Libercomunismo, pre-recensione al nuovo libro di Brancaccio
di Gianni Petrosillo
Nel 2010 Emiliano Brancaccio scrisse la recensione del libro di Gianfranco La Grassa Finanza e poteri, edito da Manifestolibri. Inizialmente il saggio di La Grassa avrebbe dovuto chiamarsi List oltre Marx, ma la casa editrice ci chiese un titolo più accattivante, che è appunto quello con il quale è stato poi pubblicato.
Ricordo che, nel lavoro con Gianfranco per la stesura, recuperai una nota di Marx del 1845 in cui il Moro si scagliava con toni accesissimi contro List, e la sorpresa di Gianfranco fu tanta nel leggerla. Probabilmente l’aveva compulsata tanti anni prima ma non la ricordava. La Grassa conosceva i testi di Marx persino meglio delle sue tasche, anzi sicuramente. Fece un commento simpatico, disse che lì Marx sembrava un certo filosofo dei nostri giorni che va in televisione col ditino alzato. Ridemmo di gusto perché l’ironia di Gianfranco era sempre condita da qualche espressione veneta. Non usò le mie circonlocuzioni su quel filosofo, ma lasciamo perdere.
In ogni caso sottolineò che in quella critica Marx sbagliava, aveva le sue ragioni ma andava completamente fuori bersaglio. Nel libro Gianfranco recuperava appunto le teorie di List sui first e second comers, che gli sembravano estremamente interessanti in funzione della politica tra gli Stati e del posto che l’economia occupa rispetto alle decisioni strategiche attinenti alla potenza. In questo senso torceva il bastone dove più gli interessava direzionarlo, specificando con onestà che si serviva insomma di List per un suo ragionamento da calare sulla nostra realtà.
“List… non contesta in toto la teoria del libero commercio internazionale, ed è probabilmente per questo che non prende in specifica considerazione la ricardiana teoria dei costi (e vantaggi) comparati, giacché in fondo l’accetta con una piccola modifica, prima di arrivare a un effettivo libero scambio tra i vari paesi, che sia profittevole per tutti i partecipanti, è necessario passare per un periodo intermedio in cui questi ultimi abbiano potuto raggiungere lo stesso grado di sviluppo industriale del first comer, altrimenti è da temere che le nazioni più forti usino lo strumento della ‘libertà di commercio’ per ridurre in stato di dipendenza il commercio e l’industria delle nazioni deboli.
Va intanto rilevato che tesi del genere si dovevano scontrare, già in Germania come negli USA, con le classi dominanti di tipo mercantile e agrario, interessate al libero commercio così come lo intendeva la scuola classica inglese, alla Gran Bretagna la specializzazione in manufatti industriali da esportare in tutto il mondo, agli altri paesi l’assicurazione di uno sviluppo dell’agricoltura e delle miniere, implicanti una concomitante espansione del settore commerciale, indispensabili a fornire al paese industriale le derrate alimentari e le materie prime necessarie, ma con ampie ricadute utili anche per mercanti e proprietari terrieri degli altri paesi. List si opponeva a questa concezione, che individuava correttamente come la consacrazione della dipendenza di tutti i paesi rispetto all’Inghilterra”. (La Grassa)
Ringrazio Brancaccio e Patalano per quella recensione, che arrivava in un momento in cui Gianfranco era piuttosto ignorato dall’Accademia e dalle grandi case editrici. Ma sono cose che si spiegano bene quando una teoria centra il punto e diventa pericolosa per una certa cultura dominante. Tuttavia le legittime critiche di Brancaccio al lavoro di Gianfranco, a cui avevo contribuito, mi sembrarono sbagliate e soprattutto inadatte per una recensione, un eccesso di fedeltà a sé stessi, mettiamola così. Gli stessi concetti della sua critica li ritrovo in questo suo nuovo libro in uscita che si chiama Libercomunismo. Premetto che ho letto ciò che ne hanno scritto gli altri, non ho ancora in mano il libro, che mi pare esca il 10 febbraio, quindi dovrò attenermi a ciò che si trova in giro e a quanto lo stesso Brancaccio ha condiviso sui social.
