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Ancora sul Venezuela e su cosa ci insegna quella sconfitta

di Carlo Formenti

Qualche giorno fa, commentando su questa pagina la svolta reazionaria del nuovo governo venezuelano, genuflesso ai piedi dell'imperialismo USA, citavo un articolo di “Contropiano” che prendeva atto della nuova situazione politica nel Paese caraibico. Nell’occasione scrivevo di condividere in gran parte, ma non del tutto, la posizione della rivista vicina alla Rete dei Comunisti. Per chiarire le ragioni di quel “non del tutto”, cito qui di seguito la parte conclusiva (che avevo tralasciato nel post in questione) dell’articolo di Contropiano:

“Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida. E’ la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù”.

Che quanto è successo in Venezuela (e ancor prima in Ecuador e Bolivia) sia doloroso per tutti coloro che auspicano la vittoria del socialismo è indubbio, così come è indubbio che il processo storico sia contraddittorio, anche se io aggiungerei che, oltre a essere contraddittorio, non è animato da alcun principio di necessità immanente, come presumono le versioni “evoluzioniste” del marxismo: ogni rottura rivoluzionaria incorpora la possibilità e non la necessità di una transizione al socialismo. Ciò non vale solo quando sussistano certe “debolezze” (sulle quali tornerò a breve) dei soggetti politici alla guida del processo rivoluzionario, vale anche se e quando le soggettività in questione sono “forti”, come quelle auspicate dagli autori dell’articolo che sto commentando.

Ma quali sono, secondo gli autori, le caratteristiche che dovrebbe avere un soggetto politico adeguato alla propria missione rivoluzionaria? Lo deduciamo dai seguenti indizi: i soggetti che incorporano rischi di opportunismo, corruzione e tradimento, sarebbero “i partiti Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri”.

Eppure. A meno che non si voglia adottare quale unico esempio “corretto” di partito il modello del partito bolscevico (ma meglio sarebbe definirlo leninista, vista l’insostituibile ruolo di leadership che Lenin esercitava in tale partito), che non lo si voglia cioè elevare a modello astratto, “idealtipico”, dell’organizzazione rivoluzionaria, si è indotti a riconoscere che esso (parliamo di un pugno di rivoluzionari “di professione”, selezionati da esperienze durissime e sottoposti a una ferrea disciplina interna) ha funzionato solo ed esclusivamente nelle particolarissime condizioni storiche della Russia durante la I Guerra mondiale. Tutti i tentativi di clonarlo nei Paesi a capitalismo avanzato, al pari dei movimenti rivoluzionari cui tali tentativi hanno hanno dato vita, sono falliti. Viceversa, tutte le rivoluzioni socialiste vittoriose, avvenute in Paesi periferici o semiperiferici, sono state guidate da partiti che avevano caratteristiche diverse dal modello leninista.

Parto dall’America Latina. In tutte le rivoluzioni del subcontinente il ruolo dei partiti comunisti è stato marginale: non solo perché divisi in correnti ideologiche in competizione reciproca (stalinisti, trotzkisti, maoisti ecc.) ma anche e soprattutto perché si sono rivelati incapaci di radicarsi nelle masse contadine (e solo in una certa misura nelle minoranze operaie sindacalizzate) e di elaborare programmi politici in grado di raccogliere un diffuso consenso popolare. I processi rivoluzionari sono stati guidati da leader carismatici che hanno capeggiato movimenti populisti che sono riusciti a sfruttare la crisi dei regimi neoliberali di fine millennio per vincere le elezioni e andare al potere per vie legali.

La debolezza di questi regimi, più che al carattere populista (quindi interclassista) delle forze politiche che li hanno instaurati, era dovuta: 1) al fatto che, malgrado abbiano varato costituzioni avanzate, non hanno costruito un nuovo Stato, come è avvenuto nella Russia del 17 e nella Cina del 49, bensì ereditato le istituzioni dello Stato borghese (già corrotte dalle loro origini postcoloniali e neocoloniali). Esercito, magistratura, università, ecc. sono rimaste saldamente in mano alle classi dominanti e hanno agito da quinta colonna dell'imperialismo appena ne hanno avuto la possibilità; 2) il persistere del meccanismo elettorale della democrazia borghese li esponeva al rischio costante di essere rovesciati nel momento in cui le difficoltà economiche ne avessero eroso i loro margini di consenso; 3) in simili circostanze questi margini erano destinati a ridursi perché la base sociale “strutturalmente” (o almeno virtualmente) anticapitalista (contadini, etnie originarie, classe operaia) di questi regimi non godeva di una schiacciante maggioranza numerica nei confronti della piccola media borghesia urbana tradizionale e paradossalmente - come evidenziato all’ex vicepresidente boliviano Linera1 – delle stesse nuove classi medie, cresciute grazie alle riforme realizzate nei primi anni in cui avevano avuto il potere. In poche parole: né lo Stato – partito (magari ne avessero messo in piedi uno!), ne il partito massa (non erano veri partiti ma movimenti interclassisti che, del resto, se non fossero stati tali, non avrebbero potuto vincere le elezioni) sono stati la vera causa della sconfitta, bensì i fattori appena elencati, assieme alla poderosa pressione esercitata dall’imperialismo Usa.

