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conflitti e strategie 2

Libercomunismo, pre-recensione al nuovo libro di Brancaccio

di Gianni Petrosillo

9788836585663.jpgNel 2010 Emiliano Brancaccio scrisse la recensione del libro di Gianfranco La Grassa Finanza e poteri, edito da Manifestolibri. Inizialmente il saggio di La Grassa avrebbe dovuto chiamarsi List oltre Marx, ma la casa editrice ci chiese un titolo più accattivante, che è appunto quello con il quale è stato poi pubblicato.

Ricordo che, nel lavoro con Gianfranco per la stesura, recuperai una nota di Marx del 1845 in cui il Moro si scagliava con toni accesissimi contro List, e la sorpresa di Gianfranco fu tanta nel leggerla. Probabilmente l’aveva compulsata tanti anni prima ma non la ricordava. La Grassa conosceva i testi di Marx persino meglio delle sue tasche, anzi sicuramente. Fece un commento simpatico, disse che lì Marx sembrava un certo filosofo dei nostri giorni che va in televisione col ditino alzato. Ridemmo di gusto perché l’ironia di Gianfranco era sempre condita da qualche espressione veneta. Non usò le mie circonlocuzioni su quel filosofo, ma lasciamo perdere.

In ogni caso sottolineò che in quella critica Marx sbagliava, aveva le sue ragioni ma andava completamente fuori bersaglio. Nel libro Gianfranco recuperava appunto le teorie di List sui first e second comers, che gli sembravano estremamente interessanti in funzione della politica tra gli Stati e del posto che l’economia occupa rispetto alle decisioni strategiche attinenti alla potenza. In questo senso torceva il bastone dove più gli interessava direzionarlo, specificando con onestà che si serviva insomma di List per un suo ragionamento da calare sulla nostra realtà.

“List… non contesta in toto la teoria del libero commercio internazionale, ed è probabilmente per questo che non prende in specifica considerazione la ricardiana teoria dei costi (e vantaggi) comparati, giacché in fondo l’accetta con una piccola modifica, prima di arrivare a un effettivo libero scambio tra i vari paesi, che sia profittevole per tutti i partecipanti, è necessario passare per un periodo intermedio in cui questi ultimi abbiano potuto raggiungere lo stesso grado di sviluppo industriale del first comer, altrimenti è da temere che le nazioni più forti usino lo strumento della ‘libertà di commercio’ per ridurre in stato di dipendenza il commercio e l’industria delle nazioni deboli.

Va intanto rilevato che tesi del genere si dovevano scontrare, già in Germania come negli USA, con le classi dominanti di tipo mercantile e agrario, interessate al libero commercio così come lo intendeva la scuola classica inglese, alla Gran Bretagna la specializzazione in manufatti industriali da esportare in tutto il mondo, agli altri paesi l’assicurazione di uno sviluppo dell’agricoltura e delle miniere, implicanti una concomitante espansione del settore commerciale, indispensabili a fornire al paese industriale le derrate alimentari e le materie prime necessarie, ma con ampie ricadute utili anche per mercanti e proprietari terrieri degli altri paesi. List si opponeva a questa concezione, che individuava correttamente come la consacrazione della dipendenza di tutti i paesi rispetto all’Inghilterra”. (La Grassa)

Ringrazio Brancaccio e Patalano per quella recensione, che arrivava in un momento in cui Gianfranco era piuttosto ignorato dall’Accademia e dalle grandi case editrici. Ma sono cose che si spiegano bene quando una teoria centra il punto e diventa pericolosa per una certa cultura dominante. Tuttavia le legittime critiche di Brancaccio al lavoro di Gianfranco, a cui avevo contribuito, mi sembrarono sbagliate e soprattutto inadatte per una recensione, un eccesso di fedeltà a sé stessi, mettiamola così. Gli stessi concetti della sua critica li ritrovo in questo suo nuovo libro in uscita che si chiama Libercomunismo. Premetto che ho letto ciò che ne hanno scritto gli altri, non ho ancora in mano il libro, che mi pare esca il 10 febbraio, quindi dovrò attenermi a ciò che si trova in giro e a quanto lo stesso Brancaccio ha condiviso sui social.

