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utopiarossa2

La RPC nel mar cinese meridionale II

Dalle battaglie tra Cina e Vietnam al 2008

di Michele Nobile

L'articolo di Michele Nobile continua la serie sulla politica estera della Repubblica popolare cinese, centrata sull’analisi della situazione nel Mar cinese meridionale. Di Nobile si veda anche «Sul “socialismo con caratteristiche cinesi”, ovvero del capitalismo realmente esistente in Cina», 10 settembre 2018, http://utopiarossa.blogspot.com/2018/09/sul-socialismo-con-caratteristiche.html e «La Cina e la questione dell’egemonia. Il Mar cinese meridionale come banco di prova: attori e scenario (Prima parte)», 10 dicembre 2018, http://utopiarossa.blogspot.com/2018/12/la-cina-e-la-questione-dellegemonia.html e https://sinistrainrete.info/geopolitica/13951-michele-nobile-la-cina-e-la-questione-dell-egemonia.html

cina vietnam 0031. Locale e globale: le battaglie tra Cina e Vietnam nel Mar cinese meridionale

La Repubblica popolare cinese (Rpc), Taiwan e il Vietnam rivendicano la sovranità sull’intero Mar cinese meridionale fin dal termine della Seconda guerra mondiale ma, per un lungo periodo, non furono in grado di concretizzare queste pretese, sia a causa delle loro limitate capacità operative locali che del contesto globale. Durante la conferenza di San Francisco del 1951 - che produsse il trattato di pace col Giappone - la delegazione vietnamita (allora non ancora diviso) rivendicò la sovranità sia sull’arcipelago delle Isole Paracelso che su quello delle Spratly.

Né la Rpc né la repubblica stabilita in Taiwan dalle sconfitte forze del Kuomintang vennero invitate alla Conferenza, ma la delegazione sovietica espresse per conto della Rpc le stesse rivendicazioni del Vietnam, con l’aggiunta delle isole Pratas - amministrate da Taiwan, in realtà si tratta di una piccola isola senza abitanti permanenti che è parte di un atollo corallino solo in parte è sopra il livello dell’alta marea - e di Macclesfield Bank, un grande atollo sommerso tra le Paracelso e le Pratas1.

Dopo la divisione del Vietnam, a metà anni ’50 Pattle Island e le isole vicine della porzione più occidentale delle Paracelso (il Crescent group) furono occupate dal Vietnam del Sud,con una forza militare superiore a quella cinese; Woody Island, nella parte più settentrionale dell’arcipelago, fu occupata dalla Rpc; nello stesso tempo Taiwan occupò Itu Aba, la più grande delle isole Spratly e l’unica a disporre di acqua dolce. A quanto pare il Vietnam del Nord non avanzava rivendicazioni sulle Paracelso, fatto che può spiegarsi con l’opportunità di mantenere buone relazioni con la Cina di Mao. Non mancarono incidenti ai danni dei pescatori, sia vietnamiti che cinesi, ma la questione della sovranità sulle isole Paracelso e sulle Spratly rimase entro i confini delle dichiarazioni verbali e dei proclami. In quel decennio la Rpc era militarmente impegnata in Corea e dalla situazione critica di Taiwan: le forze navali cinesi e della VII flotta degli Stati Uniti erano incommensurabili. Con l’aiuto degli Stati Uniti, nel decennio successivo la flotta del Vietnam del Sud divenne la più grande dell’Asia del sud-est, mentre la Rpc era in preda al disordine della Rivoluzione culturale: la situazione nelle Paracelso rimase calma, ma sempre con prevalenza sud vietnamita.

PARACELSO BATTAGLIA 1974rid

La situazione nel Mar cinese meridionale iniziò a cambiare dalla seconda metà degli anni ’60. Innanzitutto, la ripresa della discussione internazionale circa i diritti di utilizzo delle risorse marine e del fondo degli Oceani diede impulso alla ricerca petrolifera e alla corsa all’accaparramento di isolette, atolli e bassifondi nell’arcipelago delle Spratly, operazione nella quale si distinsero le Filippine e il Vietnam del Sud, che tra il 1966 e il 1973 si annessero rispettivamente cinque e undici tra atolli e scogli dell’arcipelago. Sicché all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso era proprio il Vietnam - ora unito come Repubblica socialista - che occupava il maggior numero di rilievi delle Spratly, seguito dalle Filippine, poi da Rpc, Malesia e Taiwan. Nonostante ne reclamasse la sovranità sulla base di nebulosi «diritti storici», la Rpc era rimasta indietro nella corsa alla «conquista» di isolotti e scogli delle Spratly.

