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lordinenuovo

Nazionalizzazioni, golden power e aiuti di stato

La partecipazione dello stato alla competizione intercapitalistica

di Domenico Moro

ala aereo alitalia 660x4002xL’attuale fase storica del modo di produzione capitalistico è caratterizzata da un aumento della concorrenza tra frazioni nazionali di capitale che viene accentuata dalla crisi del Covid-19, che si presenta come la più grave dal ‘29. L’elemento che sembra caratterizzare maggiormente questa fase è un revival dell’intervento statale nell’economia non sono sul piano del sostegno economico alle imprese in difficoltà ma anche in difesa della nazionalità delle imprese stesse. Infatti, la crisi determina una condizione per la quale le imprese, sia quelle quotate sia quelle non quotate, possono essere più facilmente acquisite e interi settori manifatturieri e economici potrebbero così passare in mani estere. Data la specifica situazione di difficoltà dell’economia italiana si assiste a un attivismo particolarmente marcato dello Stato italiano a difesa del proprio capitale nazionaleTuttavia la tendenza è comune anche al resto della Ue, in Spagna, Francia e Germania ad esempio, e interessa un po’ tutti i Paesi a capitalismo avanzato. Del resto, la crisi del Covid-19 accentua una tendenza protezionistica commerciale e di difesa proprietaria del capitale nazionale che si stava già diffondendo da qualche tempo, non solo negli Usa di Trump ma anche in Europa, andando in direzione opposta rispetto alle correnti liberalizzatrici che avevano caratterizzato la fase della globalizzazione.

 

Via libera agli aiuti di stato e alle nazionalizzazioni

In primo luogo va rilevato che la Commissione europea nell’ultimo mese ha molto allentato le normative che tradizionalmente facevano dell’opposizione agli aiuti di stato uno dei suoi pilastri, grazie alla comunicazione del 13 marzo, in cui si dà l’assenso a misure supplementari atte a porre rimedio a situazioni di grave turbamento dell’economia e si predispone la velocizzazione delle decisioni della Commissione stessa rispetto alle notifiche dei singoli Stati sugli aiuti da prestare alle imprese.

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lantidiplomatico

"Una spesa pubblica timida oggi significa recessione devastante e un debito pubblico più alto dopo"

L'Antidiplomatico intervista Antonella Stirati

Intervista alla Professoressa di Economia Politica di Roma Tre: "Ci sono grossi problemi all’interno dell’eurozona, non ha portato a più coesione, al contrario aumentato diseguaglianze territoriali e sociali. Se questo processo continua a generare così tanta diseguaglianza, e problemi nella gestione di crisi ricorrenti, difficilmente può essere sostenibile."

74a208c2 0143 4e5b 949b 1a63a50299c1 largeMes, Bei, Sure e una promessa di un Fondo - il cosiddetto Recovery Fund - da legare al bilancio europeo con prospettive al momento di difficile previsione vista la nota astiosità dei paesi membri che lo dovrebbero lanciare. Mentre Olanda e Austria parlano di “prestiti”, la Germania "non c'è accordo su come finanziare il fondo", la Francia tace e l’Italia esulta. Questo, in estrema sintesi, il Consiglio europeo di ieri che doveva dare “risposte storiche” ed è stato invece l’ennesimo temporeggiamento dinanzi una crisi economica che si prospetta devastante.

Come AntiDiplomatico abbiamo chiesto un commento alla Professoressa Antonella Stirati, ordinaria di Economia Politica all’Università Roma Tre, nonché firmataria insieme ad altri 100 accademici su Micromega di una lettera appello rivolta al governo italiano per non ratificare quanto pattuito il 9 aprile all’Eurogruppo.

* * * *

Professoressa Stirati, in una lettera pubblicata da MicroMega insieme a 100 colleghi avevate chiesto al governo italiano di non firmare l'accordo uscito dall'Eurogruppo. Ieri il Consiglio europeo ha invece ratificato di fatto quanto pattuito il 9 aprile. Perché è così negativo per il futuro dell'Italia?

A.S.: In quella lettera appello giudicavamo il documento uscito nello scorso incontro europeo in modo negativo sia per rilevarne l’insufficienza delle dimensioni quantitative dell’accordo raggiunto – i soldi banalmente messi a disposizione per l’intervento – sia per sottolineare l’inadeguatezza della natura stessa delle misure, perché si tratta comunque sempre di prestiti che graveranno sui bilanci pubblici nazionali e quindi sono un problema per l’Italia e tanti altri paesi europei.

