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Quella luce in fondo al tunnel
PSN e tds a tasso negativo versus mes e RF
di Francesco Cappello
Scegliere tra le possibilità offerte, da una parte dal piano di salvezza nazionale PSN, a cui si affiancano oggi i titoli di stato a tasso negativo (1), e dall’altra da MES e Recovery Fund RF (Next Generation EU), non dovrebbe risultare difficile. Tutt’altro.
Statonote (una delle sei proposte del PSN)
Se aveste la possibilità di stamparvi la moneta che vi serve per concretare i vostri sogni/progetti senza incorrere in alcun effetto collaterale, di sicuro preferireste procurarvi così i soldi che vi servono piuttosto che farveli prestare, anzi, non avreste dubbi in proposito per il semplice motivo che in questo secondo caso sapete bene che i soldi ricevuti in prestito prima o poi dovreste restituirli, per di più maggiorati dagli interessi.
Ebbene, a trovarsi nella situazione precedentemente descritta è niente di meno che lo Stato di cui siamo parte. Lo Stato può immettere nel circuito economico, per tutte le esigenze di spesa del Paese, moneta di stato, legale entro i confini del territorio nazionale, o statonote come preferisce chiamarle Antonino Galloni, presidente del Comitato Nazionale Statonote (CNS), per distinguerle dalle banconote che hanno diversa origine. La prima è moneta non a debito a cui non siamo nuovi per averne già sperimentato l’uso sin dal 1966 (governo Aldo Moro con la consulenza di F. Caffè). La quantità di statonote o biglietti di stato da mettere in circolazione è relativa al fabbisogno dello Stato ossia quella necessaria a mobilitare quei fattori produttivi inespressi a cominciare dalla forza lavoro non più in grado di generare ricchezza perché sprecata nella immobilizzazione propria dello stato di disoccupazione, sottoccupazione inoccupazione ecc.
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Un’economia vulnerabile: i risultati economici della prima presidenza Trump
di John Komlos, Salvatore Perri
La crisi economica legata al Covid-19, come tutti gli eventi negativi di carattere globale, tende ad essere classificata come imprevedibile e sganciata da ogni possibilità di prevenzione. In realtà, anche se l’evento è di per sé impronosticabile, le condizioni dei sistemi economici in termini di vulnerabilità agli shocks dovrebbero essere maggiormente tenuti in considerazione nei periodi così detti “normali”. Nel 21esimo secolo, eventi economici di portata catastrofica come la “bolla informatica”, l’11 settembre e la crisi finanziaria globale del 2008, si sono verificati in media ogni 5 anni se consideriamo anche le gravi crisi internazionali a carattere regionale. Pertanto, l’obiettivo di rendere le società moderne più “robuste” in termini di fondamentali economici, e meno vulnerabili agli shocks (Taleb 2009), dovrebbe essere comunque prioritario anche rispetto ai risultati economici di breve termine. La domanda da porsi, per valutare correttamente l’operato dell’amministrazione Trump, è se la sua politica economica prima della crisi pandemica abbia reso l’economia statunitense più forte strutturalmente oppure no.
Donald Trump ha affermato pubblicamente più volte che la sua amministrazione ha raggiunto risultati economici eccezionali, mai ottenuti prima, e tali risultati sarebbero ascrivibili ai provvedimenti di politica economica intrapresi da quando è stato eletto.
Questa opinione, rilanciata anche da altre autorevoli fonti[1], ha fatto breccia nell’opinione pubblica, nazionale ed internazionale, tanto da essere ripresa anche in Italia per corroborare alcune proposte di politica economica allo stato prive di evidenze empiriche favorevoli[2]. Al netto della propaganda elettorale, i dati raccontano un’altra realtà, molto più problematica, che getta pesanti ombre sul futuro economico degli Stati Uniti.
