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lantidiplomatico

Bombe cognitive sul Venezuela: le 3 principali fake news dal rapimento del presidente Maduro

di Geraldina Colotti

Le bombe cognitive, che precedono, preparano e accompagnano le bombe vere hanno questo come obiettivo: rompere l'identità collettiva, balcanizzare i territori e i cervelli e distorcere le emozioni, facendole deviare dalla solidarietà al dubbio e al rifiuto

G9vYAhcXEAAo 4P 1767445065616.jpg venezuela ecco com e stato catturato maduro i dettagli del blitz usa.jpg“Se uno dice che piove e l'altro che c'è il sole, un buon giornalista si alza e va fuori a vedere”. La storiella, usata a volte dal docente per introdurre ai corsi di giornalismo, vale in fondo anche ora che l'Intelligenza Artificiale e la manipolazione mediatica agiscono come armi di distrazione di massa per quel che riguarda il Venezuela. Come distinguere le notizie vere da quelle false? Intanto, guardandosi dalle sistematiche distorsioni informative applicate dai media egemonici riguardo la rivoluzione bolivariana, e aumentate di tono dopo il sequestro del presidente Nicolas Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie. Qui ne esaminiamo alcune, relative al piano sociale, politico e, soprattutto, economico, essendo il petrolio la principale causa scatenante dell'aggressione armata del 3 gennaio.

Quando la presidente incaricata, Delcy Rodríguez, (definita di proposito “a interim” dalla stampa internazionale, per indicare un vuoto di potere, e una gestione sotto tutela) chiede elezioni libere dalle sanzioni, i media tagliano la frase e titolano soltanto "Delcy si impegna a elezioni libere", decontestualizzando e costruendo una realtà distorta per far credere che le elezioni precedenti fossero tutte truccate.

Quando un progetto sociale termina con profitto e se ne sta cominciando un altro, si dice che Delcy sta per smantellare il sistema delle misiones, i piani sociali messi in campo da Chávez e diretti a diversi settori. Fra queste, la Misión Robert Serra, dedicata al giovane deputato chavista, ucciso dai fascisti il 1° ottobre del 2014 insieme alla sua compagna Maria Herrera. Prima, si chiamava Misión Jovenes de la Patria.

Un progetto rivolto ai ragazzini con disagio sociale, per accompagnarli nel percorso di formazione e poi di inserimento al lavoro. A Robert Serra è stata anche dedicata una fondazione, che dipende dalla presidenza della Repubblica e ha sede nella casa in cui egli viveva con la compagna, nel quartiere La Pastora.

Lì trovano rifugio e accoglienza giovani in difficoltà. Secondo i media egemonici, sia la Misión che la fondazione sarebbero state cancellate, prefigurando il completo ritorno al capitalismo a cui si dedicherebbe il governo incaricato.

Per sincerarsene abbiamo chiamato la signora Zulay Aguirre, madre di Robert Serra, femminista e presidenta della Fondazione e responsabile della Misión. “Le cose non stanno così – ci ha detto Zulay – La Misión è arrivata a compimento l'anno scorso, con il percorso universitario o l'inserimento lavorativo dei giovani che vi partecipavano. Si trattava di un progetto sociale finalizzato al recupero dei ragazzi non all'assistenza sociale indefinita”.

E la Fondazione? “È sempre vigente – risponde Aguirre -. Molti giovani che passano per la casa di Robert ne conoscono l'esempio, lo ricordano e rinnovano il suo impegno appoggiando il processo bolivariano che, nonostante la profonda ferita ricevuta con il sequestro di Cilia e Nicolas, continua con gli stessi ideali per mano della presidenta incaricata Delcy Rodriguez: una compagna che stimiamo e appoggiamo con forza”.

E che succede con i giovani di estrema destra? Maria Corina Machado sta provando a innescare nuovi scenari di violenza. Che seguito ha fra i giovani? Risponde Zulay: “Il 12 febbraio, giorno della gioventù, mentre una marea di giovani chavisti sfilava in sostegno al governo, ci sono stati dei tentativi di creare disturbi a partire da alcune università, ma senza seguito. Ben pochi hanno voglia di tornare alla violenza dopo quel che è successo. La gente vuole vivere in pace e il governo sta dando stabilità politica”.

Inoltre – aggiunge Zulay -, “si sta approvando una legge di amnistia per re-incontrarci tutti come venezuelani. Il 12, in piazza con quei giovani che chiedevano il ritorno a casa di Nicolas e Cilia c'era anche Robert Serra. La sua voce e il suo esempio accompagnano sempre chi cerca di tornare a vivere e trova asilo nella sua casa”.