Nella recensione a Finanza e poteri Brancaccio e Patalano scrissero che “La Grassa si impegna con foga in un attacco al carattere destinale, teleologico, messianico dell’analisi marxista tradizionale. Si tratta, a guardar bene, di un capo d’accusa tipicamente althusseriano. L’unica vera novità rispetto al filosofo francese è che La Grassa individua il vizio teleologico fin negli scritti maturi di Marx e si fa con ciò beffe degli attuali rispolveratori del Moro, impegnati nella chiesastica ricerca di una supposta autenticità perduta. Ora, questo attacco al messianesimo e ai suoi ultimi scampoli odierni è ossigenante e benvenuto, come del resto quasi sempre accade quando capita di recuperare le eccezionali critiche di Althusser al marxismo ortodosso. L’unico grave errore di La Grassa verte sul fatto che, nell’impeto polemico, egli sembra voler fare ricadere nel calderone del teleologismo tutte le cosiddette ‘leggi di tendenza’, inclusa quella alla centralizzazione dei capitali, il che è strano, dal momento che tutti i dati indicano che quella tendenza rappresenta una delle poche costanti generali di sistema in un mare di soluzioni di continuità”.
Questa critica di Brancaccio era in realtà un mettere le mani avanti rispetto alle sue teorizzazioni, che dal suo punto di vista ovviamente erano quelle corrette e che infatti ritroviamo in questo suo ultimo lavoro. La verità è che le cosiddette leggi di tendenza non sfuggono alla teologia se si insiste oltre ogni ragionevole realtà, perché così diventano una forma di messianesimo mascherato da dati (quali? Interpretati come?) selezionati a conferma delle teoresi. E quanto dura questa tendenza? Prima o poi arriva da qualche parte? Se si parla in termini di secoli, pensiamo alla cosiddetta caduta tendenziale del saggio di profitto, siamo già fuori dalla scienza e dentro una profezia che non si avvera mai. Come diceva Weber, una teoria scientifica, a essere buoni, non va oltre i 30, 40, 50 anni, poi quella che può essere vista come una tendenza, se resta tale, non ha più nessuna valenza interpretativa, almeno se a essa attribuiamo risvolti inequivocabili.
Lo stesso vale per l’accentramento dei capitali caro a Brancaccio. Che i capitali tendano ad accentrarsi, più che una tendenza, è un fatto, più grandi sono certi sforzi umani per raggiungere determinati risultati, maggiori sono i capitali che occorrono. Ma da questo accentramento, che è un’esigenza finanziaria e anche tecnica, non discende alcuna sentenza a morte per il capitalismo. Infatti per Marx l’accentramento dei capitali non era di per sé ciò che avrebbe portato alla catastrofe. Ecco ancora un modo teologico di parlare, quello della catastrofe che non apparteneva al pensatore tedesco.
Prima la concentrazione e poi l’accentramento dei capitali producono conseguenze in virtù di una dinamica intrinseca al modo di produzione capitalistico, sulla quale la cosiddetta lotta di classe non ha quasi incidenza, cioè la competizione intercapitalistica. Il grosso dei capitalisti viene espulso, a causa della concorrenza, dal mercato e si ritrova spesso assorbito nei ruoli dirigenziali del processo produttivo, non più quale proprietario ma come salariato. Nella previsione di Marx tale figura entra dunque a pieno titolo nell’“associazione dei produttori” di tipo esecutivo, benché con mansioni di concetto, mentre i restanti capitalisti, ormai ridotti di numero e con ingenti capitali a disposizione, ben oltre le necessità produttive, si dedicano esclusivamente al mercato azionario e alle speculazioni di borsa. Questa è appunto l’interpretazione marxiana del processo evolutivo capitalistico. La lotta della nuova classe sociale che si forma in tale situazione arriva sulla contraddizione ormai matura per dare la spallata finale, per questo per Marx la rivoluzione non è nemmeno così violenta, si tratta dell’ultimo colpo a un sistema ormai marcito dalle fondamenta, i cui protagonisti si trovano asserragliati nello Stato a proteggere a mano armata i propri privilegi.