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economiaepolitica

Perché i certificati di compensazione fiscale non sono (e non possono essere) “debito”

di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini

Themes in Italian Renaissance paintingDa diversi anni, come componenti del Gruppo della Moneta Fiscale, proponiamo l’emissione di Certificati di Compensazione Fiscale (CCF) quale strumento per rilanciare l’economia italiana nel rispetto delle vigenti regole europee[1]. Di recente, ne abbiamo sostenuta l’adozione anche per un’accelerazione della lotta alle conseguenze economiche del Covid19, senza che ciò aggravi la situazione debitoria del Paese[2].

In altre sedi, abbiamo più volte chiarito che i CCF non costituiscono debito alla luce dei criteri di contabilità stabiliti dall’Unione Europea e articolati nei regolamenti Eurostat (si veda appendice)[3]. E proprio al fine di evitare la confusione cui facilmente dava luogo l’uso della parola “credito” contenuta nel nome originariamente attribuito allo strumento, abbiamo preferito sostituirla col termine “compensazione”, peraltro perfettamente appropriato alla natura tecnica dello strumento, che è rimasta del tutto identica alla concezione iniziale.

Con quest’articolo s’intende tornare sulla natura non di debito dei CCF, avvalendosi di ulteriori fonti finanziario-contabili.

 

I crediti fiscali

In sintesi, i crediti fiscali sono distinti tra “pagabili” e “non pagabili”. I secondi, che danno diritto esclusivamente a detrazioni o compensazioni, non sono mai stati considerati debito e non vi è ragione alcuna, se non di vieta opposizione politica, per cambiare orientamento.

Le uniche obiezioni che si cerca di trovare, ad ogni costo, si appoggiano su aspetti marginali e malfermi, che in questa sede saranno meglio puntualizzati.

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coniarerivolta

La giusta patrimoniale e i suoi nemici

di coniarerivolta

prova a prendermiSiamo ancora nel pieno della tempesta, con l’emergenza sanitaria che continua a mordere. Ma problemi almeno altrettanto drammatici sono all’orizzonte, poiché si apre una fase di crisi economica in cui serviranno tantissime risorse per finanziare le misure di sostegno al reddito, di supporto all’occupazione e di rilancio dell’economia necessarie ad evitare un disastro sociale. Una domanda sorge spontanea: come paghiamo il conto e chi lo deve pagare? Una delle possibilità ventilate è quella di un’imposta patrimoniale. Ma questa opzione è davvero possibile dentro il quadro istituzionale europeo? Cerchiamo di capirci qualcosa.

Un’imposta patrimoniale è una tassa che colpisce non il reddito delle persone, bensì la loro ricchezza accumulata. L’idea è quella di prendere i soldi lì dove stanno, nelle tasche dei ricchi, anziché sbattere il muso sul muro di gomma che le istituzioni europee hanno posto alla possibilità di ricorrere alla leva del debito. La patrimoniale viene dipinta come la soluzione ideale per risolvere una vera e propria emergenza, evitando di scontrarci con i problemi sistemici che ci impongono dall’alto la scarsità delle risorse: sfuggire al ricatto del debito evitando di contrarre debito, e andando a prendere quelle risorse, in tempi brevissimi, direttamente a casa dei ricchi, o meglio sul loro conto in banca. Un’opzione che avrebbe il doppio effetto positivo di supplire al fabbisogno finanziario necessario e, allo stesso tempo, praticare una redistribuzione delle risorse dall’alto al basso: un potente strumento di gettito fiscale immediato e, contemporaneamente, di giustizia sociale.

Purtroppo, i ricchi sono ricchi anche perché non si lasciano prendere così facilmente e, come ci insegna anche la storia recente del nostro Paese, le imposte patrimoniali implementate fino ad oggi sono ricadute regolarmente sulla testa della classe lavoratrice.

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la citta futura

Non basta Keynes, ci vuole Marx

Alessandro Bartoloni intervista Domenico Moro

Una crisi pesantissima che covava da tempo, a cui l’Europa sta reagendo in ritardo e seguendo vecchie ricette che non aiuteranno né la ripresa economica né la classe lavoratrice. Per capire la crisi economica che sta dietro la crisi sanitaria abbiamo intervistato Domenico Moro, economista e ricercatore presso l’Istituto Nazionale di Statistica.

