Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email

communia

Ricordate l'anti-berlusconismo? I pericoli dell'anti-trumpismo

di Cinzia Arruzza*

btrumpfixedsdasaDurante l’intera campagna elettorale delle presidenziali statunitensi i paragoni tra Donald Trump e l'ex premier italiano Silvio Berlusconi sono stati molti, e sono ulteriormente proliferati da quando Trump ha dichiarato la propria vittoria. Questi paragoni non sono del tutto privi di senso.

Trump e Berlusconi sono entrambi uomini che hanno raggiunto il potere partendo dal mondo del business e non da quello della politica, ed entrambi hanno presentato la propria estraneità all'establishment politico come segno di purezza. Entrambi hanno insistito sul proprio successo imprenditoriale come prova più evidente della loro capacità di dirigere il paese. Come il tiranno di Platone entrambi hanno esibito un’etica basata sul sogno di una perenne e illimitata jouissance e un eros continuo e tracotante (per quanto Berlusconi preferisca pensare a sé stesso come a un seduttore irresistibile piuttosto che uno stupratore). Entrambi si sono permessi battute misogene e razziste e hanno riformulato il linguaggio pubblico legittimando insulti e scorrettezze politiche ed incarnando un esilarante ritorno del represso. Entrambi si crogiolano nella loro estetica kitsch ed esibiscono un colorito da abbronzatura artificiale. Ed entrambi si sono alleati con l’estrema destra per portare avanti un progetto politico fatto di neoliberismo autoritario e capitalismo sfrenato.

Print Friendly, PDF & Email

carmilla

Oltre l’eroe: movimenti, dialogo e traduzione

di Fabio Ciabatti

chavez in amacaIn un precedente intervento su Carmilla ho sostenuto che in Venezuela una molteplicità di movimenti, sviluppatesi autonomamente, hanno trovato una riunificazione nella catena di vicende che parte dal Caracazo e arriva all’elezione di Chavez. Ci siamo inoltre chiesti come poter rappresentare questo processo di unificazione.

Il primo elemento da considerare è l’evento della rivolta popolare che costringe i movimenti a unirsi spontaneamente e immediatamente per contrapporsi alla violenta repressione dello stato. Di fronte al pericolo estremo, sosteneva Sartre nella Critica della ragione dialettica, gli individui atomizzati si uniscono creando un’aggregazione qualitativamente diversa dalla somma dei singoli, il gruppo in fusione, che cementa la solidarietà sostituendola alla reciproca indifferenza. La rivolta rende evidente una frattura sociale, cementa il campo popolare e dischiude un nuovo orizzonte di possibilità. A questa unificazione immediata ne segue una caratterizzata da una processualità consapevole e orientata. E qui ci torna utile Enrique Dussel1 che descrive questo processo come caratterizzato da un’incorporazione analogica tra le diverse rivendicazioni popolari in grado di conservare la distinzione di ciascuno e di trasformare la prassi di liberazione popolare in una nuova proposta politica collettiva. Ciò si ottiene attraverso un processo di “dialogo e traduzione” tra le diverse istanze conflittuali.

Print Friendly, PDF & Email

haramlik

Omaggio a Fidel

di Lia De Feo

Fidel Alejandro Castro RuzIo non ho amato Cuba, nei tre anni trascorsi a studiare lì. Tanto è vero che mi spostavo in Messico ogni volta che potevo, e alla fine a Cuba ci avrò trascorso un anno e mezzo in totale. Non l’ho amata perché amo poco le isole, in generale, e perché i cubani mi davano sui nervi, parecchio. E la pativo: l’embargo è uno stillicidio di cose che non funzionano, che non si trovano, che sono difficilissime da fare. L’embargo crea paesi logoranti dove la sopravvivenza è legata all’organizzazione che ti dai, e dove tu, straniero, sei sempre in torto: perché hai più soldi – credono loro – e vieni dalla parte di mondo che la vorrebbe vedere cadere, Cuba, e l’isola risponde togliendoti ogni tratto umano e trasformandoti in un portafogli che cammina, caricaturizzandoti nel cliché dello straniero a Cuba che, nove volte su dieci, non è una bella persona. Io, quindi, ogni volta che potevo prendevo il mio Cubana de Aviación e in 50 minuti ero in Messico, dove la gente era normale e non si aspettava di essere pagata anche solo per rispondere a un “buongiorno”. E dove, perdonatemi, mangiavo: un’insalata che non fosse di cavolo, una minestra che non fosse sempre e solo di riso con fagioli, un frutto che non fosse l’unico che si trova a Cuba di trimestre in trimestre. Un’introvabile patata. Un gelato che non fosse stato scongelato e ricongelato quaranta volte. A Cuba, a meno che tu non voglia spendere molti soldi – e anche lì, uhm – apprendi cos’è la deprivazione sensoriale, dopo mesi passati a provare un sapore solo.

