
Esclusivo. Il prof. Fabio Vighi: “Il Green Deal ha cambiato pelle”
Francesco Servadio intervista Fabio Vighi
No, il Green Deal non è tramontato. Si sta adattando al momento contingente. Si è trasformato e ha cambiato pelle: dal verdino ecologico al verdone militare. “La spesa per la difesa offre, diciamo, una diversa sfumatura di verde: laddove la politica industriale ecologica dell’UE barcolla, la militarizzazione ha più successo, in quanto garantisce maggiore domanda, protezione dalla disciplina di mercato, e, dulcis in fundo, una rinnovata narrazione morale che rende le obiezioni sui costi non solo irrilevanti, ma moralmente sospette”. A parlare è il prof. Fabio Vighi, intervistato da noi già nel marzo 2022. È professore di cinema e teoria critica alla Cardiff University (vive e lavora nella capitale del Galles dal 2000) e, allo stesso tempo, studioso del “capitalismo di emergenza”. Autore di numerosi volumi in lingua inglese, recentemente ha pubblicato Capitalismo senile – dal Covid a Gaza, la macchina che divora il mondo.
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Ursula von der Leyen dichiarò nel 2019 che il Green Deal sarebbe stato, per l’Europa, “come lo sbarco dell’uomo sulla Luna”. Professore, Lei come lo definirebbe?
“Parliamoci chiaro. Nell’Unione Europea, sia la transizione verde che l’urgenza geopolitica per il riarmo vengono inquadrate come scelte politiche sovrane, ma in realtà sono effetti condizionati. Ciò che determina questi effetti, in termini assoluti, è la disponibilità di capitale a leva: quanto se ne può raccogliere, a quale costo, e dove può essere plausibilmente impiegato senza minare la stabilità fiscale o la fiducia degli investitori.
Quando queste condizioni cambiano, cambiano anche i “valori” dell’Europa. Il Green Deal europeo è stato un tentativo di incanalare la debole capacità d’indebitamento europea in un progetto economico dai contorni moralmente irresistibili. Anche il mio gatto ha capito che non si trattava tanto di salvare il pianeta quanto di mettere sul piatto una strategia finanziaria a leva volgarmente spacciata per opportunità industriale. Attraverso NextGenerationEU e i Green Bond dell’UE, Bruxelles ha cercato di mobilitare debito pubblico per attrarre capitale privato ESG (“etico” dal punto di vista ambientale, sociale e governativo). Questo, a sua volta, avrebbe portato alla modernizzazione dell’industria e al ripristino della competitività europea attraverso la decarbonizzazione e relative attività sostenibili (legate alla mitigazione del clima, all’economia circolare e alla biodiversità). La produzione automobilistica, le batterie, la mobilità pulita e le energie rinnovabili hanno costituito la spina dorsale di questa “scommessa”. Poi però è sopraggiunta la realtà – sotto forma di concorrenza cinese. L’industria automobilistica offre un esempio lampante”.
Quale?
“Da tempo spina dorsale dell’economia industriale europea, la produzione automobilistica europea ha subito faticato a competere nella transizione verso i veicoli elettrici. Le case automobilistiche cinesi, infatti, beneficiano non solo di un aggressivo sostegno statale, ma soprattutto di una quasi totale supremazia su batterie e minerali critici essenziali oltre che su uno straordinario know-how. Di conseguenza, i veicoli elettrici cinesi sono entrati nei mercati europei a prezzi che le aziende europee faticano a eguagliare, offrendo inoltre una tecnologia spesso superiore. La risposta difensiva di Bruxelles, dalle indagini anti-sovvenzioni alle discussioni sui dazi, non ha modificato lo squilibrio competitivo di fondo. A quel punto si è deciso di virare sull’investimento in un altro tipo di “verde” – quello militare”.
C’è chi, attribuendo all’UE la ‘retromarcia’ sul Green, paventa catastrofi climatiche che distruggerebbero il mondo. Posto che, sul clima, scienziati autorevoli smentiscono l’esistenza di una vera emergenza di origine antropica, in che modo è possibile contrastare l’ideologia verde, che nulla ha a che fare con la tutela dell’ambiente?
“Il globo terracqueo è soprattutto avvolto da narrazioni ideologiche che nascondono l’unico e autentico problema di fondo, che guarda caso non arriva mai sui media perché nessun soggetto politico è disposto ad affrontarlo – sia per mancanza di coraggio intellettuale che per opportunismo e anche, diciamocelo pure, per mera ignoranza”.
A cosa si riferisce, esattamente?
