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rottacomunista

Il processo di liberazione dei popoli e delle classi

di Michele Basso

egmoniaMarx ed Engels avevano come scopo principale la liberazione del proletariato dalle catene della schiavitù salariale, e, in conseguenza di ciò, la liberazione dell'umanità. Questo presupponeva uno studio delle cause storiche di questa schiavitù, analizzando gli sviluppi attraverso lo schiavismo, il feudalesimo,il capitalismo. Nozioni importanti sul processo di liberazione dei popoli si trovano negli scritti sulla questione irlandese. L'Irlanda del suo tempo, nonostante le mascherature istituzionali, era una colonia. Marx, dapprima, si attendeva la sua liberazione dall'avanzata del movimento operaio inglese, poi capì che proprio i rapporti di sudditanza dell'Irlanda erano il terreno su cui si sviluppavano le correnti più reazionarie, e che il dominio dei landlord in Irlanda permetteva loro di avere un peso determinante anche in Inghilterra, mentre l'emigrazione in Inghilterra degli irlandesi scacciati dalle terre dai landlord creava le condizioni per contrasti con gli autoctoni, per la divisione del movimento operaio.

Dopo essermi occupato per anni della questione irlandese, sono giunto al risultato che il colpo decisivo contro le classi dominanti in Inghilterra (ed esso sarà decisivo per il movimento operaio all over the world [in tutto il mondo n.d.t.]) può essere sferrato non in Inghilterra, bensí soltanto in Irlanda. «D'altro canto: se domani l'esercito e la polizia inglese si ritirano dall'Irlanda, voi avrete immediatamente an agrarian revolution [una rivoluzione agraria N.d.T.] in Irlanda. La caduta dell'aristocrazia inglese in Irlanda condiziona, a sua volta, e ha come conseguenza necessaria la sua caduta in Inghilterra. Ciò soddisfarrebbe la condizione preliminare per la rivoluzione proletaria in Inghilterra. Poiché in Irlanda, sino ad oggi, la questione agraria è stata la forma esclusiva della questione sociale, poiché essa è una questione di pura sopravvivenza, una questione di vita o di morte, per l'immensa maggioranza del popolo irlandese, poiché, al tempo stesso, essa è inscindibile dalla questione nazionale, l'annientamento dell'aristocrazia fondaria inglese in Irlanda è un'operazione infinitamente piú facile che non in Inghilterra. Tutto ciò a prescindere dal carattere, piú passionale e rivoluzionario degli irlandesi, rispetto agli inglesi."(1)

Ed Engels spiegava a Bernstein che per svilupparsi la classe operaia ha bisogno della formazione della nazione: «...per un grande popolo è storicamente impossibile anche solo discutere seriamente di qualsiasi questione interna finché manca l'indipendenza nazionale. Prima del 1859 in Italia il socialismo era fuori discussione, persino il numero dei repubblicani era esiguo, sebbene essi costituissero l'elemento più energico. Soltanto dal 1861 i repubblicani hanno iniziato a svilupparsi e successivamente hanno ceduto i loro migliori elementi ai socialisti. Lo stesso è accaduto in Germania ... E' stato solo nel 1866, anno che ha deciso effettivamente l'unità grande prussiana della Piccola Germania che il partito lassalliano e il cosiddetto partito di Eisenach hanno assunto una certa importanza e, solo a partire dal 1870, quando è stata eliminata definitivamente la pressione delle ingerenze bonapartiste, la causa ha preso slancio.» «In generale, un movimento internazionale del proletariato è possibile solo tra nazioni indipendenti» «Sono pertanto del parere che in Europa due nazioni abbiano, non solo il diritto, ma il dovere di essere nazionali prima di essere internazionali: gli irlandesi e i polacchi. Essi saranno internazionali nel migliore dei modi quando saranno davvero nazionali»(2)

Qui Engels si riferisce alla grande funzione che i due paesi, Irlanda e Polonia, potevano avere contro lo strapotere rispettivamente inglese e russo. Qui si vede che il rapporto tra lotte nazionali e lotta di classe non può essere posto in modo semplicistico. E Lenin lo dimostrò spiegando che, anche in età imperialistica, un paese che non ne domini altri, se attaccato da una grande potenza, deve difendersi, anche con l'aiuto del proletariato, a meno che non sia aggregato direttamente a un'alleanza bellica imperialistica, come compresero gli eroici socialisti serbi al tempo della prima guerra mondiale. Il disfattismo rivoluzionario va riservato ai paesi imperialistici e anche ai loro sgherri, nel caso di guerre per procura, ma sarebbe assurdo estenderlo, ad esempio, allo Yemen, attaccato da uno stato che è il simbolo della reazione mondiale.

