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Solidarietà a Jacques Sapir
di Alberto Bagnai
Mi ero sempre chiesto cosa fosse quell'"hypothèses" che compariva nell'URL del blog di Jacques Sapir: http://russeurope.hypotheses.org/, ma questo dubbio non era esattamente in testa alla lista delle mie priorità, e quindi non avevo mai approfondito.
Hypothèses, con Calenda, Revues.org, OpenEdition Books, è una piattaforma informatica inserita nel portale francese Open Edition, un progetto il cui scopo è quello di promuovere la pubblicazione e la discussione di risultati scientifici nell'ambito delle scienze umane e sociali secondo i criteri dell'open access. Tanto per placare subito i lettori fallaciati, chiarisco che qui Soros non c'entra molto: anch'io ho pubblicato in open access, tant'è vero che se cliccate qui potete leggere uno dei miei ultimi articoli. Quindi placate i vostri riflessi pavloviani: la open society è un'altra cosa, e andiamo avanti.
Il portale si articola su quattro assi: pubblicazione di riviste on line (Revues.org), pubblicazione di ebook (OpenEdition), una bacheca di eventi scientifici (Calenda), e un aggregatore di blog, appunto, Hypothèses. Quest'ultimo comprende 2408 blog, fra cui anche LEO (L'Edition électronique ouverte), blog di Open Edition che informa sugli sviluppi del progetto. Il 28 settembre questo blog annunciava che il Comitato scientifico di Hypothèses e quello di Open Edition sospendevano il blog di Sapir, aperto cinque anni or sono, a causa della pubblicazione di post privi di attinenza con il contesto scientifico e accademico del blog.
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2 Ottobre in Catalogna
di Leonardo Mazzei
Otto note sintetiche sul referendum per l'indipendenza
Ci sarà tempo per riflettere più a fondo sui possibili sviluppi della crisi catalana. Intanto però il referendum è alle nostre spalle e alcune cose già le possiamo dire.
1. L'autoritarismo centralista del governo di Madrid ha finito per rafforzare l'indipendentismo filo-eurista di quello di Barcellona.
Non era un esito difficile da prevedere. Aver mandato la polizia a disturbare il referendum, senza peraltro riuscire ad impedirlo, è stato un segno di grande debolezza, un atto repressivo figlio di una concezione parafranchista. Fondamentalmente un atto stupido, sia in considerazione del fatto che i sondaggi davano gli indipendentisti in minoranza, sia perché la contestazione della legalità del voto avrebbe potuto essere comunque sostenuta politicamente senza bisogno di ricorrere alla magistratura ed alla polizia. Ma la stupidità ha da sempre un certo ruolo nella storia. Vedremo alla fine quale sarà stato il suo peso stavolta. Intanto, però, la gestione della vicenda da parte di Rajoy ha regalato agli indipendentisti catalani un indubbio successo propagandistico.
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Intolleranza e disattivazione politica. Le democrazie “off shore”
di Vincenzo Ruggiero*
L’intolleranza verso il dissenso costituisce una delle principali manifestazioni della crisi della politica di oggi, che ostacola la possibilità di azione collettiva, nega lo spazio per la mediazione tra le istituzioni e il popolo e impedisce poi ai settori sociali di rappresentarsi come agenti della propria storia (Balibar, 2016 ). In questo senso, la stessa nozione di cittadinanza è “sotto attacco e ridotta all’impotenza”, mentre i sistemi democratici assumono una forma “pura”, cioè diventano capaci di affrontare esclusivamente la propria logica e i meccanismi della propria riproduzione (ibid : 12). individui e gruppi, di conseguenza, vengono espulsi dal loro posto nel mondo (Sassen, 2014).
Mentre riducono le opportunità di forme di azione partecipativa, le democrazie contemporanee espandono allo stesso tempo la sfera della delegazione. Così, il processo elettorale diventa sempre più influenzato da interessi privati espressi attraverso l’iniziativa di donatori e di lobbisti. Sollecitare delle tangenti si dice ora “raccolta fondi” e la corruzione stessa è “il lobbismo”, mentre i lobbisti delle banche determinano o addirittura scrivono la legislazione che dovrebbe andare a regolamentare loro stesse banche”(Graeber, 2013: 114).
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Catalogna: comunque vada, Madrid ha già perso
di Marco Santopadre
Pochi giorni fa era stato lo stesso primo ministro spagnolo ad annunciare l’incrudimento della repressione con una frase alla quale pochi media internazionali hanno dato risalto: “Non costringeteci a fare ciò che non vogliamo fare”.
