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cavallodifuoco 

Il pane o le rose?

di Alessandro Testa

La cultura capitalistica “woke”, la falsa dicotomia della risposta e l’esigenza della liberazione dell’Essere Umano completo

La recente querelle esplosa attorno alle dichiarazioni di Alexandria Ocasio-Cortez – e alla sua battuta sbrigativa sul “woke 1.0” decontestualizzata dai media (https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/15/ocasio-cortez-woke-sinistra-riposizionamento-notizie/8479705/) – ha subito varcato l’Atlantico, diventando in Italia il pretesto per una resa dei conti a sinistra.

Com’è ormai d’abitudine, la cassa di risonanza mediatica ha trasformato una riflessione sull’opportunità di certi slogan slegati dalla realtà materiale nell’ennesima contrapposizione frontale tra diritti sociali e diritti civili.

Va citata l’interessante riflessione in merito di Marco Pondrelli su Marx 21 (https://www.marx21.it/editoriali/il-woke-e-la-sinistra-che-ha-dimenticato-la-questione-sociale-editoriale/), che vogliamo brevemente riassumere qui sotto e da cui prenderemo le mosse per qualche breve riflessione e puntualizzazione. Nella sua approfondita analisi, il compagno Pondrelli sviscera con acutezza alcuni punti:

  • L’origine popolare e di lotta del termine: il termine woke (ed ovviamente la cultura ed il movimento che ne derivano) nasce all’interno delle lotte della comunità afroamericana negli anni ’60 (citato da Martin Luther King nel 1967 per indicare la necessità di rimanere “svegli” di fronte alle ingiustizie sociali e razziali) e ripreso dal movimento Black Lives Matter nel 2012.
  • La sua degenerazione in “politicamente corretto”: Il concetto originale si è progressivamente trasformato in una forma di ipersensibilità formale e linguistica (definita “follemente corretta”), slegata dai reali contesti materiali di sfruttamento o ingiustizia. Torneremo su questo più avanti.
  • La cooptazione neoliberista della cultura woke: citando autori come Carl Rhodes, l’articolo evidenzia come le grandi aziende e multinazionali abbiano fatto proprio il discorso woke per assumere un ruolo etico-politico, sostituendosi allo Stato e alla politica democratica.
  • La frammentazione e atomizzazione della società: La focalizzazione ossessiva sulla moltiplicazione delle identità individuali e di genere frammenta la società. L’individuo viene isolato nella sua specificità categoriale, annullando la dimensione collettiva e il senso di appartenenza a una classe sociale.
  • La privatizzazione dei diritti: La solidarietà sociale si sposta dalle garanzie pubbliche al volontariato individuale o alla beneficenza aziendale (spesso usata per ottenere sgravi fiscali), trasformando i diritti collettivi in concessioni commerciali.
  • La sostituzione delle priorità: Una parte della sinistra (inclusa quella comunista o d’alternativa) ha progressivamente abbandonato la centralità del lavoro, dei salari e dei diritti sociali per dedicarsi quasi esclusivamente ai diritti civili e all’identitarismo.
  • La mutazione della base sociale: Richiamando l’analisi di Luca Ricolfi, l’autore osserva che la sinistra non rappresenta più le classi lavoratrici né i settori più deboli, ma si è trasformata nella “sinistra delle ZTL”, caratterizzata da elitismo culturale nei confronti dei ceti popolari.
  • L’inversione della posizione sulla censura: Storicamente favorevole alla libertà d’espressione, la sinistra contemporanea si trova spesso in prima fila nel promuovere forme di censura e ostracismo verso chi scosta dal canone politicamente corretto.

Tirando le somme, questo articolo ha il grande merito di offrire interessanti stimoli per l’approfondimento teorico: Pondrelli individua con precisione un processo reale, ovvero l’emergere del capitalismo woke, ovvero il tentativo delle grandi corporation neoliberiste di cooptare il discorso emancipatorio per fare operazione d’immagine, privatizzare il welfare ed esercitare un’egemonia etica sulle macerie della democrazia sociale.

