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marx xxi

Energia e materie prime. Il baricentro del mondo si sposta ad est

intervista a Demostenes Floros

gas petrolio crisi russia ucraina energia ambiente metano 005 768x432«Ci stiamo mettendo all’angolo soli. Dobbiamo utilizzare l’energia per riallacciare un dialogo, non per un ricatto». Demostenes Floros, senior energy economist CER, Centro Europa Ricerche, il centro studi fondato negli anni ‘80 da personalità quali Giorgio Ruffolo e Luigi Spaventa, oggi di proprietà Sator S.p.A e Rekeep S.p.A e autore di Guerra e Pace dell’Energia, non ha dubbi.

È quanto mai urgente riallacciare un dialogo con la Federazione Russa. Ma a quale prezzo? «Abbiamo una certezza – spiega il ricercatore – con questi prezzi del gas il 60% della manifattura tedesca e il 70% di quella italiana rischia di chiudere. Noi europei dobbiamo sederci ad un tavolo e trattare. Diversamente abbiamo di fronte la stagflazione. Nessuna crescita e un’inflazione da anni ’70».

* * * *

Dottor Floros, in questi giorni drammatici sono tornati in voga termini che pensavamo aver relegato alla storia: dazi, autarchia, divieto all’export. A suo avviso siamo di fronte a un “disaccoppiamento” del mondo tra est e ovest?

«In realtà è già da diversi anni che gli Stati adottano misure protezionistiche. Credo che la globalizzazione stia lasciando posto ad una “regionalizzazione” del mondo, cioè ad una suddivisione in aree economiche integrate al loro interno in cui avanzano processi di concentrazione e centralizzazione dei capitali. Da un punto di vista geopolitico accanto al blocco euroatlantico stiamo così assistendo alla nascita di un blocco euroasiatico a guida Russo-Cinese».

 

Perché questo rappresenta un problema per il blocco euroatlantico?

«Perché presto porterà a delle divergenze all’interno del blocco euroatlantico. Non soltanto tra le due sponde dell’oceano, ma anche tra le principali economie dell’Unione Europea. Di fatto, le principali economie europee hanno dinanzi a sé la seguente contraddizione: da una parte, gli interessi politici e militari (leggasi Nato) con gli Stati Uniti d’America e dall’altra gli interessi energetici e commerciali con la Federazione Russa, porta verso l’Eurasia. O si affronta questa contraddizione o si affonda».

 

Neanche i cinesi sembrano convinti della guerra russa in Ucraina.

«Bisogna leggere correttamente il loro linguaggio. I cinesi hanno tutto l’interesse nello svolgere un ruolo diplomatico e di mediazione. Ma, a mio avviso, il loro appoggio ai russi è significativo. Il ministro degli Esteri cinese ha dichiarato che la responsabilità dell’attuale situazione in Ucraina è degli Stati Uniti e delle Nato. Invito tutti quanti a riflettere su questo cambiamento di linguaggio da parte dei prudenti diplomatici cinesi».

 

Il Ministro per la Transizione energetica, Roberto Cingolani, ha affermato che entro 30 mesi l’Italia potrebbe rendersi indipendente dalle forniture energetiche russe. Dal suo osservatorio questa obiettivo è plausibile?

«Temo che nel frattempo la nostra economia collasserà. Personalmente non lo ritengo possibile. A differenza di altri paesi europei, il nostro è fortemente diversificato sul fronte dell’approvvigionamento energetico. Questo grazie al lavoro di Enrico Mattei. Tuttavia ritengo molto, molto difficile affrancarsi dal gas russo».

 

Esattamente quanto gas acquistiamo dalla Russia e come saremo in grado di rimpiazzarlo?

«Nel 2021 l’Europa ha importato 185 miliardi di metri cubi di gas dalla Russia, l’Unione Europea circa 155 miliardi, il nostro paese attorno ai 28 miliardi. L’Italia potrebbe acquistare un po’ più di gas dall’Algeria e forse dall’Azerbaijan e potremmo indubbiamente acquistare un po’ più di GLN, gas naturale liquefatto (nei fatti, l’afflusso dall’Azerbaijan ha quantitativamente sostituito l’ammontare proveniente dal nord Europa in via di esaurimento). Ma stiamo parlando di 28 miliardi di metri cubi! Possiamo diversificare, non sostituire. Detto ciò è bene chiarire che tutto questo ci costerà caro. Il GLN che compreremo dagli USA o dal Qatar costerà più del gas via tubo. Quand’anche quest’operazione fosse portata a buon fine, le nostre bollette saranno più salate e le nostre imprese dovranno competere con competitors che hanno costi del gas naturale più bassi».

