Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email

fuoricollana

Il multipolarismo visto dall’Occidente

di Antonio Cantaro

Il mondo multipolare è oggi, indubbiamente, il nostro “essere”. Ma è anche il nostro “dover essere”? È anche il farmaco per far fronte al chaos in cui è precipitata la Terra? I fatti ci mostrano continuamente che non è così

USA Israele Iran.jpg1. Questo luogo comune non risparmia nemmeno l’autorevole letteratura che auspica una concezione critica della geopolitica. La geopolitica dei grandi spazi al ‘servizio’ di un nomos ordinante in grado di frenare il dilagante culto della potenza. Così, ad esempio, Roberto Esposito nel noto libro con Cacciari: «La terza ondata di geopolitica risale ai primi anni del Duemila, anticipata e prodotta dallo schianto delle torri gemelle a Manhattan. A crollare con esse era la pretesa egemonica di un’America uscita vincitrice dallo scontro con l’Unione sovietica, ma impossibilitata a omologare il mondo intorno alla propria bandiera. Dopo la fine imprevedibile dell’ordine bipolare, si assiste al rapido declino di quello unipolare. Se dopo il Due, anche l’Uno si rivela irrealizzabile non resta che ordinare il chaos senza soggiacere alla sua prepotenza».

Saggio, ragionevole. Multipolarismo sotto l’egida del politicamente possibile, multipolarismo che muove, alla maniera dell’antica cultura greca, dalla tragedia per cercare l’ordine. Una rinnovata prassi istituente aperta a un confronto produttivo con quel costituzionalismo democratico che non ha dimenticato che è «essenziale riconoscere, accanto al proprio, il punto di vista dell’altro» e che il diritto nonostante le sue «pretese di universalità ha sempre un’origine locale. Affonda sempre in una terra, anche quando intende solcare i mari e alzarsi nei cieli».

Questa metafisica della geopolitica ben si sposa con l’empirismo progressista. Una narrazione sulle magnifiche e progressive sorti del mondo multipolare fondata su una speranza e su un assioma: molti poli, nessun egemone, relazioni più paritarie. Metafisica pura. I fatti, la fisica, ci mostrano ripetutamente che non è così. Basta guardare la fenomenologia delle guerre. Da quella in corso da un quinquennio nel vecchio Continente a quella mediorientale.

2. Lo stanno sperimentando sul campo Russia, Ucraina, Unione europea. La multipolarità non è di per sé “virtuosa”. Genera in nome della tutela delle sfere d’influenza e sicurezza (quella energetica, in primis) aspre e letali competizioni.

Guerre sino in fondo, guerre senza fondo. Ma altrettanto esemplare è il “memorandun di intesa” tra Stati Uniti ed Iran. Multipolarismi asimmetrici, gerarchici, alimentati da chi teme il declassamento, da chi non accetta di dimensionare il proprio potere. The Donald, il paranoico. Ma non solo Lui.

L’odierna crisi energetica non è solo una ripetizione di quella degli anni ’70. La vicenda israelo-americana-iraniana è più di un “semplice” conflitto mediorientale. È parte di un ampio cambiamento negli equilibri di potere globali in cui sicurezza energetica e rivalità tra le potenze provano ad essere “governati” congiuntamente. L’energia (petrolio e dati) è diventata assai più di una merce a rischio, è una componente di una lotta a tutto campo per il potere da parte di soggetti pubblici (gli Stati) e, sempre più, di soggetti privati (le big tech).

3. Il mondo multipolare reale che nasce dal declino dell’unipolarismo americano non è, dunque, un mondo con nessun egemone e relazioni più paritarie.

La traiettoria energetica russa mostra che le cose non stanno affatto così. Liberarsi della dipendenza da un centro non significa diventare più autonomi: significa semplicemente cambiare centro. Mosca è uscita dalla leva occidentale entrando in quella cinese, e la seconda è più stringente della prima, perché esercitata da un compratore unico, paziente, con alternative, su un venditore solo e senza vie d’uscita. L’Europa, ai tempi dell’interdipendenza, aveva bisogno del gas russo quanto la Russia dei suoi pagamenti: era un ricatto reciproco. Il rapporto con la Cina non è reciproco. È asimmetrico, e l’asimmetria pende dalla parte sbagliata per il Cremlino. L’arma energetica russa, certo, non è stata spezzata. Ma è stata costretta a cambiare bersaglio, e nel farlo ha cambiato “padrone”. Mosca impugnava una leva, oggi stringe una corda che la lega.

4. La narrazione sulla ontologica orizzontalità del multipolarismo regge ancor meno quando si volga lo sguardo alle implicazioni dell’ordine della sicurezza energetica fondato sulla centralità dell’America. Una visione depositata nei suoi tratti essenziali nel National Security Strategy (NSS). Una netta riaffermazione della dottrina America First fondata sulla sicurezza delle frontiere, sulla reindustrializzazione del paese, sulla sua supremazia tecnologica, sulla competizione strategica con la Cina: obiettivi il cui raggiungimento è affidato al rafforzamento della capacità produttiva interna, all’indipendenza energetica, all’intelligenza artificiale, allo sviluppo delle tecnologie avanzate.