Print Friendly, PDF & Email

contropiano2

Hasta siempre Comandante!

Intervista a Luciano Vasapollo

Fidel con intensità 720x300A poche ora dalla morte del Comandante Fidel Castro, rivolgiamo alcune domande a Luciano Vasapollo, dirigente della Rete dei Comunisti e da molti anni responsabile del lavoro di solidarietà con i popoli dell'America Latina e delle relazioni politiche e scientifiche con i governi e le forze rivoluzionarie di 'Nuestramerica'.

* * * *

Rdc – Come potremmo definire in poche parole il Comandante Fidel Castro?

LV – Fidel Castro è una figura che ha fatto la Storia, con la S maiuscola, dell'autodeterminazione dei popoli, combattendo sempre contro quelli che pensavano di poter fare del mondo un loro enorme impero economico.

Grazie alla sua fiducia profonda nella democrazia socialista, Fidel Castro è stato capace di gestire il governo popolare per tutti e 57 gli anni successivi al trionfo della Rivoluzione a Cuba.

Dall'inizio della Rivoluzione, della creazione dello Stato Socialista a Cuba l'isola ha vissuto importanti conquiste rivoluzionarie: la riforma agraria, la redistribuzione delle terre; la nazionalizzazione dei settori strategici come quello della canna da zucchero e delle raffinerie; la riforma culturale a favore dell'istruzione popolare.

Print Friendly, PDF & Email

commonware

La variante rivoluzionaria

di Gigi Roggero

Recensione a La variante populista di Carlo Formenti

img archivio14102016124844Qualche mese fa Franceschini, degno rappresentante della mediocrità politica del suo partito, ha detto che oggi lo scontro oggi non è più tra destra e sinistra, ma tra sistemisti e populisti. Se perfino un dirigente del PD arriva a cogliere qualche elemento di realtà, vuol dire che esso dovrebbe essere piuttosto lampante. Così non è, se guardiamo al dibattito che ha preceduto e seguito le elezioni americane dentro le sinistre conventicole dell’opinione pubblica nostrana, infarcita di paura per il fascismo che avanza e stretto attorno al simulacro democratico che arriva addirittura ad assumere il mostruoso volto di Hillary Clinton. Un merito indiscutibile dell’ultimo libro di Carlo Formenti, La variante populista (DeriveApprodi, uscito in ottobre), è di prendere di petto il tema, senza timore delle accuse e dei latrati che si alzano dalle rancorose e marginali fila del frontismo neo-dem. La tesi del volume è infatti nitida: oggi la lotta di classe nel neoliberismo avviene innanzitutto sul terreno disegnato dal populismo. Secondo l’autore bisogna quindi accettarne la sfida, collocarsi su quel terreno, lì costruire egemonia in senso gramsciano.

Formenti arriva a sviluppare la sua tesi attraverso un confronto selezionato con autori e posizioni che, come sempre nei suoi testi, vengono sintetizzati in forma estremamente chiara e utile.

Print Friendly, PDF & Email

csepi

Crisi della democrazia moderna, conflitto politico-sociale e ricomposizione di un blocco di resistenza nazionale-popolare nell’epoca delle rivolte “populiste”

Intervista a Stefano G. Azzarà*

Domande a cura di Aldo Scorrano, Fabio Di Lenola e Christian Dalenz

dreamstime m 16905648 copyLei ha affermato che «la storia della democrazia è la storia della capacità delle classi subalterne di fare conflitto, di lottare, di riequilibrare i rapporti di forza presenti nella società». Queste classi lo avrebbero fatto unendosi tra loro sulla base di idee, di interessi comuni e di piattaforme politiche avanzate. Questa unione oggi manca ed è ciò che si dovrebbe ricreare, soprattutto nel mondo del lavoro. In buona sostanza bisognerebbe «unire ciò che è stato diviso». Ma come mettere in moto questo processo e con quali modalità?