Non meno significativo il caso (o meglio i casi, perché ogni singola esperienza andrebbe analizzata nella sua specificità) dell’Africa. Qui, come cerco di spiegare nella parte del mio ultimo libro2 dedicata alle rivoluzioni antimperialiste di quel continente, seguendo le analisi di autori come Cabral3, Rodney4 e Samir Amin5(5), il nodo fondamentale era la lotta per l’autonomia nazionale, e il tentativo di associarla allo sforzo di costruire il socialismo, “saltando” la fase dello sviluppo capitalistico6. In questo caso non si può nemmeno parlare di populismo interclassista, dato che le classi operaie erano inesistenti, più che minoritarie, mentre protagoniste della lotta erano le larghe masse popolari, perlopiù di origine contadine e piccolo borghese, e le etnie oppresse guidate strati intellettuali sfuggiti al controllo dei colonizzatori7. Parlare di stati partito è ancora più improprio, nel senso che quei processi rivoluzionari sono stati schiacciati prima che potessero essere costruiti dei veri Stati indipendenti. Al loro posto sono sorti regimi retti da borghesie compradore al servizio delle potenze neocoloniali, mentre gli embrioni dei partiti rivoluzionari sono stati sterminati fisicamente. Parlare di stato-partito e di fallimenti dovuti all’adozione di modelli “eurocentrici”, come fanno i critici di matrice postcoloniale e decoloniale, è un’idiozia, come spiega bene un libro di Kevin Okoth8. I movimenti rivoluzionari africani non sono stati sconfitti per “troppo Stato”, bensì, per dirla con Said Bouamama9, per troppo poco Stato (socialista).

Quanto all’Unione Sovietica e alla Cina, non è possibile liquidare la questione nelle poche righe di un articolo. Per l’Unione Sovietica rinvio a quanto scritto (e ai miei commento in merito) da Vladimiro Giacché in vari testi10 in cui riprende la polemica di Lenin contro le “sinistre” che definivano il sistema sovietico come “capitalismo di Stato”, e nei quali analizza lo sviluppo dell’economia sovietica fino alla crisi degli anni Settanta. Per quanto riguarda la Cina, rinvio all’ultima parte di Oltre l’Occidente vol. II in cui mi confronto con le tesi di chi definisce la Cina un sistema tout court capitalista (o addirittura imperialista), totalitario, antidemocratico, ecc. Qui ribadisco solo che, a mio avviso, l’esperimento cinese è la prova più evidente che la questione non è partito di massa sì o partito di massa no (quello di Togliatti era di massa e riformista, quello cinese è di massa e rivoluzionario), e aggiungo che, per fortuna, il regime cinese si fonda su un partito-Stato dotato delle risorse economiche, politiche (egemoniche) e militari sufficienti a schiacciare i tentativi occidentali di rovesciarlo sfruttando le contraddizioni di classe che, inevitabilmente, si prolungano in una formazione sociale che vive un processo di transizione.


Note

1Cfr. A. G. Linera, Democrazia, Stato, rivoluzione, Meltemi, Milano 2020.

2C. Formenti, Oltre l’Occidente (vol. II). L’alba di una nuova storia, Meltemi, Milano 2026.

3Cfr. A. Cabral, Return to the Source, Monthly Review Press, New York 2022.

4Cfr. W. Rodney, Decolonial Marxism, Verso Books, London-New York 2022.

5Cfr. S. Amin, Classe et Nation, Editions Numériques Africaines, Dakar 2015.

6Marx prese in considerazione tale possibilità intervenendo nel dibattito fra populisti e socialdemocratici russi in merito al ruolo che le comunità contadine originarie (obscina) avrebbe potuto avere in una rivoluzione socialista in Russia, favorendo la transizione diretta al socialismo “senza passare dalle forche caudine del capitalismo”.

7Cabral sottolinea il ruolo dirigente dell’intellighenzia urbana piccolo borghese nelle rivoluzioni di liberazione nazionale dei popoli coloniali ma, al pari di Fanon, aggiunge che questi strati di classe avrebbero dovuto “suicidarsi” una volta ottenuta l’indipendenza.

8Cfr. K. O. Okoth, Red Africa. Questione coloniale e politiche rivoluzionarie, Meltemi, Milano 2024.

9Cfr. S. Bouamama, Pour un panafricanisme révolutionnaire, Syllepse, Paris 2023.