Il governo di Madrid avrebbe potuto tentare di bloccare la road map indipendentista proponendo una via d’uscita di tipo politico. Rajoy avrebbe trovato una sponda entusiasta nei socialisti e nella stessa Podemos se avesse proposto a Barcellona una riforma del grado di autonomia della Comunità Autonoma Catalana (quella stessa negata solo pochi anni fa). Così facendo i nazionalisti spagnoli avrebbero aperto delle consistenti crepe nello schieramento indipendentista catalano, agganciando quella parte del PDeCAT che farebbe volentieri a meno del muro contro muro e preferirebbe continuare a galleggiare in una situazione – l’autonomia all’interno dello Stato Spagnolo – che ha fatto a lungo le fortune dei liberalconservatori di Barcellona.
Una parte consistente, anche se forse non maggioritaria, dello schieramento nazionalista catalano è stato infatti condotto ad abbracciare la rivendicazione del distacco da Madrid da anni di mobilitazione popolare e dalla pressione di una sinistra indipendentista e radicale che ha vissuto una forte crescita negli ultimi anni.
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La retorica dell'eccellenza
di Alberto Bagnai
Il dibattito cui non avete potuto assistere a Maratea, per il quale ringrazio ancora la MADEurope Summer School e in particolare Riccardo Realfonzo, ha toccato in relativamente poco tempo (nonostante fosse quasi il doppio di quello inizialmente previsto: ma il pubblico non si è annoiato) una serie di temi cruciali. Io ho poca memoria, ma due osservazioni di Roberto Pizzuti mi sono rimaste particolarmente vivide in testa, se non altro perché le aveva già fatte in occasione della presentazione del mio primo libro a Roma.
La prima non merita una discussione molto ampia (anche se ovviamente sono disposto a confrontarmi con Roberto su questo laddove lui lo desideri): è l'idea che siccome "fuori" ci sono i mercatoni cattivi (per definizione), abbiamo bisogno di uno Statone buono che ci protegga, che li contenga, e questo Statone sarebbe l'Europa (in attesa di essere, si presume, il Mondo). In questo blog abbiamo dato spazio alle riflessioni di scienziati politici e ai dati di fatto. Il dato di fatto è che concentrare a Bruxelles poteri politici facilita i compiti delle lobby, e che nulla ci garantisce che lo "Statone" che creiamo operi nel nostro interesse, piuttosto che nell'interesse delle diverse decine di burocrati tedeschi che lo infestano.
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Il referendum catalano svela le ambiguità di Podemos e Colau
di Marco Santopadre
Dopo aver incubato per alcuni anni, nei giorni scorsi la maggioranza indipendentista del Parlament – i liberal-conservatori del PDeCat, i socialdemocratici di Erc e la sinistra radicale della Cup – ha dato avvio ad un processo di ‘disconnessione’ politica ed istituzionale da Madrid e dalla sua legalità attraverso l’approvazione di due importanti leggi.
La prima convoca il Referendum per il 1 Ottobre, istituisce una commissione elettorale catalana, formula il quesito (che sarà in tre lingue: catalano, castigliano e aranese) e chiarisce i criteri di selezione degli aventi diritto al voto. Il secondo provvedimento stabilisce invece i caratteri e le forme della fase di transizione che seguirebbe ad una eventuale affermazione dei Sì: la proclamazione di una Repubblica Catalana e poi l’entrata in vigore di una Costituzione provvisoria improntata ad una sostanziale continuità con quanto stabilito dall’attuale Statuto di Autonomia, prima che un’Assemblea Costituente ne approvi una versione definitiva.
Ovviamente i partiti nazionalisti spagnoli – popolari, socialisti e Ciudadanos – e gli apparati dello Stato non hanno alcuna intenzione di permettere la celebrazione del voto popolare, non riconoscono ai catalani il diritto all’autodeterminazione.
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Dall’ideologia politicamente corretta al populismo di destra. Che fare?
Fabrizio Marchi
Come ho già avuto modo di spiegare in diverse occasioni, dopo il crollo del muro di Berlino il sistema capitalista a trazione americana ed europea ha messo in panchina il vecchio apparato valoriale ideologico sostanzialmente fondato sul matrimonio con la Chiesa e la religione per assumere l’ideologia politicamente corretta come sua ideologia di riferimento.
Ho già ampiamente trattato le ragioni che hanno determinato questo processo e non ci torno.