Ma le fake news non si fermano, subito riprese da tutti i giornali, e a nulla valgono le smentite. Una delle più gettonate riguarda, ovviamente, la faccenda del petrolio, obiettivo dichiarato dell'aggressione militare Usa. Quando i giornali titolano sul ritorno di tal o talaltra multinazionale, dovuto alla “flessibilizzazione” delle sanzioni da parte di Trump e al presunto “cedimento” di Delcy Rodriguez, forniscono nuovamente una notizia parziale che distorce la realtà.

Dimenticano di dire che quasi tutte le multinazionali che estraevano petrolio in Venezuela avevano accettato le condizioni poste con l'arrivo di Chávez: condizioni che esigevano il rispetto delle leggi del lavoro e dell'ambiente, impedivano che tutti i guadagni fossero portati all'estero e rimettevano saldamente sotto il controllo statale il possesso delle risorse, progressivamente perduto nel corso della IV Repubblica.

L'unica grande multinazionale che si rifiutò categoricamente di accettare la migrazione dei contratti verso il modello delle "Imprese Miste" (dove lo Stato venezuelano deteneva almeno il 60% delle azioni) e che scelse la via dello scontro totale nei tribunali di arbitrato internazionale (ICSID) fu la ExxonMobil (quella che perfora illegalmente i giacimenti nella zona dell'Esequibo, contesa tra Venezuela e Guyana).

Nel 2007, quando Hugo Chávez promulgò il decreto di nazionalizzazione della Fascia dell'Orinoco, quasi tutte le multinazionali (come Chevron, Total, Statoil) accettarono di rinegoziare i termini per rimanere nel paese come partner minoritari. ExxonMobil (e in misura minore ConocoPhillips) fu l'unica a sbattere la porta, chiedendo risarcimenti miliardari. ExxonMobil non si limitò all'arbitrato, ma tentò un'azione aggressiva senza precedenti: chiese e ottenne inizialmente da un tribunale britannico il congelamento di 12 miliardi di dollari di asset di PDVSA a livello globale (il cosiddetto "maremoto giuridico").

Nel 2008, l'Alta Corte di Londra revocò il congelamento degli asset, segnando una vittoria politica e legale enorme per la Rivoluzione Bolivariana. Chávez rispose con la famosa frase: "Se ci congeli, ti congeleremo anche noi. Non ci porterete via il petrolio”. Quell'orgoglio non è stato dismesso né da Maduro, né dalla presidenta incaricata, benché Delcy sia costretta ad agire con una pistola puntata alla tempia dovuta al sequestro del presidente e della “prima combattente”.

L'imposizione delle misure coercitive unilaterali, imposte illegalmente per oltre undici anni, a partire dal decreto Obama, hanno prostrato l'economia petrolifera venezuelana. Da quando “il primo presidente nero nella storia degli Usa” ha dichiarato il Venezuela “una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza degli Stati Uniti”, il Venezuela ha accumulato 1087 misure coercitive e unilaterali, di cui 107 emanate nell'anno 2025. In questo scorcio di 2026 se ne sono aggiunte 7 nuove, inclusi l'assalto a un'altra nave e l'attacco militare del 3 gennaio.

Basta consultare le statistiche dell'Osservatorio antibloqueo per vedere che le “sanzioni” hanno provocato una caduta drastica nella produzione petrolifera, da 2,3 milioni di barili nel 2015 a 500.000 nel punto più critico, con perdite stimate in 300 miliardi di dollari.

Il direttore generale dell'Osservatorio, il viceministro William Castillo ha sottolineato come la recente visita del Segretario all'Energia degli Stati Uniti, Christopher Wright, abbia confermato ciò che il Governo venezuelano ha denunciato per anni: “Le sanzioni sono state uno strumento per ottenere il cambio di regime e l'imposizione di una punizione collettiva”. Invece – ha aggiunto Castillo -“qui non è possibile alcuna tutela, questo è uno Stato sovrano. Qui c'è un progetto politico al potere da 26 anni che sta lottando per qualcosa di importante. C'è una leadership collettiva incaricata, che ha il controllo del Paese e che sta assumendo decisioni sovrane”.

Gli Usa hanno evidentemente cercato di trarre profitto con violenza da questa situazione di debolezza provocata, sperando così di scalzare gli altri concorrenti che, come Russia e Cina, avevano investito nella realtà petrolifera venezuelana, fidando sulla multilateralità commerciale adottata sempre dai governi venezuelani (prima quello di Chávez e poi quello di Maduro): il petrolio si vende a tutti, ma in condizioni non asimmetriche, e basate sul mutuo guadagno.

