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Podemos non è nato per ricostruire la sinistra
Le Vent Se Lève intervista Juan Carlos Monedero
Traduciamo qui un’intervista di Le Vent Se Lève a Juan Carlos Monedero, cofondatore di Podemos e professore di scienze politiche all’Università di Madrid
Si sente spesso dire che Podemos è nato sulla base di un’«ipotesi populista» costruita a partire dai lavori del teorico argentino Ernesto Laclau e delle esperienze latino-americane. Sei stato uno dei primi fondatori del partito ad opporsi a questa «ipotesi», considerandola una “tattica” più che una “strategia”. In effetti, già in un articolo apparso nel giugno 2015 presentavi le debolezze di questa impostazione. Potresti tornare su queste critiche in merito alla logica populista?
Ernesto Laclau non ha avuto alcuna influenza nella creazione di Podemos: questa è stata un’intellettualizzazione a posteriori. Sapevamo quello che dovevamo fare, non perché un teorico ce l’aveva dettato, ma prima di tutto grazie alle nostre esperienze in Spagna e America Latina: sapevamo che non bisognava più parlare di destra e di sinistra, sapevamo che la vita politica mancava di emozione. Lo sapevamo non per aver letto Spinoza, ma perché potevamo percepirlo grazie alle nostre stesse esperienze.
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Noterelle per un populismo democratico
Sirio Zolea
Qualche settimana fa, cogliendo l’occasione del momento di attenzione rivolta all’esperienza della France Insoumise, avevo provato in termini generalissimi a delineare alcuni aspetti che potrebbero essere peculiari di un’esperienza populista democratica e progressista in Italia. Vorrei adesso spendere qualche altra pagina per ipotizzare i fili che potrebbero andare a comporre la trama del tessuto di un discorso populista progressista rivolto al nostro Paese: altrimenti detto, provare a immaginare in cosa potrebbe consistere una proposta politica populista e progressista con caratteristiche italiane. Se il grande merito del gruppo raccolto attorno a questo sito risiede nell’essere stati i primi a teorizzare organicamente la possibilità e finanche l’opportunità di intraprendere una simile strada in Italia, la possibilità virtuosa di una sua trasformazione in un fenomeno popolare risiede nella doppia condizione da un lato della traduzione dell’analisi e del metodo populista in una proposta politica e in un disegno di Paese idonei a mobilitare le migliori energie della Nazione in un progetto articolato volto alla rottura politica e sociale, dall’altro lato (ma non approfondirò tali temi in questa sede) nel suo strutturarsi in una forma organizzativa capillare e adeguata e nel suo rapportarsi selettivamente con altre esperienze, già esistenti o in nuce, che si sviluppino in direzioni compatibili, al fine di congiungere le forze.
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Discutendo di alleanze e dintorni
di Mimmo Porcaro
Il mio ultimo post su Socialismo2017, dedicato alle elezioni presidenziali francesi, ha suscitato un interessante commento di Francesco Maimone e di Bazaar, ospitato dal blog Orizzonte48, nel quale, pur convenendo con gran parte del mio scritto, mi si rimprovera un rifiuto pretestuoso e ideologico di ogni alleanza con il sovranismo di destra – ed in particolare con la Lega. A sua volta Quarantotto, con diverse note inserite nel testo dei due critici, ne rafforza le argomentazioni e mi invita a superare veti a suo dire incomprensibili che indebolirebbero la necessaria unità di tutte le forze contrarie al giogo di Bruxelles. Secondo i miei interlocutori infatti non basta dire, come io faccio, che i Salvini e le Le Pen non sono (ancora?) il fascismo e che dunque l’antifascismo dei Macron non soltanto sbaglia bersaglio, ma rappresenta proprio quei poteri che a suo tempo al fascismo ed al nazismo diedero il via libera. I miei interlocutori pensano piuttosto che per essere nel vero bisogna dire che i poteri che stanno dietro a Macron (e a Renzi, Merkel, ecc.) , sono il vero fascismo di oggi. E per giustificare questo giudizio si basano soprattutto sull’idea, esplicitamente derivata dal pensiero di Lelio Basso, secondo la quale per comprendere esattamente e combattere efficacemente il fascismo non bisogna fermarsi alle sue manifestazioni esteriori, mutevoli e caduche (squadracce, manganelli, ecc.) ma bisogna coglierne le caratteristiche permanenti, ossia la totale manomissione dello stato da parte del capitale, la privatizzazione delle funzioni pubbliche, lo stretto intreccio tra economia e politica.