Ora, cosa sta accadendo da alcuni anni a questa parte? Sta accadendo ciò che era inevitabile accadesse. E cioè che il bombardamento ideologico-mediatico sistematico politicamente corretto ha prodotto il suo (falso) “antagonista” o meglio la sua contraddizione, e cioè il neopopulismo di destra.
Che cos’è il neopopulismo di destra e perché è un falso antagonista del sistema capitalista? Facciamo un passo indietro, o meglio una premessa.
Il processo di globalizzazione capitalista ha visto prevalere il grande capitale, in particolare finanziario ma non solo, multi e transnazionale, rispetto ad alcuni settori delle vecchie borghesie nazionali, che hanno gradualmente perso la loro egemonia politica che si fondava sul controllo e appunto sulla capacità di essere egemoni all’interno dei vecchi “stati-nazione”.
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Regeni, New York Times, “dittatori”
Caro Alessandro Di Battista, guarda meglio
di Fulvio Grimaldi
Questa è una lettera che avevo indirizzato ad Alessandro Di Battista in merito al suo intervento alla Camera sul caso Regeni-NYT e, per conoscenza, ad alcuni parlamentari 5Stelle di mia conoscenza. Non ho ricevuto risposta e questa lettera diventa pubblica, anche perché contiene considerazioni che possono essere indirizzate a molte altre persone
Questa che è una critica all’intervento del deputato 5Stelle e un invito a riconsiderare certe sue posizioni, non mette minimamente in questione la stima e la solidarietà che ho nei confronti di tante ottime battaglie condotte da Di Battista, alcune delle quali sono state anche da me condivise sul campo
Caro Alessandro Di Battista,
faccio il giornalista da oltre mezzo secolo, oggi indipendente ma vengo da organi come la BBC, Paese Sera, Panorama (pre-Berlusconi), L’Espresso, The Middle East, Giorni Vie Nuove, Astrolabio, Rai-TG3. Ho sostenuto molte attività del M5S e con il MoVimento e suoi illustro sostenitori ho organizzato nella mia zona pubbliche iniziative (con Morra, Ruocco, Imposimato, Lanutti, Scibona, Bertorotta...) Ho intervistato deputati e senatori del MoVimento, compreso te, sono amico della senatrice Ornella Bertorotta e ho partecipato a numerose vostre iniziative alla Camera e al Senato. Miei documentari sono stati presentati al Senato. Ho lavorato con militanti 5Stelle sul territorio per i miei documentari e articoli No Tav, No Muos, No Triv, No Basi, terremotati. Spero che tutto questo mi dia un po’ di credibilità.
Conosco la tua esperienza in America Latina e nel Sud del mondo e quindi presumo una tua conoscenza del modus operandi di certe grandi potenze dagli insopprimibili appetiti coloniali in quelle parti del mondo.
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Sinistra senza popolo
L’onda populista (e il fallimento delle élite) secondo Luca Ricolfi
di Damiano Palano
Nel suo recente Non è una questione politica (Italosvevo, pp. 67, euro 10.00) Alfonso Berardinelli si pone un interrogativo sulla scelta di adottare il termine «populismo» per indicare quegli attori che negli ultimi due decenni hanno sfidato i partiti tradizionali. «Mi chiedo da anni chi è che ha deciso di chiamare ‘populismo’ ogni fenomeno politico che incontra il favore crescente dei cittadini», scrive infatti il critico (affrontando un nodo che, a dispetto del titolo del volumetto, è ovviamente ‘politico’). E la risposta che suggerisce è molto semplice: «Ho detto ‘mi chiedo’. Invece c’è poco da chiedersi, perché si sa già. Da quasi un quarto di secolo una sinistra che ha perso il ‘senso della storia’ (per dirla con una sua vecchia formula), che ha perso la sintonia con quanto avviene nelle nostre società e coccola invece le minoranze snob prendendo per diritti i loro desideri, se la prende con la volgarità del ‘popolo’» (p. 16). E, in termini ancora più espliciti, ciò significa per Berardinelli che la sinistra non rappresenta più quelle classi sociali di cui era stata (o aveva preteso di essere) il principale referente. «Se la sinistra non rappresenta né le classi lavoratrici né i ceti medi proletarizzati, allora vuol dire che rappresenta i mendicanti e l’alta borghesia. Solo che i mendicanti non ce li vedo a sentirsi rappresentati dal ceto politico di sinistra.
