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linterferenza

Israele-Palestina. Cerchiamo di ragionare un po'

di Fabrizio Marchi

Vorrei provare ad abbozzare un’analisi squisitamente politica sulla situazione attuale del conflitto israelo-palestinese, lasciando fuori le sensibilità ferite e lo sgomento da parte di tutti noi rispetto a quanto accaduto e sta accadendo, anche perché l’emotività non aiuta a comprendere lucidamente la realtà, soprattutto quella geopolitica.

Da più parti sento dire, in alcuni casi anche in buona fede, sia chiaro, che l’attacco terroristico di Hamas, oltre a provocare la rappresaglia altrettanto se non ancora più terroristica di Israele (non mi interessa, in questa sede, mettermi a fare la conta delle vittime e delle atrocità commesse da entrambe le parti, anche perché se questo fosse il parametro la discussione sarebbe già chiusa dal momento che fin dal 1948 per ogni israeliano ucciso ci sono circa quindici palestinesi uccisi), avrebbe allontanato la prospettiva di una soluzione politica e la creazione di uno stato palestinese.

Non sono per nulla d’accordo con questa posizione. Sapendo di dire una cosa che sconcerterà moltissimi, penso che l’attacco militare di Hamas sul territorio israeliano abbia invece relativamente avvicinato o comunque favorito il processo per una possibile soluzione politica della questione, naturalmente con tempi comunque molto lunghi che non sono in grado di stabilire.

Perché? Per una serie di ragioni, tutte egualmente importanti.

La prima, ma non in ordine di importanza.

Israele ha subìto uno storico smacco. Mai era stata attaccata in questo modo sul suo territorio e mai i suoi cittadini hanno avuto la sensazione di essere anch’essi così vulnerabili. Israele stravinse la guerra del ’67 e resse disinvoltamente l’urto di quella del ’73. Certo, perse degli uomini, ma erano solo militari, i civili non ne ebbero nessuna percezione diretta, a parte i parenti dei soldati caduti in combattimento. La guerra era un fatto comunque lontano, anche se geograficamente vicina. Da allora l’esercito israeliano è stato di fatto impegnato come un gigantesco corpo di polizia finalizzato alla repressione del popolo palestinese e delle sue organizzazioni. Questo lo ha a mio parere indebolito, diciamo che si è un po’ adagiato sugli allori, per usare una metafora. Aggiungiamo a ciò la sottovalutazione, squisitamente razzista – tipica non solo di Israele ma un po’ di tutto il mondo occidentale – del nemico, giudicato incapace di mettere in pericolo più di tanto la struttura militare, logistica e tecnologica israeliana. Il risultato è che oggi, dopo aver subìto un attacco di quelle proporzioni, il cittadino medio israeliano ha perso la sua sicurezza, e la fiducia nelle istituzioni politiche e militari comincia a traballare. Israele non è più inattaccabile e forse non è neanche più invincibile, come si credeva. Soprattutto per le generazioni cresciute dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso a oggi – cioè ormai la grande maggioranza della popolazione israeliana – questo è un fatto psicologicamente destabilizzante.

Ora Israele si trova in una posizione di debolezza che non ha mai vissuto in tutta la sua storia. Al momento non è dato sapere quando e se ci sarà l’operazione di terra, ma al di là di questo Israele sa perfettamente che non sarà in grado di distruggere la struttura militare e politica di Hamas, che peraltro è diffusa e radicata in tante altre realtà e paesi dell’area mediorientale. Ma sa che non riuscirà a eradicarla neppure a Gaza dove gli uomini di Hamas negli ultimi quindici anni, dall’operazione “Piombo fuso” in poi (effettuata dall’esercito israeliano che in quell’occasione uccise circa 2.000 palestinesi per lo più civili), si sono ben trincerati, costruendo una fitta rete di tunnel e gallerie sotterranee che i bombardamenti aerei non possono neanche scalfire. Ma entrare a Gaza in forze significa ingaggiare uno scontro ferocissimo e sanguinosissimo che non solo comporterebbe forse la perdita di migliaia di vite israeliane oltre che palestinesi ma provocherebbe una serie di reazioni di vario genere in tutta l’area mediorientale e in tutto il mondo arabo e musulmano che non siamo in grado di prevedere e che possiamo solo ipotizzare. Un effetto domino che né Israele nè gli USA, in questo momento, sarebbero in grado di gestire.