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La banda unica in Italia: come si espropria un bene comune
di Andrea Fumagalli
Ha trovato una scarsa eco sui media l’accordo tra Tim e Cassa Depositi Prestiti (Cdp) per la creazione di un’unica società che gestisca la banda larga in Italia, ovvero l’acceso a Internet[1]. La notizia è circolata solo il giorno (27 agosto 2020) in cui il governo ha dato parere positivo e il via libera alla creazione di una newco che avrà il controllo della rete unica. Il 1° settembre 2020 i CdA di Tim e di Cdp hanno contemporaneamente approvato il piano e siglato una lettera di intenti per arrivare a primavera 2021 alla creazione della nuova società, che si chiamerà AccessCo.
Per raggiungere tale scopo, Tim farà affidamento a FiberCop (la società che cura l’ultimo miglio della rete, quello dagli armadietti in strada alle case), a cui sarà conferita la rete secondaria di Tim sulla base di un valore d’impresa di circa 7,7 miliardi di euro (per un valore azionario minore, pari a 4,7 miliardi di euro: il che fa presagire un aumento futuro del valore delle azioni per la gioia degli azionisti).
In FiberCop entra anche il fondo d’investimento privato americano Kkr con il 37,5% (1,8 miliardi) e Fastweb che acquisisce il 4,5%. Ne consegue che Tim deterrà il 58% della nuova società.
Secondo fonti informate, si prevede che FiberCop avrà un profitto lordo (Ebidta) di circa 0,9 miliardi (pari al 19% del valore azionario, livello assai alto) con un cash-flow positivo a partire dal 2025 e non richiederà quindi iniezioni di capitale da parte degli azionisti.
Solo successivamente alla creazione della nuova FiberCop, entra in gioco l’accordo tra Cdp e Tim per la messa in opera della rete unica, non oltre il primo trimestre 2021.
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Perché l’impresa privata ha bisogno dello Stato (e della grande impresa pubblica)
di Thomas Fazi
Che moltissimi imprenditori piccoli e medi vedano oggi lo Stato come un nemico è un dato di fatto. È un sentimento comprensibile, dato che le loro interazioni quotidiane con lo Stato sono fatte perlopiù di tasse e burocrazia. Ma gli imprenditori commettono un errore madornale nell’identificare il nemico nello Stato tout court piuttosto nelle specifiche politiche portate avanti da questo Stato. Per il semplice fatto che, se è vero che oggi lo Stato è causa di molti dei loro mali, è altresì vero che solo lo Stato può risollevare le loro sorti. La soluzione, tuttavia, non consiste – come pensano probabilmente molti imprenditori, che se lo sentono ripetere tutti i giorni da anni dalle veline liberiste che affollano le tribune politiche, nonché da praticamente tutti i partiti politici dell’arco parlamentare – nel “lasciarli lavorare” (o laissez-faire, come direbbero i francesi), cioè in una semplice riduzione dell’opprimente interferenza dello Stato nella vita economica delle imprese. L’idea che le tasse e la burocrazia rappresentino il principale freno dell’economia italiana, e che basterebbe levare queste di mezzo perché le imprese tornino a volare – come ama ripetere Salvini –, è seducente (perché intuitiva) quanto sbagliata.
Ora, è evidente che tutte le imprese beneficerebbero da una riduzione delle tasse e/o da una semplificazione della burocrazia. Questo lo capirebbe anche un bambino. L’errore sta nel considerare queste misure sufficienti per rilanciare l’economia. Basti pensare che, secondo i dati della Banca mondiale, la pressione fiscale sulle imprese negli ultimi otto anni è scesa di ben nove punti, dal 68 al 59 per cento; nello stesso periodo, nella classifica internazionale “Doing Business”, redatta sempre dalla Banca mondiale, che calcola la “facilità di fare impresa”, l’Italia è passata dal 78esimo al 58esimo posto. Qualcuno ha notato grandi balzi in avanti nell’economia nel periodo in questione? Appunto.
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Come va l’economia? Ne parliamo con Domenico Moro
di Ascanio Bernardeschi
Con questa a Domenico Moro, iniziamo una serie di intervisteLa pandemia sta modificando gli equilibri e le strategia e livello internazionale. In Europa sarà un pretesto per ulteriori tagli ai salari e ai diritti sociali. Il Mes e il Recovery Fund sono inadeguati e l’uscita dall’Unine Europea è una condizione necessaria per la realizzazione del socialismo. rivolte a quadri di lavoratori comunisti ed economisti. Domenico Moro è ricercatore presso l'Istat ed è stato consulente della Commissione Difesa della Camera dei deputati. È autore di diversi volumi di carattere economico, politico e militare. Abbina al lavoro scientifico la militanza politica.