Qui non ci sono barbari e nemmeno “oltre fascisti”. Questi termini, buttati lì per fare effetto, segnalano fin troppo la presenza dell’ideologia più che della scienza. Così li riporta Domenico Suppa, tra virgolette, su l’Unità, nell’articolo che annuncia il libro di Brancaccio, quindi immagino ci siano nel testo originario e possano essere attribuiti all’autore. Non mi piacciono, lo dico sinceramente, perché mi sembrano solo fughe e foghe linguistiche per scatenare riflessi pavloviani più che riflessioni.
Ma c’è un fatto ancora più sostanziale da mettere in evidenza. Le tendenze disvelate da Marx, che Brancaccio in un certo senso recupera, si riferiscono al capitalismo borghese della sua epoca, rispetto al quale Marx aveva ipotizzato per via scientifica tutta una serie di contraddizioni che lo avrebbero portato alla dissoluzione, non dopo secoli ma dopo qualche decennio. Marx era un weberiano prima di Weber, se ci si passa la battuta, in realtà era un vero scienziato, come gli riconosce ex post persino Popper: “Marx fece un onesto tentativo di applicare metodi razionali ai più urgenti problemi della vita sociale. Il valore di questo tentativo non risulta compromesso dal fatto che esso, come cercherò di dimostrare, è in larga misura fallito. La scienza progredisce attraverso tentativi ed errori. Marx tentò e, benché abbia sbagliato nelle sue dottrine fondamentali, non ha tentato invano. Egli ci ha aperto gli occhi e ce li ha resi più acuti in molti modi. Un ritorno alla scienza sociale pre-marxiana è inconcepibile. Tutti gli autori contemporanei hanno un debito nei confronti di Marx, anche se non lo sanno. Ciò è specialmente vero nel caso di coloro, e questo è anche il mio caso, che dissentono dalle sue dottrine”.
L’approccio di Marx era totalmente scientifico, ma quello che aveva ipotizzato non si è verificato, non come previsione utopistica ma come esito del metodo deduttivo. Per Marx la fine del capitalismo e l’avvento del comunismo erano un parto ormai maturo nelle viscere del capitale, per quelle tendenze che aveva individuato e che, in pochi decenni, si sarebbero concretate giungendo al punto di rottura. Marx questo lo scrive espressamente, non lo lascia a intendere, c’è poco da interpretare ancora. Competizione e concorrenza attivano al contempo l’“autofagia” dei capitalisti tra loro. Si determina così la concentrazione e poi la centralizzazione, monopolistica, dei capitali. I capitalisti si mangiano a vicenda fino a ridursi di numero, mutando la loro funzione e divenendo meri proprietari di azioni, rentier, estranei ai processi produttivi, mentre nelle fabbriche avviene una riunificazione tra lavoratori della mente e del braccio, con composizione di una nuova classe sociale, il General Intellect.