 

A suo avviso è stata una miopia politica quella di dipendere per il 40% del nostro fabbisogno energetico dal gas russo?

«Non si tratta di miopia, ma di necessità. Gli altri fornitori negli ultimi 15 anni hanno avuto problemi di produzione, non hanno investito come hanno fatto i Russi che hanno aumentato riserve, produzione ed esportazioni. Se poi aggiungiamo errori geopolitici tragici come la guerra in Libia, be’, vediamo come non siamo stati in grado di fare i nostri interessi nemmeno quando potevamo».

 

Ma cosa c’entra in tutto questo la liberalizzazione del mercato decisa dall’Unione europea?

«Quando erano a regime i cosiddetti contratti “take or pay oil link” di fine decennio scorso, pagavamo all’incirca 200 dollari per 1.000 metri cubi di gas naturale. Un prezzo tendenzialmente stabile, ancorato all’andamento del prezzo del petrolio. In quel periodo il costo ha oscillato tra i 200 e i 350 dollari per mille metri cubi di gas naturale. Badi che in quel periodo i contratti di fornitura erano fissati sul lungo periodo, anche trentennali. Oggi, per volontà dell’Unione Europea, siamo passati a contratti cosiddetti “gas to gas” di breve se non brevissimo periodo. Questo fattore ha creato grandissima volatilità nel mercato, perché si basa sul principio della domanda e dell’offerta. Nel 2021, il costo del gas è così aumentato del 400% circa nel mercato regionale europeo. Per volontà nostra, non dei russi che non hanno mai approvato questo cambiamento».

 

Un errore tanto più grave se consideriamo come la politica energetica di paesi come l’Italia e la Germania si basa su questa risorsa. Oggi progetti come Nord Stream 2 sono congelati sine die. Eppure il gas naturale è considerato il carburante della transizione. Anche la Cina punta su questa fonte per diminuire la sua dipendenza dal carbone. Questa guerra rallenterà o accelererà la transizione energetica promessa dal Green deal europeo?

«Per fare la transizione energetica, a mio avviso, servono due cose: il gas naturale e tanti, tantissimi soldi. Ma la domanda “chi paga?”, non viene mai posta. Il rischio è che si blocchi tutto. Basta guardare come nel giro di dieci giorni siamo passati dal parlare di transizione energetica a quando riaccendere le centrali a carbone. Siamo in grande difficoltà».

 

Energia, clima, difesa comune. L’Unione Europea riuscirà a trovare una linea comune su questi temi in così poco tempo?

«Al momento vedo l’opzione opposta. Cioè che le divergenze possano acuirsi. Certamente di fronte a quanto sta succedendo in Ucraina abbiamo assistito ad un ricompattamento del blocco occidentale, ma temo che durerà poco e che molti si sfileranno dalle posizioni rigide degli Stati Uniti. Ad esempio bisognerà vedere come la UE regolerà i conti con Polonia e paesi baltici…».

 

Cosa intende dire?

«Polonia e paesi baltici ricevono lauti finanziamenti dall’Unione Europea, eppure in politica estera fanno ciò che dicono gli USA. Ora, sappiamo benissimo che all’interno dell’Unione ci sono forti divergenze di vedute, pensiamo alla guerra in Libia che hanno voluto francesi e inglesi ma non italiani e tedeschi. Oppure pensiamo ancora alla transizione energetica e a come settimane fa discutevamo della cosiddetta “tassonomia” energetica che divideva sostenitori ed oppositori dell’energia nucleare come fonte “green”. Questi nodi prima o poi verranno al pettine…».

 

Oggi si parla della necessità di avere un “sistema ridondante”, cioè una strategia energetica che punti su più fornitori, più fonti energetiche e più tecnologie. Ma perché in questi anni siamo stati immobili e come recuperiamo il tempo perso?

«Abbiamo sognato un percorso facile e raggiungibile in breve tempo. La verità è che è un percorso lungo e difficile che io ho descritto anche come “pericoloso”. Il conflitto in Ucraina è qui a dimostrarlo. Oggi è la stessa struttura del sistema economico globale ad essere in discussione. Quindi non è una passeggiata. Secondo alcune stime nel 2050 potremmo raggiungere la neutralità climatica (emissioni zero ndr.) investendo 172 trilioni di dollari. Il PIL mondiale è all’incirca di 100 trilioni di dollari».