* * * *
Domanda. La pandemia da Covid-19 ha senz’altro fatto da detonatore della crisi economica e l’ha inasprita. Secondo noi, però, la pandemia è intervenuta in un momento già critico per l’economia mondiale per cui non può essere considerata l’unica responsabile dei problemi economici che stiamo vivendo. Per te qual è la natura di questa crisi?
Risposta. Al momento dello scoppio della pandemia, l’economia mondiale e quelle dei principali Paesi, con poche eccezioni, erano già nella fase fase discendente del ciclo economico, essendo la crescita del Pil in rallentamento nel 2018 e ancor di più nel 2019. Secondo i dati dell’Unctad, l’economia mondiale è passata da una crescita del 3,31% nel 2017 a una crescita del 2,52% nel 2019. La crescita della Ue è scesa dal 2,58 all’1,46%, in particolare la Germania è passata dal 2,47% allo 0,56% e l’Italia dall’1,72% allo 0,30%. Persino la Cina era in rallentamento, essendo passata dal 6,76% al 6,10%. Di fatto alcuni Paesi, come la Germania e l’Italia, erano già in recessione.
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Il partito dello stato forte e la battaglia su Keynes
di Vadim Bottoni
La battaglia su Keynes è politicamente importante.
Si ritenga importante tatticamente, strategicamente, dialetticamente o che si condivida integralmente, il pensiero keynesiano ben interpretato fornisce uno strumento utilissimo per chi crede nella centralità dello Stato in economia.
D’altronde basta pensare a quante volte vengono tirate in ballo le politiche keynesiane come risposta alla crisi, come naturali implementazioni della parte economica della Costituzione, come aspetti costitutivi delle moderne economie monetarie, e così via.
Se questo dà la misura della sua importanza, un altro aspetto dà la misura della fragilità del richiamo al pensiero keyenesiano: il fatto è che Keynes risulta tanto nominato quanto poco letto e questo vale sia per i sostenitori che per i detrattori.
Questa fragilità presta il fianco a due tipi di attacchi da parte del mainstream liberista: o il loro qualificarsi come veri keynesiani mentre in realtà ne stravolgono il pensiero, o identificare chi crede nello Stato interventista come falsi keynesiani statalisti, i keynesiani de’ noantri, il cui pensiero non avrebbe non solo nulla a che fare con il (probabilmente) più grande economista del Novecento, ma che per giunta neanche avrebbero letto.
Il caso in questione rientra in quest’ultimo tipo di attacchi, che non sono solo pretestuosi e capziosi, ma sono anche perpetrati spesso senza assumersi l’onere della prova, perché se si scrive su testate prestigiose agli occhi del grande pubblico si eredita quel prestigio che consente di esimersi dalla giustificazione delle invettive.
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Banca Popolare Bari: per ora la solita storia
Le proposte di Rifondazione per una possibile svolta
di Ufficio Credito ed Assicurazioni PRC-SE
Nonostante le perplessità della vigilia, l’assemblea degli spolpatissimi soci della Popolare di Bari ha approvato, con una maggioranza bulgara del 97%, il piano di rilancio della banca proposto dai Commissari straordinari che prevede, innanzi tutto, la sua trasformazione in SpA.
Come noto, il salvataggio è stato possibile grazie ad una ricapitalizzazione pari a circa 1,6 miliardi di euro che saranno sborsati dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (che in sostanza coprirà le perdite pregresse che ammontano a quasi 1,2 miliardi di euro) e da Mediocredito Centrale che con circa 430 milioni di euro otterrà il 97% del capitale della nuova banca.
L’ennesimo intervento del Fitd (che è alimentato dalle contribuzioni di tutte le banche operanti nel nostro paese, quindi da risorse in larga misura private), di gran lunga il più oneroso della sua storia, non deve certo essere scambiato per un atto di generosità verso un concorrente in grave difficoltà. Occorre ricordare infatti che in caso di fallimento della banca, il Fondo avrebbe comunque dovuto intervenire a tutela dei depositanti (sino a 100mila euro) con un esborso decisamente superiore e non facilmente digeribile per il sistema.