Tuttavia, dal 1972 iniziò un fondamentale cambiamento geopolitico: la distensione dei rapporti tra Cina e Stati Uniti - in effetti poco meno di una formale alleanza antisovietica - finalizzata al ritiro delle truppe nordamericane dalla guerra vietnamita, che si combinava col forte deterioramento dei rapporti tra Cina e Vietnam del Nord. Dopo le dimissioni di Nixon l’establishmentstatunitense fu diviso tra quanti volevano giocare la «carta cinese» contro l’Unione Sovietica e quanti puntavano invece alla distensione e all’accordo sulle armi strategiche con la dirigenza sovietica, tra questi il Segretario di Stato Kissinger. Conseguentemente, le relazioni pubbliche con la Rpc ebbero alti e bassi; ma Cia e Rpc collaboravano nel rifornire d’armi le formazioni antisovietiche in Angola e Mozambico, nonostante la Rpc utilizzasse la «teoria dei tre mondi» per atteggiarsi a paladino del Terzo mondo. L’incertezza cadde durante l’amministrazione di Ronald Reagan: la «carta cinese» entrò pienamente in gioco contro l’«egemonismo» sovietico e con ciò si aprì anche un flusso di tecnologia militare verso la Rpc, sia dagli Stati Uniti sia e ancor più dagli alleati europei e da Israele2.

Nel 1971 l’assemblea delle Nazioni Unite votò per attribuire alla Rpc la rappresentanza ufficiale della Cina, che divenne anche membro del Consiglio di sicurezza al posto di Taiwan. La Rpc mise da parte le sue tradizionali denunce dei trattati internazionali come manovre dell’imperialismo e partecipò attivamente alla discussione sulla Convenzione marittima delle Nazioni Unite. Iniziò anche ad aggiungere alla rivendicazione della sovranità sugli arcipelaghi quella sul mare circostante, ridusse la polemica con gli alleati degli Stati Uniti e, viceversa, alzò il tono della polemica nei confronti del Vietnam.

È in questo contesto, in cui si intrecciavano iniziative concorrenziali locali e più ampi interessi globali, che la Rpc fece la sua prima importante mossa nel Mar cinese meridionale: nel gennaio 1974 forze navali cinesi sconfissero in battaglia quelle dell’allora Vietnam del Sud, occupando l’intero arcipelago delle isole Paracelso. Questo non fu un tardivo atto di solidarietà nei confronti della lotta di liberazione del Vietnam del Nord, giacché Pechino rifiutò ripetutamente di discutere della sua recente conquista con Hanoi. Al contrario, poiché i dirigenti della Rpc ritenevano che il Partito comunista vietnamita gravitasse verso il «socialimperialismo» sovietico, la conquista delle Paracelso intendeva privare il Vietnam di una base d’appoggio marittima potenzialmente utilizzabile contro la Rpc. Negli anni seguenti si intensificarono le ostilità tra i vietnamiti e i Khmer rossi alleati della Cina, che erano al potere in Cambogia (dove stavano mettendo in atto un genocidio; e in funzione anti-vietnamita Rpc e Stati Uniti continuarono a sostenere la coalizione di cui erano parte i Khmer rossi). Nel giugno 1978 il Vietnam aderì al Comecon e a novembre firmò un trattato di amicizia e cooperazione con l’Unione Sovietica. A dicembre venne l’annuncio che Rpc e Stati Uniti avrebbero ristabilito a tutti gli effetti le relazioni diplomatiche all’inizio del nuovo anno; a gennaio Deng Xiaoping fece uno storico viaggio a Washington.

Una concatenazione di eventi il cui risultato fu l’«attacco punitivo» lanciato dalla Cina contro il Vietnam il 17 febbraio 1979.