 

A suo avviso che impatti avrà la decisione del governo degli Stati Uniti di interrompere l’import di fonti energetiche dalla Russia sul prezzo del petrolio? Secondo alcuni analisti un prezzo di 200 euro al barile non è fantascienza.

«Purtroppo non è fantascienza. Abbiamo assistito ad un’impennata del prezzo del barile dinanzi alla decisione di USA e Gran Bretagna. Se gli europei seguiranno il loro esempio questa ipotesi è possibile. Al momento – fortunatamente – i tedeschi hanno scartato questa decisione. Nell’ultimo rapporto mensile del CER abbiamo ipotizzato un prezzo simile. È un tema all’ordine del giorno. L’Europa importa il 25% del petrolio che consuma dalla Russia, sono 2,5 milioni di barili al giorno, a cui si aggiungono i prodotti raffinati, circa 5/6 tonnellate al mese. Anche quest’ammontare, al pari del gas naturale, non è facilmente sostituibile. Un greggio qualitativamente simile è disponibile solo in Iran o Venezuela».

 

A peggiorare il quadro i paesi OPEC+ la settimana scorsa hanno comunicato di non voler aumentare la produzione di petrolio ed Emirati e Arabia Saudita si rifiutano di parlare con Biden. Un problema serio per i paesi occidentali...

«A febbraio l’OPEC+ (cioè l’organizzazione che riunisce i paesi arabi e la federazione russa più altri importanti produttori tra i quali Azerbaijan, Kazakhstan, Messico ndr.) hanno aumentato la produzione a 560mila barili al giorno. È la prima volta da agosto 2021 che rispettano l’aumento della quota mensile. Hanno sempre indicato 400mila barili al giorno, nei fatti senza mai rispettarla. Detto ciò Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti non vogliono discuterne con il presidente Biden. Questo ha un significato politico molto chiaro e per indagarlo bisogna tornare al voto ONU sulla condanna dell’invasione russa in Ucraina. Paesi come Algeria, Angola, Iran, Iraq, Kazakistan, tutti grandi produttori di petrolio, si sono astenuti dal voto. Anche il Venezuela che non ha partecipato al voto per questioni tecniche, probabilmente si sarebbe astenuto o addirittura avrebbe votato contro. Il sito americano di energia più importante al mondo oilprice.com ha interpretato questa scelta affermando che il peso in Medio Oriente di Russia e Cina oggi è superiore a quello degli USA. A riprova di questo basta ricordare come nella riunione del Consiglio di Sicurezza ONU che ha preceduto di pochi giorni il voto dell’assemblea ONU, gli Emirati Arabi Uniti si siano astenuti dalla condanna all’invasione russa in Ucraina».

 

Insomma chi detiene le materie prime fa blocco comune.

«Esattamente e fa blocco non solo in quanto produttori. Dovremmo fare un passo indietro e analizzare un aspetto cruciale. È la guerra in Siria e la vittoria Russa al fianco di Al-Assad che ha determinato la sconfitta dei sauditi e imposto un nuovo equilibrio in Medio Oriente».

 

Mi scusi, ora cosa c’entra la guerra in Siria?

«I paesi mediorientali produttori di petrolio, dall’Arabia Saudita al Qatar, hanno appoggiato le formazioni militari che hanno combattuto contro il regime siriano di Al-Assad, sostenuto invece dai russi, dagli iraniani e da Hezbollah. Bene, la guerra è stata vinta fondamentalmente dai russi. Dalla fine della guerra in Siria abbiamo assistito ad una spaccatura all’interno delle petromonarchie. Una spaccatura nei rapporti reciproci che, a mio avviso, ha molto a che fare con l’energia. Da quel momento, persa la guerra, quei paesi si vedono costretti a rivedere la loro politica estera. Per un paese come il Qatar, il principale esportatore al mondo di gas naturale liquefatto, significa tener maggiormente conto dell’Iran, con cui detiene uno dei più grandi giacimenti offshore di GLN. In sintesi le politiche estere dei principali produttori di petrolio e gas si sono spostate dalle posizioni dettate dall’OPEC a quelle dettate dall’OPEC+ che comprende la federazione russa e il Kazakistan. Un aspetto centrale di tutto questo è l’allontanamento dei sauditi dagli USA. Su questo fronte se consideriamo le esportazioni di petrolio dall’Arabia Saudita agli Stati Uniti, assistiamo ad una diminuzione delle esportazioni verso di USA da oltre 1 milione a 400mila di barili al giorno. Nel contempo le esportazioni verso la Cina sono aumentate fino ad arrivare a 1,8 milioni di barili al giorno. È l’intero baricentro del mondo ad essersi spostato verso l’Asia in linea con lo spostamento della manifattura (ad oggi, il peso della manifattura cinese su quella mondiale ha oltrepassato il 30%, era al 5% nel 1995)».