420marxkeynes 420x0Domanda. Ciao Domenico, innanzitutto grazie per questa intervista. Allora, come alcuni hanno sottolineato la pandemia da Coronavirus ha messo in luce le fragilità del sistema economico capitalistico e fatto scoppiare una crisi già pronta a esplodere. Per quanto sia difficile fare previsioni, come giudichi i mesi che verranno: siamo di fronte ad uno scenario a V, con una forte crisi e una rapida risalita, oppure dovremo fare i conti con una crisi lunga e difficile?

Risposta. Credo che sia da escludere una evoluzione economica a V, con una rapida discesa seguita immediatamente da una altrettanto rapida ripresa. È molto più probabile che ci troveremo davanti a una crisi lunga e soprattutto profonda. A livello mondiale, dopo la Seconda guerra mondiale, solo nel 2009 si registrò un decremento del PIL, pari al -1,28%, oggi si prevede un decremento per il 2020, secondo alcune banche internazionali tra il -2,3 e il -2,6%. In Italia sono ferme almeno il 60% delle attività produttive, il che significa perdere 10-15 miliardi di Pil a settimana. Il centro studi della Confindustria prevede un calo del Pil in Italia, sempre nel 2020, del -6%, ma solo a patto che la fase acuta dell’emergenza termini a maggio con la riapertura del 90% delle attività.

La crisi che si prospetta è molto grave, perché non riguarda solo la domanda ma anche l’offerta. Molte imprese staranno ferme, senza produrre, per mesi. Ciò vuol dire rimanere senza liquidità. Sarà, quindi, molto difficile per molte di queste imprese riprendere l’attività, saldando i debiti pregressi, e trovando gli investimenti per ripartire. Pensiamo solo al turismo, che riguarda il 13% del Pil e conta quasi un milione di addetti, e che è molto difficile possa riprendere a girare a pieno ritmo in pochi mesi.

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blackblog

Un'economia di guerra?

di Michael Roberts

war 1Se le pandemie fossero uguali in tutti i paesi, l'immagine che vediamo qui sopra ci indicherebbe il modo in cui finirà questa, di pandemia. In tutti i paesi il coefficiente che indica la relazione tra inizio e fine dell'infezione sarebbe di 40-50 giorni. Ma molti paesi ancora non sono nemmeno vicini al punto di picco, e non c'è alcuna garanzia che il picco ci sarà nello stesso momento, visto che i metodi di limitazione e prevenzione (analisi, autoisolamento, quarantena e lockdown) funzionano diversamente. Ma alla fine ci sarà un picco ovunque, e la pandemia si attenuerà, anche se lo farà solo per tornare l'anno successivo, forse. Ciò che appare chiaro è che il blocco che sta avendo luogo in così tante economie maggiori provocherà un enorme crollo della produzione, degli investimenti e dei redditi nella maggior parte di queste economie. L'OCSE riassume meglio quale sia il quadro. L'effetto che avrà l'impatto dovuto alla chiusura delle attività potrebbe causare una riduzione del 15%, o più di quello che è il livello di produzione in tutte le economie avanzate, e nelle principali economie dei mercati emergenti. Nell'economia centrale, la produzione diminuirebbe del 25%... «Per ogni mese di contenimento, ci sarà una perdita di 2 punti percentuali nella crescita annuale del PIL».

Rileggendo il mio libro, "The Long Depression", ho scoperto che la perdita di PIL, nelle maggiori economie, dall'inizio della Grande Recessione del 2008, attraverso i 18 mesi che ci hanno portato a metà del 2009, è stata superiore al 6% del PIL. In quel periodo, il PIL reale globale è sceso di circa il 3,5%, mentre le cosiddette economie dei mercati emergenti non hanno avuto nessuna contrazione (dal momento che la Cina ha continuato ad espandersi).