“Mi riferisco al fatto che il capitalismo contemporaneo è da tempo entrato nella sua fase senile, e dunque terminale. Ovvero, non può più contare sul lavoro produttivo di massa come base del contratto sociale, cioè della propria riproduzione socio-economica. I progressi tecnologici dell’ultimo mezzo secolo, dalla microelettronica all’intelligenza artificiale, hanno inesorabilmente ridotto il ruolo del lavoro salariato nella produzione di merci, scavando un divario sempre più ampio tra l’impennata degli asset finanziari a leva (le bolle) e una fragile realtà sociale che fatica a tenere il passo. Questo divario non viene affatto risolto, ma gestito irrazionalmente con la stessa medicina che lo ha alimentato: ulteriore finanziarizzazione, espansione del credito, intervento statale a deficit, e soprattutto spesa di emergenza permanente – che sia Covid, clima, o Putin, la sostanza non cambia. Veniamo ormai gestiti da una ratio politico-economica tanto ottusa quanto autolesionistica per cui solo la figura del Nemico, perlopiù immaginario o creato ad arte – e meglio se invisibile e onnipresente – consente la riproduzione di un modo di produzione letteralmente spompato”.
Il Green Deal è davvero tramontato? Entro il 29 maggio 2026, ad esempio, il nostro Paese dovrà recepire la direttiva ‘Case Green’ (EPBD) e predisporre un Piano Nazionale di Ristrutturazione del patrimonio edilizio. Quali potrebbero essere le conseguenze? A chi finiranno, in futuro, le case degli Italiani?
“No, il Green Deal non è tramontato, e sicuramente potrà incidere su strategie di disciplinamento sociale che da sempre sono nelle sue corde. Quella del “sacrificio collettivo per il pianeta” è una formula ideologica troppo efficace per essere abbandonata. Ma dobbiamo prendere atto del fatto che gli “investimenti verdi” faticano sempre più a essere venduti come motore di crescita. Ciò è importante perché il Green Deal è stato finanziato partendo dal presupposto che le aziende europee avrebbero occupato con successo i segmenti ad alta valorizzazione della transizione verde. Ma quando la competitività vacilla, la disciplina del capitale si riafferma in modo implacabile. Ed è proprio in quel momento che l’ideologia della “sicurezza” è emersa come soluzione. La spesa per la difesa offre, diciamo, una diversa sfumatura di verde: laddove la politica industriale ecologica dell’EU barcolla, la militarizzazione ha più successo in quanto garantisce maggiore domanda, protezione dalla disciplina di mercato, e, dulcis in fundo, una rinnovata narrazione morale che rende le obiezioni sui costi non solo irrilevanti, ma moralmente sospette. A differenza dei veicoli elettrici, non esiste un concorrente cinese che offra prezzi inferiori ai sistemi di artiglieria europei. Questo perché i rendimenti degli investimenti sulle armi non si misurano principalmente in termini di redditività, ma in termini di deterrenza. Fondamentalmente, questo rende la difesa maggiormente compatibile con il debito e un’economia politica in declino. L’essenza del passaggio dal verdino ecologico al verdone militare (da intendersi anche in senso anglosassone, dove il verde è il colore del denaro) non è semplicemente un rifiuto del Green Deal, ma piuttosto il suo declassamento”.
Può spiegarci questo passaggio nei dettagli?
“L’ambizione climatica sopravvive come rumore di fondo e aspirazione a lungo termine, mentre oggi la sicurezza diventa il principio operativo che autorizza la leva finanziaria, rialloca il capitale, e disciplina le scelte fiscali. La guerra in Ucraina non solo ha fatto sì che l’energia russa a basso costo fosse ampiamente disaccoppiata dalla produttività europea – una vecchia priorità degli Stati Uniti – ma ha anche permesso di mobilitare la capacità di debito dell’UE per il riarmo piuttosto che per la decarbonizzazione. Ciò che spiega quest’ultimo passaggio è il riconoscimento che parti del Green Deal sono esposte a pressioni competitive che l’Europa non può facilmente assorbire senza un rischio finanziario insostenibile. L’ESG, spesso presentato come una bussola morale, rivela qui la sua vera funzione di meccanismo di instradamento del capitale. Quando le scommesse industriali verdi sembravano commercialmente e geopoliticamente sostenibili, l’ESG le ha suggellate. Quando sono diventate più rischiose, l’ESG si è adattato. La difesa è stata riclassificata da “peccato mortale” a “necessità strategica” e i tamburi di guerra hanno ripreso a suonare”.