Dopo un mese di guerra a Pechino cantarono vittoria, ma la verità è che, nonostante la massa umana impiegata, l’esercito della Rpc ebbe pesanti perdite (circa 30 mila morti per entrambi i belligeranti) che dimostrarono l’arretratezza delle sue forze armate quanto ad armamento e comunicazioni e l’inesperienza degli ufficiali a fronte delle indurite e sperimentatissime forze regolari e irregolari vietnamite. I dirigenti cinesi non raggiunsero nessuno degli obiettivi politici che si proponevano e l’esperienza fu poi ulteriore incentivo alla modernizzazione delle forze armate nel quadro delle riforme economiche e dell’apertura agli investimenti delle imprese transnazionali. In Vietnam, quell’invasione e il conflitto cambogiano hanno lasciato un ricordo indelebile, mantenuto vivo anche da un’infinita serie di incidenti intorno all’arcipelago delle Paracelso: nonostante la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Hanoi e Pechino e l’importanza delle relazioni economiche, paradossalmente per il nazionalismo vietnamita oggi l’indipendenza del Paese non è minacciata dagli Stati Uniti ma dalla Cina.

La posizione cinese nei confronti del Vietnam è ben rappresentata da questa dichiarazione del gennaio 1980:

«Che le isole Xisha [Paracelso] e Nansha [Spratly] siano state il territorio della Cina sin dai tempi antichi è pienamente provato da prove legali... L'occupazione illegale da parte delle autorità vietnamite di parte delle isole Nansha e le loro rivendicazioni territoriali sulle isole cinesi Xisha e Nansha non possono che rivelare il loro egemonismo regionale e le loro aggressive ambizioni espansioniste. La sovranità della Cina sulle isole Xisha e Nansha è indiscutibile3».

Il secondo passo importante dell’espansione della Rpc nel Mar cinese meridionale fu ancora una volta a spese del Vietnam. Nel marzo 1987 la Cina ottenne dalla commissione oceanografica dell’Unesco l’incarico di costruire una stazione d’osservazione metereologica nell’arcipelago delle Spratly. La località scelta da Pechino furono i tre scogli di Fiery Cross Reef, che vennero rapidamente occupati e militarizzati. Nel gennaio 1988 forze navali vietnamiti e cinesi iniziarono a fronteggiarsi, fino a quando a marzo si scontrarono in battaglia intorno allo Johnson South reef. A seconda delle fonti, caddero in combattimento tra 60 e 70 marinai vietnamiti e nessun cinese; la Rpc occupò poi altri due scogli dell’arcipelago.

Dall’avvio delle riforme economiche e con l’acquisto di tecnologia militare «occidentale» la Rpc aveva modernizzato la sua marina ed era diventata una terra promessa per gli investimenti dall’estero. Il Vietnam invece era condannato dagli Stati Uniti, dai suoi alleati e dalla Rpc per aver posto fine al regime genocida dei Khmer rossi invadendo la Cambogia. Stati Uniti e Vietnam stabilirono normali relazioni diplomatiche solo nel 1995.

La vicenda dei rapporti tra Rpc e Vietnam è significativa della dialettica tra locale e globale: di come la svolta messa in atto da Mao e Nixon sia stata la condizione necessaria perché la Rpc riuscisse per la prima volta ad affermare una presenza stabile negli arcipelaghi del Mar cinese meridionale, modernizzare le forze armate e integrarsi nell’economia mondiale. È importante anche per comprendere perché, insieme alle Filippine, sia il Vietnam ad essere particolarmente esposto alle iniziative più pericolose da parte di Pechino. Tuttavia, il significato più profondo di questi conflitti è che essi rivelano la natura nazionalistica dei sistemi pseudosocialisti, disposti a farsi la guerra nonostante le somiglianze dei regimi politici e ideologici; e ciò rimane vero anche dopo i processi di transizione avviati in entrambi i Paesi.

 

2. La crisi del 1995 tra Cina e Filippine, seguita dall’ammorbidimento delle rivendicazioni cinesi fino al 2008

Il terzo passo di Pechino nelle Spratly, nel febbraio 1995, non fu sanguinoso, ma fu una brutta sorpresa per la regione perché non avvenne a spese di un avversario della Cina come il Vietnam ma delle Filippine, un membro dell’Asean. Il duro confronto per l’atollo di Mischief Reef (ben dentro il limite delle 200 miglia nautiche delle Filippine), suscitò una forte reazione dell’Asean, dell’Unione Europea e degli Stati Uniti. Si noti: avvenne dopo il ritiro degli Stati Uniti dalle basi filippine e un anno dopo l’entrata in vigore della Unclos. La disputa si rinnovò nel 1997-1998, quando i filippini scoprirono che la Rpc stava fortificando l’atollo. Si comprende perché le Filippine rifiutarono la proposta bilaterale di «sviluppo congiunto» delle isole Spratly del presidente cinese Jiang Zemin, insistendo su accordi multilaterali.