Nella recensione a Finanza e poteri Brancaccio e Patalano scrissero che “La Grassa si impegna con foga in un attacco al carattere destinale, teleologico, messianico dell’analisi marxista tradizionale. Si tratta, a guardar bene, di un capo d’accusa tipicamente althusseriano. L’unica vera novità rispetto al filosofo francese è che La Grassa individua il vizio teleologico fin negli scritti maturi di Marx e si fa con ciò beffe degli attuali rispolveratori del Moro, impegnati nella chiesastica ricerca di una supposta autenticità perduta. Ora, questo attacco al messianesimo e ai suoi ultimi scampoli odierni è ossigenante e benvenuto, come del resto quasi sempre accade quando capita di recuperare le eccezionali critiche di Althusser al marxismo ortodosso. L’unico grave errore di La Grassa verte sul fatto che, nell’impeto polemico, egli sembra voler fare ricadere nel calderone del teleologismo tutte le cosiddette ‘leggi di tendenza’, inclusa quella alla centralizzazione dei capitali, il che è strano, dal momento che tutti i dati indicano che quella tendenza rappresenta una delle poche costanti generali di sistema in un mare di soluzioni di continuità”.

Questa critica di Brancaccio era in realtà un mettere le mani avanti rispetto alle sue teorizzazioni, che dal suo punto di vista ovviamente erano quelle corrette e che infatti ritroviamo in questo suo ultimo lavoro. La verità è che le cosiddette leggi di tendenza non sfuggono alla teologia se si insiste oltre ogni ragionevole realtà, perché così diventano una forma di messianesimo mascherato da dati (quali? Interpretati come?) selezionati a conferma delle teoresi. E quanto dura questa tendenza? Prima o poi arriva da qualche parte? Se si parla in termini di secoli, pensiamo alla cosiddetta caduta tendenziale del saggio di profitto, siamo già fuori dalla scienza e dentro una profezia che non si avvera mai. Come diceva Weber, una teoria scientifica, a essere buoni, non va oltre i 30, 40, 50 anni, poi quella che può essere vista come una tendenza, se resta tale, non ha più nessuna valenza interpretativa, almeno se a essa attribuiamo risvolti inequivocabili.

Lo stesso vale per l’accentramento dei capitali caro a Brancaccio. Che i capitali tendano ad accentrarsi, più che una tendenza, è un fatto, più grandi sono certi sforzi umani per raggiungere determinati risultati, maggiori sono i capitali che occorrono. Ma da questo accentramento, che è un’esigenza finanziaria e anche tecnica, non discende alcuna sentenza a morte per il capitalismo. Infatti per Marx l’accentramento dei capitali non era di per sé ciò che avrebbe portato alla catastrofe. Ecco ancora un modo teologico di parlare, quello della catastrofe che non apparteneva al pensatore tedesco.

Prima la concentrazione e poi l’accentramento dei capitali producono conseguenze in virtù di una dinamica intrinseca al modo di produzione capitalistico, sulla quale la cosiddetta lotta di classe non ha quasi incidenza, cioè la competizione intercapitalistica. Il grosso dei capitalisti viene espulso, a causa della concorrenza, dal mercato e si ritrova spesso assorbito nei ruoli dirigenziali del processo produttivo, non più quale proprietario ma come salariato. Nella previsione di Marx tale figura entra dunque a pieno titolo nell’“associazione dei produttori” di tipo esecutivo, benché con mansioni di concetto, mentre i restanti capitalisti, ormai ridotti di numero e con ingenti capitali a disposizione, ben oltre le necessità produttive, si dedicano esclusivamente al mercato azionario e alle speculazioni di borsa. Questa è appunto l’interpretazione marxiana del processo evolutivo capitalistico. La lotta della nuova classe sociale che si forma in tale situazione arriva sulla contraddizione ormai matura per dare la spallata finale, per questo per Marx la rivoluzione non è nemmeno così violenta, si tratta dell’ultimo colpo a un sistema ormai marcito dalle fondamenta, i cui protagonisti si trovano asserragliati nello Stato a proteggere a mano armata i propri privilegi.

Qui non ci sono barbari e nemmeno “oltre fascisti”. Questi termini, buttati lì per fare effetto, segnalano fin troppo la presenza dell’ideologia più che della scienza. Così li riporta Domenico Suppa, tra virgolette, su l’Unità, nell’articolo che annuncia il libro di Brancaccio, quindi immagino ci siano nel testo originario e possano essere attribuiti all’autore. Non mi piacciono, lo dico sinceramente, perché mi sembrano solo fughe e foghe linguistiche per scatenare riflessi pavloviani più che riflessioni.