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Migrazioni. Punti di vista in contrasto
di Ennio Abate
Pubblico da POLISCRITTURE FB questo scambio di opinioni tra me e Roberto Buffagni che su è svolto nell’ultima settimana sullo spunto della mia segnalazione di un articolo di Marco Rovelli, Gli specialisti del disumano” e ha fatto emergere anche i nostri diversi e contrapposti retroterra politici e culturali. Lo faccio perché il problema è davvero complesso, rischia di diventare ancora più tragico di come oggi si presenta e richiede l’attenzione e l’intelligenza di tutti per approfondirlo. E anche uno sforzo – almeno qui su POLISCRITTURE – per uscire dai veleni delle propagande contrapposte dei “buonisti e dei “cattivisti”. [E. A.]
SEGNALAZIONE (dalla bacheca di Marco Revelli):
Gli specialisti del disumano di Marco Revelli
“Noi veniamo dopo” scriveva George Steiner nel 1966, “Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz”.
Anche noi “veniamo dopo”. Dopo quel dopo. Sappiamo che un uomo può aver letto Marx e Primo Levi, orecchiato Marcuse e i Francofortesi, militato nel partito che faceva dell’emancipazione dell’Umanità la propria bandiera, esserne diventato un alto dirigente, e tuttavia, in un ufficio climatizzato del proprio ministero firmare la condanna a morte per migliaia e migliaia di poveri del mondo, senza fare una piega.
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Quattro Futuri
Una cosa di cui possiamo esser certi è che il capitalismo finirà
di Peter Frase
Il testo che segue, di Peter Frase, è la traduzione dell'articolo originale, scritto nel 2011 e pubblicato su Jacobin, che poi servirà per il libro del 2016, dello stesso autore, dal titolo "Quattro futuri: la vita dopo il capitalismo"
Nel suo discorso, all'accampamento di Occupy Wall Street a Zuccotti Park, Slavoj Žižek si lamentava del fatto che «È facile immaginare la fine del mondo, ma non riusciamo ad immaginare la fine del capitalismo.» Si tratta della parafrasi di una commento fatto da Fredric Jameson alcuni anni fa, quando ancora l'egemonia del neoliberismo appariva essere assoluta. Eppure l'esistenza stessa di Occupy Wall Street suggerisce che ultimamente la fine del capitalismo è diventata un po' più facile da essere immaginata. Dapprima, quest'immaginazione aveva preso una forma piuttosto tetra e distopica: all'altezza della crisi finanziaria, con l'economia globale che sembra essere apparentemente arrivata al collasso, la fine del capitalismo sembrava che potesse essere l'inizio di un periodo di anarchia, di violenza e di miseria. E potrebbe esserlo ancora adesso, con l'Eurozona che vacilla al limite del collasso mentre scrivo. Ma più recentemente, la diffusione della protesta globale, da Cairo a Madrid a Madison a Wall Street, ha dato alla sinistra qualche ragione per aver qualche speranza in più in un futuro migliore dopo il capitalismo.
Una cosa di cui possiamo esser certi circa il capitalismo è che esso finirà.
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Dal femminismo dell'élite alle lotte di classe nella riproduzione
G. Souvlis e A. Čakardić intervistano Cinzia Arruzza
Cinzia Arruzza insegna Filosofia presso la New School for Social Research di New York. Il suo libro più recente è Storia delle storie del femminismo (con Lidia Cirillo, 2017). Tra gli altri suoi testi ricordiamo Le relazioni pericolose (2010) e Il genere del capitale (nella Storia del Marxismo a cura di S.Petrucciani) che è stato uno dei Libri dell’Anno 2016 di PalermoGrad.
Puoi dirci in breve qualcosa sulle esperienze della tua formazione intellettuale e politica?
Questa è una domanda difficile, perché sono diventata un’attivista all’età di tredici anni, e a partire da allora questo fatto non ha mai smesso di dare forma alla mia vita, nella sua interezza. Se dovessi identificare le esperienze che hanno maggiormente influito sul mio impegno politico e sul mio modo di pensare, potrei fornire l’elenco che segue. Anzitutto, il fatto di provenire da una famiglia povera siciliana, il che mi ha messa a contatto con l’ingiustizia e le diseguaglianze di classe, con il sessismo, con il razzismo culturale ‘soft’ nei confronti della gente del meridione (specialmente negli anni Novanta, quando la Lega Nord ebbe un’impennata sulla base di un programma antimeridionale). Quando avevo meno di vent’anni, i punti di svolta nel mio processo di politicizzazione furono le conversazioni con un insegnante di storia e filosofia della scuola superiore, che era un vicino di casa e un amico, la lettura del Manifesto del partito comunista, quella di Stato e rivoluzione di Lenin, e la partecipazione, da studentessa della scuola superiore, alla lotta degli operai di una fabbrica della Pirelli della mia città, che stava chiudendo e stava licenziando centinaia di operai che non avevano alcuna speranza di trovare un altro lavoro, dato il livello di disoccupazione in Sicilia.
