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rifonda

Liberali contro populisti, una contrapposizione ingannevole

di Serge Halimi e Pierre Rimbert

Neoliberalism 1024x576Le risposte alla crisi del 2008 hanno destabilizzato l’ordine politico e geopolitico. Le democrazie liberali, a lungo considerate la forma compiuta di governo, sono sulla difensiva. In opposizione alle «élites» urbane, le destre nazionaliste portano avanti una controrivoluzione culturale sul terreno dell’immigrazione e dei valori tradizionali. Ma hanno lo stesso progetto economico dei loro rivali. La mediatizzazione a oltranza di questa contrapposizione è fatta per costringere le popolazioni a scegliere fra uno di questi due mali

Budapest, 23 maggio 2018. Stephen Bannon, giacca scura un po’ abbondante e camicia viola aperta su una maglietta, si rivolge a un parterre di intellettuali e notabili ungheresi. «La miccia che ha innescato la rivoluzione Trump è stata accesa il 15 settembre 2008 alle 9, quando la banca Lehman Brothers è stata costretta al fallimento.» L’ex stratega della Casa bianca sa che qui la crisi è stata particolarmente violenta. «Le élite si sono aiutate da sole. Hanno socializzato interamente il rischio, sottolinea Bannon, ex vicepresidente della banca Goldman Sachs, che si fa finanziare le attività politiche da fondi speculativi. Ma la gente comune, chi l’ha salvata?» Questo «socialismo per i ricchi» avrebbe provocato in diversi punti del globo una vera «rivolta populista. Nel 2010, Viktor Orbán arriva al governo in Ungheria»; è stato «Trump prima di Trump».

A distanza di dieci anni, la tempesta finanziaria, il crollo economico mondiale e la crisi del debito pubblico in Europa sono scomparsi dai terminali Bloomberg dove scintillano i grafici vitali del capitalismo. Ma l’onda d’urto ha amplificato due grandi deregolamentazioni. In primo luogo, quella dell’ordine internazionale liberale del dopo guerra fredda, centrato sull’Organizzazione del trattato del Nord Atlantico (Nato), sulle istituzioni finanziarie occidentali, sulla liberalizzazione dei commerci.

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tempofertile

Mark Lilla, “L’identità non è di sinistra. Oltre l’antipolitica”

di Alessandro Visalli

IMG 8596 kXbB U11012380825258fhF 1024x576LaStampa.itMark Lilla insegna storia alla Columbia e scrive questo libro che fa parte di un vasto processo di riflessione della sinistra internazionale di fronte alle turbolenze di questa fase terminale della seconda globalizzazione (o, come dice, Dani Rodrik della “iperglobalizzazione”) nel 2017. Il punto di attacco dell’autore è la concezione individualista della politica che ha interessato sempre più quelle che chiama “le forze politiche progressiste” dimentiche delle dimensioni collettive, individuate come oppressive e talvolta conservatrici. A partire dalla metà del secolo scorso, man mano che si sviluppava e radicava l’opulenta cultura dei consumi, ha infatti guadagnato centralità quella che chiama “la politica identitaria”; ovvero “un fenomeno egoriferito e antipolitico” che, come dice nettamente, “non è di sinistra né liberal, anche se i democratici, purtroppo, sono caduti nella trappola”.

Questa trasformazione è avvenuta prima in America e solo dopo in Europa, tra i motivi addotti, ci sono l’impatto del marxismo, e di una minore immigrazione. Oggi, invece abbiamo sia il tramonto del marxismo, sia una maggiore disgregazione sociale, con famiglie sempre più piccole e tecnologia che divide, invece di unire. Tutte queste condizioni, inclusa l’immigrazione, “alimentano lo sviluppo di una questione identitaria a destra”, ma il vero problema, per Lilla, è che non si sviluppa la versione di sinistra. Certo, in Francia c’è una serrata discussione sul multiculturalismo ed il futuro della tradizione repubblicana, in Inghilterra Jeremy Corbyn sta iniziando ad affrontare il tema, ma in generale accade che “l’immigrazione clandestina offre ai democratici una nuova categoria di ultimi per cui combattere, ora che la classe operaia li ha abbandonati per affidarsi alla protezione dei populisti” (p.9).