Appare dunque chiaro che la risposta feroce di Tel Aviv in questi giorni ha un carattere puramente mediatico-propagandistico – soprattutto per l’ opinione pubblica interna – ma nasconde una sostanziale impotenza, un senso di frustrazione che ovviamente trova sfogo nei bombardamenti indiscriminati sulla popolazione civile che non hanno nessuna rilevanza sul piano militare. Una impotenza che Israele non ha mai conosciuto fino a ora, data anche dal fatto che potrebbe un domani sedersi al tavolo delle trattative ma non da una posizione di forza, non essendo riuscita a ottenere un risultato concreto, quindi una vittoria, sul piano militare.

La seconda.

Hamas ha avuto la possibilità di passare all’offensiva per la prima volta nella storia dell’occupazione della Palestina, e di sferrare un attacco così potente e violento perché il contesto geopolitico mondiale – e di conseguenza anche quello dell’area mediorientale – è mutato profondamente negli ultimi vent’anni. L’alleanza che si è andata formando tra la Cina, cioè la più grande potenza economica, commerciale e tecnologica del mondo (ma non ancora militare), la Russia, tuttora una grande potenza militare e tecnologica e l’Iran, una potenza regionale non indifferente, ha sparigliato le carte un po’ in tutto il mondo. Paesi che fino a poco tempo fa erano inequivocabilmente nell’orbita se non sotto il dominio occidentale e angloamericano cominciano a tentennare, a occhieggiare al nuovo blocco a trazione euroasiatica che si è formato, pur con tutte le sue contraddizioni. L’ultima riunione dei BRICS lo conferma. Non solo. La Cina è riuscita in un capolavoro diplomatico, quello di avvicinare i due storici nemici, Iran e Arabia Saudita, con tutto quello che ciò comporta per gli equilibri mediorientali. La Turchia di Erdogan, uno stato membro della NATO ma che da sempre gioca spregiudicatamente su più tavoli perché animato da ambizioni egemoniche nell’area, è sempre meno disposto a obbedire ai diktat degli USA. La Cina stessa, da sempre tradizionalmente isolazionista, sempre estremamente cauta ed equilibrata in politica estera e attenta a non andare sopra le righe, si è pronunciata apertamente in favore dei palestinesi e di una soluzione politica che non può che prevedere la creazione di uno stato palestinese. Mai nella storia era avvenuta una simile comunità di intenti e di reazioni rispetto alla questione israelo-palestinese. La Cina ha ormai da tempo interessi molto forti nell’Asia centrale (dove passa la Via della Seta) e anche nel Medioriente, un crocevia necessario per il commercio con l’Europa. Ma questo vale anche per quei paesi dell’area mediorientale che da tempo hanno rapporti economici e commerciali con la Cina. Su un altro piano, la Russia e l’Iran (e anche il libanese Hezbollah) sono stati determinanti sul campo per sconfiggere l’ISIS, creatura dell’Arabia saudita (e della CIA) e impedire il rovesciamento della Siria di Assad (un vero e proprio colpo alla strategia americana di destabilizzazione del Vicino Oriente). Questo ha determinato un aumento dell’influenza della Russia nell’area, un’influenza che non ha mai avuto neanche, direi men che meno, ai tempi dell’URSS. E ancora. Il Qatar è alleato degli Stati Uniti (che hanno una base militare sul suo territorio) ma è anche uno dei principali finanziatori di Hamas. Una bella contraddizione, apparentemente, ma siamo abituati a questi paradossi quando si parla di Medioriente. Anche il Qatar vuole giocare la sua partita? E’ molto probabile, come del resto la giocò l’Arabia Saudita utilizzando l’ISIS in funzione antisiriana (quindi in alleanza con USA e Israele) ma anche come strumento di ricatto sugli stessi Stati Uniti, come era stato prima anche con Al Qaeda.

Tutto ciò ha creato una situazione diversa che vede Israele in una posizione di maggior debolezza, e ha indirettamente aiutato Hamas. Intendiamoci – lo dico per i soliti buontemponi – non sto certo dicendo che la Cina e la Russia sono le cabine di regia dell’offensiva di Hamas. Sto dicendo che il mutato contesto geopolitico mondiale ha creato le condizioni affinché Hamas potesse progettare e mettere in pratica il suo piano. Fino a una ventina di anni fa le sarebbe stato impossibile, così come, mutatis mutandis e cambiando completamente quadrante, non sarebbe stato possibile a un paese come il Niger di prendere a calci nel sedere la Francia.