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la citta futura

COVID-19, l’untore dell’economia mondiale

di Ascanio Bernardeschi

I danni economici del Coronavirus resi palesi e quelli messi sotto il tappeto del capitalismo mondializzato. I meccanismi monetari e di bilancio per far fronte alla crisi impongono di riscrivere radicalmente le regole europee. Occorre ripristinare il ruolo dello stato nella gestione dei servizi essenziali e nella pianificazione economica

9d7c2d4b3357e7ba03c3b8ad3fb9a8b0 XLDal giornale della Confindustria, ai centri studi mainstream e alle agenzie internazionali giunge un messaggio preoccupato per l’emergenza economica che, a loro dire, sarà conseguenza di quella sanitaria: la prossima crisi economica sarà da pandemia di COVID-19! Così anche questa volta, come avvenne con i mutui subprime, abbiano trovato il colpevole della crisi profonda da cui il capitalismo mondiale non riesce a tirare fuori le gambe.

Viene tenuto in ombra che i fondamentali dell’economia erano già pessimi anche senza virus. In Italia le cose stanno andando molto peggio che nel resto dell’Europa. Per esempio i lavoratori in cassa integrazione nel 2019 erano aumentati del 79% rispetto all’anno precedente. Le previsioni dell’Istat per il 2019 indicavano una crescita del Pil di un misero 0,2% e, ottimisticamente, dello 0,6% per quest’anno, avvertendo però che le cose sarebbero potute andare peggio. E stavano andando in effetti peggio anche a causa della guerra commerciale in atto. Ma la previsione più importante dell’Istat è la “decelerazione”, più accentuata nel 2020, del ritmo degli investimenti, che poi sono il traino dell’economia e il cui andamento negativo anticipa regolarmente le crisi.

A fronte di un’economia reale in stasi dal 2011, ove si escludano le performance della Cina e di altri paesi emergenti, e che anzi aveva manifestato negli ultimi mesi del 2019 chiari segnali di una nuova recessione in arrivo, dal 2008 le quotazioni di borsa si sono gonfiate a dismisura producendo una nuova gigantesca bolla finanziaria. Le crisi si manifestano quasi sempre nella forma dello scoppio di una bolla. Lo sciocco o l’economista in malafede vede solo lo spillo che la fa scoppiare, non la bolla stessa. E questa volta lo spillo è servito su un vassoio d’argento da un minuscolo, insidioso virus.

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lantidiplomatico

"E' una crisi diversa dalle altre. Keynes non basta, serve una logica di piano"

Intervista ad Emiliano Brancaccio

Per l’economista sono già sconfessate le previsioni ottimistiche della BCE, secondo cui questa sarebbe una crisi “a forma di v”, con una breve caduta e poi subito una ripresa spontanea. E riguardo al fondo salva-stati dice: “non è la soluzione, è una trappola”. Ma non basta nemmeno invocare un rilancio della domanda. Un piano “anti-virus” è l’unica strada efficace per risolvere la “disorganizzazione” dei mercati e combattere la speculazione

keynes main photo“Il coronavirus rischia di condizionare le nostre vite più e peggio di quanto fece l’aids un trentennio fa. Se vogliamo difendere le nostre conquiste e i nostri diritti di libertà, dobbiamo comprendere che siamo dinanzi a una sfida colossale, che contemporaneamente investe la sanità, la scienza e la tecnica e l’economia. Per il momento siamo lontanissimi da una presa di coscienza. I policymakers sembrano ragionare con lo sguardo rivolto all’indietro, come se non avessero il coraggio di guardare avanti e indicare soluzioni all’altezza di questa tragedia epocale”. L’economista Emiliano Brancaccio denuncia all'AntiDiplomatico l’inadeguatezza dell’azione politica di fronte agli effetti dell’epidemia e lancia un appello sul Financial Times per un “piano-anti-virus”.

* * * *

Professor Brancaccio, pochi giorni fa il Financial Times ha pubblicato un appello promosso da lei e da altri colleghi economisti per l’immediata attuazione di un piano "anti-virus" che possa fronteggiare una crisi a vostro avviso gravissima. Qual è l’effettiva portata economica di questa crisi? E’ possibile quantificare l’impatto complessivo che avrà sulla produzione e sull’occupazione, in Italia e nel mondo?

Dipende da quanto dovranno durare le quarantene. Marx sosteneva che se una nazione ferma il lavoro anche solo per un paio di settimane, quella nazione è destinata a soccombere. Esagerava ma non andava troppo lontano dal vero. Un banale calcolo contabile ci dice che appena due settimane di blocco anche parziale dell’attività produttiva implicano una perdita di produzione e di reddito di un’ottantina di miliardi, ossia circa il 4 percento del Pil italiano, e questo senza considerare gli effetti moltiplicativi della recessione. Ovviamente, se il blocco perdura, il crollo si accentua.