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“Rivoluzione e Sviluppo in America Latina”
di Oscar Oddi
Recensione a Rivoluzione e Sviluppo in America Latina, a cura di Pier Paolo Poggio, Volume IV di L’altro Novecento. Comunismo Eretico e Pensiero Critico, (Milano: Jaca Book, 2016, pp. 768)
L’ambiziosa impresa editoriale, curata da Pier Paolo Poggio ed edita dalla Jaca Book in collaborazione con la Fondazione Luigi Micheletti, volta ad analizzare il Novecento attraverso la lente del pensiero critico e del comunismo sorto in opposizione a quello consolidato e canonizzato dall’Unione Sovietica, giunge al IV volume dedicato al continente Sud Americano (Rivoluzione e Sviluppo in America Latina, Jaca Book, 2016, pp. 768, € 48,00), dopo i precedenti tre volumi dedicati rispettivamente all’età del Comunismo Sovietico, pubblicato nel 2010 (L’Età del Comunismo Sovietico. (Europa 1900-1945), pp. 693), ai Movimenti in Europa, edito nel 2011 (Il Sistema e i Movimenti. (Europa 1945-1989) pp. 828) e al Capitalismo Americano uscito nel 2013 (Il Capitalismo Americano e i suoi Critici, pp. 774). L’opera prevede la pubblicazione di altri due volumi, uno dedicato al tema dell’anticolonialismo e del comunismo in Africa e Asia, l’altro sul comunismo e pensiero critico nel XXI secolo. Come per le precedenti pubblicazioni, e come previsto per le ultime due, anche quella oggetto di queste note si avvale della collaborazione di numerosi studiosi italiani e stranieri, così da delineare un quadro il più completo possibile riguardo all’argomento e al dibattito su di esso esistente a livello internazionale.
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Ideali di democrazia
Sulle trasformazioni recenti della politica
di Mauro Piras
I
La lotta politica, almeno nelle cosiddette democrazie occidentali, sembra avvenire solo contro degli usurpatori. Gli avversari vengono dipinti come una degenerazione di qualcosa, una forma corrotta della politica democratica, che ne tradisce radicalmente i principi e, soprattutto, non ha la dignità di un vero progetto ideale, ma o sollecita forze irrazionali delle masse o è semplicemente al servizio del dominio sociale ed economico. Così, per esempio, qualsiasi politica di gestione moderata dell’economia viene etichettata come “neoliberista”, asservita a imperativi sistemici economico-finanziari; oppure viene ricondotta alla pura autoconservazione di una classe dirigente ormai oligarchica; all’estremo opposto, qualsiasi voto popolare che metta in crisi partiti di establishment viene liquidato sbrigativamente come “populismo”, voto di pancia che sollecita i peggiori umori delle masse; ogni voto che rovescia o diserta partiti tradizionali diventa genericamente “voto di protesta”; e ogni appello diretto al consenso popolare, contro l’irrigidimento della rappresentanza formale, è “demagogia”. E così via, in un gioco noioso e prevedibile per cui l’avversario viene sempre ridotto a un fantoccio antidemocratico.
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Riletture, la crisi politica: Crouch, Rosanvallon, Urbinati
di Alessandro Visalli
Riprendere in mano qualche vecchio testo può essere utile, a questo fine rileggeremo alcuni libri usciti tra il 2000 ed il 2014 sulla crisi politica che le democrazie occidentali stanno affrontando sotto la spinta di fattori economici, sociali e tecnologici. Sono coinvolti in questa crisi tutti i fattori di stabilità politica che faticosamente erano stati costruiti nel corso dei due secoli che seguono alla fine dell’ancien régime: le relazioni sociali, il discorso pubblico, i valori centrali, i partiti, le forme della politica, le forme dell’azione pubblica, le istituzioni.
Probabilmente alla radice di questa trasformazione non è solo l’economia, con la prevalenza del sogno neoliberale (incubo per la maggioranza delle persone non dotate di robuste dotazioni di capitali), ma anche una profonda disintermediazione nella stessa costruzione del discorso, pubblico e privato, e quindi della capacità e possibilità di accesso alla formazione della verità.
Si tratta di un tema difficile e cruciale, sul quale bisognerà ritornare.