In altre parole, gli USA e Israele non sono più i dominatori assoluti della scena mediorientale come era fino a una quindicina di anni fa, per ragioni oggettive, e ne sono consapevoli. Per questo, in estrema sintesi, la decisione di Hamas di assumere l’iniziativa militare e di attaccare, potrebbe in linea teorica avvicinare una soluzione politica che preveda uno stato palestinese. La politica, e la politica internazionale ancor di più, è una questione di rapporti di forza, non di buone intenzioni. Sono settant’anni che si parla di stato palestinese, che si ripete stancamente la liturgia dei “due popoli, due stati”, ma sono e restano, appunto, mere liturgie. Non sono ovviamente in grado di dire se e quando una soluzione politica in tal senso si materializzerà ma una cosa è certa, e cioè che da un punto di vista squisitamente politico, l’attacco di Hamas è stato un successo innanzitutto politico prima ancora che militare.

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Comments

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ndr60
Tuesday, 24 October 2023 11:14
Chissà perché nessuno si ricorda che nel 2006 Hamas vinse le elezioni nella striscia di Gaza, ma il risultato non venne riconosciuto dai soliti (Israele, USA, UE). Al di là del dibattito sulle sue origini, Hamas è l'unica organizzazione della Striscia che assicuri l'arrivo di aiuti alla popolazione per mantenere i servizi di base di salute ed educazione. In una nazione occupata militarmente, gli atti terroristici storicamente non sono mai stati un'eccezione, bensì la regola: persino i futuri statisti ( e premi Nobel per la pace) di Israele furono terroristi, ma in questo come in altri casi il double standard per l’unica democrazia del M.O. è ormai un luogo comune.
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Yasser Arafat
Tuesday, 24 October 2023 14:36
Grazie ad Hamas (un formazione che ha nel suo statuto la cacciata degli ebrei in quanto ebrei, cioè una formazione che non distingue tra ebraismo e sionismo, una formazione che non distingue tra civili e militari.. ) i sionisti potranno portare avanti la pulizia etnica della Palestina senza problemi.. In una settimana hanno svuotato mezza Gaza dai palestinesi..
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Adalberto
Friday, 27 October 2023 16:54
Eh no, non è così semplice Hamas disse che avrebbe riconosciuto lo stato di Israele (forse il peggiore stato canaglia dei nostri tempi) a cambio del suo ritiro dai territori occupati come stabilì la risoluzione 242 delle N.U. e il riconoscimento di Gerusalemme est come capitale della Palestina. Furono Israele e Usa a rifiutare. Allora chi sono i fondamentalisti?
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Moreno
Monday, 23 October 2023 15:55
(ricopio mio commento, sempre a Fabrizio Marchi, che ho appena scritto nel precedente post dello stesso autore).
Ragionamenti geopolitici di primo acchito plausibili. Ma non sono d'accordo sul fatto che dobbiamo "evitare la trappola dell'equidistanza" (tra i colonizzatori sionisti e i fondamentalisti islamici di Hamas) e quindi schierarci, nonostante tutto, con Hamas. Per cosa? per sperare di creare lo stato palestinese? e, contemporaneamente, sferzare un colpo al "capitalismo occidentale"? Ma chi se ne frega dello "stato palestinese"!! A me non frega nulla dello stato palestinese! A me importa dei palestinesi, non di un feticcio ideologico ottocentesco (e per altro "occidentale" dalla testa ai piedi) come lo "stato-nazione"! Che nel caso palestinese sarebbe un agglomerato di bantustan senza più nulla, nemmeno l'acqua. Chi è interessato al destino non di un feticcio ideologico ottocentesco-europeo, ma al destino dei palestinesi, dovrebbe rivendicare la loro integrazione con gli israeliani, dalle alture del Golan, fino al Negev e a Gaza, in un unico stato laico (chiamato Palestina-Israele o PippoFranco, chisseneimporta..) senza distinzione pseudoetniche, aperto alla comunità e al diritto internazionali : cioè la fine del progetto sionista e dei fondamentalismi islamici a lui funzionali (Soluzione che prevede in ogni caso le scuse dei sionisti per quasi un secolo di crimini contro l'umanità in Palestina, sulla scorta della commisione per la verità e la riconciliazione degli anni '90 in Sud Africa).