Condividendo pienamente la sua spietata diagnosi sul ruolo delle multinazionali, si avverte tuttavia la necessità di approfondire l’analisi attraverso ulteriori riflessioni sul piano del metodo. Il rischio, infatti, è quello di cadere in un’involontaria sovrapposizione concettuale: scambiare la cooptazione capitalistica di una tutela con la natura stessa della tutela, finendo per gettare via il bambino dell’autodeterminazione personale con l’acqua sporca del neoliberismo.

Approfondiamo dunque alcuni dei concetti cardine necessari ad impostare la questione in quell ache per noi è la giusta prospettiva: se è vero, come è vero, che le parole sono la casa dell’essere (M. Heidegger) e che i limiti del nostro linguaggio significano i limiti del nostro mondo (L. Wittgenstein), occorre innanzitutto chiarire il concetto che si cela dietro all’uso del termine “diritti civili” come parola portamanteau, tracciando una demarcazione netta tra diritti civili e l’autodeterminazione della persona – garanzie materiali e storiche conquistate contro l’arbitrio del potere – ed altri concetti che hanno poco o nulla a che vedere con questi, quali i fenomeni del woke, della cancel culture o quel fenomeno coercitivo rappresentato dal compelled speech (il “discorso obbligato”).

In merito a quest’ultimo, a nostro avviso si tratta di un vero e proprio “salto di qualità” rispetto alla censura tradizionale che si limitava a proibire ciò che non si doveva dire: il compelled speech agisce come dispositivo di disciplinamento ideologico, imponendo ciò che si deve dire. Esso esige l’adozione forzata di un vocabolario rituale e una conformità linguistica prescrittiva, nate in certi contesti accademici anglosassoni e adottate dal capitale come barriere di classe d’accesso, inverando in maniera pressocché letterale il concetto di neolingua orwelliana. La sinistra avrebbe dovuto respingere con fermezza questo moralismo formale, conscia che la vera liberazione non impone giuramenti semantici, ma garantisce agibilità reale e materiale.

Altro punto fondamentale: il capitalismo woke agisce precisamente attraverso la sostituzione dei bisogni materiali con i desideri indotti. Il mercato neoliberista non difende i diritti, li converte in merci e nicchie di consumo (rainbow capitalism). Atomizzando la società in un’infinita serie di identità isolate e prive di legame di classe, il capitale spinge l’individuo a cercare la propria liberazione nell’acquisto di un prodotto o nell’adesione a un simbolo formale, lasciando intatti i rapporti di produzione e lo sfruttamento.

Se l’analisi si fermasse qui, avrebbe forse ragione chi definisce i diritti civili – erroneamente intesi come insieme di cultura, semantica e sovrastruttura – come secondari o comunque subordinati a quelli sociali? Cominciamo dunque ad intravedere una questione di metodo fondamentale, ovvero quella di capire quale strumento utilizzare per stabilire l’eventuale preminenza di un set di diritti sull’altro.

Per uscire da questa impasse, il metodo marxista ci impone di rifiutare la falsa contrapposizione tra “questione sociale” e “questione civile” attraverso il seguente movimento dialettico:

  • Tesi (Astratto positivo): la priorità sostanzialmente esclusiva della struttura economica, che sottolinea lo sfruttamento dell’essere umano come pura forza lavoro, sminuendo le specifiche forme di oppressione di genere o personali.
  • Antitesi (Negativo razionale): la focalizzazione prioritaria – se non esclusiva – sui diritti identitari, in cui si incastra la cooptazione neoliberista, che trascura però le basi materiali della disuguaglianza.
  • Sintesi (Positivo razionale): l’Uomo Intero, ovvero la comprensione che il lavoratore – o meglio l’essere umano – non è un’astrazione contabile, ma un soggetto concreto, integrato nella fitta rete dei rapporti sociali, nella sua classe e nella sua complessa corporeità ed esistenza personale.