Molti compagni pensano, invece, che le parole di Marx e di Engels si attaglino solo all'Irlanda dell'Ottocento e che il detto «un popolo che ne domina un altro non può essere libero» sia poco di più di uno slogan. In realtà, Marx ci spiega che il processo di liberazione non è unilaterale, e che la liberazione delle colonie e semicolonie ha un effetto liberatorio anche sulle metropoli. Si pensi agli anni sessanta del novecento, in cui le lotte di liberazione in Asia, Africa, America latina si sviluppavano, e contemporaneamente nell'Europa e in America si verificavano profondi cambiamenti sociali e di mentalità. Con la sconfitta di molti di questi movimenti, e soprattutto col tentativo di ricolonizzazione (guerre di Afghanistan, Iraq, Somalia, Siria, Yemen...), la xenofobia e il razzismo si diffondono in mezzo mondo.

Quando il proletariato delle metropoli diventa indifferente alla liberazione di colonie e semicolonie, le sconfitte e l'arretramento diventano inevitabili. Il proletariato dei paesi avanzati sarà sempre sconfitto dalla propria borghesia finché non deciderà di aiutare i paesi coloniali a liberarsi dall'imperialismo, colpendo così l'imperialismo nelle sue riserve di caccia. Eppure ci sono compagni in buona fede convinti che la questione nazionale non abbia più nessuna importanza.

Nel periodo delle lotte di liberazione dell'Africa e dell'Asia, ci fu un piccolissimo partito che, almeno a livello teorico, sviluppò posizioni perfettamente coerenti con quelle di Marx ed Engels:

Sappiamo, cioè, che a mantenere l'attuate stato di disunione e di impotenza degli arabi, che è la condizione del perpetuarsi dello sfruttamento imperialistico, concorrono due ordini di cause: le secolari tradizioni conservatrici all'interno, l'ingerenza straniera dall'esterno. Che significa ciò, in sede politica? Significa che il mondo arabo deve addossarsi il tremendo compito di una duplice lotta: la rivoluzione sociale e la rivoluzione nazionale, la rivolta contro le classi reazionarie che tramandano tradizioni ormai superate e contro gli occupanti stranieri. Soltanto una vittoria riportata in entrambi questi campi può assicurare il trionfo dell'unità araba dall'Oceano Atlantico al Golfo Persico.

Ma l'imperialismo non dorme sonni tranquilli. Le allarmate invocazioni al "pericolo russo", le romanzature delle "infiltrazioni russe" nel Medio Oriente e nel Maghreb servono a nascondere il vero timore. Ciò che veramente temono le borghesie europee, e con esse l'imperialismo americano, è un effettivo progresso del movimento di unificazione araba. Avete mai pensato alle enormi conseguenze che la formazione di uno Stato unitario arabo comporterebbe? Essa segnerebbe la fine della dominazione colonialista in tutta l'Africa, non solo nell'Africa araba, ma anche nel resto del continente abitato da popoli di razza negra, che è percorso da profondi brividi di rivolta. I miti che la classe dominante si fabbrica mirano a inculcare nelle menti delle classi oppresse il pregiudizio della inanità della lotta contro l'ordine vigente. Ebbene, chi può misurare la gigantesca portata rivoluzionaria che avrà il crollo del mito della superiorità della razza bianca?

Spezzettati in diversi staterelli, divisi da ignobili questioni dinastiche, divorati vivi da manigoldi dei monopoli capitalistici stranieri che volentieri cedono larghe fette dei profitti petroliferi, invischiati nelle mortifere alleanze militari dell'imperialismo, gli Stati arabi non solo non incutono timore agli imperialismi ma servono da pedine nel loro gioco diabolico. Ma che avverrebbe se gli arabi, superate le disunioni suicide, riuscissero a fondare uno Stato nazionale abbracciante tutti i territori africani e asiatici abitati da popolazioni arabe? Avremmo soltanto il risveglio dell'Africa intera? No, otterremmo, noi tutti che militiamo nel campo della rivoluzione comunista, ben altro. Otterremmo di assistere alla definitiva, inappellabile condanna a morte della vecchia Europa, di questa fradicia, corrotta, micidiale Europa borghese, impastata di reazione e di fascismo più o meno camuffato, che da quarant'anni è il focolaio inesausto della guerra imperialistica e della controrivoluzione." "(3)