Ma c’è un fatto ancora più sostanziale da mettere in evidenza. Le tendenze disvelate da Marx, che Brancaccio in un certo senso recupera, si riferiscono al capitalismo borghese della sua epoca, rispetto al quale Marx aveva ipotizzato per via scientifica tutta una serie di contraddizioni che lo avrebbero portato alla dissoluzione, non dopo secoli ma dopo qualche decennio. Marx era un weberiano prima di Weber, se ci si passa la battuta, in realtà era un vero scienziato, come gli riconosce ex post persino Popper: “Marx fece un onesto tentativo di applicare metodi razionali ai più urgenti problemi della vita sociale. Il valore di questo tentativo non risulta compromesso dal fatto che esso, come cercherò di dimostrare, è in larga misura fallito. La scienza progredisce attraverso tentativi ed errori. Marx tentò e, benché abbia sbagliato nelle sue dottrine fondamentali, non ha tentato invano. Egli ci ha aperto gli occhi e ce li ha resi più acuti in molti modi. Un ritorno alla scienza sociale pre-marxiana è inconcepibile. Tutti gli autori contemporanei hanno un debito nei confronti di Marx, anche se non lo sanno. Ciò è specialmente vero nel caso di coloro, e questo è anche il mio caso, che dissentono dalle sue dottrine”.

L’approccio di Marx era totalmente scientifico, ma quello che aveva ipotizzato non si è verificato, non come previsione utopistica ma come esito del metodo deduttivo. Per Marx la fine del capitalismo e l’avvento del comunismo erano un parto ormai maturo nelle viscere del capitale, per quelle tendenze che aveva individuato e che, in pochi decenni, si sarebbero concretate giungendo al punto di rottura. Marx questo lo scrive espressamente, non lo lascia a intendere, c’è poco da interpretare ancora. Competizione e concorrenza attivano al contempo l’“autofagia” dei capitalisti tra loro. Si determina così la concentrazione e poi la centralizzazione, monopolistica, dei capitali. I capitalisti si mangiano a vicenda fino a ridursi di numero, mutando la loro funzione e divenendo meri proprietari di azioni, rentier, estranei ai processi produttivi, mentre nelle fabbriche avviene una riunificazione tra lavoratori della mente e del braccio, con composizione di una nuova classe sociale, il General Intellect.

Nelle stesse parole di Marx: “Ogni capitalista ne uccide molti. E, di pari passo con questa centralizzazione, cioè espropriazione di molti capitalisti da parte di pochi, si sviluppano su scala crescente la forma cooperativa del processo di lavoro, la cosciente applicazione tecnica della scienza, lo sfruttamento metodico della terra, la conversione dei mezzi di lavoro in mezzi di lavoro utilizzabili soltanto in comune, l’economia di tutti i mezzi di produzione grazie al loro impiego come mezzi di produzione del lavoro sociale combinato, l’inserimento e l’intreccio di tutti i popoli nella rete del mercato mondiale, e quindi il carattere internazionale del regime capitalistico. Col numero sempre decrescente dei magnati del capitale, che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, della pressione, dell’asservimento, della degradazione, dello sfruttamento, ma cresce anche la rivolta della classe operaia ogni giorno più numerosa, e disciplinata, unita e organizzata dallo stesso meccanismo del processo di produzione capitalistico. Il monopolio del capitale diviene un inciampo al modo di produzione che con esso e sotto di esso è fiorito. La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto nel quale diventano incompatibili col loro involucro capitalistico. Esso viene infranto. L’ultima ora della proprietà privata capitalistica suona. Gli espropriatori vengono espropriati. Il modo di appropriazione capitalistico, e quindi la proprietà privata capitalistica, nascenti dal modo di produzione capitalistico, sono la prima negazione della proprietà privata individuale poggiante sul lavoro personale. Ma la produzione capitalistica genera, con la necessità di un processo naturale, la propria negazione. È la negazione della negazione. Questa non ristabilisce la proprietà privata, ma la proprietà individuale sulla base della vera conquista dell’era capitalistica, la cooperazione e il possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dallo stesso lavoro. La trasformazione della proprietà privata frammentata, poggiante sul lavoro personale degli individui, in proprietà capitalistica, è naturalmente un processo infinitamente più lungo, duro e tormentoso della trasformazione della proprietà capitalistica, che già si basa di fatto sulla conduzione sociale della produzione, in proprietà sociale. Là si trattava dell’espropriazione della massa del popolo da parte di pochi usurpatori, qui si tratta dell’espropriazione di pochi espropriatori da parte della massa del popolo”. (Karl Marx, Il Capitale, sez. VII, cap. XXIV, UTET)

Sottolineo l’ultima parte, casomai non si fosse capita. Il comunismo per Marx era già qui e ora, non dopo duecento anni.