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coniarerivolta

Il debito ai tempi del Coronavirus: la borsa e la vita

di coniarerivolta

debitossigenoLa rapida diffusione della Covid-19 ha creato una situazione di emergenza, non solo in Italia, che rende necessario un tempestivo intervento pubblico per sostenere il settore sanitario e l’economia nel suo complesso. La violenza di questo shock, manifestatosi nel mezzo di una situazione economica già precaria, con l’Italia in stagnazione e la locomotiva tedesca in frenata, ha indotto persino i più ferrei sostenitori dell’austerità ad ammettere la necessità che lo Stato faccia immediatamente ricorso alla spesa in deficit per arginare l’imminente crisi. Quando a rischiare non sono solo i lavoratori e i loro salari, ma anche i profitti di imprese e banche, il debito pubblico è il benvenuto: i soldi, che non ci sono mai, come per miracolo ora ci sarebbero. Alfieri del neoliberismo e maître à penser dell’austerità di matrice europea (Mario Monti, Carlo Cottarelli, Elsa Fornero, Alesina e Giavazzi, e la neo-insediata commissaria Von der Leyen) incoraggiano i governi a fare tutto il possibile, ricorrendo al malum necessarium della spesa in deficit, contro la Covid-19. Possiamo dire che la prima vittima del nuovo virus sia dunque l’austerità? Purtroppo, no. Perché l’austerità è un progetto politico teso a trasformare la nostra organizzazione economica e sociale che va ben oltre le politiche restrittive imposte negli anni recenti: questo disegno di governance può ricorrere all’uso spregiudicato della crisi quando deve scardinare le conquiste di decenni di lotte dei lavoratori, lo stato sociale, i diritti e i salari, ma può anche far ricorso a strumenti di stabilizzazione, quando ritiene che la crisi possa compromettere i profitti di imprese e banche. In sintesi, l’austerità non è solo recessione: l’austerità è controllo e disciplina, e in questo frangente proverà ad arginare la caduta della produzione senza per questo ammorbidire un modello di crescita che continuerà a fondarsi sulla precarietà, lo sfruttamento e la disoccupazione di massa.

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goofynomics

La semplice macroeconomia del dopo crisi

di Alberto Bagnai

f8d03ed85a3d2882da4e715ef6a9b11f ktfF U317014819010133DG 656x492Corriere Web SezioniLa crisi è appena cominciata, o forse dovremmo dire che non è mai terminata, non sappiamo quanto sarà profondo questo terzo scalino verso il basso, ma siccome sappiamo che non è vero che questa volta è diverso, e siccome Ray Dalio (un uomo che sa come navigare attraverso le crisi) si è posizionato al ribasso, sappiamo che qualcosa dovrà succedere, e possiamo cominciare a farci delle idee basandoci sull'esperienza storica.

Intanto, oggi Goldman Sachs ci fa sapere che secondo lui andrà così:

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sbilanciamoci

Le conseguenze economiche del coronavirus

di Mario Pianta

Cosa possiamo imparare e cosa possiamo cambiare di fronte all’epidemia di coronavirus? Riscopriamo che la salute è un bene pubblico globale, che la sanità pubblica e il welfare state sono attività fondamentali, alternative al mercato, che ci aspetta una seria crisi dell’economia, della finanza e dell’Europa

COPERTINA kR1C 1020x533IlSole24Ore WebL’epidemia di coronavirus sta cambiando rapidamente condizioni sanitarie, abitudini di vita, relazioni sociali e attività economiche. L’Organizzazione mondiale della sanità riporta nei primi 52 giorni dell’epidemia 133 mila contagi e 5000 morti nel mondo; il numero di nuovi contagiati per ogni persona infetta è stimato tra 2 e 4; a livello mondiale siamo ancora in una fase di crescita esponenziale dell’epidemia; in Cina, dove il virus è partito, sembra che il contagio si sia fermato dopo aver raggiunto gli 81 mila casi; in Italia – il secondo paese più colpito con 15 mila casi – l’epidemia non rallenta ancora. In molti degli altri 123 paesi contagiati le prospettive sono di una rapida diffusione.