Qualcuno, abbeveratosi al linguaggio del politicamente corretto - uno dei tanti dialetti della neolingua di Orwell - potrà scandalizzarsi per l'uso di termini come razza, nazione, negro ..., che erano usati senza problemi, anchenell'Internazionale comunista dei tempi di Lenin e anche fino agli anni settanta. Solo i fascisti li usavano in senso deteriore. Con lo sviluppo della Lega, xenofoba e razzista, queste parole assunsero una connotazione negativa. Pochi scienziati oggi usano ancora il termine razza. D'altra parte la scienza modifica continuamente e necessariamente il suo linguaggio, e non possiamo certo cestinare scritti importantissimi che, per la loro datazione, non possono essere in linea con la terminologia scientifica contemporanea.(4)

Altri compagni sono convinti che i problemi posti dall'articolo citato del 1958 siano superati. Certo, come in molti rivoluzionari, c'era una certa presbiopia, che faceva vedere vicine certe soluzioni radicali, invece ancora lontane. Ma la sostanza dell'analisi politica era corretta. Il fatto che in tanti anni non si siano sciolti quei nodi non significa che quei problemi non esistano più. Possiamo forse dire che il Kuwait, il Qatar, la Giordania, la stessa Arabia Saudita sono stati nazionali? Hanno assai meno giustificazioni storiche del granducato di Toscana o del Regno delle due Sicilie. Molto prima dell'infame accordo Sykes- Picot, l'inghilterra aveva provveduto a frammentare i territori arabi. Nell'impossibilità di fare in un articolo un quadro generale, si può portare l'esempio dell'origine dello staterello del Kuwait.

Alla fine dell'Ottocento, l'impero turco era di fatto una semicolonia della Germania. Il governo turco aveva concesso alla Compagnia delle Ferrovie dell'Anatolia, fondata dalla Deutsche Bank, i diritti per la costruzione della ferroria Amburgo - Baghdad, che doveva terminare nel Kuwait, allora parte integrante dell'impero ottomano. L'imperatore Guglielmo II nel 1898 si recò a Costantinopoli (Il nome Istanbul, già in uso, divenne definitivo solo nel 1930) dove trattò col Sultano i particolari del tratto turco della ferrovia. Il console tedesco a Costantinopoli si recò nel Kuwait con un gruppo di ingegneri. Ma lo sceicco Mubarak, legato agli inglesi da un trattato segreto, boicottò il lavoro del gruppo. L'Inghilterra, a parole paladina della libera concorrenza, non poteva accettare una ferrovia che giungesse al Golfo, perché avrebbe fatto concorrenza al Canale di Suez. I tedeschi insistettero perché fosse restaurata la sovranità turca sul Kuwait, ma gli inglesi fecero sapere al Sultano che ogni concessione di diritti speciali in Kuwait alla Germania avrebbe provocato un intervento militare britannico.

Mubarak attaccò allora alcune tribù beduine fedeli al Sultano, ma subì una sconfitta gravissima. Costantinopoli inviò una nave da guerra con un ultimatum: o l'esilio volontario, con una pensione d'oro, oppure la guerra, dal mare e da terra. Ma un incrociatore inglese apparse davanti a Kuwait, la nave da guerra turca fu costretta ad allontanarsi, e reparti di artiglieria inglesi occuparono la città (era il 1901). Nel 1904 un agente politico inglese si installò a Kuwait city.

Nel 1913 ci fu un accordo anglo turco per dividersi le rispettive zone d'influenza sul mondo arabo, ma non fu mai ratificato.

Quando, nell'ottobre del 1914, la Turchia entrò in guerra, gli inglesi occuparono il Kuwait e lo dichiararono Stato indipendente sotto protezione britannica.(5)

Queste le ragioni storiche dei "diritti" del Kuwait, per cui 35 stati, sotto l'egida dell'Onu, accorsero per restaurare la "libertà" del Kuwait, contro Saddan Hussein, secondo cui il Kuwait era una regione dell'Iraq. La brutalità dell'azione militare americana fu senza limiti.

La balcanizzazione della penisola arabica ha impedito la formazione di un proletariato aggregato e compatto. La condizione ottimale per la formazione del proletariato e del movimento operaio è la formazione dello stato nazionale.

E' un ostacolo che non può essere aggirato. I regni del Golfo hanno avuto una funzione estremamente reazionaria nel combattere i movimenti nazionalisti laici, nel finanziare movimenti terroristici che hanno agito a favore di USA, Gran Bretagna, Francia. Con l'aiuto di Al Qaeda, è stato realizzato il piano di Brzezinski, che prevedeva la lotta contro il regime laico di Najibullah e tendeva una trappola all'Unione Sovietica. Ovunque ci siano popolazione musulmane o emigrazione musulmana, c'è la zampino della monarchie del Golfo.