E poi il capitalismo di matrice inglese che lo portò a teorizzare certi aspetti non esiste più. Esiste qualcosa che è duro chiamare persino con lo stesso nome e che non ha dentro alcun veleno e non è causa delle catastrofi. Le guerre, per esempio, ci sono sempre state e cambiano come cambia il mondo con la sua tecnica. Si chiama realtà, per quanto possa non piacerci e per quanto ci piacerebbe invece modificarla. Temo che il Libercomunismo di Brancaccio sia un’utopia che si innesta su un fallimento, e mi dispiace definirlo così, perché il comunismo nel senso di Marx si è rivelato impossibile e la storia umana ha preso tutt’altra strada. Ovviamente resta la mia gratitudine a Brancaccio, che fu anche quella di Gianfranco, ma una netta lontananza teorica e politica.

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Comments

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Kugelmino
Monday, 23 February 2026 16:16
@AlsOb, il tuo dissenso verso il compagno prof Brancaccio è una cosa nota (anche se poi ammetti che Brancaccio ha ragione a trattare con un po' di gentile sarcasmo Preve e La Grassa e soprattutto i loro adepti). Però se devi attaccare Brancaccio, non ti mettere a scegliere Ratzinger contro il Monod stimatissimo dal grande Althusser. Così non convinci proprio nessuno, mi sa.

Comunque, per commentare 'Libercomunismo' di Brancaccio io almeno aspetterei qualche recensione vera. Questa "pre-recensione" dei lagrassiani è veramente una scelta pessima.