Questa impostazione riflette i vincoli strutturali con cui gli USA devono confrontarsi. Debito federale, 40 trilioni di dollari. Costo annuale degli interessi, oltre un trilione di dollari. Declino trentennale dell’industria manifatturiera. E riflette la convinzione che questi vincoli possano essere governati rafforzando quelli che restano i principali pilastri della potenza statunitense: il predominio finanziario, la leadership energetica basata su petrolio e gas, il vantaggio tecnologico nei settori legati alle grandi corporation della Silicon Valley.

Tutto scritto a chiare lettere nel National Security Strategy. «Ripristinare il primato energetico degli Usa e rilocalizzare sul territorio nazionale le componenti chiave per il sistema energetico rappresenta una priorità strategica assoluta. Energia abbondante e a basso costo consentirà di creare posti di lavoro ben retribuiti, ridurre i costi per consumatori e imprese, mantenere il vantaggio competitivo nelle tecnologie di frontiera, come l’intelligenza artificiale. L’espansione delle esportazioni nette di energia rafforzerà inoltre i rapporti con gli alleati, limitando al contempo l’influenza degli avversari, tutelando la capacità degli Stati Uniti di difendere il proprio territorio e di proiettare il proprio potere. Respingiamo le disastrose ideologie del “cambiamento climatico” che minacciano gli Stati Uniti e finiscono per sovvenzionare i nostri avversari».

5. Il trumpiano negazionismo è parte di una più ampia negazione delle leggi della Terra da parte dell’Occidente tardo moderno. Negazione che ha subito un’accelerazione con la promessa mitologica della fine della storia. Fukuyama fotografava un essere: la caduta dell’Oriente nella forma del socialismo sovietico. E, al contempo, prescriveva un dover essere dell’Occidente: la sua privatizzazione come unica forma di vita, sottratta a qualsivoglia “forza frenante”. Un mondo, l’Occidente, pensato e vissuto come il Mondo.

Questo particolare, l’occidente americano, avanza la pretesa di essere l’universale non nella forma di una messa in forma dei desideri (il valore d’uso delle merci) ma nella forma di un desiderio che non va mai interamente soddisfatto. Bloccherebbe il mercato. E, invece, il mercato deve venderci oggetti che promettono un godimento mai interamente raggiungibile: lo scrolling infinito sui social, l’acquisto compulsivo, il consumo di stimoli continui.

Così la prestazione in sé, la performance, è diventato l’unico codice comportamentale: you can, “dipende da te” rivolto a Stati, istituzioni, individui. Distruzione di tutte le tradizioni, i confini, le fedi: tutti i limiti ad ogni storica condizione di vita vanno abbattuti. Senza alcuna sosta, all’infinito. Per mantenere il sistema economico in movimento, le menti devono essere mantenute in uno stato di costante instabilità, frammentazione dell’attenzione e insoddisfazione. Accumulazione infinita, senza un fine e senza fine.

6. Se fosse natura, il discorso andrebbe chiuso qui. Saremmo di fronte al punto di arrivo della razionalità occidentale, della democrazia liberale e dell’economia capitalista quali forme compiute e dispiegate dell’umano. Ma non si tratta di natura umana giunta al suo culmine, alla sua intrinseca verità, ma del frutto della legge della fine della storia. La mancata convergenza verso un ordine universale, pacifico, non è un incidente di percorso: è disordine entropico.

Non si tratta di eterogenesi dei fini. Fukuyama sapeva bene che la sublimazione di un mercato globale incaricato di pacificare le nazioni avrebbe generato frammentazione primaria nelle popolazioni, alimentato nazionalismi feroci, tribalizzazioni, polarizzazioni identitarie e il ritorno della guerra come unico modo delle classi dirigenti per “sentire” nuovamente la storia.

Una guerra freddo-calda permanente, un simulacro del mondo post seconda guerra mondiale. Gli Stati satellite del mondo multipolare conservano l’apparenza della sovranità ma in realtà sono subordinati ad oligarchie tecno-economiche attraverso l’insediamento di una classe politica locale integrata nelle reti del potere globale.

7. La Cina ne è il principale beneficiario, perché Pechino è la potenza meno soggetta a oscillazioni. Il suo paradigma di politica internazionale è il multilateralismo trasformativo accarezzato anche da Lula da Silva: riforma del Consiglio di sicurezza Onu, del Fondo Monetario internazionale e della Banca Mondiale per garantire maggiore partecipazione dei Paesi del “Sud Globale”.

Leone XIV va oltre, e non solo per l’espressa condanna della guerra. In Magnifica Humanitas, sottolinea il parallelismo tra le sfide della rivoluzione industriale e quelle dell’era digitale. Pur concentrandosi sulle res novae (IA, robotica, potere computazionale), il Papa radica la deriva tecno-capitalista nella “vecchia” idolatria della materia: «l’illusione di una potenza illimitata, nata dalla sottomissione cieca delle risorse della Terra, ha abituato l’uomo a un culto dell’estrattivismo, dove la creazione non è più un giardino da custodire, ma un idolo di pietra e fumo da sacrificare sull’altare del profitto immediato».

