Cose elementari (che stiamo dimenticando)
di Leonardo Lugaresi
Chi sragiona è una persona che ragiona male. Punto. A cui si deve sempre aggiungere, mentalmente: “ragiona male secondo x”, dove la x copre un gran numero di variabili, che vanno da “ragiona male secondo me” fino a “ragiona male secondo me e secondo tutti gli altri tranne quella persona” (la quale, in tal caso, è probabile che sia già reclusa o ricoverata …), passando per tutta una serie di gradi intermedi come, ad esempio, “ragiona male secondo me e secondo tutti i fisici, o tutti i chimici o tutti gli statistici”, oppure “ragiona male secondo me e secondo tutti i medici” (questo è fatica che si avveri: più probabile “la grande maggioranza dei medici”), “ragiona male secondo me e secondo molti illustri filosofi”, “ragiona male secondo me e secondo il mio giornale” eccetera eccetera. Per noi che crediamo in Dio che si è autorivelato, un rilievo eminente e decisivo ha la variante “secondo me e secondo il Signore”, ma gli altri non sono d’accordo.
Chi ragiona male non è ipso facto un criminale. Mai. Criminale è solo chi commette un crimine e il crimine è tale in quanto è un reato, cioè un fatto umano che la legge ha qualificato come tale (nullum crimen sine lege). Si tratta di un concetto puramente giuridico, che è molto pericoloso estendere ad altri campi. Il criminale in quanto autore di un reato è infatti meritevole della pena che la legge prescrive, ma è comunque meritevole di rispetto in quanto persona e in casi estremi potrebbe meritare addirittura ammirazione se il suo reato consistesse nell’aver infranto una legge ingiusta o avesse delle motivazioni di particolare valore morale.
Chi ragiona male non è ipso facto neanche un immorale. Immorale è chi disobbedisce a una legge morale, che è tutt’altra cosa dalla norma giuridica. In una concezione morale teologicamente fondata (l’unica che tiene, a mio avviso, ma questo ora non c’entra), quel comportamento si chiama peccato e peccatore chi lo commette. Ora, di per sé chi ragiona male non commette un peccato, però c’è una responsabilità morale della conoscenza. La verità, che esiste, in quanto tale obbliga. Uno dei sei peccati contro lo Spirito Santo del catechismo che hanno insegnato a noi, cioè uno di quei peccati con cui si va dritti all’inferno, consiste nell’impugnare la verità conosciuta. Ma non esiste solo il dovere dell’ossequio nei confronti della verità conosciuta; c’è anche quello della ricerca della verità conoscibile. Se chi ragiona male lo fa perché, in tutto o in parte, ha trascurato la ricerca della verità conoscibile, quali che siano i motivi di questo comportamento, qui sorge una responsabilità morale, che può essere anche molto grave. Dunque in certi casi si può arrivare a giudicare immorale colui che sragiona, ma non per il fatto in sé. Se chi sragiona (“secondo me e secondo x”, non dimentichiamolo) lo fa perché non è in grado di comprendere altre e migliori ragioni, oppure perché la questione di cui si tratta è oggettivamente difficile da comprendere, ha larghi margini di incertezza eccetera, la cosa è del tutto diversa: per quanto a me possa sembrare aberrante l’opinione altrui, sono sì autorizzato a combatterla intellettualmente, ma non ho alcun diritto di togliere o diminuire la stima morale per chi la sostiene.
Due corollari: Primo. Il giudizio morale su chi ragiona male, anche quando vi fossero le condizioni, andrebbe sempre accompagnato dall’esame di coscienza personale: io, per convincermi che ho ragione io, quanto ho sudato nella ricerca della verità? Ho davvero le carte in regola per stigmatizzare le aberrazioni altrui?
Secondo. Per quanto sia innegabile che tra la sfera morale e la sfera giuridica vi sia un rapporto, una società decente dovrebbe fare di tutto per tenerle il più possibile distinte. In una lista dei mali che attualmente ci affliggono, io metterei tra i primi posti la moralizzazione della legge e la criminalizzazione del pensiero che sono in atto da tempo nel mondo occidentale, cioè nella sola parte del mondo che sembrava essersi liberata di questo cancro. Questo processo opera dapprima facendo sì che il discorso pubblico consideri come criminali dei comportamenti che non lo sono affatto (anche se fossero moralmente riprovevoli) e conferisca all’autorità politica il potere di emettere giudizi morali su comportamenti giuridicamente leciti e in seguito,dopo aver creato il clima culturale adatto, istituendo per legge dei “nuovi reati” che criminalizzano, questa volta in senso letterale, le “idee sbagliate”.
Un esempio di scuola per illustrare le banali distinzioni fatte. Sragionò Klaus von Stauffenberg, l’ufficiale tedesco che il 20 luglio 1944 attentò alla vita di Adolf Hitler? Nient’affatto: uccidere il Führer era sicuramente una condizione imprescindibile per abbattere il regime nazista e far cessare la guerra; l’azione era idonea a ottenere lo scopo (infatti fallì per circostanze imprevedibili); c’era un piano per il dopo Hitler. Fu morale o immorale il suo atto? Dipende dal criterio di giudizio: io non avrei esitazione a definirlo un atto moralmente non solo lecito ma benemerito e anche eroico perché compiuto mettendo a rischio la vita; però in una concezione morale che assolutizzasse il valore della vita umana e vietasse in modo assoluto di uccidere, la valutazione sarebbe necessariamente diversa. Fu un crimine? Certamente sì, e non solo in base alla legge vigente nel Terzo Reich. Non vi è infatti ordinamento giuridico che non contempli, tra i delitti più gravi, la tentata uccisione del capo dello stato. Quindi Stauffemberg fu tecnicamente un criminale.
Chiedo scusa in anticipo ai lettori che troveranno superfluo questo sfondamento di porte aperte, ma guardandomi intorno io ho sempre più spesso l’impressione che ci sia bisogno di tornare all’abc.













































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Ottimo articolo!