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senzasoste

Wu Ming, Marx e l’esercito industriale di riserva

di Redazione

marx chemnizLa foto che correda questo articolo è stata scattata a Chemnitz in questi giorni. Si tratta della città che, fino alla caduta del muro, si chiamava Karl-Marx-Stadt e non deve quindi stupire la presenza del monumento dedicato all’autore del Capitale. L’istantanea ci rende qui un Marx sotto un cielo plumbeo, avvolto da manifestanti di estrema destra che brandiscono cartelli che recitano “fermare l’alluvione di immigrati!”. Spunta anche una bandiera tedesca con il Bundeswappen, lo stemma federale, che vanta una genealogia che risale a ben prima dello stato nazione. Quindi effetto urgermanisch, germanico ancestrale, garantito. Con la polizia, in un disordinato cordone sanitario attorno ai manifestanti, che favorisce l’impressione di abbraccio tra i dimostranti e la statua. Eppure lo sguardo monumentale e severo di Marx verso il basso, verso i manifestanti, suggerisce un confronto tra le due dimensioni, con l’autore del Capitale che sembra a stento trattenere uno sguardo che incenerisce chi lo circonda.

E’ il Marx di oggi, riportato improvvisamente alla luce dai comportamenti dell’estrema destra. Un Marx che appare nella cronaca tra estetica dell’equivoco e quella della presenza, in qualche modo, ineliminabile. Qualcosa di simile –tra l’equivoco e la presenza non azzerabile- avviene anche da noi. Come testimonia il dibattito sul concetto di “esercito industriale di riserva” ripreso anche da autori formalmente o informalmente vicini alla maggioranza gialloverde (come Bagnai e Fusaro) che suggerisce un ruolo progressista, di difesa della classi popolari dal contenimento dell’immigrazione. Contro queste posizioni si è espresso, tra l’altro, Diego Fanetti su Wumingfoundation nella miniserie “Lotta di classe, mormorò lo spettro” scritta in due puntate, che linkiamo in fondo.

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vocidallestero

Il lato oscuro di McCain

di Max Blumenthal

Il famoso giornalista Max Blumenthal rivela il vero volto del defunto senatore McCain, eroe della “sinistra” nostrana. McCain è stato uno dei più potenti e convinti guerrafondai del pianeta, sempre schierato dalla parte sbagliata e sempre pronto a provocare il caos in tutte le delicate situazioni internazionali, dalla Libia alla Siria, dall’Iran all’Ucraina

McCainMentre la Guerra fredda entrava nella sua fase finale nel 1985, la giornalista Helena Cobban partecipò a una conferenza accademica presso un resort di lusso vicino a Tucson, in Arizona, sulle relazioni USA-URSS in Medio Oriente. Partecipando a quella che veniva definita la “cena di gala con discorso programmatico”, scoprì presto che il tema della serata era “adotta un Mujaheddin”.

Ricordo di essermi mescolata a tutte quelle ricche donne repubblicane che venivano dalla periferia di Phoenix che mi chiedevano: hai adottato un Mujaheddin? “ mi disse la Cobban. “Ognuna aveva promesso soldi per sponsorizzare un membro dei Mujaheddin afghani allo scopo di sconfiggere i comunisti. Alcune erano persino sedute vicine al loro Mujaheddin personale”.

Il principale relatore della serata, secondo la Cobban, era un nuovo e caricatissimo membro del Congresso di nome John McCain.

Durante la guerra in Vietnam, McCain era stato catturato dall’esercito Vietcong dopo essere stato abbattuto mentre andava a bombardare una fabbrica civile di lampadine. Trascorse due anni in isolamento e fu sottoposto a torture che gli lasciarono lesioni paralizzanti. McCain tornò dalla guerra con una ripugnanza profonda e costante per i suoi ex rapitori, tanto che nel 2000 disse: “Odio i vietnamiti. Li odierò finché vivo”. Dopo esser stato criticato per questa frase razzista, McCain si rifiutò di scusarsi. “Mi riferivo ai miei carcerieri”, disse, “e continuerò a riferirmi a loro con un linguaggio che per alcuni potrebbe essere offensivo a causa delle botte e delle torture subite dai miei amici”.

Il risentimento viscerale di McCain lo portò a un convinto sostegno dei Mujaheddin, così come degli squadroni della morte di ultra destra in America Centrale – come di qualsiasi altro gruppo votato alla distruzione dei governi comunisti.

