La strategia americana: l'ucrainizzazione dell'Europa
di Martino Dettori
L'idea è quella di alimentare uno scontro con la Russia per infliggere a quest'ultima una sconfitta strategica. Tolta di mezzo la Russia, gli USA potranno così occuparsi della Cina
Ho letto giusto ieri, su Facebook, un interessante commento a firma di un certo Mattias Forsgren. Il commento propone un’idea che condivido e che ho già espresso in diversi miei articoli fin dal 2022, seppure in modo non così esplicito: l’idea americana di ucrainizzare l’Europa, cioè di fare in modo che il vecchio continente — una volta che l’Ucraina verrà sconfitta (e verrà sconfitta) — assuma il ruolo di nuovo proxy nella guerra contro la Russia, perché a quest’ultima venga inferta quella sconfitta strategica che gli americani inseguono da anni e che permetterebbe loro di occuparsi in tutta tranquillità della Cina, il loro avversario principale.
Vedete, la Russia e la Cina minano da anni l’egemonia americana e propongono un ordine internazionale multipolare. Ma questo ordine non è accettabile per gli USA, poiché — come dice l’autore della riflessione — «il welfare americano dipende dalla capacità di estrarre valore aggiunto dal resto del mondo» attraverso il dollaro, la superiorità tecnica e chiaramente la propaganda, molto spesso veicolata grazie ai film hollywoodiani che vedono gli americani come i salvatori e protettori del mondo libero.
Gli USA si rendono conto che questo loro dominio è in declino e la loro capacità di estrarre valore dal resto del mondo sta scemando. Le ragioni sono tante, ma una prevale su tutte: l’emergere di una nuova superpotenza globale, la Cina. Per loro, dunque, diventa esistenziale impedire che gli equilibri geopolitici affermatisi dopo la fine della guerra fredda vengano alterati a favore del colosso cinese e del suo “stretto” alleato, la Russia1. E se non è possibile farlo con i soliti mezzi pacifici di “persuasione” (il cosiddetto soft power americano), allora l’unica opzione resta la guerra.
Tuttavia, oggi, nel ventunesimo secolo, una guerra è un passo troppo grave e definitivo per essere fatto. Le armi nucleari sono lì a ricordarci che bastano pochi minuti per distruggere il mondo intero. L’unica scelta per evitare questa terribile prospettiva, è la guerra dei proxy. Siccome, come potenza nucleare gli USA non possono affrontare direttamente un’altra potenza nucleare (la Russia), ecco che scelgono qualcun altro che lo faccia al loro posto. Qualcuno pronto a sacrificare il proprio paese e il proprio popolo per il dominio americano.
Contro la Russia, la prima scelta è caduta sul paese più propenso a essere utilizzato in questa guerra proxy, l’Ucraina, ove il sentimento anti-russo è stato sapientemente coltivato negli ultimi tre decenni. Ma l’Ucraina è solo il primo tempo di una partita pericolosa. Secondo il commentatore, il secondo tempo toccherebbe al resto dell’Europa. Diversamente, non si spiega perché «i politici europei si comportino da idioti e non riescano a guardare agli interessi dei loro paesi». Ma la spiegazione giunge subito dopo: la verità è che i nostri politici «sono disciplinati dagli americani per fare esattamente quello che stanno facendo ora», cioè trascinare il vecchio continente in una possibile guerra contro la Russia.
Forsgren dice una cosa corretta: questi politici europei «non sono i nostri politici». Se lo fossero, oggi non avremmo una guerra nel giardino di casa, non sentiremmo l’odiosa retorica bellicista antirussa, che non riesce a chetarsi nemmeno un poco. Non dovremmo sopportare le balle propagandistiche tipo “gli ucraini combattono per noi” o “la Russia arriverà a Lisbona se non ci armiamo adeguatamente” (salvo poi denigrare la potenza militare russa, affermando che i soldati russi combattono con le pale).