Mediocredito Centrale, invece, tramite Invitalia, è partecipato al 100% dal Ministero dell’Economia. Di conseguenza, la nuova Popolare di Bari è ora di proprietà pubblica (o meglio statale).
Naturalmente, rimangono in campo gli strascichi giudiziari della vicenda (fra pochi giorni dovrebbe partire il processo agli Jacobini, padroni incontrastati della banca per quarant’anni e ora accusati di una lunga lista di capi di imputazione) e la rabbia dei risparmiatori “traditi” che in questo caso, salvi gli obbligazionisti, sono i circa 70mila soci restati sostanzialmente con mucchi di carta straccia in mano.
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Analisi macroeconomica, prospettive italiane e una valutazione di MES ‘pandemico’ e Recovery Fund
di Antonella Stirati
Prima di entrare nel merito della argomentazione, del contesto, e della valutazione di queste due misure vorrei anticipare qui a grandi linee la valutazione complessiva che emerge.
Il MES ‘pandemico’ o sanitario, nonostante l’assenza di condizionalità ex-ante (eccetto che sulla destinazione dei fondi) presenta insidie rilevanti connesse al suo prevedere una ‘sorveglianza rafforzata’ sulla politica di bilancio dei paesi debitori pienamente incardinata nel quadro normativo dei trattati e quindi in quelle regole di finanza pubblica che hanno già dimostrato la loro disfunzionalità, specialmente in periodi di crisi.
Il Recovery fund proposto dalla commissione presenta una componente estremamente limitata, nel caso dell’Italia, di risorse e ‘a fondo perduto’. Esso ha però il vantaggio importante entro il quadro istituzionale attuale di poter realizzare spese e investimenti pubblici che possono favorire la crescita dell’economia nei prossimi anni, restituendo poi tali risorse in modo dilazionato nel tempo su un orizzonte temporale lungo.
Cosa è cambiato nelle analisi macroeconomiche ‘dominanti’ e istituzionali dal 2008 a oggi
La versione standard dei modelli macroeconomici insegnata sui libri di testo sino al 2008 indicava che politiche fiscali restrittive (di ‘austerità’) hanno effetti negativi nel breve periodo, ma neutrali o positivi nel medio-lungo periodo (in quanto favorirebbero una crescita degli investimenti privati).
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Il rimbalzo del gatto morto
di Leonardo Mazzei
Non ce ne voglia l’ignaro e simpatico felino, ma l’immagine è perfetta. In Borsa il “rimbalzo del gatto morto” descrive la ripresa, modesta e temporanea, di un titolo destinato a ricominciare alla svelta la sua corsa verso il basso. Che è esattamente quello che sta facendo l’economia italiana, nel suo complesso, dal 2008.
Nella figura sopra questo fenomeno è evidentissimo. Il primo “rimbalzo del gatto morto” si registra nel 2010-2011, poi seguito da una nuova recessione e da una sostanziale stagnazione fino al 2015. Qui inizia la ripresina del 2016-2018, il secondo balzo del micio deceduto, che ci condurrà alla stagnazione del 2019, fino alla catastrofica situazione attuale. Quando il grafico dell’Istat riporterà il tracollo in corso, il disastroso andamento dell’economia italiana risulterà ancora più chiaro.
Ma perché iniziare un articolo sulle prospettive economiche attuali con queste considerazioni? Primo, perché il passato, specie se non si cambia strada, ci parla inevitabilmente del futuro.
Secondo, perché la crisi del Covid è sopraggiunta quando l’economia italiana (e non solo) era già sull’orlo di una nuova recessione. Terzo, perché (come vedremo) tutte le previsioni economiche del momento indicano al massimo un nuovo rimbalzo del gatto morto. Quarto, perché gli effetti di lungo periodo dell’appartenenza all’eurozona solo questo consentono.