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tempofertile

Della parola d’ordine “sicurezza”

di Alessandro Visalli

gente114Come avevo scritto nel precedente post sulla parola d’ordine “integrità”, e in quello sulla “onestà”, credo che le attuali forze che reggono il governo stiano articolando, non so quanto consapevolmente, un potente discorso pubblico che ruota intorno a pochi capisaldi la cui articolazione è intesa direttamente in senso sociale, ovvero che è diretta alla formazione di un nuovo corpo sociale. I termini che riassumono questo dispositivo discorsivo sono: “integrità”, “onestà”, “sicurezza”.

Nel suo insieme mi pare fondamentalmente una reazione alla forza disgregante del modernismo, all’angelo della storia che, volgendo le spalle al futuro (che non conosce, vivendo nel presente), distrugge come un turbine il mondo al suo passaggio. E, con riferimento al tema della sicurezza, anche e soprattutto a quell’acceleratore che è l’Unione Europea.

“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.

Benjamin, “Tesi di filosofia della storia”, n.9, in Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962.

Sicurezza’ è una parola che deriva dal non avere. In latino “sine cura”, senza preoccupazione, pervenuto a noi da ‘sinecura’, termine ecclesiastico medievale che si riferiva all’esenzione dalla ‘cura’ delle anime (ovvero ad un beneficio che non imponeva l’obbligo curiale), e successivamente trasposto in ogni occupazione remunerata con poco impegno.

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tempofertile

Della parola d’ordine “integrità”

di Alessandro Visalli

61093VFX4ALCome avevo scritto nel precedente post sulla parola d’ordine “onestà”, credo che le attuali forze che reggono il governo stiano articolando, non so quanto consapevolmente, un potente discorso pubblico che ruota intorno a pochi capisaldi la cui articolazione è intesa direttamente in senso sociale, ovvero che sono diretti alla formazione di un nuovo corpo sociale: “integrità”, “onestà”, “sicurezza”. Come avevo scritto mi pare fondamentalmente una reazione alla forza disgregante del modernismo, all’angelo della storia che, volgendo le spalle al futuro (che non conosce, vivendo nel presente), distrugge come un turbine il mondo al suo passaggio.

Si dice “populismo” intendendo proprio questa aspirazione alla ricerca di un senso, ed alla ricostruzione (rischiando il pastiche) del paesaggio ormai distrutto al passaggio dell’angelo. Si può provare a dire anche in questo modo: ciò che è in gioco è la ricostruzione di un ‘popolo’, con il quale guadagnare un rapporto diretto sul quale ri-fondare la legittimità e quindi politiche più attive, superando gli eccessi di questi ultimi anni. Questa ricostruzione, che lavora in direzione diversa dal movimento disgregante della modernizzazione capitalista (ovvero, da quel che buona parte della sinistra e della destra liberali sono soliti chiamare ‘progresso’, spesso ancorandolo al processo europeo letto come razionalizzazione), offrendo quindi un risarcimento, è obiettivamente strutturalmente in frizione con la direzione principale presa, già dalla rivoluzione americana (e in misura molto diversa e minore da quella francese) dello “stato di diritto” (non per caso evocato in merito alla difesa disperata della posizione della Società Autostrade nel caso del ponte Morandi) e della “democrazia” fondata sulla delega alle élite (ovvero “rappresentativa”, cfr. Bernard Manin “Principi del governo rappresentativo”).

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marx xxi

Soros Papers

di Francesco Galofaro*

soros opensocietyCome la Open Society Foundation controlla un terzo del parlamento europeo

Con questo articolo Marx XXI si accinge a pubblicare una serie di approfondimenti sui Soros Papers. Si tratta di documenti riservati della Open Society Foundation che fa capo al discusso finanziere naturalizzato statunitense George Soros, pubblicati dal sito DC Leaks. La nostra inchiesta parte dal Parlamento europeo e dal modo in cui la Fondazione esercita attività di tipo lobbistico su un terzo dei deputati eletti nel 2014. Nei prossimi capitoli ci occuperemo più nello specifico della campagna elettorale del 2014 e del modo in cui la Fondazione ha tentato di influenzarla. Infine, approfondiremo le finalità della Fondazione Open Society, per chiederci se il suo modo di procedere non costituisca una minaccia per la democrazia.

