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Netanyahu e Zelensky indeboliti: Trump è più libero

 di Davide Malacaria

Al netto dei tragici errori dovuti al suo arrogante narcisismo, quel che conta è che, a causa della nuova debolezza di Zelensky e Netanyahu, in questi giorni Trump si è trovato a godere di una libertà di manovra prima impossibile. E si nota

Netanyahu è più debole, fiaccato dall’inchiesta-bomba di Haaretz che ha dato il destro a tanti di accusarlo di aver lasciato che Hamas attaccasse Israele il 7 ottobre (Hillary Clinton ha ipotizzato finanche che lo abbia permesso per rafforzare la propria posizione). Inoltre, deve riservare tutte le sue energie alla campagna elettorale più dura della sua carriera. Zelensky è fiaccato dalle incalzanti inchieste di NABU e SAP, che stanno falcidiando i suoi fedelissimi, ultimo dei quali il procuratore generale, costretto a fuggire nella notte dal suo Paese.

Fattori che aiutano Trump a cercare la quadra nei conflitti in cui è invischiato, quello ucraino, ereditato dal suo predecessore, e le conflittualità mediorientale, anch’esse in fondo ereditate dal momento che il genocidio dei palestinesi, iniziato sotto la precedente presidenza, ha avviato il processo espansionistico israeliano culminato nel conflitto iraniano, da tempo obiettivo finale di tale espansionismo.

Non che Trump sia esente da gravissime responsabilità su entrambi i fronti, e più su quello mediorientale che sulla prosecuzione della guerra ucraina. Ma più che un protagonista di questi teatri di guerra ne è stato un attore, importante, ma sempre solo un attore, riuscendogli impossibile piegare Zelensky ai negoziati ed essendo costretto ad assecondare l’avventurismo di Netanyahu a motivo dei tanti ricatti che lo costringono e per il troppo potere degli alleati del premier israeliano in seno all’Impero.

Al netto di tali considerazioni, e dei tragici errori dovuti al suo arrogante narcisismo, quel che conta è che, a causa della nuova debolezza di Zelensky e Netanyahu, in questi giorni si è trovato a godere di una libertà di manovra prima impossibile. E si nota.

Del nuovo attendismo riguardo il teatro di guerra mediorientale, che potrebbe aprire un processo distensivo, abbiamo accennato nella nota pregressa, in questa c’è da dar conto degli sviluppi sulla guerra ucraina.

Anzitutto, l’invito al G-20 della Russia, che ha suscitato le ire dei Paesi clienti degli Stati Uniti che non si rassegnano ad assecondare le sue spinte per porre fine alla mattanza ucraina. Un invito che è stato accompagnato da un’apertura a sorpresa di Mosca: ieri il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha dichiarato che il suo Paese ha invitato Zelensky a Mosca, dove sarebbe “benvenuto“.

È la prima volta che accade dall’inizio della guerra, dal momento che in precedenza Mosca aveva sempre rigettato le chiamate, più o meno propagandistiche, di Zelensky a un incontro di alto livello, ribattendo che un summit siffatto necessitava di essere preceduto da negoziati che dessero forma a un’intesa da concludersi con un simile incontro.

La dichiarazione di Lavrov corre in parallelo con quella del portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, che ha parlato di un possibile incontro trilaterale tra russi, ucraini e americani in un “futuro prossimo, cioè presumibilmente a ottobre“.

Una tempistica che coincide con quella annunciata ieri dal capo dello staff di Zelensky, Kyrylo Budanov: anche lui prevede che a ottobre potrebbe tenersi il primo summit tripartito Ucraina-Russia-Stati Uniti.

Abbiamo scritto in note pregresse come Budanov sia l’uomo della Cia a Kiev e che in passato gli States gli avevano affidato il compito di favorire la pace con i russi. Non sorprende, quindi, che Trump abbia elogiato il Capo della Cia John Ratcliffe, affermando che è coinvolto “in profondità” nei negoziati sul conflitto ucraino (si ricordi che il 25 agosto era volato a Mosca).

Se la mediazione in passato era stata appannaggio di Steve Witkoff e Jared Kushner, che si interfacciavano direttamente con Trump, il coinvolgimento della Cia, il cui ruolo nel conflitto è sempre stato ambiguo, segnala un salto di qualità nelle manovre dell’amministrazione Trump per chiudere la partita.

Tali iniziative diplomatiche, però, devono fare i conti con la lotta intestina che sta dilaniando l’Ucraina, con gli uffici anti-corruzione sostenuti dai fautori delle guerre infinite che braccano gli uomini di Zelensky e questi che cerca di rintuzzare l’attacco con altrettanta veemenza, cercando però di evitare rotture con i suoi sponsor internazionali (cioè resistendo, almeno finora, alle pressioni per aprire negoziati seri).

Inoltre, tanti sono gli imprevisti, come denota la presenza in Ucraina di Boris Johnson negli stessi giorni della visita a Kiev di Witkoff e Kushner, la prima dei due dall’inizio della guerra. Sul ruolo di Johnson nel mandare a monte le iniziali iniziative di pace abbiamo scritto ampiamente.

Evidentemente era stato inviato a Kiev per tentare di sabotare anche quest’ultima iniziativa americana. Del suo viaggio si è saputo solo per un incidente di percorso. Avendo preso lo stesso treno delle delegazioni europee inviate in Ucraina per partecipare ai negoziati di Witkoff e Kushner, si è trovato coinvolto in un incidente di percorso.

Il treno che riportava a casa i prodi europei e Johnson ha dovuto effettuare una sosta forzata sul confine ucraino-polacco a causa di un bombardamento che ha colpito la stazione nella quale il convoglio doveva transitare (tutti illesi).

Alcuni spiegano l’incidente come un avvertimento di Mosca ai prodi europei, con questi ultimi che ribattono che l’attacco rientrava nella normale amministrazione, dal momento che le ferrovie ucraine sono diventate ormai un target, come rappresaglia per gli attacchi ucraini alle infrastrutture russe.

Se davvero si è trattato di un avvertimento, allora vuol dire che la Cia si sta muovendo davvero in profondità nel conflitto ucraino, dal momento che i russi non potrebbero sfidare tanto apertamente la Nato senza il placet d’oltreoceano. Nonostante tutto, la Russia e la fazione dell’amministrazione Usa fedele a Trump sono le forze che più frenano le pulsioni per dare avvio a una guerra termonucleare.

Altro segno di libertà di Trump: alla recente convention repubblicana ha incoronato J.D. Vance come suo successore, nonostante questi sia inviso a tanta parte dell’establishment ebraico, che lo accusa di antisemitismo. Finora Trump aveva evitato di esporsi per non inimicarsi il competitor Marco Rubio e soprattutto i suoi potenti sponsor.

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