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“La sinistra deve ritrovare se stessa”
Francesco Postorino intervista Carlo Galli
Nel suo ultimo libro, “Democrazia senza popolo” (Feltrinelli, 2017), Carlo Galli ha ripercorso la sua esperienza parlamentare alla luce dei risultati cui è giunto in veste di studioso della politica. Nell'intervista qui presentata, si richiamano i tratti principali di questa riflessione
Carlo Galli, storico delle dottrine politiche, da qualche anno si cimenta nella dimensione pratica della politica. Parlamentare critico del Pd, ne prende formalmente le distanze quando il renzismo scopre le sue carte neoliberiste. Decide, infatti, di non votare riforme importanti quali il “jobs act”, la “buona scuola” e la riforma costituzionale. Legato al modello francofortese, Galli ha a cuore un progetto politico-culturale intenzionato a rivisitare in un’ottica socialdemocratica il rapporto tra capitale e lavoro. Ed è per questo che l’intellettuale progressista denuncia la “terza via” contemporanea, quel pensiero ibrido che insegue la vittoriosa narrazione del capitale e che, per certi versi, adotta gli strumenti ermeneutici del disordine nichilistico. Per risolvere la crisi strutturale in cui versa la società dei diseguali, la sinistra a suo parere dovrebbe riscoprire se stessa riabilitando la trama dell’equità sociale.
* * * *
Il titolo del suo ultimo libro recita: Democrazia senza popolo (Feltrinelli 2017). Com’è risaputo, anche la sinistra è senza popolo. Crede vi siano le condizioni per ricucirne il legame?
Si tratta in realtà di due questioni diverse. Fine della efficacia della rappresentanza politica (un tema vecchio di almeno centocinquanta anni) e fine dell’efficacia di una proposta politica (la sinistra come partito di massa che propone un profondo riequilibrio economico sociale e politico nelle società occidentali).
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Il buon uso dell'indignazione
di Augusto Illuminati
Con questo primo articolo apriamo uno spazio di dibattito sul tema populismo, verso il seminario di Euronomade, che si terrà dal 16 al 18 giugno a Roma, a ESC. Ospiteremo volentieri i contributi che ci perverranno
Ognuno si porta dietro gli anni e i pregiudizi che ha, siate clementi.
Per esempio, qual è la contraddizione principale oggi in ballo sul materialissimo piano ideologico? Il populismo dilagante o il neoliberalismo ancora saldo in sella? Interessante, non tanto per aderire all’uno o all’altro, ma per decidere se associarci o meno alle campagne in corso. Campagne orchestrate e finanziate in pari misura da forze geopolitiche e finanziarie ben note e da cui ci sentiamo egualmente distanti.
Populismo: «epíteto peyorativo como crítica política conservadora sin validez epistémica», scriveva Enrique Dussel nella seconda delle Cinque tesi sul populismo del 2007. Pensava naturalmente al neopopulismo latino-americano e ai regimi progressisti che si erano affermati al volgere del millennio in Venezuela, Argentina, Bolivia, Ecuador e Brasile, non alle “comunità del rancore” dei sovranisti di sinistra e alle formazioni xenofobe e neofasciste. Per dirla con Rancière, «la nozione di populismo serve ad amalgamare tutte le forme di politica che si oppongono al potere delle competenze autoproclamate e per ricondurle a un’unica immagine: il popolo arretrato e ignorante se non astioso e brutale. Il potere del popolo è assimilato allo scatenamento di un branco razzista e xenofobo», quando oggi il razzismo è gestito dallo Stato, come dimostra la legislazione sulle migrazioni e sulle classi pericolose – pensiamo ai malfamati decreti Minniti subito tradotti in leggi e retate.
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Cosa ci insegnano le presidenziali francesi sull’Europa e sull’autonomia della sinistra
di Domenico Moro
I risultati delle presidenziali
I risultati più evidenti delle elezioni presidenziali francesi sono tre:
1) La crisi del Partito popolare europeo e del Partito socialista europeo, già evidente in tutta Europa, in Francia diventa crollo, come già accadde in Grecia; il Partito socialista (Ps) e i repubblicani, per la prima volta, non accedono al ballottaggio. La crisi dei due principali partiti francesi, su cui si basava la tradizionale alternanza bipartitica e che sono stati espressione politica dell’élite francese, è direttamente connessa con le politiche europeiste di austerity di cui sono stati esecutori bipartisan. La crisi del bipartitismo è espressione della crisi dell’integrazione europea, in particolare di quella valutaria, che aumenta le divergenze economiche. La Francia, nonostante altri paesi come la Grecia abbiano pagato un costo sociale molto più, alto, è forse il paese che ha subito la decadenza relativa, sia politica sia economica, maggiore, specialmente rispetto alla Germania.