 

La fonte

DC Leaks è un sito noto per aver divulgato, in passato, le mail dei partecipanti al congresso democratico del 2016 [1], rivelando come il gruppo dirigente avesse sabotato la campagna elettorale di Bernie Sanders. Nell'agosto del 2016 DC Leaks ha pubblicato 2600 file relativi alle attività e alle strategie della fondazione Open Society. Secondo le accuse delle agenzie di sicurezza USA, dietro la pagina si celerebbe il gruppo russo Fancy Bear, specializzato nello spionaggio cibernetico. Non è certo il modo in cui i documenti sono stati ottenuti. Per ammissione di Laura Silber, portavoce della fondazione, i dati provengono da una intranet utilizzata dai membri del consiglio di amministrazione, dallo staff e dai partner della fondazione [2], il che fa pensare a una gola profonda (whistleblower) interna all'organizzazione, mossa da motivazioni ideali, oppure alla tecnica dello spear phishing, con mail ad personam che sfruttano dati sul destinatario allo scopo di convincerlo a collaborare.

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sbilanciamoci

Il cono Sud e l’economista cileno

F.Nastasi e G.T.Yajima intervistano Ricardo Ffrench-Davis

Il ruolo delle agenzie di rating e delle banche estere ai tempi di Pinochet, il ruolo dello Stato nell’economia allora e oggi, in una intervista all’economista cileno Ricardo Ffrench-Davis di due dottorandi italiani

Teatro nel Cono SudCi troviamo a Santiago del Cile, alla Cepal, la commissione delle Nazioni Unite che si occupa di affari economici per l’America Latina e Caraibi, abbiamo l’occasione di intervistare uno dei maggiori economisti del paese, Ricardo Ffrench-Davis. Il direttore della scuola Cepal, Gabriel Porcile, un uruguayo con due occhi luminosi e grande appassionato di Enrico Berlinguer, lo presenta come la prova ontologica dell’esistenza di Dio, dopo quelle fornite da Sant’Anselmo. Il miracolo sta nel fatto che Ffrench-Davis sarebbe dovuto diventare uno dei Chicago Boys, avendo studiato in quella università negli anni ’50-’60. Ha invece mantenuto uno spirito critico rispetto all’idea che “el mercado lo soluciona todo“. Non ha seguito i suoi connazionali allievi di Friedman nella definizione dell’esperimento liberista svoltosi in Cile dopo il golpe del 1973. E oggi pubblica una nuova versione del suo libro, “Reformas Económicas En Chile (1973-2017)”, un’analisi dell’evoluzione economica del paese. Cominciamo la nostra intervista proprio da qui.

* * * *

  1. Riferendosi agli anni della dittatura militare, si parla dell’economia cilena come di una storia di successo, Milton Friedman lo ha definito un miracolo, un’economia moderna in crescita, con alcuni settori dinamici, soprattutto quelli legati all’export, sebbene con performance negative in termini di povertà e disuguaglianza. Friedman aveva ragione, almeno per i settori più innovativi?

La dittatura fece riforme profonde, basate sull’idea che il mercato, liberato dal ruolo dello Stato, avrebbe guidato bene l’economia. Fu quindi creato uno Stato piccolo, riducendo le tasse sul capitale e non sul lavoro. La struttura sociale cilena però era, ed è ancora, molto eterogenea, con poche persone molto ricche e alti titoli di studio e molte che si trovano nella situazione opposta. Si è fatto abuso della ragione dei pochi.

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oraequi

Opporsi, ma come?

di Franco Romanò

resPremessa

Quella che in atto da alcuni mesi in Italia è la riedizione della strategia della tensione in forme nuove, cui il governo giallo verde sta dando qualcosa di più di una copertura. Proprio perché le forme sono nuove, tuttavia, occorre tenersi alla larga da analisi che proliferano anche in rete e su facebook, che se la prendono con gli aspetti più folkloristici, oppure con comportamenti che sono rivelatori della miseria umana di ministri e altri esponenti di questo governo; con il risultato che criticando tali atteggiamenti non si fa altro che amplificarne il messaggio. Giusto denunciare i fatti più gravi e le contraddizioni palesi della compagine governativa, le violenze, le intimidazioni, le mancate promesse fatte durante la campagna elettorale (mancata reintroduzione dell’articolo 18, nuova introduzione dei voucher, No tav No tap ecc.); ma non le sparate, che spesso sono fatte proprio in base a una strategia comunicativa che si serve delle reazioni pavloviane contrarie per essere diffuse. Ci vuole silenzio, a volte, ma specialmente cercare di capire le ragioni profonde e non superficiali di ciò che sta accadendo e che non verrebbero meno neppure se questo governo cadesse a settembre quando si tratterà di varare la legge finanziaria. Se ciò avvenisse, sarebbe niente altro che il ricatto delle elite neoliberiste sconfitte e non per una opposizione politica che non esiste e neppure una protesta sociale organizzata almeno fino a questo momento, anche se qualche segnalo di risveglio in questo campo c’è; dunque non cambierebbe nulla nelle dinamiche di fondo.