Nel Suo ultimo libro, ‘Capitalismo senile-dal Covid a Gaza, la macchina che divora il mondo’, affronta due tematiche: ‘la crescente dipendenza dal credito e l’erosione dell’economia reale e del modello di società costruito sul lavoro salariato di massa’. Come si collegano a questo Covid e Gaza?
“Sono i grandi temi cui mi riferivo sopra, che nessuno vuole affrontare. Piuttosto che riconoscere il tramonto di una civiltà fondata sul lavoro salariato per l’estrazione del profitto attraverso il consumo di merce, si preferisce perseverare con la stessa logica che ci porta al collasso – come continuare a spingere sull’acceleratore quando l’auto è già contro il muro. Prima o poi il motore fonde. Negli ultimi cinque anni abbiamo assistito a una notevole accelerazione di questo processo di “fusione”, che non può che sfociare in una forma di capitalismo neo-feudale dove un pugno di ultraricchi soggioga e prevarica masse sempre più povere, frustrate e manipolate che si fanno la guerra tra loro. L’unica alternativa a questa barbarie parte dal ripensamento del rapporto tra lavoro, tecnologia e benessere sociale oltre le categorie delle “società del lavoro” per come le abbiamo conosciute finora. Finché non partirà questo processo di ripensamento politico dell’economia, dovremo continuare a convivere con le forme grottesche e distruttive dell’attuale geopolitica governata da miopi interessi finanziari”.
A proposito di capitali: quanto ci costerà, in termini di Welfare, il riarmo per ‘difenderci’ dall’inesistente (diciamocelo pure) attacco della Russia ai nostri confini?
“Ci costerà moltissimo, innanzitutto perché la spesa militare assorbe capitale senza espandere la capacità produttiva della società. Le armi, in particolare nell’era nucleare, non sostengono l’economia reale. Piuttosto, distruggono o minacciano di distruggere. Proprio perché la produzione militare è in gran parte isolata dai test di redditività del mercato, essa funge da canale ideale per la spesa finanziata dal debito. Il riarmo allenta le condizioni del credito e legittima l’espansione monetaria, a vantaggio del settore finanziario. Esso opera quindi come una forma paradigmatica di “falsa accumulazione”: il denaro viene messo in circolazione senza generare nuova sostanza economica reale, prolungando invece la vita di un sistema in fase di implosione il cui baricentro si è da tempo spostato lontano dal lavoro produttivo. Oggi il riarmo si adatta in modo più efficace alla logica del capitalismo di crisi – e potrebbe benissimo esserne stato il risultato inevitabile fin dall’inizio. Il sistema segue ciecamente i propri imperativi, pur distruggendo la propria sostanza: una società basata sul lavoro ormai sventrata dalla tecnologia, governata da uno stato di emergenza permanente, e sempre più illiberale nella forma. Quella che i leader dell’UE ora descrivono come un’imminente “guerra ibrida” non indica un’eccezione, ma una condizione: un regime di mobilitazione permanente che prepara le popolazioni al conflitto normalizzando al contempo austerità, impoverimento, e sorveglianza. La “sicurezza prima di tutto” non è che la retorica stessa del declino, il linguaggio attraverso cui la cieca autoconservazione di sistema scivola nell’autodistruzione”.
A Shenzhen (avanzatissima metropoli cinese) è stata progettata la prima area urbana ‘robot-friendly’, all’interno della quale gli umanoidi potranno circolare liberamente. Se l’AI prenderà il sopravvento, ci attenderà un futuro alla ‘Terminator’ e alla ‘Blade Runner’?
“Probabilmente entrambi. Non credo si possa arginare la ricerca scientifico-tecnologica. Piuttosto, conta l’uso che ne facciamo. Se applicata al sistema della competizione capitalistica, come oggi, non ho dubbi: il futuro, se ci sarà, sarà distopico. Le tecnologie non sono mai neutrali, incorporano sempre i valori di chi le progetta, di chi le finanzia, e soprattutto del sistema sociale che le utilizza. In un contesto segnato da disuguaglianze crescenti, sorveglianza capillare, e automazione del lavoro, l’intelligenza artificiale non può che amplificare esclusioni e conflitti, oltre che accelerare l’impoverimento di massa. La città “robot-friendly” diventerà innanzitutto un prototipo di spazio urbano selettivo, dove l’efficienza e il controllo contano più di qualsiasi diritto. Non siamo per forza di cose condannati a un destino alla Blade Runner, ma senza un ripensamento radicale del modello socio-economico, l’immaginario distopico diventa una profezia che si autoavvera”.








































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