scorso è saltato un intero quadrimestre,quest'anno lo stesso o quasi.A rimetterci in termini di preparazione, formativi,psicologici sono i ragazzi.E' difficile calcolare le conseguenze sulle nuove generazioni.che hanno perduto l'habitus al dialogo,alla comunicazione,alla socialità.Con la didattica telematica inevitabile è il rallentamento dei ritmi di apprendimento, di abbassamento degli obiettivi didattici. per cui a risentirne saranno gli studenti che dovranno colmare il ritardo accumulato nell'acquisizione delle competenze e delle conoscenze.Si accentua il gap, già esistente,con il livello di preparazione degli studenti degli altri Paesi. Con troppa leggerezza si è lasciato correre,si è perso tempo prezioso...
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