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Il dito...

di Il Pedante

All'inizio di quest'anno, quando ancora frequentavo il social network Twitter, un esponente di un importante partito italiano mi rivolgeva pubblicamente la critica di concentrare oltremodo la mia attenzione sul tema delle «vaccinazioni». Nello stesso messaggio suggeriva l'immagine di un «drappo rosso» per significare forse il furore con cui reagirei alle discussioni sull'argomento. Da allora sono trascorsi poco più di cento giorni durante i quali, mentre io tacevo, il segretario dello stesso partito è intervenuto sullo stesso social citando vaccini e vaccinazioni non meno di 94 volte, cioè in pratica ogni giorno. Lo stesso partito è poi entrato nel Governo e ha ottenuto alcuni dicasteri, tra i quali quello del Turismo, il cui titolare non si stanca di ripetere che le sorti di uno dei settori produttivi più importanti del nostro Paese dipendono dalla disponibilità di vaccini e dall'avanzamento del piano vaccinale, come mai era successo nella nostra pur secolare storia turistica e sanitaria. Ultimo, ma solo in ordine di tempo, un presidente di regione dello stesso partito ha pronosticato ieri che le vaccinazioni «stabiliranno un nuovo ordine mondiale». Nientemeno.

Certo, non sono casi isolati, e nemmeno i più estremi. Basterebbe aprire un giornale a caso di un giorno a caso per scoprire quanto blanda sia la mia presunta fissazione di fronte al profluvio martellante e quotidiano di dati, annunci, previsioni, commenti, agiografie e anatemi sulle vaccinazioni, quasi sempre in prima pagina. E basterebbe osservare con che rabbia si censura chi esprime una posizione critica e argomentata sulla questione per capire quanto pallido e stinto sia il rosso del mio drappo, che non sventola ormai da mesi.

In effetti, a me le vaccinazioni appassionano poco o per nulla, non più di quanto mi appassionino gli antibiotici, gli ACE-inibitori, le tomografie assiali computerizzate, le radicotomie selettive, l'idroformilazione delle olefine, l'edilizia antisismica o la fissione dell'atomo. Tutte cose importanti che però non so approfondire, né spetta a me farlo. Il primo motivo che tre anni fa mi spinse a scrivere un libro sul risorto interesse dei capi di Stato per le vaccinazioni era invece il modo in cui l'ossessione collettiva a cui assistiamo oggi si nutriva nel bozzolo del «dettaglio tecnico», della «necessità» scientifica e dell'«ordinaria amministrazione», riuscendo così a imporsi senza dibattito. Oggi mi mortifica ripetere ciò che ho scritto in quel libro e in tanti articoli, ma più ancora prendere atto che i rischi paventati allora si stiano avverando, che si dimostri quanto sia stata inutile la nostra denuncia. Avrei voluto vivere bene piuttosto che avere ragione.

Eppure gli indizi non mancavano. Ciò che preoccupava me e il mio coautore non sono mai stati i risvolti medici della faccenda, che il secondo avrebbe pur potuto affrontare con competenze abbondanti. Registravamo piuttosto come il nuovo totem sanitario catalizzasse una lunga serie di pensieri disfunzionali già presenti da tempo nella coscienza pubblica, e che nel veicolo blindato della «salute pubblica» trovavano l'humus per crescere lasciando fin troppo facilmente presagire quale sarebbe stato il metodo di governo venturo, quello che avrebbe poi «sorpreso» tutti. Osservavamo sbigottiti gli inchini dei rappresentanti politici di tutto il mondo, le conversioni di chi pure aveva osato eccepire, le bufale propalate dai più alti livelli istituzionali, l'ineluttabilità di un'agenda intoccabile, innominabile. Denunciavamo come tutto ciò si stesse risolvendo da un lato nella «scienza al governo», nella pretesa cioè di liquidare il confronto politico e di far poggiare le decisioni, anche le più drastiche e corrosive dei diritti fondamentali, sulla pretesa indiscutibilità di un dato scientifico, dall'altro nel «governo della scienza», cioè nella necessità di commissariare quel dato storpiando i risultati e intimidendo i protagonisti della comunità scientifica, ignorandone le voci non funzionali e screditandola fatalmente agli occhi di molti, come sta purtroppo avvenendo.