Va precisato quindi che la gran parte delle multinazionali petrolifere aveva lasciato il paese per imposizione dei loro governi, che non hanno “riconosciuto” il governo legittimo del Venezuela, ma quello autoproclamato e inesistente di Juan Guaidó. E va detto che Maduro aveva fino all'ultimo intavolato negoziati per il ritorno di tutte le multinazionali e per il ripristino delle relazioni diplomatiche con gli Stati uniti: ma non quelle con il regime sionista, con cui aveva rotto fin dal 2009.

Invece, da qualche giorno, nonostante le ripetute smentite del governo bolivariano, circola la notizia secondo cui un carico di petrolio venezuelano sarebbe già partito alla volta di “Israele”.

La solidarietà immutata con la Palestina, così come quella incrollabile verso Cuba, confermata dalle autorità cubane, sono state ribadite da Delcy Rodriguez anche nell'apertura dell'anno giudiziario, subito dopo la sua assunzione d'incarico seguita al sequestro. Per questo, vale la pena dar conto di un comunicato, emesso da alcune organizzazioni italiane, che si definiscono “legate a doppio filo con i popoli venezuelano, cubano e palestinese, che vengono assediati e massacrati ogni giorno dagli stessi padroni imperialisti”.

Nel comunicato, si denuncia che il petrolio venezuelano diretto a “Israele” passerà per Sarroch, in Sardegna, il 17 febbraio, a bordo della petroliera Poliegos: “che trasporta 200,000 barili di crudo venezuelano diretti all'entità sionista; 800,000 barili destinati alla Saras, di proprietà della svizzera Vitol. La Vitol è una delle aziende incaricate da Trump per vendere il petrolio venezuelano in seguito all'aggressione imperialista dello scorso gennaio”. Questo petrolio – aggiungono le organizzazioni - “è stato rubato al Venezuela e viene sottratto alle nostre sorelle e fratelli cubani, a cui era originariamente indirizzato, peggiorando ulteriormente le loro condizioni economiche già vessate dall'embargo imposto dagli USA. Questa gravissima usurpazione delle rotte commerciali internazionali ha la finalità di alimentare il genocidio in Palestina, trasportando infine il petrolio alla città palestinese occupata di Haifa”.

Un report del 2025 – aggiunge ancora il comunicato - ha rivelato che dalla Saras di Sarroch provengono il 17% del petrolio e dei prodotti raffinati importanti da "Israele". I padroni della Saras sfruttano e avvelenano il popolo sardo, monopolizzando la nostra economia, sfruttando la nostra forza lavoro e inquinando il nostro ambiente”. Da qui, una conferenza stampa indetta per martedì 17 febbraio alle 16:00 davanti all'ingresso dello stabilimento Saras di Sarroch, con la consegna: “Non una goccia di petrolio per “Israele”.

Ora, la posizione delle organizzazioni sarde non lascia dubbi sul loro intento e sulla loro collocazione. L'ex raffineria dei Moratti (poi passata sotto il controllo della svizzera Vitol) è uno degli hub più importanti del Mediterraneo. Esistono report documentati (come quelli di OilChange International) che confermano come una parte significativa del carburante per l'aviazione militare israeliana e del greggio raffinato per Haifa provenga proprio dai processi di raffinazione in Sardegna.

La brama per il greggio extra-pesante venezuelano serve per alimentare la macchina da guerra imperialista. Usano il petrolio rubato a un popolo aggredito (il Venezuela) per aggredire un altro popolo (la Palestina).

Tuttavia, è bene tener presente quanto dice l'analista politica Hindu Anderi, riconosciuta militante internazionalista per la causa palestinese, che avverte: "Compagni, se il Venezuela vende petrolio agli Stati Uniti, e ci sono imprese private nell'affare dei gringos, non c'è da stupirsi che qualcuna di queste imprese venda petrolio a “Israele”. Lo stesso vale per il Messico, il Brasile, la Colombia, ecc. Ma affermare che il Venezuela venda a “Israele” non è corretto. Affinché ci sia un blocco effettivo contro “Israele”, bisognerebbe bloccare gli Stati Uniti a livello mondiale. Se il Venezuela non vendesse petrolio agli Stati Uniti, la musica sarebbe diversa. Quando ci dicono che il governo bolivariano vende petrolio a “Israele”, si tratta di propaganda contro il Venezuela”. E precisa Hindu: "Se vogliamo un blocco effettivo e farla finita una volta per tutte con l'economia sionista, tutti i governi del mondo dovrebbero rompere le relazioni con “Israele”, con gli Stati Uniti e con i governi sionisti d'Europa, d'Asia e del Sud-est asiatico. Il Venezuela non ha relazioni né economiche né diplomatiche con “Israele” dal 2009."