Va sottolineato che questa sintesi è possibile solo superando il determinismo economicista rozzo. Come insegnava Engels, il rapporto tra struttura economica e sovrastruttura culturale non è una linea retta unidirezionale, ma una relazione genuinamente dialettica. Se l’economia determina l’impianto in ultima istanza, le conquiste giuridiche e culturali esercitano un’azione di ritorno (una retroazione) sulla materia sociale. Le tutele personali e la protezione dalle discriminazioni non sono vezzi sovrastrutturali: modificano i rapporti di forza concreti e determinano il grado di agibilità politica del lavoratore. Scrive Engels F. Engels nella sua Lettera a J. Bloch del 21 settembre 1890:

Secondo la concezione materialistica della storia il fattore che in ultima istanza è determinante nella storia è la produzione e la riproduzione della vita reale. Di più non fu mai affermato né da Marx né da me. Se ora qualcuno travisa le cose, affermando che il fattore economico sarebbe l’unico fattore determinante, egli trasforma quella proposizione in una frase vuota, astratta, assurda. La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura – le forme politiche della lotta di classe e i suoi risultati, le costituzioni promulgate dalla classe vittoriosa dopo aver vinto la battaglia, ecc., le forme giuridiche, e persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi partecipano, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le concezioni religiose e la loro evoluzione ulteriore sino a costituire un sistema di dogmi – esercitano pure la loro influenza sul corso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano la forma in modo preponderante. Vi è azione e reazione reciproca di tutti questi fattori, ed è attraverso di essi che il movimento economico finisce per affermarsi come elemento necessario in mezzo alla massa infinita di cose accidentali (cioè di cose e di avvenimenti il cui legame intimo reciproco è cosí lontano e cosí difficile a dimostrarsi, che possiamo considerarlo come non esistente, che possiamo trascurarlo). Se non fosse cosí, l’applicazione della teoria a un periodo qualsiasi della storia sarebbe piú facile che la soluzione d’una semplice equazione di primo grado.

Un altro punto da tener sempre ben presente è la visione profondamente umanista di Marx, per cui la fredda analisi scientifica dei modi di produzione e dei rapporti sociali che ne derivano è sostanzialmente uno strumento volto a conseguire quello che per lui è il vero scopo del comunismo, ovvero la liberazione completa dell’essere umano in quanto essere sociale. Richiamando la lezione dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, il vero obiettivo del materialismo storico non è il semplice adeguamento salariale all’interno dello status quo e neppure l’abolizione delle classi e del lavoro salariato in quanto tali, ma attraverso questi mezzi il conseguimento della liberazione dell’essere umano da tutte le condizioni alienanti che lo opprimono. L’oppressione economica dunque si intreccia con l’alienazione sociale e personale. Separare la lotta allo sfruttamento dalla difesa della dignità umana significherebbe mutilare l’idea stessa di emancipazione, riducendo la teoria rivoluzionaria a grigio e gretto economicismo.

Concludendo, riteniamo che la mutazione della base sociale della sinistra e il suo allontanamento dalle periferie-come giustamente ricordato da Pondrelli-non sono l’effetto collaterale della difesa dell’autodeterminazione, ma il risultato di decenni di subalternità alle politiche economiche liberiste. Le classi popolari non chiedono meno tutele personali o meno rispetto per la persona, ma più protezione sociale ed economica.

La risposta alla questione diritti sociali/diritti civili non è dunque, a nostro avviso, il rifugio in un conservatorismo etico di ritorno e neppure la “messa tra parentesi” dei diritti civili in attesa di vincere la lotta per i diritti sociali, ma piuttosto la ricomposizione dell’unità indissolubile tra il pane e le rose: restituire ai diritti la loro sostanza materiale e ricongiungere la lotta di classe con la liberazione integrale dell’Uomo Intero.

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