A chi ci rimproverava di insistere in una nicchia, rispondono oggi i fatti. Altri ci hanno contrapposto per anni le loro più o meno appassionate apologie delle «vaccinazioni», della loro importanza, dei loro meriti e dei loro prodigi. A questi ultimi abbiamo tentato di spiegare, sempre invano, che proprio la deificazione pelosa di questa risorsa sanitaria la sta condannando alla morte degli idoli di pietra, avendo reso impossibile e anzi pericoloso discuterne caso per caso i limiti per migliorarla, condurre studi indipendenti, introdurre cautele e raccomandazioni per renderla più sicura, raccogliere pareri diversi per effettuare scelte più consapevoli. Che è insensato rivolgersi con fiducia a un esperto che parla con la pistola puntata alla tempia, di cui si conosce già l'unica risposta possibile. Che proprio i nostri esperti li stiamo umiliando al rango di macchinette ripetitrici, che stiamo rinunciando al patrimonio dei loro studi e della loro esperienza e ci prepariamo a sostituirli con un algoritmo.

A quel politico che mi criticava su Twitter rispondevo con un piccolo fotomontaggio dove scrivevo «vaccinazioni» sull'immagine di un dito e «diritti sociali, lavoro, democrazia, scienza» sull'immagine della luna. Il «lavoro» era solo una previsione, sennonché di lì a poco la maggioranza avrebbe obbligato i medici e altri operatori della sanità a lasciarsi iniettare prodotti i cui dati di sicurezza e di efficacia in grande scala, nonché quelli necessari per la sua piena autorizzazione al commercio, non sono del tutto noti e sembrano anzi ingarbugliarsi col passare dei giorni. Mentre fino a ieri chi accettava un farmaco ancora in fase di studio riceveva quattrini, da oggi perderà il reddito se non lo fa. Così, d'emblée. Nel frattempo si attendono gli sviluppi del «green pass» che con buona pace dei benintenzionati metterà le basi di una discriminazione ematologica senza precedenti.

È davvero difficile, anche alla luce degli assurdi «lockdown» e della ridda di contraddizioni spacciate per «scienza» che ci hanno piagato per mesi, non concludere che ci troviamo prima di tutto di fronte a un dispositivo di disciplina delle masse, del lavoro, dei diritti e delle condotte individuali, quando non dei pensieri, con cui si sta osando ciò che non si era osato neanche nell'Ottocento delle ferriere, neanche nelle pluricitate dittature del passato. Mi ha perciò sollevato scoprire che almeno un sindacato ha avuto il coraggio di accantonare il dito per fissare lo sguardo sulla luna di un ricatto di utilità dubbia e crudeltà certa, che semina angoscia tra i lavoratori, istiga all'odio e minaccia di gettare nell'indigenza altre famiglie, mentre «nell'interesse dei pazienti» non ci si fa scrupolo di privarli di chi li cura incidendo su una categoria già gravemente sotto organico. Mi rincuora che qualcuno incominci a intravedere nella coltre dei moventi annunciati l'effetto delle soluzioni imposte, di spegnere i dissidenti e di possedere i sudditi fin dentro i corpi tenendoli sotto scacco con lo spettro della fame. Che riconosca insomma nel «nuovo ordine» il sogno antico dei tiranni di ogni epoca.

Non è più tempo di nascondersi dietro la foglia della tecnica, che occorrerebbe casomai salvare da chi l'ha presa in ostaggio per fare luce su una narrazione tragicamente sgangherata e rimediare ai suoi danni, dove ancora si può. Fino ad allora non parliamo del dito. È inutile. Non lo si può nominare invano, e tanto ci basta.

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