Nel 1995 il Dipartimento di Stato formulò gli obiettivi e l’atteggiamento degli Stati Uniti per il Mar cinese meridionale: 1) opposizione alla minaccia e all’uso della forza per risolvere le dispute territoriali; 2) interesse degli Stati Uniti alla pace e alla stabilità nella regione; 3) la libertà di navigazione marittima e aerea «è un interesse fondamentale degli Stati Uniti» e per la regione; 4) neutralità riguardo alle diverse pretese di sovranità su isole, atolli e scogli nel Mar cinese meridionale; 5) rispetto delle norme del diritto internazionale e in particolare della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del mare4.

L’unico elemento nuovo di questa dichiarazione era il riferimento alla Unclos, entrata in vigore l’anno precedente: definiva una visione orientata alla conservazione più che alla trasformazione delle relazioni con la regione. Era una linea poco soddisfacente per i Paesi impegnati in dispute con la Rpc. E quando poco dopo esplose la crisi finanziaria (1997), la delega della sua gestione al Fondo monetario internazionale contribuì alla ricerca di una «soluzione asiatica» alla crisi e alla conciliazione tra Cina e Asean (ma anche all’ampio accumulo di riserve in dollari, così sostenendone la posizione di moneta-chiave e, indirettamente, contribuendo alle bolle speculative e alla crescita economica degli Stati Uniti).

Pochi mesi dopo la dichiarazione del Dipartimento di Stato, Bill Clinton concesse al Presidente di Taiwan di visitare gli Stati Uniti, fatto a cui la Rpc rispose con una serie di test missilistici in direzione dell’isola ed esercitazioni navali nei suoi pressi, mentre gli Stati Uniti inviarono nello stretto di Taiwan due portaerei con i loro gruppi di battaglia. Il faccia a faccia si protrasse fino alle elezioni presidenziali di Taiwan (le prime del Paese) nel marzo 1996, che la Rpc intendeva influenzare, conseguendo però effetto opposto a quello auspicato; questa terza crisi dello stretto di Taiwan (le precedenti nel 1954 e 1958) venne definitivamente superata con la visita del presidente Jiang Zemin a Washington (ottobre 1997) - la prima di un Presidente cinese dal 1985 - e di Clinton a Pechino nel giugno successivo: in entrambi i casi vennero firmati accordi commerciali per miliardi di dollari.

E anche la Rpc e i Paesi Asean moderarono i toni. Tuttavia, dal 1995 Filippine e Vietnam premettero sull’Asean perché formulasse un codice di condotta giuridicamente vincolante per le iniziative marittime nell’area. Dopo anni di trattative, nel novembre 2002 i ministri degli esteri dell’Asean e della Rpc formularono la DeclarationontheconductofpartiesintheSouth China Sea, una dichiarazione non vincolantesecondo la quale le parti si sarebbero attenute ai princìpi della Carta delle Nazioni Unite, della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del mare del 1982 (Unclos), al trattato di amicizia e cooperazione nel sud-est asiatico, ai cinque princìpi della coesistenza pacifica e alle norme di diritto internazionale universalmente riconosciute; alla libertà di navigazione e sorvolo sopra il Mar Cinese Meridionale (punto 1); si impegnavano inoltre «a risolvere le loro controversie territoriali e giurisdizionali con mezzi pacifici, senza ricorrere alla minaccia o all'uso della forza» (punto 4) e «ad esercitare l'autocontrollo nello svolgimento di attività che complicherebbero o intensificherebbero le controversie e influenzerebbero la pace e la stabilità, tra cui l'astensione dal popolare [inhabiting: nel senso di insediarsi, occupare] isole, scogliere, bassofondi, cayse altre configurazioni geografiche attualmente disabitate» (punto 5)5.