La risposta a questa domanda non esiste. E se qualcuno pretende di averla in tasca per via di qualche formula alla moda – “populismo” e “politiche del comune” sono oggi quelle più reiterate nelle diverse e contrapposte anime della sinistra, ma in passato i nomi erano diversi - ha capito ben poco dei processi storici, per i quali non esistono leggi simili a quelle che ipotizziamo nel mondo naturale e dunque nemmeno manuali delle istruzioni.

Per come siamo messi, credo comunque che la presa di coscienza reale e non meramente verbale della frantumazione in atto e delle sue ragioni, oltre che della necessità di una ricomposizione di un campo politico di resistenza su basi che siano ad un tempo politiche e sociali (e cioè fondate su una analisi che tenga conto di cosa sono diventate oggi le classi sociali rispetto al periodo della Guerra Fredda), sia già un passo in avanti considerevole rispetto alla totale inconsapevolezza o rimozione che caratterizza ciò che rimane da noi della sinistra storica novecentesca.

Print Friendly, PDF & Email

robertoquaglia

L’Occidente si è trumpato il cervello

di Roberto Quaglia

Trump clinton teschio bandiera 500px 2Queste elezioni americane sono senza alcun dubbio state le più incredibili da parecchi decenni a questa parte. Quanto di ciò che abbiamo visto sia reale e quanto sia invece abile teatro lo scopriremo solo nel tempo. Le opzioni principali sono due: o le cose sono come sembrano, oppure sono come non sembrano.

Iniziamo con la prima opzione.

Trump ha vinto le elezioni americane contro tutti i pronostici, contro tutti i sondaggi, contro il coro di tutti i media occidentali compattamente schierati contro di lui, contro l’opinione univoca e compatta dei ceti “liberal” di cultura medio-alta.

Più che fare un’analisi politica di questo avvenimento, opera in cui al momento si sbizzarriscono tutti, è interessante soffermarsi su alcune considerazioni che attengono più alla sociologia, che alla politica.

Perché i giornalisti e gli intellettuali mainstream in questa faccenda si sono sbagliati tutti e completamente? Prima incapaci di capire che Trump si sarebbe aggiudicato la nomination repubblicana, poi incapaci di capire che avrebbe vinto. E già in precedenza incapaci di prevedere l’esito del Brexit.

Print Friendly, PDF & Email

contropiano2

La “variante populista” che fa discutere

di Carlo Formenti

Carlo Formenti – autore del recente libro "La variante populista" – replica alla critica di Cristina Morini apparsa su Alfabeta2

renzistattacasaLa “requisitoria” di Cristina Morini nei confronti di “La variante populista” apparsa su Alfabeta2  impone una replica. Sarò sintetico, limitandomi a esaminare le critiche che giudico palesemente infondate e a ribadire i motivi di dissenso nei confronti del paradigma teorico cui Cristina si ispira. In particolare, affronterò i seguenti temi: evoluzione della stratificazione del lavoro in relazione alle mutazioni del modo di produzione; composizione politica; Gramsci e il populismo; rifiuto delle posizioni “neofrontiste” assunte da parte delle sinistre radicali e antagoniste nei confronti del populismo di destra.

Cristina mi riconosce di essere stato (quando ero ancora “buono”?) fra i primi ad analizzare l’evoluzione delle forme del dominio capitalistico, e della resistenza a tali forme, associate alla rivoluzione digitale. Dopodiché mi rimprovera di essere regredito a una visione “lavorista”, dimenticando tutto quanto avevo teorizzato da La fine del valore d’uso a Cybersoviet. Incasso il riconoscimento anche se associato, come altri che lo hanno preceduto, a un fraintendimento: fin dai tempi di Incantati dalla Rete avevo infatti espresso il mio dissenso nei confronti della tesi sul presunto ruolo rivoluzionario “immanente” al general intellect. In merito a tale tema (e in particolare alle tesi di Negri e Gorz sulla presunta autonomizzazione del lavoro vivo dal capitale) rinvio a quanto scritto nel mio libro e alle opere di Dardot e Laval che, a mio parere, hanno avanzato argomenti definitivi sull’argomento.

