Il Prezzo della Pace: L’Italia al Board of Trump e la Questione Palestinese Irrisolta
di Mario Sommella
1. Un palcoscenico costruito sulle macerie
Quando il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha comunicato al Parlamento la decisione dell’Italia di partecipare, in veste di osservatore, alla prima riunione del Board of Peace presieduto da Donald Trump, il mondo fuori dalle aule di Montecitorio continuava a contare morti. Oltre 72.000 palestinesi uccisi dall’ottobre 2023, secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza – dati validati dall’ONU, dall’OMS e dai servizi di intelligence statunitensi. Il Lancet, nella sua stima piu’ prudente, parla di almeno 186.000 decessi attribuibili al conflitto se si includono le morti indirette per mancanza di cure, malnutrizione, infezioni. L’aspettativa di vita nella Striscia e’ crollata di quasi 35 anni in un solo anno di guerra. Questi non sono numeri: sono generazioni cancellate.
E’ su questo sfondo che si e’ consumato il dibattito parlamentare italiano. E la distanza tra la realtà che quei numeri descrivono e il linguaggio diplomatico con cui la si maneggia e’, di per se’, una forma di disonesta’ politica.
2. Che cos’e’ davvero il Board of Peace
Prima di giudicare la scelta italiana, occorre capire con esattezza cosa sia questa istituzione. Il Board of Peace e’ stato proposto da Trump nel settembre 2025 e formalmente costituito a Davos il 22 gennaio 2026, a margine del World Economic Forum, quando 23 capi di Stato ne hanno firmato la carta costitutiva.
La Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata nel novembre 2025, lo ha citato come organismo capace di supportare gli sforzi di ricostruzione a Gaza. Ma il testo della sua carta statutaria – circolato tra i Paesi invitati e analizzato da diverse testate internazionali – non menziona Gaza in alcun punto: descrive invece un’organizzazione internazionale che promuove stabilita’, governance affidabile e pace duratura nelle aree afflitte o minacciate da conflitti. Un mandato universale, senza confini geografici ne’ temporali.
Trump ne e’ presidente a vita, con poteri esclusivi di invito, nomina e revoca dei membri. Non esiste un meccanismo elettorale ne’ di supervisione esterna. L’ammissione permanente richiede un contributo di un miliardo di dollari – una soglia che The Guardian ha definito un pay-to-play club. L’International Crisis Group ha sottolineato come il Board aspiri a esercitare un controllo sulla gestione globale dei conflitti che va ben oltre quanto la Risoluzione ONU aveva previsto, mentre un senior fellow dell’European Council on Foreign Relations ha definito l’organismo un progetto top-down per affermare il controllo di Trump sugli affari globali.
I Paesi che ne fanno parte descrivono una geografia politica eloquente: Ungheria, Argentina, Bielorussia di Lukashenko, Azerbaigian, Indonesia, Marocco, UAE, Bahrain. E Israele, ufficialmente aderito il 12 febbraio 2026, nonostante la sua leadership sia oggetto di procedimenti penali davanti alla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra. Paesi come Francia, Germania, Norvegia, Svezia, Grecia, Slovenia e Ucraina hanno invece declinato l’invito.
3. La difesa di Tajani: tra retorica e realpolitik
Tajani ha articolato la posizione italiana su tre assi. Il primo e’ geopolitico: l’assenza dell’Italia sarebbe contraria all’articolo 11 della Costituzione che sancisce il ripudio della guerra. Il secondo e’ strategico: il piano Trump sarebbe l’unica alternativa credibile per stabilizzare la Striscia. Il terzo e’ implicito ma potente: non possiamo perderci la ricostruzione, disse il giorno precedente, con una franchezza che vale più di qualunque retorica successiva.
Sul piano costituzionale, l’argomentazione e’ debole fino al paradosso. L’articolo 11 impegna l’Italia a promuovere e favorire le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo – cioè alla pace nel rispetto delle sovranista. Aderire a un organismo che, secondo i critici più autorevoli, mira a svuotare il sistema ONU della sua funzione regolatrice, non e’ promuovere il multilateralismo: e’ eluderlo. Francia e Germania non si sono assentate per disinteresse verso la pace palestinese; si sono assentate perché hanno valutato che questo organismo ponga seri interrogativi sui principi e la struttura delle Nazioni Unite, come ha dichiarato Parigi.
Sul piano strategico, affermare che il piano Trump sia l’unica alternativa praticabile e’ una tautologia costruita ad arte: lo diventa nel momento in cui i Paesi più influenti smettono di proporne altri o di sostenere percorsi alternativi. Il rischio, concreto, e’ che l’Italia abbia scelto di essere seduta a un tavolo di cui non conosce ancora il vero menu, scambiando la presenza per influenza.
4. La questione palestinese: cio’ che non viene detto
Nel discorso di Tajani c’e’ un’assenza che parla più forte di qualunque affermazione. Il ministro ha citato correttamente la necessita’ di riformare l’Autorità Nazionale Palestinese e ha condannato le aggressioni dei coloni in Cisgiordania. Ma non ha pronunciato il nome di Benjamin Netanyahu, attualmente ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Lo stesso Netanyahu che siede, attraverso Israele, nel Board che l’Italia ha deciso di frequentare.