2 ) Il settore di vertice della classe dominante francese, fortemente internazionalizzato, ha risposto in modo "gattopardesco" a questa "crisi di egemonia" del bipartitismo, che lo lasciava senza referenti politici diretti, con l'abile operazione "Macron".
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Il blocco centrista emerge dalle elezioni francesi
di Lorenzo Battisti
Queste elezioni presidenziali rimarranno nella memoria degli elettori francesi a lungo. Il paesaggio politico, definito dal 1970 in poi, è stato stravolto e i nuovi equilibri restano ancora nell'ombra. Quello che è certo è che il padronato francese è il vero vincitore politico e sociale.
Cinque anni di presidenza socialista
Il 2012, anno delle ultime elezioni nazionali, sembra appartenere ad un'altra epoca storica[1]. Quelle elezioni erano state vissute da molti come una liberazione da un presidente, Sarkozy, che era il più impopolare e filo americano di tutta la storia della Francia. Il risultato di Hollande e della sinistra francese, che andava al governo per la seconda volta durante la Quinta Repubblica dopo l'esperienza di Mitterand, era il risultato di cinque anni di mobilitazioni che erano culminate con il lungo ciclo di scioperi contro la riforma pensionistica che faceva aumentare l'età pensionabile dai 60 ai 63 anni (e duramente repressa dal governo).
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Contro il falso antifascismo delle élites
Perché sostenere Macron “da sinistra” sarebbe un errore madornale
di Enea Boria e Thomas Fazi
Il primo atto delle elezioni presidenziali francesi si è ormai consumato e abbiamo sotto gli occhi l’esito da incubo di questa partita politica: il secondo turno che si celebrerà a breve sarà una contesa tra l’opzione capofila delle montanti destre radicali europee, il Front National di Marine Le Pen, e un esponente della destra economica filo-finanziaria più estrema, che con il suo programma di assoluta continuità con le politiche di austerità e di privatizzazione di questi anni ha immediatamente raccolto il sostegno delle istituzioni europee, di buona parte dei governi nazionali – da Renzi a Tsipras, passando per la Merkel – e ovviamente dei mercati finanziari, che hanno espresso la loro approvazione attraverso un immediato rialzo delle borse e dell’euro.
Mentre nelle sinistre istituzionali e di movimento dell’intero continente – in particolare in Italia – è scattata subito la rincorsa a sostegno di una posizione neofrontista, da fronte popolare/repubblicano attualizzato ai tempi, costruita sull’idea che sia giusto sostenere e votare qualsiasi cosa pur di arginare “il fascismo”, sta facendo molto discutere la decisione di Mélenchon di non dare ai suoi elettori una esplicita indicazione di voto, lasciando loro libertà di coscienza al secondo turno.
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«Perché io, di sinistra, non voterei Macron per fermare la Le Pen»
Giacomo Russo Spena intervista Emiliano Brancaccio
«È il "meno peggio" a creare il peggio. Scegliere uno per contrastare l’altro è un controsenso. I cui unici esiti stanno nello spostamento sempre più a destra del quadro politico». La posizione controcorrente dell'economista Emiliano Brancaccio
Ha festeggiato il 25 aprile, da convinto antifascista. Eppure l'economista Emiliano Brancaccio, una delle voci più autorevoli nella sinistra italiana, ideatore della proposta di "standard retributivo europeo", se stesse in Francia non voterebbe per Emmanuel Macron: «L’avanzata del Fronte nazionale è una pessima notizia, l’ennesimo segno funesto di un’epoca dominata dall’irrazionalismo politico. Ma...»
* * * *
Professore, veramente al ballottaggio in Francia non voterebbe Macron per impedire l’affermazione di Marine Le Pen? Dice sul serio?
«Certo, se fossi un elettore francese al ballottaggio non andrei a votare».