 

Ma gli americani possono contare sul petrolio scistoso

«Anche se gli americani sono diventati autosufficienti sono riusciti a farlo tramite il cosiddetto fracking. Personalmente ho molti dubbi che questa tecnologia altamente invasiva possa durare ancora a lungo. Nei prossimi anni non escludo un’inversione di tendenza».


Da https://www.lapam.eu
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Comments

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Alfred*
Wednesday, 23 March 2022 16:35
Vorrei solo aggiungere una cosa.
Ho sentito diversi interventi di Floros online e lo ringrazio per la chiarezza con cui ci spiega di che morte energetica (gestione e sanzioni) stiamo morendo.
Trovo strano che la borghedia imprenditoriale non sia sulle barricate.
Non sto parlando di speculatori, ma di padroni di fabbriche e fabbrichette di cui si compone il tessuto industriale italiano. Tutto bene sul fronte dei prezzi di energia e materie prime dovuto a incapacita' politica e a sanzioni?
Le previsioni lette in giro non parlano solo di anziani nelle case fredde perche' non possono pagare le bollette, ma anche di imprese +/- energivore che presto chiuderanno. Aspettano che a scendere in piazza siano le masse disoccupate e alla fame?
Confindustria sembra che sia preoccupata, ma si rendono conto che intere filiere a breve (soprattutto se Biden convince a chiudere import petrolio e gas dalla Russia) chiuderanno i battenti?
Ovviamente la mia preoccupazione va ai lavoratori, ma mi sarei aspettato una levata di scudi da un padronato che rinuncia a parecchi dine' e a realta' che dovranno pagare per investimenti fatti in assenza di profitti.
la finanza speculativa spera di sopravvivere in assenza di un tessuto produttivo? Questa gente racconta di peoccupazioni, ma e' come se si preoccupasse di capitalisti e capitali di Urano.
Rimuovono? Non ci vogliono pensare?
sono basito, per come immagino queste classi sociali mi sarei aspettato che mandassero un killer a far fuori zelenski e la sua cricca per regalare l ' ucraina alla Russia in cambio di forniture e materie prime.
Sono tutti fedeli alla Nato?
Anche quelli non legati a industrie belliche (e sono un bel po') e che rischiano di finire alla mensa dei poveri?
Tutto questo per allargare la Nato a est?
Solo per un imbecille che vuole entrare nella Nato ed e' stato incapace di trattare una conveniente neutralita'?
Scusate, piu passa il tempo e meno riesco a capire, non so se il mio settore chiudera', presto, comunque vada, saro' circondato di familiari (piccoli artigiani che non riescono a pagare le bollette) e amici che saranno su una strada (aziende che stanno chiudendo in diversi settori per costi e carenza di materie prime) Non sembra che ci sia neanche il tempo di pensare a una rivoluzione, troppa e' l' ansia per trovare un modo di sopravvivere.
Questo ai nostri livelli, il padronato che sta per chiudere andra' a combattere per zelenski?
Scusate, ma oggi va proprio male, mi dispiace per i poveri ucraini, ma anche intorno a me (italia) si sta creando un diluvio di poverta' e malesessere per cui non trovo soluzioni o consolazione. Saluti
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Alfred*
Friday, 25 March 2022 13:49
Aggiungo un altro piccolo dubbio: quale copertura di costi il governo e l 'europa stanno garantendo alle aziende? Per quelle di armi e guerra ci saranno laute commesse, ma per tutti i settori che perderanno o falliranno hanno promesso lauti recovery? E' una domanda, non retorica.
Altrimenti non mi spiego che molti imprenditori sragionino al seguito del presidente banchiere.
Taglieranno ancora istruziobe, sanita e welfare (ammesso che qualcosa sia sopravvissuto) per tenere vive aziende e banche che altrimenti fallirebbero?
Si parla di capitali, non di operai o dipendenti, quelli sono sacrificabili. Qualcuno da questo fronte inrerno e' in grado di dare informazioni anche quantitative?
Grazie
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Alfred*
Wednesday, 23 March 2022 16:35
Vorrei solo aggiungere una cosa.
Ho sentito diversi interventi di Floros online e lo ringrazio per la chiarezza con cui ci spiega di che morte energetica (gestione e sanzioni) stiamo morendo.
Trovo strano che la borghedia imprenditoriale non sia sulle barricate.