Per la relazione tra locale e globale e per contestualizzare la Dichiarazione Rpc-Asean è opportuno tener conto che uno dei principali obiettivi della politica estera della Rpc negli anni ’90 era l’ammissione nella World trade organization (Wto), consacrazione dell’integrazione della Cina nell’economia mondiale e importante riconoscimento del successo internazionale della politica di riforme ed apertura, importante ai fini della legittimazione del Pcc che intanto, in quegli anni, stava ristrutturando il settore statale, licenziando di fatto circa trenta milioni di lavoratori. L’ammissione nella Wto passava però attraverso i negoziati con gli Stati Uniti. Nell’aprile-maggio 1999 le relazioni tra i due Paesi tornarono tese a causa del fallimento del viaggio del capo del governo della Rpc, Zhu Rongji per ottenere il consenso statunitense all’ingresso nella Wto (ma l’amministrazione Clinton si batté nel Senato per mantenere la clausola di nazione più favorita per la Cina) e del bombardamento dell’ambasciata della Rpc di Belgrado. In entrambi i casi, specialmente a causa dell’incidente di Belgrado, vi furono in Cina proteste nazionaliste, anche oltre i parametri governativi. Tuttavia, come la Russia, dopo gli attentati dell’11 settembre la Rpc aderì alla fase iniziale della campagna globale contro il terrorismo: il presidente Jiang Zemin incontrò Bush jr. durante il vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (Apec) in ottobre e a dicembre la Rpc divenne finalmente membro della Wto.

Nei primi anni del XXI secolo non mancarono gli incidenti nel Mar cinese meridionale, sia a danno dei pescatori d’ogni nazionalità, cacciati, arrestati, speronati, sia tra navi delle guardie costiere e tra aerei militari di diversi Paesi. Tutti gli Stati della regione hanno usato la coercizione, compresi colpi d’avvertimento sparati da cannoni, in mare e da terra. Tuttavia, negli studi sull’argomento il periodo fino al 2008 o i primi mesi del 2009 è considerato relativamente tranquillo. L’integrazione economica regionale proseguì e per la prima volta le esportazioni costituirono il contributo maggiore alla crescita economica della Cina, che riorganizzava il settore capitalistico statale e aumentava gli investimenti diretti nella regione e nel mondo. Politicamente fu una «luna di miele» con le Filippine e apparentemente un successo per l’atteggiamento conciliativo dell’Asean.

Tanto l’incidente di Mischief Reef che la situazione fino al 2009 possono interpretarsi come il successo della modernizzazione militare e dell’incorporazione da protagonista della Cina nell’economia mondiale, con lo sviluppo di una fitta rete d’investimenti e scambi commerciali da e verso gli Stati della regione, da Taiwan al Giappone alla Corea del Sud - con una posizione forte anche nelle importazioni di Vietnam e Filippine - e da e verso gli Stati Uniti e gli altri Paesi a capitalismo avanzato.

L’affairedi Mischief Reef fu senz’altro risultato dell’intento della Rpc di mettere in chiaro volontà e capacità d’intervenire nel Mar cinese meridionale, sia militarmente sia nell’esplorazione e utilizzo delle sue risorse. Tuttavia, acquisite le nuove posizioni e stabilito che con la Rpc occorre fare i conti concretamente, seguì una fase distensiva e collaborativa.

Retrospettivamente il periodo di massima influenza della Rpc nel Mar cinese meridionale corrisponde a quello dell’amministrazione di Bush figlio, specialmente durante il suo secondo mandato. Quel che sembrava profilarsi era l’istituzionalizzazione di relazioni economiche e diplomatiche esclusivamente asiatiche, alternativa alla visione asiatico-pacifica statunitense. Zhu Rongji propose un accordo di libero scambio tra Cina e Asean, che nel 2001 firmarono un accordo-quadro di cooperazione economica; venne sottoscritta la Dichiarazione sul comportamento nel Mar cinese meridionale tra Rpc e Asean; l’Asean costituì un forum di dialogo con Cina, Giappone e Corea del Sud; nel 2000 Rpc e Vietnam stipularono un accordo di «sviluppo congiunto» per la pesca nel Golfo del Tonchino (ma non altrove) e nel 2005 Rpc, Filippine e Vietnam iniziarono il Jmsu. E tra Afghanistan e Iraq l’amministrazione Bush sembrava proprio guardare altrove, in una logica unilateralista diversa da quella che poteva apparire come una benevola inclinazione multilateralista della Rpc, incline ad applicare l’indicazione strategica di Deng Xiaoping: per l’ascesa della Cina a grande potenza e per contrastare l’egemonismo (statunitense e sovietico) occorre mettere da parte le controversie territoriali e concentrarsi sullo sviluppo economico. Insomma, proiettando la tendenza di quegli anni nel futuro la tesi di un’incipiente transizione dell’egemonia regionale dagli Stati Uniti alla Cina pareva ragionevole. Ma era una proiezione azzardata. Ad esempio, perché sottovalutava l’influenza di un altro gigante economico asiatico, il Giappone, alleato degli Stati Uniti, che per i Paesi Asean non è meno importante della Cina. Il fatto più importante è che entro il 2005-2006 era già chiaro che l’Asean non intendeva attribuire alla Rpc uno status privilegiato relativamente ad altri Stati esterni all’associazione e che erano in gioco proposte diverse da quella cinese non solo quanto a Stati partecipanti ma per contenuto di un accordo di libero scambio, non limitato al commercio. Nel Mar cinese e nel Pacifico esiste una rete di accordi economici bilaterali conclusi e in negoziazione nella quale la Cina non ha una posizione centrale.