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Donald Trump, «vedette» pseudopopulista della società dello spettacolo
di Michele Nobile
1. La questione Trump
È normale che le elezioni presidenziali negli Stati Uniti alimentino aspettative e timori nei confronti di questo o quel candidato al ruolo di leader della superpotenza mondiale. Tuttavia Barack Obama e Donald Trump hanno suscitato reazioni emotive fuori dell’ordinario e cariche di un’enorme valenza politica. Da Obama, il messia nero, tanti si aspettavano la liquidazione del cosiddetto neoliberismo, allora sprofondato nella più grave crisi del dopoguerra, e un nuovo New Deal. A Trump è invece imputato l’intento di voler operare un fondamentale cambiamento del sistema politico degli Stati Uniti, di voler alterare, se non la sacrosanta e più che bicentenaria Costituzione formale, la Costituzione materiale del Paese; da qui i discorsi su un nuovo regime variamente aggettivato: populista, autoritario, bonapartista, criptofascista, fascista… E ciò non soltanto per via delle sue proposte ma - forse ancor più - per l’impressione suscitata dal suo stile comunicativo, dall’immagine che egli ha voluto trasmettere.
Se la memoria non m’inganna un tale livello di emotività, che potrebbe dirsi isterico, non si verificò neanche a proposito delle elezioni di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan, una coppia che realmente segnò una discontinuità storica.
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Cos'è il populismo?
Recensione di Laura Sugamele
Jan-Werner Müller, Cos’è il populismo?, traduzione Elena Zuffada, con un intervento di Nadia Urbinati, Università Bocconi editore, Milano 2017, pp. 137
La questione attorno alla quale ruota questo saggio scritto da Jan-Werner Müller, professore di politica alla Princeton University, è il populismo, un argomento ormai alla ribalta delle discussioni politiche e che sta investendo la società attuale, che vede coinvolti i movimenti di destra come quelli di sinistra; dal movimento del Front National di Marine Le Pen a quello greco di Syriza e di Podemos in Spagna; gli Stati Uniti con Donald Trump e il movimento cinque stelle in Italia.
L’autore pone il populismo come realtà presente nella politica attuale, contrasto e contrapposizione alla democrazia, laddove il termine viene adoperato o etichettato come «anti-establishment» (p. 5), nel senso che si frappone a una determinata idea politica o ad un progetto politico.
Ciò su cui si pone immediatamente attenzione nel testo è l’idea che l’opinione pubblica ha del populismo o dei movimenti populisti in generale, come di un qualcosa caratterizzato più che altro da contenuti irrilevanti e da una emozionalità e una aggressività che porta i populisti a puntare sul malcontento popolare facendo incanalare la generale frustrazione, in direzione di una opposizione alle politiche europee.
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De-trumpizzazione
Giovanna Baer
Cosa sta capitando nella nazione più potente del mondo? Le notizie si susseguono, ora dopo ora, talvolta minuto dopo minuto, le versioni si accavallano, le analisi si moltiplicano. Potere esecutivo, potere giudiziario, potere legislativo si scontrano l'uno contro l'altro, in una lotta fratricida che rischia di mettere in empasse la capacità decisionale della grande nave americana, il cui capitano sembra ormai più impegnato a difendersi a colpi di tweet che non a fare il Presidente. Abituati come siamo al teatrino della politica italiana, fatichiamo a capire la gravità della situazione - poco aiutati dai media di casa, bisogna dirlo. E tuttavia, fattori la cui rilevanza da noi è considerata poco più che marginale, negli Stati Uniti possono causare la disfatta politica di un leader, soprattutto se inviso alla quasi totalità dell'establishment. Dunque, la domanda va posta: quali sono i problemi 'domestici' di Donald Trump, e quali scenari futuri si prospettano?
La Russia e le elezioni presidenziali
Secondo un'indagine condotta lo scorso anno dalle agenzie di intelligence americane Cia, Fbi e Nsa su ordine di Obama e resa pubblica all'inizio dello scorso gennaio, il presidente russo Vladimir Putin avrebbe ordinato personalmente attacchi informatici ai danni dei partiti americani, allo scopo di influenzare il risultato delle elezioni del novembre 2016.
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Ennio Abate









