Nel giorno del 25 aprile la sua risposta sorprenderà molti lettori. In questi anni lei ha spesso paventato il rischio di nuovi fascismi in Europa, ed è stato tra i più irriducibili oppositori delle destre xenofobe….
«Io festeggio il 25 aprile non semplicemente per celebrare una ricorrenza, ma perché reputo l’ascesa di nuove forme surrettizie di fascismo la minaccia principale di questo tempo.
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Populismo e contro-populismo nello specchio americano
di Étienne Balibar
Negli Stati Uniti, dopo l’elezione di Trump, i miei amici e i miei studenti avevano sempre la stessa domanda sulle labbra: chi è il prossimo? Crede che Le Pen vincerà le elezioni francesi? Sullo sfondo della rovina delle politiche redistributive cancellate dal neoliberalismo, gli scenari evocati richiamavano alternativamente una sorta di effetto domino – ogni “democrazia liberale” che cade trascina con sé la seguente – e il principio di contagio. La Brexit gli appariva come un segno premonitore di nuove “cattive sorprese” a venire. Lo scacco di Renzi al “suo” referendum costituzionale e la rinuncia di Hollande a candidarsi alla propria successione facevano eco alla disfatta di Hilary Clinton e segnalavano la decomposizione del “centro-sinistra”. Le elezioni presidenziali austriache non risultavano altro che una tregua momentanea, mentre le manifestazioni dei cittadini e delle cittadine di Polonia contro il sistema Kaczynski incarnavano una fragile speranza di resistenza. La questione di sapere se Merkel avrebbe “tenuto” di fronte alla sua estrema destra, ostile all’accoglienza dei rifugiati, fungeva da variabile strategica (si era prima degli attentati di Natale a Berlino).
Ora scopro che le stesse questioni agitano l’opinione e la stampa europea. E da una parte all’altra dell’Atlantico è la categoria di “populismo” che, malgrado la temibile confusione a cui dà luogo, continua a polarizzare analisi e speculazioni.
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Pacchi di regime
Il giornalista martire, il sacro vaccino, il bandito "russo"
di Fulvio Grimaldi
“Alle prefiche che si stracciano le vesti
su certi vittime, di questi
loro clienti non gliene importa
una beata cippa. Gli importa
di estrarne quanta più merda
possibile da lanciare sui nemici,
propri e della cricca”. (Il sottoscritto)
Io NON sto con Gabriele
Momento magico per le fake news (notizie finte, false, contraffatte, truffaldine…). Cominciamo dal giornalista Gabriele Del Grande. Fake news possono essere anche rappresentazioni false di una persona o di una cosa. Nel senso del cetriolo dipinto di giallo per passare da banana, o del pubblicitario di hamburger presentato come dietologo. O di Mr. Hyde che si presenta come Dr. Jekill. E’ il caso del nostro concittadino detenuto nei CIE del Minniti turco. Evitiamo ora di fare il sillogismo “Erdogan non sta con Del Grande, Fulvio proclama di non stare con Del Grande, ergo Fulvio sta con Erdogan”. Sbagliato e anche becero. Lo auguro libero istantaneamente, ma non sto con Gabriele, come non stavo con Regeni e come “je ne suis pas Charlie”.
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Ripartiamo da un populismo democratico, non dalla sinistra
di Stefano Bartolini, Paolo Gerbaudo e Samuele Mazzolini*
L’establishment utilizza il termine “populismo” per bollare qualsiasi protesta del basso contro l’alto. Ma oltre al significato reazionario in salsa lepenista, può essere uno strumento politico per unificare le istanze insoddisfatte provenienti da una società frammentata. E per dar vita a nuovo senso di comunità ed appartenenza. La soluzione non passa più quindi per quella sinistra che ha perso ormai contatto con gli strati sociali più deboli.
Nel settembre scorso The Guardian ha pubblicato un articolo di John Harris – tradotto da Internazionale nel N. 23/2016 – dove con molta chiarezza viene illustrata la spaccatura culturale che separa quella che oggi si definisce sinistra dalla gente comune. Per l’autore la sinistra è ormai un fenomeno metropolitano estraneo al mondo degli strati popolari, incapace di comprenderli, che si balocca nel suo cosmopolitismo e vede solo le opportunità della globalizzazione, arrivando a disprezzare quella che però al tempo stesso ancora considera la sua base elettorale perché non riesce a comprendere la fondatezza delle sue argomentazioni.
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