La Luna di miele tra Rpc e Asean non durò a lungo: come già detto terminò entro il 2008. La tensione nel Mar cinese meridionale crebbe e in termini ben più gravi e prolungati che a metà anni ’90 del secolo trascorso, tornando a rimettere in gioco gli Stati Uniti e allargando i timori per le intenzioni della Cina all’India e all’Indonesia. Uno dei motivi del lancio della Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture (Aiib) e della nuova «via della seta» da parte del presidente cinese Xi Jinping nel 2014 è la necessità di alleviare la percezione di una «minaccia cinese» e di recuperare il terreno perso sul piano della diplomazia e della sicurezza.

 

3. Conclusione provvisoria e apertura verso gli eventi più recenti

A proposito degli eventi che dal 2008 si sono susseguiti nel Mar cinese meridionale ricorrono due linee interpretative principali.

Una enfatizza la condotta aggressiva della Rpc, che sarebbe volta ad affermare una sua sfera d’influenza: una sorta di dottrina Monroe come rivista da Teddy Roosevelt. Militarmente, la Rpc intenderebbe controllare la prima catena di isole, che dal Giappone include Taiwan, scende lungo le Filippine e la Malesia orientale e gira lungo la costa del Vietnam. E poi, da lì, puntare al controllo della seconda catena di isole che passa dalle isole Ogaswara-gunto (o Bonin islands) controllate dal Giappone e scende verso le Marianne, Guam e Palau. Conseguire il controllo della prima catena di isole è anche necessario alla Rpc per negare l’indipendenza di Taiwan.

Attraverso la trasformazione artificiale delle formazioni marine occupate - rivestite di cemento e dotate di pista per aerei, eliporto, batterie missilistiche - e lo sviluppo delle capacità d’interdizione marittima e aerea, la Rpc potrebbe meglio garantire sia la difesa del territorio continentale sia esercitare un controllo discrezionale sulle linee di navigazione da cui passano le importazioni di petrolio e l’enorme traffico commerciale della regione.

La seconda linea interpretativa verte invece sulla crisi finanziaria del 2008 come sintomo del declino dell’egemonia statunitense e sulpivot to Asiadell’amministrazione Obama: che in questo caso non sarebbe reazione all’attivismo della Rpc ma una sorta di colpa di coda dell’egemone declinante e causa prima delle iniziative della Rpc per rafforzare ed allargare il proprio perimetro difensivo.

Una conclusione provvisoria, schematica ma necessaria. Chi scrive ritiene che, nonostante le grandi differenze, sia i rapporti sociali della Cina che degli Stati Uniti siano capitalistici e che le loro relazioni economiche e politiche con l’estero siano di tipo imperialistico.

Politicamente, da questo consegue che dal punto di vista degli interessi storici delle classi dominate e dei popoli - della Cina, degli Stati Uniti, del sud-est asiatico e del mondo - non è possibile schierarsi con nessuno dei due contendenti e che, viceversa, è compito di ciascun popolo lottare contro il militarismo di ogni Stato e le rispettive classi dominanti.