Print Friendly, PDF & Email

palermograd

Sweet black Angel. Autobiografia ​di una rivoluzionaria

di Giovanni Di Benedetto

Angela Davis SmokingWell, she isn’t no singer
And she isn’t no star
But she sure talk good
And she move so fast
But the gal in danger
Yeah, the gal in chains
But she keep on pushing
Rolling Stones, Sweet black angel

Sull’edizione online del New York Times del 3 Novembre scorso, in un articolo intitolato Voters Express Disgust Over U.S. Politics in New Times/CBS Poll Jonathan Martin, Dalia Sussman e Megan Thee-Brenan hanno sostenuto, sulla base di un recente sondaggio della CBS, che la stragrande maggioranza dell’elettorato americano sarebbe stata, letteralmente, disgustata dalla campagna presidenziale. Otto elettori su dieci avrebbero detto che la campagna elettorale è stata di una volgarità respingente e caratterizzata da una crescente tossicità. Ma, soprattutto, è emerso che “Mrs. Clinton, the Democratic candidate, and Mr. Trump, the Republican nominee, are seen as dishonest and viewed unfavorably by a majority of voters” (sia la Clinton, il candidato democratico, che Trump, il candidato repubblicano, sono visti come disonesti e considerati sfavorevolmente dalla maggioranza dei votanti).

Print Friendly, PDF & Email

bandierarossainmov

Sinistra è conservazione?

di Riccardo Achilli

sinistra vita star trek grande rossoE’ noto che la sinistra, spiazzata nei suoi riferimenti ideologici dalla crisi, pressoché contemporanea, del comunismo e della socialdemocrazia classica, abbia maturato un rapporto tormentato e sostanzialmente insoluto rispetto alla modernità del pensiero unico che si è imposta negli ultimi trent’anni. Anche semanticamente, termini come “riformismo” e “progressismo”, che sembravano essere nel DNA stesso della sinistra, sono divenuti il grimaldello con il quale l’avversario storico ha smantellato il capitalismo welfaristico dei Trenta Gloriosi.

Questo spinge molti a riflettere sul nesso fra la ricostruzione/riaffermazione dei valori e del radicamento sociale della sinistra in termini di difesa, o possibilmente ricostituzione, del sistema di tutele e di diritti che, seppur in forte destrutturazione già a partire dalla metà degli anni Ottanta nei Paesi anglosassoni(e nel nostro Paese in realtà sin dai primi anni Ottanta, con il regresso e l’indebolimento del movimento sindacale conseguente allo shock petrolifero del 1980) è sprofondato definitivamente con il riordino neoliberista susseguente alla crisi del 2008. 

Il ragionamento più definito in tal senso l’ho ascoltato, recentissimamente, in un convegno cui ho partecipato. Il succo è questo: il processo di ristrutturazione neoliberista degli ultimi trent’anni ha devastato i riferimenti sociali tradizionali cui la sinistra si rivolgeva. La classe operaia ha perso il suo ruolo propulsivo, irretita da nuove organizzazioni del lavoro che da un lato la precarizzano, riducendo il legame di classe con i mezzi di produzione, e dall’altro ne spezzano l’unitarietà, ed infine le conferiscono valori tipici della borghesia (i criteri del kai zen e del toyotismo, come anche la variabilizzazione del salario legata alla compartecipazione agli utili aziendali, spesso presente nelle grandi imprese di fatto, producono collaborazione di classe ed introiezione di valori come la competizione, l’efficienza, la partecipazione attiva al miglioramento continuo).