La retorica russofoba unita a questa esigenza di aumentare le spese militari, è significativa e ricorda parecchio la retorica bellicista precedente la prima guerra mondiale. Ne parla proprio Barbero in una lezione. Lo storico afferma che nei primi del novecento andava fortissimo un genere letterario che immaginava il proprio paese debole e circondato dai nemici. In questo modo l’opinione pubblica veniva spinta verso la richiesta di sicurezza e riarmo. E infatti, nei cinque anni precedenti la prima guerra mondiale, i paesi europei (Italia compresa) aumentarono le spese militari del 50%, nell’illusione di essere così più sicure. Lo storico chiama questo processo “paradosso della sicurezza”, perché ogni potenza che si riarma per sentirsi sicura spinge poi le altre a fare lo stesso, in un circolo vizioso che viene interrotto solo da un conflitto.
Cosa accadde poi, lo sappiamo. La Germania, sentendosi minacciata prima dall’Inghilterra e poi dalla Francia, arrivò a un punto in cui il proprio capo di stato maggiore, von Moltke, dichiarò ai primi di giugno 1914, di essere pronta alla guerra, proprio per anticipare il riarmo altrui. Di lì a quattro settimane ci sarebbe stato l’attentato di Sarajevo all’arciduca Francesco Ferdinando, che venne usato come pretesto per dare il via al confronto bellico.
Insomma, le analogie sono davvero inquietanti, eccetto il pericolo di una guerra altamente distruttiva dovuto a uno scambio nucleare, che gli USA non sono disposti a rischiare sul loro territorio, anche perché finirebbe il mondo. E in tal caso, cosa mai ci sarebbe da dominare? Solo un deserto radioattivo.
L’Europa, dunque, potrebbe essere considerata il proxy perfetto, il territorio dello scontro finale, grazie a una classe politica europea inetta, ottusa e incapace di tutelare gli interessi del continente (ma cosa vuoi farci? Quando il capitalismo angloamericano domina, il risultato non può essere che questo). Una guerra Russia-Europa sarebbe perciò limitata al vecchio continente, e caso mai venissero utilizzate armi nucleari, gli Stati Uniti non verrebbero coinvolti. Anzi, in un certo senso, una guerra di questa portata potrebbe persino essere un grasso affare per le aziende militari americane.
In questo scenario tanto desolante quanto inquietante, la crisi del Golfo Persico (l’aggressione degli USA all’Iran) si innesta perfettamente nella strategia guerrafondaia americana. La chiusura dello stretto di Hormuz sta creando una grave crisi energetica in un’Europa che ha rinunciato al petrolio e al gas russo ed è diventata dipendente dal gas e dal petrolio americano. Secondo Forsgren arriverà un momento nel quale gli americani diranno «scusate ragazzi, ma abbiamo bisogno di tutta l'energia ora», e questo — prosegue il commentatore — contribuirà non poco all'ucraianizzazione dell'Europa, e probabilmente pure del Giappone, delle Filippine e della Corea del Sud, che potranno essere utilizzati contro il fianco orientale della Russia, oltre che contro la Cina.
Uno scenario plausibile, dunque? Sì, perché non esistono letture che possano offrire scenari alternativi più confortanti (salvo ci si consideri degli inguaribili ottimisti). Ed è uno scenario che già si palesava fin dal 2022. Anche perché, qualunque analisi si faccia sull’agire internazionale degli americani, emerge sempre una costante: la loro tendenza a creare instabilità e provocare guerre. L’Ucraina ne è l’esempio ultimo ed è quello che in Europa è sentito di più. Ma ci sono anche Taiwan e Israele. Tutti i fronti più caldi, alla fine, hanno a che vedere con i grandi nemici geopolitici degli Stati Uniti: Russia, Cina e Iran. Pensare pertanto che ciò che accade nel mondo sia frutto della casualità o di presunte dittature sanguinare che i “supereroi” americani sono chiamati da Dio e dal destino a sconfiggere, è da ingenui consumatori di film hollywoodiani. Quando un impero perde la presa, pur di mantenerla, diventa più pericoloso e disposto a mettere in gioco qualsiasi cosa, compresa la pace.
Nota finale. Se lo desiderate, potete leggere il commento di Mattias Forsgren citato nell’articolo, seguendo questo link.













































Add comment