Analiticamente, in prima approssimazione quanto sopra implica che in entrambe le tesi contrarie prima esposte esista un fondo di verità, che preciso in modo diverso da quello meta-storico prevalente nelle teorie delle relazioni internazionali: e cioè che il capitalismo ha una logica espansiva e generatrice di conflitti. Si tratta però di una verità assai generica e quindi insufficiente per comprendere la dinamica di una congiuntura specifica in uno spazio determinato e per spiegare perché i rapporti tra Cina, Stati Uniti e gli altri Paesi della regione non possono ricondursi allo schema della guerra fredda e dell’ascesa-declino dell’egemonia. Alcuni motivi sono già stati indicati ma occorre considerare attentamente i fatti più recenti.


Note
1 Per il periodo fino alla fine degli anni ’80 del secolo scorso si veda: Lo Chi-kin, China’s policy towards territorial disputes. The case of the South China Sea islands, Routledge, New York 2005, prima ed. 1989.
2 S. Mahmud Ali, US-China cold war collaboration. 1971-1989, Routledge, London e New York 2005.
3 Lo Chi-kin, China's policy towards territorial disputes. The case of the South China Sea Islands, op. cit.,p. 35.
4 Daily press briefing, U.S. Department of State, 10 maggio 1995, http://dosfan.lib.uic.edu/ERC/briefing/daily_briefings/1995/9505/950510db.html
5 «Declaration of conduct of parties in the South China Sea», Phnom Penh, 4 novembre 2002, in Documents on ASEAN and the South China Sea, https://cil.nus.edu.sg/wp-content/uploads/2011/06/Documents-on-ASEAN-and-South-China-Sea-as-of-June-2011-pdf.pdf
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Comments   

#1 Paolo Selmi 2019-01-04 15:50
Caro Michele,
Grazie per questo lavoro estremamente dettagliato, concordo APPIENO con la tua conclusione "provvisoria, schematica, ma necessaria". Aggiungo alla tua analisi

1. anche il SOSTEGNO MILITARE CINESE ALLA CIA NELLA GUERRA IN AFGHANISTAN, LA CONCESSIONE DELLE ZONE DI CONFINE IN MONGOLIA INTERNA E XINJIANG PER ATTIVITA' DI INTERCETTAZIONE et similia, su cui ho già riportato qualche dato schematico nel commento alla tua precedente:
https://www.sinistrainrete.info/geopolitica/13951-michele-nobile-la-cina-e-la-questione-dell-egemonia.html

2. i moti anticinesi in Vietnam del 2014
https://www.theguardian.com/world/2014/may/15/chinese-nationals-vietnam-riots-cambodia
et
https://vietnamnews.vn/opinion/op-ed/254871/viet-nam-has-law-on-its-side-on-east-sea-issue.html#CSOFyGwHkT1xJwp6.97
con morti e feriti, cinesi RPC che scappavano in fretta e furia e cinesi non RPC che mettevano adesivi ovunque con su scritto "sono di Taiwan".

Casus belli: 80 navi cinesi RPC, di cui sette da guerra, a scortare una piattaforma petrolifera oceanica in una zona non loro. Dall'articolo vietnamita:

"China's unprecedented move to place the giant oil rig, Haiyang-981, in Viet Nam's exclusive economic zone (EEZ) on May 2 made headlines around the world. Experts and scholars called it "unexpected" and "provocative."

One leading scholar said the move is unexpected because Viet Nam has not undertaken any action that could trigger such a reaction from China.

In fact, Viet Nam has steadfastly followed the law. The block 143, where the oil rig is placed now, is located within Viet Nam's exclusive economic zone and continental shelf, as is the drilling platform about 119 nautical miles from Ly Son Island off the central Vietnamese province of Quang Ngai.

And China's action is considered provocative because it has sent 80 ships, including seven warships, to accompany the oil rig.

The action smacks of a bully doing something wrong just because it can."

"Soft power" in azione... e la reazione non si fece attendere, anch'essa compendiata dall'excursus storico di circostanza. Sempre dall'articolo vietnamita:

"Over thousands of years, we have shown that we never cease fighting aggressors. We are proud of our freedom-fighter forefathers and resistance is in our blood.

We are a small country, but we are not weak.

We will stand as one, united in the cause of protecting our motherland's integrity. — VNS"

In effetti, il Viet-nam, ha sempre portato male agli aggressori, vicini o lontani che fossero...

Grazie ancora e un
Buon 2019!

Paolo
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