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Gli effetti perversi della moderazione salariale e la proposta di Stato innovatore di prima istanza
di Guglielmo Forges Davanzati
Stesura provvisoria – febbraio 2019
1 - Introduzione
Le politiche economiche messe in atto in Italia negli ultimi anni, in piena coerenza con quanto suggerito dalla commissione europea e con quanto realizzato in altri Paesi europei, si fondano essenzialmente su due assi: consolidamento fiscale e riforme strutturali. Il consolidamento fiscale viene raggiunto attraverso compressioni di spesa pubblica e aumento dell’onere fiscale, con riduzione, in particolare, della spesa sociale e per servizi di welfare e con aumento della tassazione – peraltro sempre meno progressiva – soprattutto a danno dei lavoratori. Le c.d. riforme strutturali riguardano i processi di privatizzazione e liberalizzazione e, soprattutto, ulteriori misure di precarizzazione del lavoro.
L’obiettivo di questa nota è (i) dar conto del fallimento di queste misure in relazione all’obiettivo dichiarato di generare ripresa della crescita economica e aumento del tasso di occupazione; (ii) articolare la proposta di un maggior intervento pubblico finalizzato a far diventare lo Stato occupatore e innovatore di prima istanza. Si tratta di una proposta tratta dalla tradizione teorica postkeynesiana (Minsky, in particolare) e ripresa nei tempi più recenti dagli studiosi della modernmoney theory. Su quest’ultimo aspetto, verrà articolata una critica ‘simpatetica’, basata sulla convinzione in base alla quale lo Stato, in un assetto capitalistico, non è un attore ‘neutrale’ rispetto ai rapporti di forza esistenti e verificati nel mercato del lavoro. Tutt’altro. Le politiche economiche risentono profondamente del conflitto capitale-lavoro (incluse le rendite finanziarie) e dei conflitti intercapitalistici. In tal senso, la proposta in oggetto, più che essere criticata sul piano ‘tecnico’ (possibili effetti inflazionistici, eventuale aumento del debito pubblico), dovrebbe tener conto della natura intrinsecamente di classe delle scelte di politica economica.
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Capitalismo monopolistico di Stato e UE
di Raffaele Picarelli
L’ispirazione liberista della normativa dell’Unione Europea sugli aiuti di stato in epoca di pandemia. Il ruolo del capitalismo monopolistico di stato dipende dai rapporti di forza fra le classi
Timori e tremori
Carlo Bonomi, eletto il 20 maggio scorso Presidente di Confindustria, nel suo discorso di investitura ha tracciato un programma dell’organizzazione (cfr “Il Sole - 24 Ore” del 21 maggio). Alcune cose importanti le ha già ottenute, altre si appresta a ottenerle. “Su nostra richiesta, lo Stato ha imboccato la via più rapida e naturale per sostenere imprese e lavoro: non prorogare i pagamenti ma abbonare le tasse, come avverrà con l’Irap”. Sorvolando disinvoltamente sui macroscopici interventi in favore delle imprese contenuti nel decreto legge 19 maggio 2020 n.34 (cosiddetto decreto ‘Rilancio’), Bonomi invoca “un credibile programma di riduzione strutturale del maxidebito pubblico”. Che strano! Ha chiesto, e ottenuto, centinaia di miliardi di sovvenzioni, abbuoni, crediti fiscali, garanzie pubbliche, tutti interventi effettuati a debito, e ora chiede un rientro credibile del nostro debito? Ma sì, egli pensa che gli altri dovranno stringere la cinghia per lui e quelli come lui.
“Per riprendere la via degli investimenti” egli prosegue “due sono i caposaldi: la ripresa e il potenziamento di ‘Industria 4.0’ e l’affiancamento di analoghi incentivi per ‘Fintech 4.0’”. La politica dovrà tagliare la spesa corrente e raddoppiare gli investimenti pubblici “nel campo delle infrastrutture di trasporto e logistiche, nella digitalizzazione e produttività dei servizi”. Quindi, riassumendo, nella visione ‘strategica’ di Bonomi abbiamo uno Stato (“la politica”) che abbona le tasse, trasferisce in vario modo 105/110 miliardi di euro (su 155) alle imprese con il decreto ‘Rilancio’, soldi per lo più procurati a debito, e che si impegna a ulteriori cospicue sovvenzioni.