8. Una decostruzione delle fedi dell’efficienza e del profitto, di sistemi tecno-economici che hanno assunto forme di vero e proprio culto pagano. La religione dell’estrattivismo fossile, il culto della crescita illimitata che promette l’autosufficienza dell’uomo e produce distruzione ambientale e disuguaglianza sociale. La religione dell’estrattivismo digitale, la sacralizzazione dei dati e dell’Intelligenza Artificiale in cui il flusso algoritmico diventa una nuova divinità onnisciente a cui l’uomo offre in sacrificio libertà e privacy, delegando le proprie scelte ad un oracolo insindacabile.

Entrambe queste fedi condividono lo stesso dogma, l’idolatria del potere tecnico. A queste “culture della potenza” l’enciclica oppone una forza alternativa, un’energia della religione che sposta l’asse dal “poter fare” (la tecnica) al “dover fare” (il bene comune). Una netta presa di distanza dalla tecnocrazia, dal post umanesimo e del transumanesimo (l’umano come problema tecnico da correggere). La regolazione è necessaria, ma non basta: bisogna sapere chi controlla infrastrutture, dati, cloud, modelli, ranking, accesso ai mercati e capacità computazionale. La questione dell’IA non è solo una questione di etica del prodotto, è una questione di governance del potere.

9. Né improvvisazione, né casualità. Il Papa chiede di aggiornare le categorie. L’IA non è una tecnologia tra le altre. È un’infrastruttura sociale che modifica rapporti di potere, conoscenza e immaginario collettivo. La comunicazione non è solo trasmissione di dati: costruisce desideri e decisioni politiche. Il problema delle piattaforme non è solo la disinformazione, ma la capacità di modellare attenzione, emozioni, percezione del reale.

Il potere tecnologico è oggi in larga parte privato, transnazionale, più rapido degli Stati. Per questa ragione l’enciclica non propone solo divieti, non riduce il tema a smartphone sì/no. Il punto è chi educa alla libertà quando piattaforme e chatbot rendono la risposta immediata più facile della domanda critica. L’automazione può liberare da mansioni gravose, ripetitive, pericolose, ma non può essere usata per sacrificare i lavoratori. Il problema non è solo quanti posti spariscono, ma che tipo di società nasce se il lavoro tutelato resta a pochi. L’economia digitale non è immateriale, dipende da lavoro invisibile, estrazione di materie prime, sfruttamento di vulnerabilità. Dietro la semplicità dell’interfaccia e la risposta istantanea dell’IA ci sono costi sociali e ambientali.

10. Magnifica Humanitas è lo sviluppo di un pensiero che rivendica il primato dell’umanità e dove è forte il richiamo alla fallace costruzione della torre di Babele (tecnica come potere uniforme e centralizzato che trasforma la persona in dato, prestazione, mezzo) e all’umiltà della Gerusalemme (costruzione comune, cura delle fragilità, partecipazione dei soggetti colpiti).

Così la Scrittura non è più solo liturgia, lettera morta, ma bussola nel cammino della convivenza. The Donald ha ben compreso chi è e cosa vuole il Papa americano. Leone XIV è, dal suo punto di vista, una bestemmia: la comprensione dell’uomo alla luce del Verbo incarnato. L’Incarnazione che impedisce di ridurre la persona a prestazione, dato, funzione, progetto di auto-potenziamento. La persona non vale per produttività ed efficienza. È il cattolicesimo di oggi, uno dei più forti contropoteri che si oppongono al capitalismo entropico e alle sue derive paranoiche.

11. Ho tessuto le lodi di Magnifica Humanitas. Ma la Chiesa ha bisogno di alleati più che di lodi. La Chiesa vede che una inedita religione pagana è diventata la religione di tutti i giorni e che questo esige, dal suo punto di vista, una nuova evangelizzazione. Ma prima, da laici, c’è da capire perché questa inedita religione pagana è diventata la religione di tutti i giorni.

La nostra tradizione ha qualcosa da dire? Il Marx sferzante della religione oppio dei popoli sapeva bene a quale bisogno profondo e autentico rispondono per i popoli le religioni. Walter Benjamin ha, oltre un secolo fa, annotato in un appunto che il capitalismo è una religione. Una religione cultuale, oggi molecolarmente all’opera tutto l’anno, ad ogni ora del giorno e della notte.  Senza questa consapevolezza non andiamo da nessuna parte. Oggi, ancora più di ieri, la componente religiosa del capitalismo è la sua più profonda risorsa legittimante, la ragione della sua persistenza anche di fronte al dilagante chaos. Compreso questo, il resto – la politica – verrà e riacquisterà, con buona pace della geopolitica da tabloid, il suo rango di scientia scientiarum.

Pin It

Add comment

Submit