Certi atteggiamenti e provvedimenti del governo e del suo ministro degli interni sono l’accelerazione di un processo in atto da tempo, trasversale agli esecutivi che si sono succeduti.

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tempofertile

La rivolta degli elettori

di Alessandro Visalli

Andrew Spannaus, “La rivolta degli elettori. Il ritorno dello stato ed il futuro dell’Europa”, ed. Mimesis, 2017

caffe filosofi spannau rivolta elettori 1Il libro di Andrew Spannaus, giornalista ed analista americano che si occupa di strategia ed è autore anche di “Perché vince Trump del 2016, scrive nel 2017 questo libro per contrastare la prima reazione dei media mainstream i quali dopo aver sottovalutato universalmente le possibilità di vittoria di Trump (creando le condizioni per uno dei più fragorosi suicidi collettivi della storia politica americana), restano incapaci di capire, come del resto i nostri, il riallineamento in corso.

L’analisi di Spannaus è semplice e netta: il mondo è cambiato nel 2016 ed è l’inizio della fine di un’epoca. Ci sono due avvenimenti che giustificano principalmente l’affermazione dell’autore: la Brexit e ovviamente l’elezione a Presidente degli Stati Uniti d’America di un improbabilissimo outsider come Donald Trump. In particolare nella seconda circostanza, e dall’inizio delle primarie, l’unico discorso politico che ha dato prova di funzionare è stato l’attacco alle élite politiche ed a quelle finanziarie, sia nel campo democratico come in quello repubblicano. Questo è quello che Spannaus chiama “la rivolta degli elettori”. Peraltro questa protesta era iniziata da tempo, in Italia è citato l’incredibile successo del Movimento 5 Stelle nel 2013 (l’anno in cui inizia questo blog con due post di tenore sociologico: “La cipolla” e “spostamenti”). Quell’anno si assiste in effetti a spettacoli assolutamente nuovi come quello di un altro improbabilissimo leader, Beppe Grillo, che partecipa alle consultazioni per il governo con il Presidente della Repubblica avendo conseguito il maggiore risultato elettorale. Seguirà nello stesso anno un accordo di larga coalizione in Germania, e il sorgere a fine dell’anno della breve parabola di Matteo Renzi, divenuto Segretario del PD, che un paio di mesi dopo accede direttamente al governo. Ma si potrebbe anche ricordare l’incredibile dinamica delle elezioni presidenziali francesi, con i partiti storici che si dissolvono simultaneamente.

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ragionipolitiche

La guerra delle parole

di Carlo Galli

ph 11211. Strategie

Dopo la sconfitta del 4 marzo le élites politiche, economiche e mediatiche hanno reagito in modo diversificato. L’analisi del Pd è racchiusa nelle due affermazioni di Renzi: «la ruota gira» e «pop corn per tutti», che – per non ricorrere a giudizi impegnativi come quelli di nichilismo, cinismo, vuoto intellettuale – è quantomeno da definire una manifestazione di irresponsabile perdita di contatto con la realtà e di fatalistica attesa degli errori altrui.

La risposta delle élites tecnocratiche ed economiche della Ue, poi, è di alternare lusinghe e minacce, offrire 6.000 euro per ogni immigrato accolto, e minacciare con lo spread se ci saranno troppi sforamenti dei parametri dell’euro.

Le élites finanziario-mediatiche, un tempo portatrici del consenso mainstream, proseguono da parte loro la lotta con i loro tipici mezzi politici indiretti, nella speranza di delegittimare i vincitori e il popolo che li ha votati, in vista di riconquistare il potere grazie ai fallimenti del governo. Gli strumenti di questa lotta sono linguistico-culturali e vanno dal suscitare e coltivare la pubblica emotività sul tema dei migranti ad alcuni usi linguistici che i media mainstream non hanno inventato ma che rilanciano ossessivamente.