Print Friendly, PDF & Email

noirestiamo

Manifesto politico

Collettivo Noi Restiamo

schiavi o ribelli1. Da dove partiamo

Nel mondo in cui viviamo gli eventi e le informazioni viaggiano a una velocità sorprendente e non è sempre facile orientarsi. Guerre, caduta delle quotazioni di borsa, rialzo dello spread, cambi di governo, crisi diplomatiche, riforme del mondo del lavoro, disastri naturali, immigrazione, rallentamento della produzione industriale, aumento della disoccupazione: notizie che ci giungono e spesso ci appaiono come sconnesse fra di loro, in quel caotico vortice che sembra essere il presente. Eppure crediamo che sia possibile “venirne a capo”, innanzitutto individuando alcune domande che vadano nella direzione di trovare l’interconnessione fra tutti questi fenomeni: quale è l’origine la situazione attuale? Come si è generata la crisi? Quali sono i soggetti in campo nella gestione della crisi, e per conto di chi? Che effetti provocano le loro scelte nello scenario globale e nel nostro paese? Si tratta certamente di domande che richiedono risposte articolate che non si possono risolvere in poche pagine, ma dalle quali possiamo estrapolare qualche punto fermo per orientarci se vogliamo agire in direzione di un cambiamento e di alternativa da generazione cresciuta dentro questo nuovo contesto.

1.1 Crisi

Dopo la dissoluzione dell’URSS nell’89-’91, sembrava aprirsi uno scenario privo di conflitti e di rilancio dell’economia capitalista.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Huma Abedin e Hillary Clinton

Viaggio nello Stato Profondo Americano

di Federico Pieraccini

La vicenda che potrebbe decidere le prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti è una storia a più livelli, che merita di essere raccontata accuratamente

huma hillarySexting’, Weiner e le email.

Tutto è iniziato con un’inchiesta dell’FBI in merito ad uno scandalo di ‘sexting’. Una ragazza di 15 anni avrebbe ricevuto delle foto compromettenti da Anthony Weiner, ex marito della top Advisor di Hillary Clinton, Huma Abedin. La tipica inchiesta in cui tutti i dispositivi informatici dell’aggressore vengono revisionati dall’FBI per verificarne il contenuto in cerca di indizi o prove.

Il problema è che il PC di Anthony Weiner non è un laptop qualunque, è il PC che condivide con la sua allora compagna Huma Abedin. Dalle poche informazioni trapelate, pare che la divisione Newyorkese dell’FBI, incaricata di indagare sulla vicenda, per molto tempo abbia taciuto dell’enorme archivio di oltre 650,000 email rinvenute, fino a quando, pochi giorni fa il direttore dell’FBI ha rivelato con una lettera al congresso di ritenere questi dati pertinenti per un’altra indagine in corso ai danni di Hillary Clinton. Una rivelazione enorme che ha destato molto clamore, visti i pochi giorni alle elezioni, causando enormi problemi alla campagna elettorale dei democratici.

La domanda più appropriata da farsi è per quale motivo il direttore del FBI Comey abbia deciso di informare il congresso, scatenando un prevedibile fuoco di critiche.

Print Friendly, PDF & Email

vocidallestero

La patologizzazione del dissenso

di C.J. Hopkins

1462336768 sanders trumpDa CounterPunch traduciamo un azzeccato articolo che descrive, con sfumature satiriche, l’imponente opera di delegittimazione del dissenso (ogni genere di sostanziale dissenso rispetto alla direzione unica indicata dalle classi dirigenti) svolta quotidianamente dai media. Non cambia molto che si tratti di Trump, Sanders, Putin, Le Pen, Brexit, sinistra, destra, anarchici, wikileaks: i media dell’establishment buttano tutti nello stesso mucchio di disdicevoli populisti che non vale la pena ascoltare, tanto meno confutare.  Perfino lo stesso riconoscimento dell’esistenza dell'”establishment”, delle “classi dirigenti” e dei loro interessi in contrapposizione a quelli della gente comune, tende ad essere sancito, in questa distopia orwelliana (per ora morbida), come segno di devianza,  di complottismo patologico.

