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Iran. Verso l'ennesima Forever War?

di Davide Malacaria

J.D. Vance: "Ci sono alcune persone all'interno del loro sistema, lo sappiamo senza ombra di dubbio, che stanno manipolando… l'opinione pubblica americana per far sì che la guerra continui indefinitamente. Non per raggiungere un obiettivo specifico, ma semplicemente indefinitamente"

S’intensifica il conflitto iraniano, con gli Stati Uniti che hanno cambiato target: non più obiettivi costieri, ma infrastrutture civili all’interno del territorio. L’idea è quella di degradare l’Iran per convincerlo alla resa su Hormuz. E non riusciranno.

L’unica conseguenza di tale strategia, al netto delle sofferenze inflitte al popolo iraniano (che dicevano di voler “liberare”…), è che Teheran ha dichiarato decaduto il Memorandum di Islamabad e ha ampliato il raggio e gli obiettivi del suo tiro a segno contro i target militari statunitensi. E minaccia di incendiare il Golfo se gli Usa ampliano ulteriormente raid e obiettivi.

Invece di scorrere, il tempo in Medio oriente sembra tornare indietro avvicinandosi pericolosamente al 28 febbraio scorso, quando iniziò l’improvvida, sanguinaria, avventura israelo-americana contro l’Iran.

Pochi i cenni in controtendenza. Quello più importante è l’intervista rilasciata da J.D. Vance a Joe Rogan, nella quale ha criticato le pressioni israeliane per fare del conflitto iraniano una guerra infinita: “Ci sono alcune persone all’interno del loro sistema, lo sappiamo senza ombra di dubbio, che stanno manipolando e cercando di cambiare l’opinione pubblica americana per far sì che la guerra continui indefinitamente. Non per raggiungere un obiettivo specifico, ma semplicemente indefinitamente”.

Critiche alle quali ha aggiunto la denuncia dei rapporti tra il commerciante di pedofilia Jeffrey Epstein (i cui clienti non sono stati toccati) la Cia e il Mossad, e più con quest’ultima Agenzia che con la prima. Rapporti più che noti, ma che ne parli pubblicamente il vicepresidente degli Stati Uniti, che evidentemente in questa fase è stato emarginato, e in un’intervista al podcaster più famoso d’America, è indice di una lotta in corso in seno al potere americano.

La denuncia di Vance riecheggia l’allarme del New York Times, che titola: “In Iran, Trump rischia di scatenare un’altra ‘guerra infinita’ americana”. Nella nota, il commento in tal senso di Lawrence D. Freedman, docente emerito di studi di Guerra al King’s College di Londra, che lo scorso hanno scrisse su Foreign Policy un articolo che più di altri spiega cosa sta accadendo al mondo dall’11 settembre in poi, il cui titolo resta icastico: “L’era delle guerre infinite“.

Altro segnale in controtendenza rispetto alle fiamme che rischiano di divorare l’intero Medio oriente, la divergenza tra Trump e Netanyahu. Ne avevamo accennato in una nota pregressa, lo conferma Barak Ravid su Axios, aggiungendo particolari, tra cui il rinvio della visita del premier israeliano negli Usa, inizialmente prevista per sabato, conseguenza del rinvio delle esequie del senatore Lindsey Graham, motivo ufficiale del viaggio. I media israeliani riferiscono che dovrebbe incontrare Trump, ma la Casa Bianca finora non ha confermato.

Certo, la distanza con Netanyahu non assicura sulla moderazione di Trump, che sembra caduto preda di una trans bellica. Ma almeno questi non ha l’ossessione di incenerire l’Iran che consuma il primo e si può sempre sperare nei suoi repentini dietrofront.

Ieri, ad esempio, il presidente degli Stati Uniti ha ringraziato l’Iran per aver liberato la cittadina statunitense Dena Karari, tenuta prigioniera dal 2024, aggiungendo che il suo Paese continua a dialogare con gli iraniani e che “resta aperto alla diplomazia”. Nel riferire la notizia, Arab News annota che la liberazione della Karari è stata “vista come una possibile apertura diplomatica”.

Quanto all’ossessione di Netanyahu, colpisce e inquieta un cenno che si coglie in un articolo di Haaretz dedicato allo scioglimento della Knesset, che ha terminato le sue funzioni in vista delle elezioni del 27 ottobre. Raccontando la seduta, il cronista spiega che “i parlamentari hanno dovuto aspettare un’ora il suo arrivo, di ritorno dall’ennesima visita a Dimona”.

Si spera che queste ossessive visite di Netanyahu all’impianto nucleare non preludano a colpi di testa e di coda di un premier che tutti danno ormai per finito (i sondaggi sono impietosi). Non ha nulla da perdere ed è quindi più pericoloso che mai. “Sperando nel meglio, ma aspettandoci il peggio. Hai intenzione di sganciare la bomba o no?”, recitava la nota canzone Forever young, che la Forever war rende di stretta attualità.

Da ultimo, e in controtendenza rispetto alla spinta per fare di quella iraniana una guerra infinita, la considerazione che il conflitto ha chiuso la più importante arteria energetica del mondo e rischia di chiuderne un’altra, lo Stretto di Bab el Mandeb. Complicazioni assenti nelle altre guerre infinite e di primaria rilevanza globale.

Sul punto un dettagliato post su X di Amos Hochstein, già consigliere di Biden, che si conclude così: “È ora di limitare le perdite e trovare un accordo. I mercati reggono, ma gli strumenti per gestire la prossima crisi [energetica] si stanno esaurendo e la Cina potrebbe non salvarci di nuovo”.

Infatti, Hochstein spiega che durante la precedente crisi di Hormuz “la Cina ha fatto guadagnare tempo al mondo, riducendo le importazioni di 4-5 milioni di barili al giorno al culmine dello shock. Ora sta rientrando nel mercato, revocando le restrizioni all’esportazione di carburante e riprendendo le importazioni”…

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