A parte l’accusa di “fascismo” agli avversari, elettori ed eletti, che pare eccessiva e fuori bersaglio se allude a una dittatura, a un “regime”, e che pertanto viene a significare poco più che una generica “malvagità” del popolo e delle élites vittoriose, fra le parole più frequenti ci sono i termini “sovranismo”, “populismo”, “nazionalismo”, “razzismo”. Si tratta di armi di battaglia, di macchine per la guerra linguistica, per lo scontro tra propagande: dalla parte opposta si mettono in campo infatti termini come “onestà” e “sicurezza”, generici e ambigui, e non meno mobilitanti e polemici; ma almeno capaci di vincere le elezioni, benché non altrettanto efficienti nella guerra linguistica.

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tempofertile

Del Manifesto politico di Carlo Calenda

di Alessandro Visalli

carlo calendaA fine giugno 2018 l’ex Ministro Carlo Calenda ha proposto apparentemente di sua iniziativa la formazione di un’alleanza repubblicana contro i populismi. L’ex Ministro (governi Renzi e Gentiloni), fresco di tessera del Partito Democratico (6 marzo 2018) viene da una carriera di manager (in società finanziarie, nella Ferrari sotto Cordero di Montezemolo e poi come responsabile marketing di Sky) e di funzionario di Confindustria (assistente del presidente con Cordero da Montezemolo dal 2004 al 2008), successivamente entra in politica, ovviamente ancora con Cordero, quando fonda Italia Futura e nel 2013 quando viene candidato in Scelta Civica. Malgrado la sua mancata elezione Letta lo nomina viceministro allo Sviluppo Economico e viene confermato da Renzi inizialmente come viceministro, poi è promosso ministro.

Con un simile curriculum il figlio di un giornalista e di una regista è naturalmente più che titolato a indicare la strada della sinistra liberale che da lungo tempo ha perso le sue radici novecentesche, per ricercarle più indietro. Con il suo “Manifesto politico”, dunque Carlo Calenda lancia il suo guanto di sfida e dopo indimenticabili tentativi come quello di Pisapia si candida a federare le disperse forze della sinistra contro l’orda dei barbari che avanza.

Detto in questo modo è un progetto del tutto velleitario, ma non è l’unico a ragionare sulla rotazione dell’asse politico dal destra/sinistra del novecento al centro/periferia (o all’alto/basso) dell’era populista che si avvia ancora una volta. Lo ha fatto, aiutato in modo decisivo dal sistema elettorale a due turni, il francese Macron (che è il modello di successo dell’area governista), lo vorrebbe fare lo sconfitto Matteo Renzi, dopo la slavina che lo ha travolto insieme a tutta la sinistra italiana (ma anche la destra berlusconiana gli è andata dietro, per non parlare delle microformazioni di centro confindustriale di cui Calenda è espressione).

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la citta futura

Unità del blocco sociale subalterno e spirito di scissione

di Renato Caputo

L’esigenza prioritaria di contrapporre un blocco sociale a quello dominante è solo apparentemente in contraddizione con lo spirito di scissione

ae7d3bea3c07ccb94f647576b4b676d2 XLUn celebre detto di Mao Tse Tung sostiene: “grande è la confusione sotto il cielo, dunque la situazione è [per noi] favorevole”. Tale massima, apparentemente paradossale, diviene pienamente condivisibile quando la confusione domina nel campo avversario, o comunque si afferma in uno Stato nazione dominato dal nemico di classe. In quest’ultimo caso, significa che l’ideologia dominante, strumento di egemonia del blocco sociale che detiene il potere, è in crisi e anche lo Stato, quale strumento del dominio di classe di un blocco sociale, è in crisi, non riesce a imporre la propria volontà di potenza e questo crea la possibilità di sviluppare un dualismo di potere che produce una situazione potenzialmente rivoluzionaria. Ben diversa è la situazione se la confusione domina nelle fila delle classi dominate e nell’opposizione di classe al dominio della borghesia. Ciò non solo impedisce di sfruttare la situazione favorevole, prodotta dalla grave crisi strutturale del modo di produzione capitalistico, ma impedisce alle classi subalterne e alle loro aspiranti avanguardie di mettere quantomeno in discussione l’egemonia e il dominio del blocco sociale borghese.

Dunque, è essenziale per i subalterni, gli oppressi, gli sfruttati, per uscire da tale condizione, cercare di contrastare in ogni modo la confusione nelle proprie fila. Tuttavia, sino a qui abbiamo detto cose ovvie, la questione più complessa che ci dobbiamo porre è se in questo determinato momento storico la confusione regni nel nostro campo a livello nazionale e internazionale. Evidentemente la risposta non può che essere in generale, purtroppo, affermativa.

