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Crediti d’imposta cedibili e riportabili per espandere l’economia senza debito

di Marco Cattaneo

Il dibattito sul Superbonus 110% e sui crediti fiscali immobiliari, alla luce dei recenti provvedimenti del governo, ha raggiunto vette di concitazione che non contribuiscono certo a capire i termini della questione. Il tema va chiarito perché è di estrema importanza per il rilancio dell’economia italiana e per la soluzione delle disfunzioni dell’Eurozona. Questo, per ragioni che vanno in effetti molto al di là del – pur importante – argomento Superbonus. Il vero fulcro della questione è la circolazione dei crediti d’imposta utilizzabili in compensazione: la cosiddetta Moneta Fiscale.

UNO, Eurostat NON ha affatto “bocciato la Moneta Fiscale” né l’ha “messa fuori corso”. Queste affermazioni si sono spesso lette e sentite nelle ultime settimane, ma sono totalmente sbagliate. Eurostat al contrario ha pienamente riconosciuto che i crediti fiscali trasferibili, utilizzabili per compensare tributi, esistono e sono assolutamente legittimi. L’unica modifica, rispetto alla situazione precedente, è che Eurostat afferma ora che questi crediti vanno considerati spese dello Stato all’atto dell’emissione e non minor gettito fiscale negli anni in cui verranno utilizzati come compensazione di pagamenti all’Erario.

La conseguenza è che entrano nel deficit pubblico nell’anno di emissione medesimo, non successivamente.

Che cosa significa? che cambia solo il profilo temporale del deficit, non l’impatto complessivo sul deficit medesimo. L’impatto totale rimane lo stesso ed è pari all’ammontare dei crediti emessi AL NETTO dei benefici che si producono, negli anni, in termini di crescita del PIL e quindi del gettito tributario.

DUE, ISTAT ed Eurostat hanno confermato che i crediti fiscali, trasferibili o meno, NON vanno computati nel “debito pubblico di Maastricht”, quello rilevante ai fini dei trattati. La ragione è semplice: lo Stato non deve approvvigionarsi di fondi per emettere crediti fiscali. Li crea dal nulla, come se si trattasse di una moneta fiat.

TRE, per lo stesso motivo, all’atto dell’emissione i crediti fiscali non producono nessun impatto sul fabbisogno di cassa dello Stato. Appunto in quanto i crediti fiscali vengono emessi fiat, lo Stato non ha bisogno di reperire soldi sul mercato: non c’è nessun titolo che debba essere collocato presso investitori e risparmiatori, non devono essere chiesti prestiti a nessuno.

QUATTRO, è una bugia sfacciata, che purtroppo viene costantemente ripetuta, che il Superbonus 110% abbia prodotto un’enorme quantità di frodi. Già il 10 febbraio 2022 il direttore generale dell’agenzia delle entrate, in audizione presso la commissione bilancio del Senato, aveva chiarito che solo il 3% delle frodi accertate erano riconducibili al Superbonus. I principali “colpevoli” erano state altre categorie di bonus, in particolare il bonus facciate (46% del totale) e l’ecobonus (34%). Il Superbonus è nato con un sistema di controlli ed asseverazioni (successivamente anche rafforzati) che hanno limitato al minimo le frodi. Il che significa che le frodi non si eliminano bloccando la circolazione dei crediti (come hanno affermato Draghi tempo addietro, e Giorgetti ancora nelle ultime settimane) ma introducendo un appropriato sistema di controlli – sull’emissione, non sulla circolazione. Ed è proprio il Superbonus a dimostrarlo! il credito fiscale che aveva i migliori controlli alla fonte ha generato il minor livello di frodi, nonostante circolasse liberamente.

Detto tutto ciò, il Superbonus ha dei difetti? poteva o doveva essere costruito diversamente? probabilmente sì, ma per motivi che non hanno nulla a che vedere né con le frodi né con la demonizzazione della Moneta Fiscale:

CINQUE, si sostiene che fosse eccessiva l’aliquota con cui è stato introdotto, il famoso 110%. Se si incentiva un importo addirittura superiore alla spesa effettiva, viene meno la spinta, da parte di chi commissiona i lavori, a negoziare al meglio con l’azienda a cui vengono affidati. Detto in parole povere, è inutile “sbattersi” per negoziare al meglio i costi se comunque a fronte dei costi stessi si riceve un incentivo addirittura superiore.