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Adalberto
Friday, 27 October 2023 16:50
Quello che dici sul superamento del mantra due popoli due stati e sull'integrazione è ciò che proposero già nel 2015 Ilan Pappé e Noam Chomsky nel loro libro Israele Palestina: che fare?
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Fabrizio Marchi
Monday, 23 October 2023 16:33
Bè, caro Moreno, ammetterai che se è impresa difficilissima arrivare ad uno stato palestinese, figuriamoci allora arrivare ad un unico stato israelo-palestinese libero dal sionismo...Se la prima ipotesi è difficilissima, la seconda addirittura impossibile...Ciò detto, sempre di uno stato stiamo parlando. Pensare che lo stato sia un residuo ottocentesco a mio parere è sbagliato. Permettimi di dirtelo ma è una fantasia di una certa sinistra "sinistrista" postoperaista, post sessantottina fuori tempo massimo...Gli stati e lo stato non potranno mai essere superati, al di là degli ideali regolativi sull'estinzione dello stato. Le tesi negriane sull'"impero" sono state clamorosamente smentite dalla realtà. Oggi gli stati sono più vivi e vegeti che mai, sia quelli imperialisti anglosaxon (e non solo) sia quelli che si contrappongo (anch' essi in gran parte capitalisti) come Russia, Iran e naturalmente Cina (su quest'ultima bisognerebbe fare un discorso a parte, perchè è vero che l'economia è di tipo capitalistico però è altrettanto vero che la maggior parte della grandi aziende sono statali e comunque il potere politico è saldamente nelle mani del partito). L'estinzione dello stato e degli stati resta una utopia, soprattutto in un mondo popolato da otto miliardi di persone destinate a raddoppiare in non so quanto (ma poco...) tempo. In realtà il problema è proprio il controllo dello stato da parte delle classi subalterne, e quindi è un problema di egemonia complessiva, politica, ideologica, ecc. ecc. ma il discorso diventerebbe assai lungo e complesso e oltre ad andare fuori tema bisognerebbe scriveerci un libro. Ti anticipo che anche di questo parleremo a Roma il 2 dicembre alla presentazione dei libri di Carlo Formenti e Alessandro Visalli che organizziamo come giornale (L'Interferenza). Per chi lo volesse (ma ne daremo notizia fra pochi giorni, spero anche qui su Sinistra in rete) l'evento ci sarà, come dicevo, sabato 2 dicembre alle ore 16 presso il ristorante Biondo Tevere (fermata metro San Paolo) a Roma.
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Truman
Tuesday, 24 October 2023 17:01
Se mi consente gradirei commentare la frase "impresa difficilissima arrivare ad uno stato palestinese, figuriamoci allora arrivare ad un unico stato israelo-palestinese libero dal sionismo...Se la prima ipotesi è difficilissima, la seconda addirittura impossibile". Il problema è che tutte le ipotesi tendono a sembrare impossibili, esclusa l'ipotesi Armageddon. Allora o lasciamo perdere ogni interesse, tanto la situazione converge ad un olocausto nucleare che coinvolgerà tutti, oppure proviamo a considerare anche soluzioni estremamente improbabili. Ecco, l'opzione Palestina unico stato a me appare difficile da realizzare ma stabile.
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Moreno
Monday, 23 October 2023 16:58
Ho scritto stato aperto al diritto internazionale (la carta universale dei diritti umani è stata firmata da Stalin, come la convenzione di Ginevra). Quindi lo "stato" di cui parlo è sulla scorta del pensiero giuridico statale di Kelsen, non del pensiero sovranista sullo stato di Carl Schmitt. Immagino che tu preferisca quest'ultimo, ma la tua è un'idea sullo stato nazional socialista, un'idea di stato che non può essere a disposizione di tutti gli stati. Solo dei più forti. E oggi a maggior ragione. Un'idea di stato che soccorre il capitalismo in difficoltà, trasformandolo in capitalismo di guerra.. (come ha dimostrato, tra gli altri, "La grande trasformazione" di Karl Polanyi)
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Moreno
Monday, 23 October 2023 17:14