E dunque, la guerra cognitiva. Una strategia sempre usata per attaccare il socialismo bolivariano e costruirgli intorno una forte corrente di antipatia, che in questo momento ha moltiplicato i suoi attacchi.

Perché? Perché l'aggressione militare del 3 gennaio non ha precedenti, in quanto a violazione di tutte le norme internazionali, e questo sta producendo un'ondata di indignazione a livello internazionale.

E allora, accade come per il genocidio in Palestina: quanto più crescevano in ferocia i crimini dell'occupante, quanto più si dovevano enfatizzare i presunti “crimini di Hamas”. Quanto più si alzava la soglia dell'orrore, lasciando in evidenza complicità e silenzi che lo stavano permettendo, quanto più si dava voce a ogni sorta di dietrologia per creare dubbi sulla natura della resistenza all'occupazione.

Le bombe cognitive, che precedono, preparano e accompagnano le bombe vere hanno questo come obiettivo: rompere l'identità collettiva, balcanizzare i territori e i cervelli e distorcere le emozioni, facendole deviare dalla solidarietà al dubbio e al rifiuto.

Così, per impedire che aumenti la corrente di simpatia intorno alla figura di un operaio e di una avvocata militante, entrambi eletti dal popolo, portatori di un modello pacifico colpito da una violenza imperialista di rara potenza, si prendono di mira i militanti di sinistra, i loro valori, gli ideali: per dire che il governo bolivariano già non sarebbe più da quella parte, ma sarebbe saltato nel lato opposto, quello di Trump, cancellando una volta per tutte l'eredità di Chávez.

Per dire, insomma, che è finalmente tornato ad azzerare le conquiste sociali, e ha deciso di allinearsi ai diktat dell'occidente capitalistico (“ce lo chiede l'Europa, ce lo chiede l'Europa, è la cantilena usata per calare la tagliola sulle classi popolari europee...)

Sovranità e controllo delle risorse sono ovviamente al centro della contesa, economica, politica e simbolica.

Non è un segreto che l'aggressione armata dell'imperialismo Usa sia stata fatta per mettere le mani sulle prime riserve al mondo di petrolio che possiede il Venezuela. Vale però ricordare qui a cosa si deve questa Codicia extrapesada, questa brama di greggio ultrapesante, come titola un nostro recente libro sull'argomento. Non è come ce la raccontano i media egemonici. Gli Stati Uniti sono il primo consumatore mondiale di petrolio, ma la loro produzione interna (basata molto sul fracking) ha costi elevati e un declino rapido.

Gli Usa vivono al di sopra dei propri mezzi: consumano circa 20 milioni di barili al giorno (quasi il 20% del consumo mondiale), pur avendo meno del 5% della popolazione globale. E dipendono dal greggio pesante: le raffinerie della costa del Golfo del Messico sono state progettate specificamente per processare il petrolio pesante e pesantissimo, esattamente quello che possiede il Venezuela nella Fascia dell'Orinoco.

Senza il greggio venezuelano, le loro raffinerie devono importare da paesi lontani od operare a costi molto più alti. Mentre gli USA consumano voracemente, il Venezuela ha le riserve più grandi del pianeta (circa 300 miliardi di barili). Per Washington, controllare il Venezuela non è un'opzione commerciale, è una necessità di sicurezza nazionale.

Il Venezuela è il campo di battaglia dove si scontrano due modelli: l'egemonia unipolare del dollaro e il multipolarismo dei BRICS+. Pechino è il principale acquirente di greggio venezuelano e ha investito miliardi in infrastrutture.

Per gli USA, ogni barile venezuelano che va in Cina è un barile che sottrae energia alla loro egemonia e alimenta la crescita del loro principale rivale sistemico. La cooperazione tra PDVSA e le aziende russe (come Rosneft) ha permesso al Venezuela di aggirare le sanzioni. Washington vede questa alleanza come una minaccia diretta alla Dottrina Monroe ("l'America agli americani").

Inoltre, gli USA usano le loro riserve strategiche per manipolare il prezzo del barile e colpire le economie di Russia e Venezuela, ma questo gioco sta portando i paesi produttori a rifugiarsi in monete diverse dal dollaro e ha intraprendere un processo di de-dollarizzazione.

Oggi più che mai, il Venezuela è al centro di interessi di portata globale, che puntano ad azzerarne la sovranità e a spegnere la fiamma dell'esempio, che spegnerebbe quella di Cuba, del Nicaragua, ma anche la speranza che si possa rimettere in moto un cambiamento vero a livello mondiale. E questo, i popoli del mondo non possono permetterlo.


Geraldina Colotti: Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.
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