Va detto che il 110% è ripartito su cinque anni, quindi al momento della cessione del credito entra in gioco l’attualizzazione dei benefici futuri: per cui il valore riconosciuto dal compratore è sempre stato in realtà inferiore al 110%, e spesso anche al 100%. In ogni caso, questa obiezione ha un fondamento ma non mette in dubbio la validità dello strumento: casomai suggerisce (come del resto già è stato fatto) di abbassare l’aliquota di incentivo.

SEI, quello che è senz’altro un difetto del Superbonus è non aver previsto un limite dimensionale. Se non si fissa un limite, per esempio su base annua, si rischia che i lavori incentivati siano di ammontare superiore a quelli che il settore edilizio nazionale riesce a gestire. E questo sicuramente crea un collo di bottiglia e produce la lievitazione dei costi. Ma tutto ciò significa soltanto che qualsiasi applicazione della Moneta Fiscale, così come qualsiasi politica economica espansiva, deve essere ben calibrata nelle sue dimensioni e modalità.

Ma ancora più importante è sottolineare che

SETTE, il Superbonus, e i crediti fiscali immobiliari in genere, sono soltanto una forma di applicazione della Moneta Fiscale, dove per Moneta Fiscale si intendono crediti fiscali, non soggetti a rimborso cash da parte dello Stato, e indefinitamente riportabili al futuro (vale a dire, utilizzabili per un periodo illimitato di tempo).

La Moneta Fiscale in realtà si presta a un amplissimo ventaglio di applicazioni, di cui l’incentivazione di determinate forme di investimento privato è solo una. Le possibilità sono vastissime. Si possono:

Integrare i redditi da lavoro, assegnando Moneta Fiscale in aggiunta al saldo netto in busta paga, in particolare ai redditi bassi e medio bassi.

Diminuire il cuneo fiscale, assegnando Moneta Fiscale ai datori di lavoro in funzione dei costi lordi sostenuti.

Effettuare o potenziare azioni di spesa sociale: ad esempio, invece di ridurre il reddito di cittadinanza, si potrebbe lasciarlo invariato o anche incrementarlo, pagandolo in parte in Moneta Fiscale.

Finanziare investimenti pubblici: manutenzione del territorio, infrastrutture, diversificazione e sviluppo di fonti di energia, ecc.

Finanziare assunzioni di personale nel pubblico impiego: sanità, pubblica istruzione, ordine pubblico. Oggi formiamo brillanti medici e insegnanti e li costringiamo ad accettare stipendi inadeguati e precari – avendo come alternativa l’emigrazione.

Calmierare i prezzi dei beni di prima necessità e a domanda rigida: generi alimentari e bollette, in particolare. Per esempio, compensando in tutto o in parte gli incrementi di prezzo mediante un meccanismo di cashback pagato in Moneta Fiscale. Questo, soprattutto nelle fasi, come l’attuale, in cui l’inflazione si è portata al di sopra degli obiettivi BCE. Obiettivi ai quali la BCE sta cercando di ricondurla a colpi di aumento del costo del denaro, rischiando però di non riuscirci e/o di infliggere gravi danni all’economia, all’occupazione e al tessuto produttivo.

In pratica, l’emissione di Moneta Fiscale consente di mettere in atto qualsiasi manovra di politica economica. E consente di farlo senza che l’emissione incrementi né il fabbisogno finanziario del settore pubblico né il debito di Maastricht.

Altro che “metterla fuori corso”. La Moneta Fiscale, vale a dire i crediti fiscali trasferibili, utilizzabili in compensazione, e riportabili, sono uno strumento di enorme efficacia, e sarebbe folle che lo Stato italiano rinunciasse a utilizzarlo.

La Moneta Fiscale è un progetto che va molto al di là del Superbonus. Il Superbonus e i crediti fiscali immobiliari in genere hanno dimostrato la potenza dello strumento e l’alto grado di accettazione dei diritti di sconto fiscale emessi dallo Stato e liberi di circolare.

Il test quindi è stato significativo e importante. Ma la Moneta Fiscale è lo strumento che permette allo Stato italiano di fare molto di più: permette di recuperare un adeguato livello di autonomia e flessibilità nella conduzione della sua politica economica, senza incidere sui fabbisogni finanziari e riportando sotto controllo il debito pubblico di Maastricht. Che va ridotto, certo (in rapporto al PIL) perché è intrinsecamente pericoloso in quanto è da rimborsare in una moneta (l’euro) che l’Italia non emette. Ma questa riduzione non si ottiene tramite deleterie politiche di austerità. Si ottiene ripristinando e mantenendo alti livelli di crescita economica e di occupazione.

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