Nelle stesse parole di Marx: “Ogni capitalista ne uccide molti. E, di pari passo con questa centralizzazione, cioè espropriazione di molti capitalisti da parte di pochi, si sviluppano su scala crescente la forma cooperativa del processo di lavoro, la cosciente applicazione tecnica della scienza, lo sfruttamento metodico della terra, la conversione dei mezzi di lavoro in mezzi di lavoro utilizzabili soltanto in comune, l’economia di tutti i mezzi di produzione grazie al loro impiego come mezzi di produzione del lavoro sociale combinato, l’inserimento e l’intreccio di tutti i popoli nella rete del mercato mondiale, e quindi il carattere internazionale del regime capitalistico. Col numero sempre decrescente dei magnati del capitale, che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, della pressione, dell’asservimento, della degradazione, dello sfruttamento, ma cresce anche la rivolta della classe operaia ogni giorno più numerosa, e disciplinata, unita e organizzata dallo stesso meccanismo del processo di produzione capitalistico. Il monopolio del capitale diviene un inciampo al modo di produzione che con esso e sotto di esso è fiorito. La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto nel quale diventano incompatibili col loro involucro capitalistico. Esso viene infranto. L’ultima ora della proprietà privata capitalistica suona. Gli espropriatori vengono espropriati. Il modo di appropriazione capitalistico, e quindi la proprietà privata capitalistica, nascenti dal modo di produzione capitalistico, sono la prima negazione della proprietà privata individuale poggiante sul lavoro personale. Ma la produzione capitalistica genera, con la necessità di un processo naturale, la propria negazione. È la negazione della negazione. Questa non ristabilisce la proprietà privata, ma la proprietà individuale sulla base della vera conquista dell’era capitalistica, la cooperazione e il possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dallo stesso lavoro. La trasformazione della proprietà privata frammentata, poggiante sul lavoro personale degli individui, in proprietà capitalistica, è naturalmente un processo infinitamente più lungo, duro e tormentoso della trasformazione della proprietà capitalistica, che già si basa di fatto sulla conduzione sociale della produzione, in proprietà sociale. Là si trattava dell’espropriazione della massa del popolo da parte di pochi usurpatori, qui si tratta dell’espropriazione di pochi espropriatori da parte della massa del popolo”. (Karl Marx, Il Capitale, sez. VII, cap. XXIV, UTET)
Sottolineo l’ultima parte, casomai non si fosse capita. Il comunismo per Marx era già qui e ora, non dopo duecento anni.
E poi il capitalismo di matrice inglese che lo portò a teorizzare certi aspetti non esiste più. Esiste qualcosa che è duro chiamare persino con lo stesso nome e che non ha dentro alcun veleno e non è causa delle catastrofi. Le guerre, per esempio, ci sono sempre state e cambiano come cambia il mondo con la sua tecnica. Si chiama realtà, per quanto possa non piacerci e per quanto ci piacerebbe invece modificarla. Temo che il Libercomunismo di Brancaccio sia un’utopia che si innesta su un fallimento, e mi dispiace definirlo così, perché il comunismo nel senso di Marx si è rivelato impossibile e la storia umana ha preso tutt’altra strada. Ovviamente resta la mia gratitudine a Brancaccio, che fu anche quella di Gianfranco, ma una netta lontananza teorica e politica.









































Comments
Con la salvifica eccezione di rare e talvolta poco note punte d'eccellenza, l'odierna accademia capitalista è una colossale macchina produttrice di mediocrità.
Dagli ingranaggi di quel meccanismo, Gianfranco La Grassa e Costanzo Preve hanno avuto la gran fortuna di esser stati sputati. Forse, anche per questo, sono riusciti a produrre novità epistemologiche interessanti nei loro rispettivi percorsi di ricerca.
Le mie posizioni scientifiche, e quindi politiche, sono antagoniste alle loro. Giocavo a provocarli dicendo che verso Marx si può essere eretici ma mai abiuratori, se non si vuol cedere alle sirene naziste di Heidegger.
Eppure, nonostante le mie irriverenze, i due hanno sempre manifestato molta stima nei miei confronti. E io non ho mai fatto mistero di essermi liberato dalle incrostazioni di certa mefitica ortodossia anche grazie allo studio delle loro - divergenti - opere.
Per questo motivo, suggerisco ai loro acutissimi allievi di evitare fuorvianti "pre-recensioni" lyotardiane. "Pre-recensione", del resto, è un termine un po' inquietante. Come "pre-cog". Come "pre-monizione divina".
Criticatemi pure e con massima ferocia, dunque. Non attendo altro. Ma il libro esce solo martedì. Abbiate almeno la pazienza di leggermi prima di contestarmi. Grazie.
(Emiliano Brancaccio su facebook in risposta alla pre-recensione....)