Kugelmino
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AlsOb
Friday, 20 February 2026 17:54
Occorrerebbe aggiungere che l'intervista combinata e pilotata di Preve suona un poco buffa o bizzarra.
Preve accusa, in modo fin troppo petulante, La Grassa e il suo blog di volgarità, (questo magari in parte vero e evitabile), e scientismo, quando allo stesso tempo ne condivide il nucleo della astrazione, il rigetto della teoria del valore, che chiude e fornisce una logica al paradigma marxiano e l'introduzione dello schema delle strategie dei dominanti.
L'animoso (e, tutto sommato ingiustificato, per essere più che altro caratteriale), contrasto deriverebbe dal fatto che La Grassa insiste su un modello non più marxiano ma apparentemente di ambizione più scientifica che filosofica, mentre Preve reclama, anche contro il pensiero di Marx, il ruolo assoluto e centrale della filosofia e metafisica, per rappresentare ideazioni incontrovertibilmente veritative e conoscitive.
Ora, è pur vero che per trasformare il mondo occorre prima saperlo interpretare e conosconoscerlo, e quindi ci vorrebbe un adeguato pensiero o filosofia, ma Marx si preoccupa di costruire un punto di vista, anche con sofisticatezze teologiche e pneumatologiche, che si distanzia radicalmente, (qui in sintonia con Nietsche), dalle tradizionali favole filosofiche, dal mondo astratto sdoppiato e dal materialismo tradizionale borghese. (Difende ripetutamente Hegel, non perché questi sia necessariamente un elemento costitutivo del suo paradigma scientifico economico, come possono esserlo Ricardo, Malthus, o Torrens, ma perché introduce una filosofia che sfocia nella teologia e che rappresenta una frattura con la metafisica tradizionale, nonostante le contraddizioni e difficoltà di lettura. Tanto che in definitiva, (astutamente), la principale accusa formulata contro Santo Max è quella di non essere sufficientemente intelligente da capire Hegel).
Le accuse di scientismo dovrebbero poi essere maggiormente circostanziate, senza fare di tutta l’erba un fascio, infatti lo scientismo peggiore e più deleterio è stato quello della sinistra mainstream, che ha abbracciato la pseudometafisica e di conseguenza è diventata promotrice del neoliberalismo fascista e maggiordomo del capitale finanziario. Lo scientismo di La Grassa, nonostante il suo rifiuto di Marx, contiene probabilmente delle basi più scientifiche o quantomeno oneste, rispetto alla mistificazione pseudometafisica della sinistra.
Preve nel tentativo di Perorare il suo idealismo e criticare La Grassa appare parecchio confuso e contraddittorio.
In conclusione, ha ragione il vaporoso, sia nel richiamare il valore di alcune critiche e intuizioni dei due e sia nello stigmatizzarli con una ricercata dose di sarcasmo.
Si possono individuare altre le strade per capire meglio il mondo, aggiornare la teologia della gloria di Marx e per completarne alcuni aspetti del grandioso paradigma economico scientifico.
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Giuseppe Farina
Monday, 16 February 2026 19:39
Non comprendo questa pre-recensione del libro di Brancaccio che ancora non è stato pubblicato e quindi letto. A me pare che l'articolo aldilà di alcuni aspetti polemici, voglia sostenere popperianamente il fallimento di Marx e del marxismo perché rivelatosi non scientifico, non essendo avvenuto quello che Marx pensava o sperava in tempi determinati e verificabili, il tutto stabilito da Popper. Ma forse si è verificato "scientificamente" ciò che pensava o desiderava Popper? I termini non sono scaduti. Le possibili soluzioni restano aperte e quella della trasformazione della società in senso socialista più che mai, se non si vuole dipendere dalle volontà e dai disegni perversi di un manipolo di ipercapitalisti e tecnocrati interessati a dominare i processi finanziari e produttivi, nonché commerciali, con la complicità o l'assoggettamento e la corruzione della politica, con la rapina, lo sfruttamento, il controllo, la violenza repressiva e le guerre distruttive...
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San Steven
Monday, 16 February 2026 09:13 Like Like like love 3 Reply | Reply with quote | Quote
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AlsOb
Monday, 16 February 2026 06:44
L'autore di quella che per esteso dovrebbe chiamarsi pregiudiziale recensione, nel senso di essere compilata prima e senza leggere il libro, per dare per scontato che il vaporoso sia banalmente e noiosamente ripetitivo, e benché rifletta i limiti intellettuali e di comprensione di G. La Grassa, che approdò a una puerile confusa abiura di Marx, ha, casualmente e forse, una qualche parziale ragione nel riassumere il libercomunismo del vaporoso in una sorta di rischio di vaneggiamento e utopia senile, ancorché provocatoriamente aggiunga il discutibile riferimento a un loro innestarsi su un supposto lampante fallimento.
Il concetto di libercomunismo introdotto dal vaporoso infatti, in un contesto di significative omissioni, invoca un moto rivoluzionario che conduca “[al]l’esproprio del grande capitale dalle mani dei padroni. (…) [al] controllo delle forze produttive assegnato al potere collettivo. Il tutto, per l’avvento di una nuova pianificazione democratica.” Marxianamente “Piano è libertà”, “dunque, in un senso costruttivo che va ben oltre le semplificazioni del liberalismo sul carattere negativo o positivo delle libertà.”
Sul piano dell’entusiasmo rivoluzionario e teorico non vi è molto da eccepire, anche i petulanti e primitivi tifosi di calcio della Ternana potrebbero però, sulla falsariga, elaborare una tabella logica di risultati che teoricamente garantisce lo scudetto, quando nella pratica resta una consolante proiezione utopica e distrazione.
Il vaporoso, nell’ammirevole ardore rivoluzionario e nella impulsiva celebrazione del caso, (non è che i dominanti spendono bilioni di dollari, di preferenza neanche propri ma acquisiti dal Tesoro via Usaid, per esempio, per pilotare rivoluzioni colorate e finanziare terroristi e guerre mercenarie, tutto avverrebbe per caso), rimprovera pure J. Ratzinger, suppostamente colpevole di avere, (correttamente), apostrofato di patetico Monod: tuttavia la creazione e gli eventi creaturali riflettono una teologia più sofisticata della semplicistica teleologia da scuola elementare.
Le omissioni e la preoccupazione del vaporoso di criticare in ogni possibile situazione Stalin conferma inoltre l’ambiguità dell’operazione, tanto politicamente astratta e teoretica nella sua purezza siderale, quanto, di conseguenza, neppure troppo paradossalmente, apparentemente condiscendente con il quotidiano neoliberalismo fascista e con la trasformazione della sinistra nel più arcigno partito neoliberale al servizio del capitale finanziario.
Il liberalismo, che nel dopoguerra, per paura di Stalin, era già stato rettificato con il capitalismo marxiano kaleckiano, senza il quale non sarebbe avvenuto alcun boom economico e di crescita, a un certo punto, quando si sarebbero dovuti consolidare elementi di pianificazione, è stato soppiantato dal neoliberalismo fascista, nel quale si sono unificate le tendenze feudali e di finanziarizzazione, dato che si è provveduto a svuotare lo stato e a indirizzare il risparmio istituzionale verso poche mani private.
Il carattere staliniano di Keynes emerge essenzialmente nella sua ultima fase di vita, quando ritiene che per consolidare redditi elevati e ulteriore crescita siano necessarie specifiche politiche, lontane dalla pseudometafisica neoclassica, che, al di la del risvolto ideologico, non presenta basi scientifiche.
Marx, che individua come centrale, come esposto nel libro, il controllo effettivo del processo formale, più che la dettagliata proprietà azionaria, e la cui pneumatologia è tanto individualistica quanto significativamente e creativamente ancorata alle dinamiche interelazionali e sociali, nonostante tutto, mantiene una prospettiva da teologia della gloria: al contrario, Keynes rivela un sentimento pessimista sul destino del capitalismo, da pace dei cimiteri, se non gestito nelle forme coordinate e regolate perorate.
Il libro come preludio e orizzonte teorico di riferimento può avere una sua valenza, ma per il carattere astratto e utopico, dati i rapporti di forza contemporanei, rischia di ridursi a consolazione e distrazione.
Nella attuale contingenza, dati i fattuali rapporti di forza, ben lontani dal rassicurante idealismo rivoluzionario auspicato, si devono prendere giorno per giorno decisioni che non pregiudichino inesorabilmente il futuro e la capacità di generare surplus; innegabilmente un sistema economico nazionale di prezzi non dovrebbe riflettere meramente una struttura di potere feudale e la spregiudicata speculativa ricerca di profitto del capitale, garantita dalle sovvenzioni dei catturati organismi pubblici e politici vari, ma preferibilmente dovrebbe, razionalmente e staliniamente, rappresentare una posizione sulla curva di trasformazione, che definisca un panorama produttivo pluriannuale e rapporti di scambio che complessivamente generino le sequenze di surplus.
A ciò, inoltre, si dovrebbe ancora aggiungere il fatto e complicazione che il contesto odierno è marcato da una effettuale e efficace rivoluzione capitalistica realizzata dalla Cina: il che produce implicazioni non trascurabili e un forzato ampliamento di un discorso che si volesse scientifico e realistico.
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Michele Castaldo
Sunday, 15 February 2026 07:18
È piuttosto strano che quando il moto, modo di produzione capitalistico, cresceva sorgevano proposte "comuniste" alternative, scambiando un moto storico straordinario dell'uomo con i mezzi di produzione per modello sociale "sbagliato" e lo si criticava per sostituirlo.
Oggi che finalmente il MOTO volge finalmente verso il declino, c'è la ressa al su capezzale per riavviarlo.
Buona fortuna.
Michele Castaldo
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Giona
Sunday, 15 February 2026 00:00
Tutta questa solfa/sbrodolatura per dire che il comunismo è fallito o irrealizzabile. Il capitale odierno sentitamente ringrazia.
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redwolf
Saturday, 14 February 2026 20:33
Elegante e ironica risposta di Brancaccio su facebook a questa stramba PRE-recensione...