Non sto parlando di speculatori, ma di padroni di fabbriche e fabbrichette di cui si compone il tessuto industriale italiano. Tutto bene sul fronte dei prezzi di energia e materie prime dovuto a incapacita' politica e a sanzioni?
Le previsioni lette in giro non parlano solo di anziani nelle case fredde perche' non possono pagare le bollette, ma anche di imprese +/- energivore che presto chiuderanno. Aspettano che a scendere in piazza siano le masse disoccupate e alla fame?
Confindustria sembra che sia preoccupata, ma si rendono conto che intere filiere a breve (soprattutto se Biden convince a chiudere import petrolio e gas dalla Russia) chiuderanno i battenti?
Ovviamente la mia preoccupazione va ai lavoratori, ma mi sarei aspettato una levata di scudi da un padronato che rinuncia a parecchi dine' e a realta' che dovranno pagare per investimenti fatti in assenza di profitti.
la finanza speculativa spera di sopravvivere in assenza di un tessuto produttivo? Questa gente racconta di peoccupazioni, ma e' come se si preoccupasse di capitalisti e capitali di Urano.
Rimuovono? Non ci vogliono pensare?
sono basito, per come immagino queste classi sociali mi sarei aspettato che mandassero un killer a far fuori zelenski e la sua cricca per regalare l ' ucraina alla Russia in cambio di forniture e materie prime.
Sono tutti fedeli alla Nato?
Anche quelli non legati a industrie belliche (e sono un bel po') e che rischiano di finire alla mensa dei poveri?
Tutto questo per allargare la Nato a est?
Solo per un imbecille che vuole entrare nella Nato ed e' stato incapace di trattare una conveniente neutralita'?
Scusate, piu passa il tempo e meno riesco a capire, non so se il mio settore chiudera', presto, comunque vada, saro' circondato di familiari (piccoli artigiani che non riescono a pagare le bollette) e amici che saranno su una strada (aziende che stanno chiudendo in diversi settori per costi e carenza di materie prime) Non sembra che ci sia neanche il tempo di pensare a una rivoluzione, troppa e' l' ansia per trovare un modo di sopravvivere.
Questo ai nostri livelli, il padronato che sta per chiudere andra' a combattere per zelenski?
Scusate, ma oggi va proprio male, mi dispiace per i poveri ucraini, ma anche intorno a me (italia) si sta creando un diluvio di poverta' e malesessere per cui non trovo soluzioni o consolazione. Saluti
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Alfred*
Sunday, 20 March 2022 19:38
Scusate, correggo
Nessun analista serio, qualsiasi sia la parte politica, tace sul fatto che l'europa (e forse il mondo) NON puo' vivere decentemente e in Pace senza le materie prime e il commercio con la Russia
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Alfred*
Sunday, 20 March 2022 19:19
Grazie per questo intervento
L'analisi e' molto chiara ed e' evidente che l'Eu non riesce ad avere una classe politica all'altezza neanche per gestire i banali interessi della compagine attuale. Questo che pone l'autore e' il vero dilemma e prima che la frattura dell'appoggio acritico a zelenski e ai suoi idioti diventi collasso delle relazioni con la Russia sarebbe bene trovare delle mediazioni. Nessun analista serio, qualsiasi sia la parte politica, tace sul fatto che l'europa (e forse il mondo) puo' vivere decentemente e in oace senza le materie prime e il commercio con la Russia

- Di fatto, le principali economie europee hanno dinanzi a sé la seguente contraddizione: da una parte, gli interessi politici e militari (leggasi Nato) con gli Stati Uniti d’America e dall’altra gli interessi energetici e commerciali con la Federazione Russa, porta verso l’Eurasia. O si affronta questa contraddizione o si affonda

Riguardo al misero petrolio da scisto molto chiare le ultime parole dell'articolo, l'Eu si aspetta davvero di poter contare su idrocarburi Usa anche a prezzi alti e per lungo periodo? Un delirio di inettitudine dei governanti europei

Ma gli americani possono contare sul petrolio scistoso…

«Anche se gli americani sono diventati autosufficienti sono riusciti a farlo tramite il cosiddetto fracking. Personalmente ho molti dubbi che questa tecnologia altamente invasiva possa durare ancora a lungo. Nei prossimi anni non escludo un’inversione di tendenza».
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