10Cfr. in particolare, la rivoluzione economica sovietica, in Elogio del Comunismo del Novecento, Atti del Forum della Rete dei Comunisti, Roma 4,5,6 ottobre 2024.
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Comments

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Michele Castaldo
Sunday, 09 August 2026 10:02
C'è un detto a Roma (forse anche altrove) che suona: volano gli stracci. Ma nel caso in questione, cioè una riflessione sulle crisi di paesi sudamericani (ma non solo) più che volare gli stracci volano, da più parti, parole, concerti ideologici privi di significato, proprio perché alla base c'è una non comprensione di cosa sia realmente il capitalismo, che va meglio definito come MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTICO.
In assenza di una tale definizione si sono scritti per il passato e si continuano a scrivere oggi strafalcioni che non aiutano a capire cosa abbiamo di fronte in questa fase.
Socialismo o comunismo in Russia? In tanti (e anche troppi) che parlano della Russia e la sua rivoluzione non ne hanno studiato le cause reali che la determinarono, e da cosa era caratterizzata l'epoca nella quale si sviluppo'.
Sicché ne vengono estrapolate parole d'ordine fiammeggianti da impugnare quali strumenti, per i moderni comunisti, di lotta rivoluzionaria altrove.
Tanto per fare un esempio, si parla dei SOVIET, come chiave di volta per avviare chissà cosa, senza capire che essi si diedero in 4 (quattro) circostanze diverse: fine inverno 1904/1905 di un tipo; in autunno inverno dello stesso anno, di tutt'altro tipo; nel marzo del 1917 di un'altro tipo ancora, e in autunno del 1917, ancora di altro tipo.
Come si fa a parlare di Soviet come strumenti ideologici da sventolare fra gli oppressi per sollevarlo alla rivoluzione?
Chiacchierando come comari da cortile.
C'è una questione agraria grande, complicatissima, con un tetroterra nel 1861, ovvero l'emancipazione della servitù della gleba, una riforma sollecitata dagli europei per avere mano libera a buon mercato sulla mano d'opera che la feudalita' teneva legata alla terra.
Una mano d'opera liberalizzata che vagava per le città alla ricerca di un salario e che le industrie di alcuni paesi europei mettevano su le mani.
Il 1905, e la DOMENICA DI SANGUE fu una mobilitazione operaia guidata da un prete che invoca lo ZAR a intervenire CONTRO I CAPITALISTI EUROPEI CHE LI SFRUTTAVANO. Una strage compiuta SI, dalla polizia zarista, ma per conto del capitale europeo, cioè occidentale.
Di questa questione non c'è traccia seria fra i testi in circolazione.
Due altre "piccole" questioni:
a) la questione operaia e
b) la qustione contadini.
Sulla questione operaia è noto il fatto che all'indomani della fuga dello ZAR, ci fu un accordo con una sorta di CONFINDUSTRIA RUSSA e una sorta di SOVIET POLITICI, sulla giornata lavorativa e la possibilità di organizzazione dei lavoratori in consigli, i famosi soviet, e a seguito di quell'accordo GLI OPERAI SI RAMMOLLIRONO, scrive Trotsky in LA rivoluzione russa.
Sui contadini va ricordato che per i bolscevichi (con Lenin in testa, di matrice marxiana) i contadini non potevano essere rivoluzionari, difatti non comparivano nel POSDR, e SOLO A SEGUITO DELLE LOTTE CHE AVEVANO INTRAPRESO, il grande Lenin disse: dobbiamo cambiare linea politica rispetto ai contadini.
In estate del 1917 le lotte dei contadini seminarono l''inferno per le CAMPAGNE, e ancora di più in autunno, e si organizzarono anch' essi in SOVIET.
Durante la stessa notte dell'insurrezione fu redatto il PRIMO PROVVEDIMENTO che requisiva le terre alla nobiltà con la promessa di assegnare la terra per bocche ai contadini poveri e medi.
Fu proprio la questione contadina la montagna da scalare, dopo, e fino agli anni '30, che l' ideale comunista andò in crisi.
Una crisi, carissimi compagni ideologici, non risolta allora e irrisolvibile tuttora da un punto di vista ideologico, finché permangono le leggi del modo di produzione capitalistico.
La straordinaria Rosa Luxemburg pur sostenendo la Rivoluzione russa A BASE CONTADINA, disse a Lenin: "questi saranno i tuoi aguzzini" e molti critici del leninismo hanno cercato di utilizzarla ai fini del liberismo. Povera Rosa, in che mani sei finita!
Una difficoltà STORICA, che non può essere risolta con la "Forza" della volontà.
Dunque vanno ripreso i fili di una riflessione teorica SERIA, altrimenti parliamo del nulla, così come si sta facendo in questa fase, fino a disquisire sulla differenza tra fisica classica e fisica quantica, ovvero DIVERSIVI per non voler affrontare seriamente le questioni.
Continuate pure e buona fortuna
Michele Castaldo
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