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Economia nazionale e Unione europea
Il Bilancio (dello Stato) baderà a se stesso?
di Alessandro Volponi*
«Non potete aspettarvi che gli imprenditori si mettano a varare programmi di ampliamento mentre stanno subendo perdite. È la comunità organizzata che deve trovare modalità intelligenti di spesa con lo scopo di dare il calcio di inizio al pallone […] Non riuscirete mai a far quadrare il bilancio pubblico con misure che riducono il reddito nazionale […] è il peso della disoccupazione e la caduta del reddito nazionale che stanno buttando all’aria il bilancio. Voi badate alla disoccupazione che il bilancio baderà a se stesso!»
(John Maynard Keynes, conversazione radiofonica del 4/1/1933).
«All’epoca della grande crisi […] i capitalisti hanno combattuto costantemente gli esperimenti volti ad accrescere l’occupazione per mezzo della spesa pubblica in tutti i paesi, con l’eccezione della Germania hitleriana. Non è facile spiegarsi tale posizione. È chiaro infatti che un più elevato livello della produzione e dell’occupazione è favorevole non soltanto ai lavoratori ma anche ai capitalisti, poiché i loro profitti si accrescono. D’altra parte la politica di pieno impiego, basata sulle spese statali finanziate in deficit, non incide sui profitti in quanto non richiede la istituzione di nuove imposte. In una situazione di crisi i capitani d’industria si struggono per la ripresa. Perché quindi non accolgono con gioia “la ripresa artificiale” che lo Stato offre loro? [….]. Il periodo nel quale i “capitani d’industria” potevano permettersi di combattere qualsiasi forma di intervento statale, avente come scopo una attenuazione delle crisi economiche, appartiene al passato. Attualmente non si pone in questione la necessità dell’intervento pubblico in tempo di crisi».
(Michal Kalecki Aspetti politici del pieno impiego, 1943).
A differenza di Kalecki, Keynes era convinto che il pieno impiego potesse essere conseguito e mantenuto costantemente nel quadro di un’economia capitalistica e, benché poco incline ad occuparsi del lungo periodo, fantasticava di un mondo in cui pochissime ore di lavoro al giorno avrebbero assicurato a tutti un’esistenza libera e felice grazie alla crescita continua della produttività, un mondo pacifico perché la piena occupazione in tutti i paesi avrebbe eliminato le cause economiche della guerra; la rendita sarebbe gradualmente scomparsa (“eutanasia del rentier”) quindi il profitto si sarebbe ridotto a pura remunerazione del rischio e del lavoro di direzione.
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Sovranità (monetaria) o barbarie
di Stuart Medina e Manolo Monereo
Non si può separare la politica monetaria da quella fiscale.
Ogni volta che ci si prova, le motivazioni di solito sono tutt’altro che innocenti e le conseguenze possono rivelarsi disastrose. Questa schizofrenia monetario-fiscale rappresenta spesso uno stratagemma per limitare il potere di uno Stato, subordinandolo a istanze antidemocratiche.
La moneta è un elemento fondante dei rapporti di potere non solo all’interno di uno Stato, ma anche fra gli Stati. L’architettura dei meccanismi di creazione e distruzione della moneta ha un effetto sulla possibilità di accedervi e, quindi, sulla sua distribuzione sociale.
In uno Stato capitalista, le banche, spesso private, sono autorizzate a operare in un altro circuito monetario che fa leva sulla moneta dello Stato. Il circuito inizia con la concessione del credito, che implica la creazione di depositi o di denaro bancario nel medesimo atto, e si chiude con il rimborso dei prestiti. Questo meccanismo conferisce un immenso potere alla classe capitalista perché gli permette di decidere quali risorse verranno mobilitate e quali attività economiche potranno realizzarsi. Ma allo stesso tempo, il sistema finanziario capitalista genera instabilità perché inanella cicli speculativi con periodi di depressione prolungati. Lo Stato capitalista crea categorie privilegiate che usufruiscono di un accesso privilegiato alla moneta per facilitare il processo di accumulazione.