La questione palestinese non inizia il 7 ottobre 2023, ne’ tantomeno nel 1948. Le sue radici affondano nella seconda meta’ dell’Ottocento, quando il movimento sionista – teorizzato da Theodor Herzl nel suo Der Judenstaat del 1896 e organizzato politicamente a partire dal Primo Congresso Sionista di Basilea del 1897 – avvio’ un progetto di colonizzazione della Palestina allora ottomana, territorio già abitato da una popolazione araba radicata da secoli. Quella terra non era vuota: era abitata. Il mito del popolo senza terra per una terra senza popolo fu una costruzione ideologica funzionale alla giustificazione di uno spostamento demografico programmato, come documentato ampiamente dagli stessi storici israeliani – i cosiddetti nuovi storici come Ilan Pappe’, Benny Morris e Avi Shlaim – che a partire dagli anni Ottanta hanno decostruito la narrativa ufficiale con l’ausilio degli archivi di Stato israeliani.
Fu su questa traiettoria che si consumo’, nel 1948, la Nakba – la Catastrofe: la cacciata forzata di circa 750.000 palestinesi dalle loro terre durante la fondazione dello Stato di Israele, con la distruzione di oltre 400 villaggi e la trasformazione di un intero popolo in rifugiati permanenti. Come documenta in dettaglio il volume Palestina, terra vita e dignità – la cui pubblicazione e’ attesa a breve – quella non fu una conseguenza imprevista della guerra: fu, in larga misura, il risultato di una strategia deliberata, il Piano Dalet, attuato dalle forze paramilitari sioniste prima ancora della proclamazione dello Stato.
Da allora, la storia palestinese e’ una storia di occupazione militare, di insediamenti illegali che divorano la Cisgiordania anno dopo anno, di assedi, demolizioni di abitazioni, checkpoint, detenzioni amministrative senza processo. Un sistema che Amnesty International e Human Rights Watch hanno definito, nei loro rapporti più recenti, con una parola precisa: apartheid. Una commissione speciale dell’ONU, nel rapporto A/79/363 del settembre 2024, ha concluso che le pratiche di guerra israeliane a Gaza presentano elementi caratteristici del genocidio.
Ignorare tutto questo – come fa il dibattito parlamentare italiano quando si limita a discutere di Board e ricostruzione – significa affrontare il sintomo senza voler vedere la malattia. La soluzione a due Stati evocata da Tajani come orizzonte condiviso non puo’ essere raggiunta se nel frattempo Israele continua a costruire insediamenti in Cisgiordania, se l’annessione formale di quest’ultima viene discussa apertamente nelle stanze del governo Netanyahu, se Gaza viene trasformata in un campo profughi a cielo aperto su cui si progettano, per bocca di Jared Kushner a Davos, grattacieli e data center su principi di libero mercato. Quella non e’ pace: e’ la sostituzione di un popolo con un modello di sviluppo.
5. Il costo dell’allineamento e la perdita dell’identità
L’Italia ha una tradizione diplomatica che le ha consentito, in passato, di essere interlocutore credibile in aree di crisi. Ha riconosciuto lo Stato di Palestina. Ha sostenuto l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, anche quando altri la abbandonavano. Ha avuto una voce autonoma nel Mediterraneo. Quella credibilità non e’ un ornamento: e’ uno strumento politico che va preservato con scelte coerenti.
Aderire – sia pure come osservatore – a un organismo che la Francia ha rifiutato, che la Germania ha declinato, che la Norvegia ha respinto, significa scegliere un’appartenenza politica ben precisa. Significa allinearsi a una visione del mondo in cui il diritto internazionale e’ negoziabile, in cui le istituzioni multilaterali si svuotano quando non producono i risultati desiderati, in cui la pace e’ un progetto commerciale prima di essere un diritto umano.
Tajani ha detto di non voler scodinzolare. Ma scodinzolare non richiede entusiasmo: a volte basta la presenza silenziosa accanto a chi detta le regole.
6. Conclusione: la pace non si compra a Davos
Gaza non e’ un problema di marketing istituzionale. E’ una questione di diritto, di giustizia e di memoria storica. Oltre 72.000 morti certificati – e forse il triplo se si contano le vittime indirette – non possono essere la premessa di un progetto immobiliare. Un cessate il fuoco che lascia ancora 590 morti palestinesi dall’ottobre 2025, con Israele che continua a colpire nelle cosiddette zone cuscinetto, non e’ pace: e’ una pausa armata.
L’Italia avrebbe potuto usare la propria voce – quella voce che Tajani rivendica con orgoglio – per condizionare la propria partecipazione al riconoscimento pieno dello Stato di Palestina, all’interruzione degli insediamenti in Cisgiordania, alla comparsa di Netanyahu davanti alla Corte Penale Internazionale. Avrebbe potuto fare della propria adesione un atto politico alto, anziché una scelta di convenienza travestita da necessita’ costituzionale.
Non lo ha fatto. E questo, più di qualunque intervento parlamentare, e’ il dato politico da cui non si puo’ prescindere.
Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.









































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