Le conseguenze dell’epidemia sono di grande rilievo e investono il sistema economico mondiale. In queste note – necessariamente schematiche – si propone una riflessione sulle questioni aperte dall’epidemia, sulle lezioni che possiamo imparare, su alcuni cambiamenti possibili per quanto riguarda i rapporti tra salute, economia e politica a livello mondiale.

 

1. La salute è un bene pubblico globale e come tale va garantito

Il necessario punto di partenza è la nostra concezione della salute. La Costituzione italiana – come moltissime altre carte dei principi internazionali – riconosce la salute come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Dal punto di vista economico, la salute è un bene pubblico globale perché non può essere prodotto come una merce venduta sul mercato a consumatori individuali e perché è minacciato dalla mancanza di salute (o, appunto, dalla nascita di epidemie) in ogni punto del pianeta.

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coniarerivolta

Dalla Grecia alla Spagna: non alzare la testa, non alzare i salari

di coniarerivolta

morganPuntuale come le sciagure, cieca e premonitrice come Tiresia, è arrivata l’ammonizione della Banca Centrale Spagnola al neo insediato governo progressista di Spagna. Il nuovo esecutivo una settimana fa, circa, ha varato l’aumento del salario minimo e si appresta, nelle intenzioni, a modificare almeno in parte le contro-misure del lavoro varate dai precedenti governi dopo la drammatica crisi che ha coinvolto la Spagna e l’Europa intera. Noi stessi abbiamo appena fatto in tempo a sottolineare l’ostilità istituzionale nel quale l’esecutivo rosso-viola si sarebbe trovato ad agire, che la prima intimidazione è giunta.

Preservare innanzitutto la competitività delle merci nazionali, dice il governatore del Banco de España, che tradotto significa tenere i salari bassi. Se già l’approvazione dell’aumento del salario minimo avrebbe già rischiato di far scattare la molla dell’inflazione, è la messa in discussione delle riforme liberiste del mercato del lavoro che preoccupa il Governatore Pablo Hernández de Cos. Egli ha così voluto mettere in guardia l’esecutivo dal tornare a una contrattazione centralizzata e di settore, abbandonando la contrattazione aziendale introdotta dal precedente governo di centro destra. C’era da aspettarselo, ma crediamo sia giusto spiegare la logica di questo intervento, perché esso rivela quale sia il modello di crescita che ispira tutte le politiche europee e, in generale, quale sia il modello di “cooperazione” tra gli Stati e di relazioni sociali al loro interno. E questa logica ha almeno due facce che meritano di essere indagate: quella che guarda alla strategia di crescita e quella che guarda all’idea di distribuzione del reddito. Proviamo a muoverci in un circuito in cui, partendo dai rilievi della Banca Centrale Spagnola, passeremo per la crescita dell’economia, la distribuzione del reddito e torneremo alle parole del Gobernador.

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coniarerivolta

Ichino, Boeri e il paese della cuccagna

di coniarerivolta

ichboDa ormai un decennio viviamo i postumi di una massacrante crisi economica e finanziaria che ha lasciato strascichi incommensurabili. Il nostro paese, come l’intera periferia europea (e ormai anche le aree più ricche del continente), è investito da una crisi di portata storica: disoccupazione a due cifre, salari da fame, precarietà del lavoro, carenza di servizi pubblici e di adeguati ammortizzatori sociali. In questo scenario drammatico, tuttavia, emergono delle disparità territoriali che mostrano tutte le contraddizioni del sistema economico in cui viviamo. Nel caso dell’Italia, ad esempio, la disoccupazione al Sud si attesta al 18%, coinvolgendo circa 1 milione e mezzo di persone. Niente di comparabile a ciò che accade al Centro e al Nord dove, sebbene sostenuta, la disoccupazione si ‘ferma’ rispettivamente al 9 e al 7 percento. Stesso discorso qualora facessimo riferimento al reddito pro-capite: è infatti rilevante la forbice che esiste tra i circa 18mila euro medi della Calabria (la regione più povera) e i 38mila della Lombardia. Questo lo spaccato di un paese in cui la crisi e le successive politiche di austerità in ossequio ai vincoli europei hanno ampliato i differenziali tra individui residenti in diverse regioni, e, da Siracusa a Bolzano, fatto impennare disuguaglianza e disoccupazione.