Lo Stato dotato di sovranità monetaria può compensare l’instabilità del sistema finanziario con una rigorosa supervisione bancaria e agendo in chiave anticiclica grazie alla sua capacità di emissione illimitata che gli consente di pagare per i “cocci” quando scoppia una bolla.
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Il problema del debito privato e lo scopo del debito pubblico
di Marcello Spanò
L’emergenza pandemica, vista dalla prospettiva delle sue conseguenze economiche, ha portato in primo piano un problema sistemico che spesso, per ideologia o per ignoranza, nel dibattito pubblico viene lasciato sotto traccia: la questione del debito privato In seguito al prevedibile crollo del Pil di diverse economie, in primis quella italiana, il debito privato, in particolare quello delle imprese, rischia di diventare insostenibile
L’emergenza pandemica, vista dalla prospettiva delle sue conseguenze economiche, ha portato in primo piano un problema sistemico che spesso, per ideologia o per ignoranza, nel dibattito pubblico viene lasciato sotto traccia: la questione del debito privato. In seguito al prevedibile crollo del Pil di diverse economie, in primis quella italiana, il debito privato, in particolare quello delle imprese, rischia di diventare insostenibile.
Quello del debito privato è un problema che spesso viene trascurato in tempi di relativa tranquillità per riaffiorare (cogliendo regolarmente quasi tutti di sorpresa) in tempi di crisi. Molti economisti e regolatori si esercitano quotidianamente sul monitoraggio del debito pubblico, poiché questo è considerato, dalla tradizione accademica dominante, responsabile di diverse distorsioni e indebite intromissioni nel regolare funzionamento dei mercati che – sempre secondo tale tradizione – condurrebbe spontaneamente all’equilibro e all’efficienza allocativa. Come prova della presa che tale visione ha sulle decisioni politiche, basti riflettere sull’accanimento con cui i trattati e gli accordi presi in sede europea, da Maastricht al Patto di Stabilità e Crescita al Fiscal Compact, si sono dedicati al controllo dei disavanzi pubblici dei paesi dell’eurozona, e la negligenza con cui hanno considerato la dinamica dei debiti del settore privato, verso le banche domestiche e verso il settore estero. Di fatto, però, quando le crisi esplodono, rivelano sempre un problema di insostenibilità del debito privato. Il debito pubblico, invece, nei momenti di emergenza, non soltanto viene derubricato come una variabile di secondaria importanza, ma viene perfino invocato come una risorsa strategica per il salvataggio dal naufragio dell’intero sistema economico.
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Farsi commissariare dalla Troika. Il sogno dei banchieri italiani
di Ex OPG Napoli
Sabato scorso Il Sole 24 Ore ha aperto con una lunga intervista a Carlo Messina, Ceo di Intesa Sanpaolo. Si tratta di ben due pagine in cui Messina esplicita tutto ciò che pensa rispetto alla crisi economica ed espone il suo piano in 5 punti per farvi fronte.
Si tratta probabilmente del contributo più interessante uscito in queste settimane dopo il lungo editoriale di Mario Draghi sul Financial Times del 25 marzo.
È interessante per due motivi: innanzitutto perchè pochi come Messina sono in grado di sapere effettivamente come stanno le cose e poi, in secondo luogo, perché a parlare è uno degli uomini più influenti d’Italia.
Proviamo a darne una lettura critica, tenendo ben presente che a parlare non è un commentatore disinteressato ma un manager che è pagato diversi milioni di euro all’anno per fare gli interessi non delle cittadine e dei cittadini ma degli azionisti della più grande banca italiana.
Il debito pubblico è una scelta obbligata?
Cominciamo riportando questo estratto:
“In particolare, aggiungerei interventi a fondo perduto. I finanziamenti possono andare bene per superare le difficoltà del momento ma poi sono debiti, sia pure garantiti dallo Stato, che vanno restituiti.”
Messina in buona sostanza è perfettamente in linea con Mario Draghi: il pubblico dovrà assorbire in parte o in tutto il debito del settore privato (secondo lui in forma indiretta per mezzo di sovvenzioni).
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