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sinistra

Fragole e sangue: Genova, luglio 2001

di Eros Barone

Che lo Stato borghese sia, nell’epoca dell’imperialismo, lo Stato delle guerre di aggressione all’esterno e della controrivoluzione preventiva all’interno, non è il frutto di un insieme di contingenze più o meno casuali ma è il prodotto, oltre che della natura ontologico-sociale dello Stato imperialista contemporaneo, anche di una strategia politico-militare che affonda le sue radici sin dentro gli anni ’90 del secolo scorso. La prima concreta manifestazione, almeno per quanto concerne il Primo Mondo, può essere facilmente individuata negli eventi che contrassegnarono il G8 genovese. Da lì è necessario prendere le mosse seguendo un percorso a ritroso che parte dalle ‘giornate genovesi’ e attraversa i passaggi che hanno scandito l’attuale fase strategica del potere capitalistico, di cui la gestione politico-militare del G8 genovese fu un momento cruciale.

Il ‘combinato disposto’ tra la militarizzazione della vita politica e sociale, il varo di leggi dichiaratamente xenofobe e razziste e la repressione sempre più capillare di ogni manifestazione incompatibile con le retoriche della democrazia liberale, nonché il funzionamento sempre più totalitario del sistema dell’‘informazione’, dettero vita allora allo scenario quotidiano nel quale il nostro paese è rimasto immerso fino ad oggi.

Eppure, il primo dato, straordinario, da sottolineare fu che, a distanza di un giorno dall’uccisione di un giovane internazionalista ad opera delle cosiddette ‘forze dell’ordine’, la manifestazione di Genova del 21 luglio 2021 riuscì a mobilitare trecentomila persone fra donne, operai e contadini (erano presenti perfino i pastori sardi che lottavano contro la globalizzazione!), lavoratori del pubblico impiego, intellettuali e studenti. Fu una grande manifestazione di popolo che assunse oggettivamente, quale che fosse il grado di coscienza soggettiva espresso dalle differenti forze politiche e dai diversi strati sociali che presero parte, un netto significato antimperialista, anticapitalista e antigovernativo. Nonostante la strategia della provocazione e del terrore posta in atto dagli apparati repressivi dello Stato e dal governo Berlusconi con la “macelleria messicana” consumata con freddo spirito vendicativo ed intimidatorio, nella sera stessa del 21 luglio, alla scuola “Armando Diaz” contro gli attivisti del Genoa Social Forum, quella manifestazione segnò l’apice del movimento contro la globalizzazione neoliberista che aveva avuto inizio a Seattle nel 1999.

Le torbide azioni di diversione, compiute da gruppi anarcoidi ed estremisti che offrirono ansa alla strategia della provocazione e del terrore perseguita dagli apparati repressivi dello Stato, non potettero in alcun modo oscurare il valore politico e l’importanza storica di quella mobilitazione. Genova torna ad essere, dopo quarantun anni, la città-simbolo di una svolta, non più solo nazionale ma, insieme, nazionale e internazionale, nella storia dei conflitti sociali e delle lotte di classe del nostro tempo. Ciò va ribadito affinché non si perda di vista il significato fondamentale di questa svolta. Vediamo ora i limiti che la condizionarono.

Fra questi ne segnalo solo uno, che ritengo però decisivo: vale a dire l’assenza di una direzione politica unitaria del movimento. Assenza che coincise con l’inadeguatezza a svolgere tale ruolo rivelata non solo dal ‘Genoa Social Forum’ un organismo di massa che non poteva, per definizione, svolgere un ruolo di direzione politica , ma anche da quelle forze, come il Rifondazione comunista e i Democratici di sinistra, cui sarebbe spettato il cómpito di garantire a quel grande movimento una guida, un’organizzazione e una linea di condotta. Tali forze rivelarono invece il loro opportunismo e la loro impotenza, quando non la loro complicità con l’avversario di classe, di fronte ad un conflitto che bruciava ogni margine di mediazione.

Ancora una volta, si dovette registrare l’assenza di un partito di classe capace di orientare e dirigere, con una corretta analisi della fase, con efficaci parole d’ordine e con quadri preparati e combattivi, una straordinaria spontaneità di massa e una inedita ricchezza progettuale: risorse che, lasciate se stesse, non potevano che disperdersi, da un lato, in un moralismo tanto benintenzionato quanto impotente e, dall’altro, in un ribellismo tanto provocatorio quanto disperato. Fu così che da quel vuoto derivarono necessariamente due corollari: l’assenza, dal punto di vista strategico, di un progetto positivo di transizione al socialismo/comunismo, unica alternativa alla crescente disumanità e irrazionalità del modo di produzione capitalistico nella fase del neoliberismo imperialista, e l’assenza, dal punto di vista ideologico e tattico, di una forza rivoluzionaria capace di condurre la lotta sui due fronti: per un verso, contro il riformismo, che esprime una visione apologetica dello stato di cose esistente giacché identifica la globalizzazione con la modernizzazione, e per un altro verso contro l’estremismo che, demonizzando la globalizzazione, esprime una negazione puramente romantico-nichilistica dello stato di cose esistente.

È come se il tempo si fosse fermato: venti anni dopo, l’immagine prepostera che quegli eventi ci consegnano è quella stessa che chiude il film americano “Fragole e sangue” realizzato nel 1970: tra il fumo dei gas, mentre esplode con selvaggia ferocia la repressione attuata dalla Guardia nazionale, un gruppo di agenti trattiene a terra un giovane ribelle le cui mani alzate ed aperte stanno a significare la resa di fronte al potere.

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