* * * *

Secondo gli organi di informazione mainstream, nel suo recente discorso a West Palm Beach Donald Trump avrebbe dato definitivamente di matto.  Gesticolando furiosamente con le sue piccole mani, alla maniera inconfondibilmente hitleriana, avrebbe sputato fuori una serie di parole in codice innegabilmente inneggianti all’odio antisemita … vale a dire parole tipo “establishment politico”, “élite globali”, ma anche, sì, “banche internazionali”.  Si sarebbe addirittura spinto al punto di affermare che le “corporation” [le grandi aziende] e i loro “lobbisti” avrebbero messo in gioco milioni di dollari per queste elezioni, e che stiano cercando di fare applicare il TPP [il “trattato transpacifico per il commercio”] non per il bene dei cittadini americani, ma solamente per arricchire se stessi.

Print Friendly, PDF & Email

micromega

Il tradimento della sinistra

di Sergio Cesaratto

la scomparsa della sinistr ain europa barba pivetti recensione cesaratto 250Il volume di Aldo Barba e Massimo Pivetti è di gran lunga la più importante provocazione intellettuale alla sinistra degli ultimi anni. Pivetti, il più senior della coppia e ben noto economista eterodosso (con fondamentali contributi di analisi economica), non è certo nuovo a queste provocazioni, tanto da meritarsi nel lontano 1976 l’appellativo di “simbionese” (più o meno sinonimo di “terrorista”) da parte di Giancarlo Pajetta. La sinistra avrà tre possibilità di fronte a questo libro: ignorarlo del tutto; criticarlo sulla base degli aspetti più “coloriti” del volume - quelli in cui gli autori s’indignano per certe posizioni della sinistra antagonista; discuterlo a fondo.

E’ facile pronosticare che gran parte della sinistra italiana, troppo intellettualmente pigra o troppo radical-chic per entrare seriamente nel merito, sceglierà le prime due strade (ah, sono solo aridi economisti se non peggio). Ma il volume è ora lì come un macigno a pesare su una sinistra che ha perso, in Italia ma non solo, ogni reale contatto con le classi che rappresentavano un tempo la propria ragione sociale. Una sinistra che non solo ha perduto questo contatto, ma che è ormai da tempo considerata dai ceti popolari come propria nemica. Raccontano gli autori che pare che François Hollande in privato si riferisca ai ceti popolari come agli “sdentati”. Siamo anche convinti che, tuttavia, il volume rappresenterà occasione di dibattito e un randello da usare in ogni occorrenza per quel che resta di una sinistra intellettualmente solida e che delle ragioni di ampi strati della popolazione fa la propria ragion d’essere.

Print Friendly, PDF & Email

comuneinfo

Seattle, crisi e movimenti

Walden Bello

wto seattle 1999 2 768x558Il ruolo decisivo dell’azione collettiva nell’indebolire l’ideologia neoliberista e l’attuale potere strutturale del capitalismo. Un articolo di Walden Bello, docente alla State University di New York a Bighamton, senior research fellow  al Centro Studi sul Sudest Asiatico dell’Università di Kyoto ed ex membro della Camera dei rappresentanti della Repubblica delle Filippine

Ho ricevuto molte lezioni dalla Battaglia di Seattle, e una di queste è che le poliziotte possono picchiare come un qualunque poliziotto. Sono stato picchiato duramente da una delle migliori di Seattle. Qualche giorno fa ho deciso di ripercorrere il sentiero dei miei ricordi e di visitare la scena del delitto. Ricordo di aver visto Medea Benjamin di Code Pink trattata piuttosto brutalmente e corsi verso di lei per provare a fermare la polizia. A quel punto, una poliziotta si precipitò verso di me e iniziò a picchiarmi col suo manganello, trascinandomi e buttandomi per la strada, con un calcio nel fondo schiena ben assestato come colpo di grazia. Quello non è stato il colpo più forte. Quello lo ha ricevuto il mio ego: meritavo di essere picchiato e preso a calci, ma non di essere arrestato.

Come Cesare, dividerò il mio racconto in tre parti. Innanzitutto, alcune riflessioni su ciò che Seattle significa per il cambiamento delle visioni del mondo. In secondo luogo, una discussione su come, nonostante la crisi del neoliberismo, il capitale finanziario è riuscito a mantenere un potere enorme. In terzo luogo, un appello per una nuova visione complessiva di una società desiderabile.