Ma, nella storia, ci sono stati casi di centri di reazione trasformatisi in centri di rivoluzione. Il caso più noto è la Russia zarista. Le rivoluzioni possono partire anche da congiure di palazzo, rivolte militari e solo in seguito coinvolgere le folle. Condizioni perché si possa sviluppare la rivoluzione nella penisola araba: un notevole indebolimento degli Stati Uniti, per esempio per una crisi finanziaria; una ribellione degli strati intermedi dell'esercito, stanchi di essere impiegati in guerre senza speranze; la proclamazione della repubblica araba, chiedendo agli staterelli di unirvisi, cacciando le monarchie locali; concessione della cittadinanza ai lavoratori immigrati, che costituiscono il vero e proprio proletariato, e senza il cui appoggio non è possibile sradicare le monarchie.

Se qualcuno pensa che non abbia più senso contrapporre repubblica e monarchia, la risposta è che questo può valere per la Norvegia o la Svezia, ma è assurdo parlarne a proposito con uno stato mostro come quello saudita. Ovviamente quest'ultimo si regge sulla rendita petrolifera, e non su quella agraria come nella Russia dell'Ottocento(6), ma questo non cambia la natura parassitaria dei rentier aristocratici, modernissimi quando vanno a studiare in America o usano automobili lussuose e computer dell'ultima generazione, ma pronti a ribadire le catene nei confronti dei propri sudditi. Anche la stessa industria è sovvenzionata dalla rendita petrolifera, non è da qui che può nascere l'opposizione. Per molti aspetti l'Arabia Saudita è un paese moderno ad es. nella demografia, 2,59 bambini per donna nel 2018, leggermente sopra la soglia perché la popolazione rimanga invariata. Il tasso di alfabetizzazione, pur non raggiungendo il 100% di Cuba, Corea del Nord, Finlandia, Australia, Canada, Norvegia, e pochi altri paesi, e neppure il 99,7 degli Stati Uniti, il 99,5 dell'Albania, il 99,2 dell'Italia, raggiunge il 94,7 e i dati della CIA aggiungono 97% per gli uomini e 91,1 per le donne. Questo significa che, caduta la monarchia e distrutto il potere enorme dei capi religiosi non sarà difficile la piena alfabetizzazione.

La caduta della monarchia saudita avrebbe un impatto enorme e subitaneo su Egitto, Libia, Iraq, Siria, e probabilmente provocherebbe la caduta immediata delle altre monarchie del Golfo

Se la repubblica, che è inevitabile, si svilupperà nel senso di una rivoluzione, non lo possiamo sapere, ma, in ogni caso, sarà eliminato un bubbone terribile, fonte continua di guerre e di corruzione.


Note
1 Lettera di Karl Marx a Sigfrid Meyer e August Vogt, 9 aprile 1870
2 Lettera di Engels a Kautsky, 7 febbraio 1882.
3 Da "Le cause storiche del separatismo arabo", "Il programma comunista" n. 6 del 1958
4 «Nel caso degli esseri umani (Homo sapiens), la comunità scientifica non ritiene opportuno usare il termine razza per riferirsi a ciascuno dei differenti gruppi umani, ed è considerato più pertinente utilizzare i termini etnia o popolazione per definirli. Inoltre, la stessa comunità scientifica ritiene che non esistano "razze" in senso biologico. Alcune categorie continuano ad utilizzare informalmente "razza" per accorpare gruppi di persone che condividono certe caratteristiche, ritenendo che i termini "etnia" e "popolazione" abbiano un significato prevalentemente culturale e geografico». Da "Wikipedia "Razza". In USA hanno rimosso la parola “Nigger" da Huckleberry Finn, ma neppure durante gli otto anni della presidenza Obama, campione del politicamente corretto, si è provveduto a scarcerare quella grossa percentuale di incriminati per motivi futili o per decisione arbitraria della polizia, in gran parte neri latinos, che nelle carceri sono costretti a lavorare per salari irrisori.
Nelle carceri americane ci sono più di due milioni di persone, una schiavitù che si perpetua.
5 “Le frontiere maledette del Medio Oriente" di Filippo Gaja.
6 Natura “asiatica”, cfr. “Storia diplomatica segreta del 18° secolo” di Karl Marx. (parzialmente, i capitoli finali, quinto e sesto, anche su http://www.rottacomunista.org/classici/marx-engels/XVIIISecolo.html) Ed. La Pietra, 1978 con annesse osservazioni di David Rjazanov e Bernd Rabel.
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