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contropiano2

Se si spera che la “difesa della democrazia” tocchi a Cia, Fbi, Ue…

di Redazione Contropiano

In fondo l'articolo di Michael J. Glennon

intelligence 1Spostarsi dal cortile di casa consente di guardare ai fenomeni con tasso di obbiettività decisamente superiore, specie quando i fenomeni sono perfettamente identici a quelli di casa nostra.

Michael J. Glennon, su Le Monde Diplomatique, svernicia senza pietà la “rivalutazione democratica” della Cia e dell’Fbi, negli Usa, che si è fin qui basata su un unico elemento: queste due servizi più o meno segreti sono entrati in conflitto con Donald Trump, a partire dall’indagine chiamata Russiagate. Un po’ come è avvenuto in Italia, con la magistratura e una parte dei “servizi”, tra Mani Pulite e gli scandali pubblico-privati di Berlusconi.

La debolezza e smemoratezza dei liberal statunitensi sono da questo punto di vista speculari ai deficit intellettuali della cosiddetta “sinistra” italiana, e il guardarle da lontano consente di far risaltare, senza troppa fatica, anche le illusioni degli “ingenui” che ci stanno intorno.

Il punto debole è evidente: incapaci di battere politicamente il mostro fuori dalle regole, emerso nonostante quelle regole, si spera che il vecchio orco antidemocratico – la Cia! – faccia il lavoro che i liberal non riescono a fare. Gli spioni incaricati di distruggere ogni parvenza di movimento o gruppo politico progressista improvvisamente rivalutati come “scudi della democrazia”. Nemmeno nel peggiore incubo…

La via giudiziaria sembra una scorciatoia, ma ha ovviamente le sue pesanti controindicazioni. In Italia (già dai tempi delle “leggi d’emergenza” contro la lotta armata) la magistratura è venuta un “ruolo politico” – scrivere le leggi al posto del Parlamento, decidere quali fenomeni contrastare e come, ecc – parecchio fuori dai limiti indicati dalla Costituzione.

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aldogiannuli

Scacco matto agli stregoni della notizia

La parola a Marcello Foa

di Andrea Muratore

a 2e7f69d0d6b32c202a4180eec8288c02Il mondo contemporaneo è caratterizzato da un dibattito acceso sul ruolo e il futuro dell’informazione: informazione vista sempre come una componente strumentale della modernità, dato che diatribe come quella accesasi sulle cosiddette fake news erano essenzialmente incentrate sulle loro conseguenze a fini elettorali. L’informazione è, in ogni caso, un campo di battaglia dove ogni contendente è interessato a mettere in gioco le sue strategie più raffinate; un ruolo molto spesso sottaciuto è quello giocato, in questo contesto, dagli spin doctor, gli esperti di comunicazione legati al potere politico che, muovendosi nella linea d’ombra tra la comunicazione istituzionale e quella personale dei leader, esercitano un peso determinante nell’orientamento dell’opinione pubblica.

E proprio dell’arma impropria dello spin, delle sue determinanti sociologiche e psicologiche e delle sue importanti conseguenze politiche tratta un testo fondamentale per comprendere l’attualità: si tratta del saggio magistrale di Marcello Foa, Gli stregoni della notizia – Atto secondo, edito da Guerini, versione aggiornata pubblicata nel 2018 di un precedente lavoro di Foa del 2006. Foa, direttore del gruppo editoriale del Corriere del Ticino e titolare del blog indipendente Il cuore del mondo sul sito de Il Giornale, ha alle spalle una lunga carriera giornalistica e nel suo lavoro mette tutte le sue competenze al servizio di un obiettivo fondamentale: svelare i doppi giochi della comunicazione internazionale e snocciolare lo spin in tutte le sue componenti, partendo da esempi storici ben definiti.

Foa ha il merito, infatti, di unire la concretezza della sua analisi a una rigorosa presentazione della storia del fenomeno della manipolazione mediatica al servizio del potere politico-economico. Dagli antesignani degli spin doctor, tra cui spicca il vero e proprio “padre” della propaganda, Edward Bernays, si giunge sino alla vittoria degli “stregoni della notizia” degli Anni Ottanta, ai tempi dell’ascesa di Ronald Reagan e Margaret Thatcher sulle due sponde dell’Atlantico.