Con la salvifica eccezione di rare e talvolta poco note punte d'eccellenza, l'odierna accademia capitalista è una colossale macchina produttrice di mediocrità.

Dagli ingranaggi di quel meccanismo, Gianfranco La Grassa e Costanzo Preve hanno avuto la gran fortuna di esser stati sputati. Forse, anche per questo, sono riusciti a produrre novità epistemologiche interessanti nei loro rispettivi percorsi di ricerca.

Le mie posizioni scientifiche, e quindi politiche, sono antagoniste alle loro. Giocavo a provocarli dicendo che verso Marx si può essere eretici ma mai abiuratori, se non si vuol cedere alle sirene naziste di Heidegger.

Eppure, nonostante le mie irriverenze, i due hanno sempre manifestato molta stima nei miei confronti. E io non ho mai fatto mistero di essermi liberato dalle incrostazioni di certa mefitica ortodossia anche grazie allo studio delle loro - divergenti - opere.

Per questo motivo, suggerisco ai loro acutissimi allievi di evitare fuorvianti "pre-recensioni" lyotardiane. "Pre-recensione", del resto, è un termine un po' inquietante. Come "pre-cog". Come "pre-monizione divina".

Criticatemi pure e con massima ferocia, dunque. Non attendo altro. Ma il libro esce solo martedì. Abbiate almeno la pazienza di leggermi prima di contestarmi. Grazie.

(Emiliano Brancaccio su facebook in risposta alla pre-recensione....)
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