Tiro via l'espressione "nazional socialista", che può essere frainteso. Sono certo che Fabrizio Marchi non voglia c'entrare nulla con quelle idee. Però ora non ho tempo per edulcorare quell'espressione (perchè non credo che Fabrizio Marchi se la meriti; infatti non mi rivolgevo a lui). Spero si sia capito quello che volevo dire. Bisognerebbe in realtà aprire una discussione seria sul concetto marxiano di proletariato, con lo sforzo di contestualizzarlo all'attualità... Senza questo passaggio si rischia di partire in buona fede con idee di sinistra, per finire poi inevitabilmente a sposare soluzioni di segno opposto.
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Fabrizio Marchi
Monday, 23 October 2023 20:36
Non penso affatto che rivendicare l'idea dello stato (e quindi l'idea di potere) e quindi ancora del controllo dello stato (da parte naturalmente delle classi subaltenerne e/o del soggetto o, anche, perchè no, dei soggetti che ne rappresentano interessi, istanze e bisogni) sia un concetto reazionario e non vedo perchè dovrebbe esserlo. Dopo di che non penso allo "stato-nazione". La mia concezione dello stato prevede certamente la possibilità che all'interno di questo ci siano diverse etnie, nazionalità, minoranze ecc. Il "mio" (si fa per capirci...) stato non è uno stato-nazione, men che meno uno stato confessionale o uno stato sovrapposto ad una nazionalità (tipo lo "stato per soli ebrei" ad esempio, per restare in tema). E' un luogo condiviso, necessariamente circoscritto, dove le classi subalterne possono esercitare conflittualità e funzione politica e perchè no, assumere il controllo dello stato stesso. Sto semplificando all'inverosimile ma non c'è alternativa. Non mi pare che lo stato sovietico, quello cinese, vietnamita, cubano o venezuelano siano da annoverare tra gli stati reazionari, pur con tutte le loro (grandi) contraddizioni. Del resto non vedo altro spazio politico dove "muoversi", tutto il resto mi sembra solo fantasia, neanche utopia. Veramente pensiamo ad un mondo senza stati, dove miliardi di persone sono in grado di autogovernarsi nell'eguaglianza e nella libertà? Dove sta quest'isola che non c'è, non c'è mai stata e mai esisterà? Tutt'al più può essere un ideale regolativo, verso il quale tendere, appunto, una utopia che ci fa avanzare verso equlilibri, appunto, sempre più avanzati. Ma nulla più. per cui, scusa la franchezza, non riesco neanche a seguirti, e non c'entra nulla lo stato schmittiano. Il "sovranismo" è un concetto reazionario perchè in sè, separato da tutto il resto, è ovviamente e necessariamente un concetto reazionario. Esattamente come quello di patria. Dipende, in entrambi i casi, dai contenuti che ci metti. A Cuba, fin dal primo giorno dopo la rivoluzione, il senso di patria e di sovranità nazionale sono stati fondamentali per il proseguimento del processo rivoluzionario e oggi di uno stato socialista o semisocialista. Potrei ovviamente portare tantissimi altri esempi. Il "sovranismo" è una cosa, la sovranità è un'altra. Non vedo cosa ci sia di reazionario se uno stato (ancor più se socialista) rivendica la propria indipendenza e autonomia e quindi sovranità, soprattutto in funzione anticolonialista e anitmperialista. Ma, soprattutto, insisto ancora, lo stato è l'unico ambito dove realisticamente una classe sociale può agire a meno di non pensare ad un processo rivoluzionario mondiale di tutte le "moltitudini" del pianeta che al culmine dello sviluppo delle forze produttive prendono le redini dell'impero che a quel punto non esiste più perchè si è contestualmente dissolto. Scusa sempre la franchezza e mi rendo conto di stare banalizzando perchè la tua posizione sarà sicuramente più complessa, però non riesco proprio a seguirti su questa strada.
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Moreno
Monday, 23 October 2023 17:23
In estrema sisntesi: il proletario marxiano di oggi è sganciato dall'istituto della cittadinanza; e l'appropriazione del plus valore descritta da Marx, oggi non agisce più, o solo, sul "lavoro vivo". Ci sarebbe tanto altro da aggiungere, ma partendo da questi assiomi, diventa facile, per qualsiasi persona di sinistra, abbandonare ai reazionari, e al suo inevitabile destino reazionario, l'idea sovranista di stato-nazione.
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Andrea
Tuesday, 24 October 2023 15:32
L'isola che non c'è !
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