Un paese diviso in due, quindi, che a qualcuno ha ricordato la storica divisione tra Germania Est e Ovest. Stiamo parlando di Pietro Ichino e Tito Boeri, due personaggi che hanno spesso fatto capolino tra le pagine del nostro blog, mai per prendersi complimenti.

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contropiano2

La crisi di sistema italiana, tra Falsari e realtà

di Claudio Conti

BV N .ZK . BJDVJSDNCMSDL’ultimo weekend dell’anno, tradizionalmente, vede i giornali proporci ponderosi articoli di “bilancio” dei dodici mesi appena trascorsi, con qualche tentativo di azzardare “soluzioni” alla perenne crisi italiana.

Ogni tradizione è tutt’altro che innocente e quindi abbiamo scelto di proporvi due articoli completamente opposti, pur provenendo da due testate che sono parte integrante della “buona borghesia” nazionale. La quale non deve attraversare un periodo facile, se è oscillante tra due visioni – e interessi – così lontane.

La diversità è anche nel tipo di testata, oltre che nell’Autore. La prima è un antico e noto – ma non “prestigioso” – quotidiano italico, che affida “l’articolessa” a un notissimo protagonista della politica nazionale con riconosciute competenze economiche. L’altra è un quotidiano “di nicchia”, specializzato sui temi economici e dunque letto da “addetti ai lavori” (imprenditori e operatori finanziari), che si affida invece a un analista dalla penna feroce, piuttosto incline a guardare le cose in faccia, per come sono. Che è poi quello che chiede il “lettore tipo” di quel giornale (gente che deve investire o gestire cifre importanti e dunque ha bisogno di informazioni vere, non di “narrazioni”).

Date queste premesse, avrete già capito che il primo editoriale è scritto da un Falsario in servizio permanente effettivo, il secondo ci aiuta a districarci nella nebbia. Ma è bene conoscerli entrambi, perché per combattere i luoghi comuni (ideologia pura, ossia “falsa coscienza”) del primo occorre conoscere, se non padroneggiare, le informazioni e la logica del secondo.

Anche il Falsario, comunque, deve partire a un fatto vero per dare l’impressione della serietà al suo argomentare. Sarà l’unica cosa vera del suo articolo e quindi citiamola:

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micromega

Non solo Popolare di Bari

Intervento dello Stato e moneta pubblica per rilanciare l’economia

di Enrico Grazzini

pop.bariLa brutta storia della Banca Popolare di Bari dice chiaramente che le banche sono “troppo importanti per essere lasciate in mano ai banchieri”. Le indagini giudiziarie sono in corso, ma lo stato è ancora una volta dovuto intervenire per salvare i risparmiatori. Lo stato però non dovrebbe essere costretto a salvare d’urgenza le banche in pericolo con improvvisi decreti notturni spendendo i soldi dei contribuenti: dovrebbe innanzitutto avere una sua autonoma potestà monetaria, un potere monetario almeno pari a quello degli istituti privati di credito. Il caso della banca di Bari è tutto meno che isolato: la crisi riguarda e ha riguardato anche il Monte dei Paschi di Siena, la Banca Carige, o nel recente passato, la Banca del Veneto, o quella di Vicenza, ecc, ecc, ecc. Il problema non è solo che la Banca d’Italia di Ignazio Visco forse ha commesso qualche errore e qualche distrazione di troppo! O che le regole dell’Unione Bancaria e dell’Unione Europea – a favore del bail in e contro l’intervento pubblico, considerato aiuto di stato che distorce la competizione - hanno aggravato pesantemente la crisi bancaria italiana invece di risolverla. Il problema strutturale è che, se lo stato non ha nessun potere monetario, allora il bilancio statale, l’economia italiana e gli investimenti pubblici sono bloccati, e che tutta l’economia nazionale – non solo le banche, ma anche le industrie, vedi i casi Ilva, Alitalia, Whirpool, AST, ecc. – è ferma ed è sempre sull’orlo del collasso. La questione è strutturale: lo stato dovrebbe potere intervenire sia in campo bancario che più in generale nell’economia con le sue banche pubbliche e con una sua (quasi)moneta per sviluppare l’economia italiana, svoltare e finalmente portarla fuori dalla crisi.