Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 1947
“La sovranità non è uno scandalo ma neppure un feticcio identitario”
di Alessandro Visalli
Su Il Manifesto, Loris Caruso scrive un articolo dal titolo e parte dello svolgimento promettente, forse il ghiaccio inizia a sciogliersi, ma lentamente. Il sottotitolo, probabilmente della redazione, resta, invece, completamente ghiacciato:
“Sinistre. Egemonia non è stabilirsi sul terreno avversario ma disarticolare il suo discorso. Alcuni toni della sinistra neo-nazionalista sono anche inutili dal punto di vista elettorale”.
L’articolo stesso può essere diviso in due parti nettamente separate, nella prima l’autore si pone in via astratta e, ricordando i suoi studi, afferma che il termine ‘sovranità’, come quello di ‘nazione’ non è affatto un abominio impronunciabile. Nella seconda, improvvisamente, si mette dal lato della cittadella assediata della propria comunità elettiva, e promulga una scomunica. Per poterlo fare disegna un avversario di comodo e ne attribuisce la figura a chi più teme[1].
Loris Caruso è un ricercatore alla Scuola Normale Superiore in Sociologia dei fenomeni politici, ed è laureato in Scienze Politiche a Milano, dottorato a Torino, dove nasce nel 1976, autore di “Io ho paura”, e di “Il territorio della politica”, a dicembre 2017 scrive (sempre su Il Manifesto) anche un articolo su “L’anomalia della sinistra italiana” ripreso nella pagina di una delle associazioni oggetto della sua requisitoria, “Senso Comune”. Il ricercatore quarantaduenne, che aveva venti anni al finire degli anni novanta, è piuttosto diverso da me come sensibilità di base, cosa che rende interessante la lettura, ma dal mio punto resta tutto sommato connesso all’assorbimento che molta parte della sinistra occidentale ha compiuto suo malgrado nel clima inospitale del ‘riflusso’[2] e dell’insorgenza del neoliberismo[3], consolidatosi durante i governi di sinistra in Europa e negli USA negli anni novanta.
- Details
- Hits: 3612
Marxisti cinesi e italiani a confronto
di Alessandro Pascale
Il movimento comunista italiano dovrebbe riflettere profondamente sulla necessità di approfondire la questione cinese, la quale rimane oggetto di mistero o di repulsione per molti comunisti italiani che, accettando il giudizio liquidatorio del marxismo occidentale, rischiano di stare dalla parte sbagliata della barricata
Domenica 14 ottobre si è tenuto a Bologna il “V forum europeo sulla via cinese”. Promosso dall’Accademia di Marxismo presso l'Accademia delle Scienze Sociali della Repubblica Popolare Cinese e dall’Associazione Marx21, il seminario ha visto la partecipazione anche della Fondazione Gramsci Emilia Romagna e dell’Istituto Confucio dell’Università di Bologna, configurandosi come un fondamentale momento di confronto tra i marxisti italiani e alcuni dei più prestigiosi esponenti del think tank cinese, giunto alla terza tappa europea dopo aver tenuto conferenze in Portogallo e Spagna.
Davanti ad una sala gremita (250 persone presenti, molte richieste di partecipazione respinte per insufficienza di posti disponibili) hanno portato i propri saluti e svolto interventi di alto livello anche accademici italiani non prettamente marxisti, oltre a rappresentanti del PCI e del PRC. Assenti invece delegazioni ufficiali di PaP e PC. Il seminario si è strutturato in quattro sessioni, precedute dai saluti di apertura. Vista l'eccezionalità dell'evento, pare utile offrire di seguito un breve sunto di ogni intervento.
Saluti di apertura
Ad aprire gli interventi è stato Deng Chundong, presidente dell'Accademia del marxismo e “capo” della spedizione cinese, che ha motivato la partecipazione all'incontro e più in generale la politica attuale cinese così: “l'obiettivo è contribuire al progresso dell'Europa”.
Yang Han, direttore dell'Ufficio stampa dell'Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia, ha ribadito che “la Cina non chiederà agli altri Paesi di copiare il suo sistema”, vantando poi i successi della via cinese al socialismo: “il 30% della crescita mondiale, per molti anni consecutivi, è merito della Cina”. Una crescita resa possibile grazie alla politica di “apertura” e “liberalizzazione” nella “globalizzazione” attuale. Han ha criticato gli impulsi crescenti al “protezionismo” che stanno prendendo piede in Occidente di fronte ad una globalizzazione sempre più egemonizzata dalla Cina, proponendo piuttosto la necessità di una “riforma del sistema della governance mondiale”.
- Details
- Hits: 2654
Il “Manifesto per l’accoglienza degli immigrati” e la sinistra francese
di Alessandro Visalli
A settembre 2018 Mediapart ha lanciato un “Manifesto per l’accoglienza degli immigrati”, che ha avuto un grande riscontro in Francia, con oltre 40.000 adesioni in particolare nel mondo intellettuale (da Etiene Balibar, Jean-Louis Cohen, Thomas Piketty), un commentatore, cogliendo bene lo spirito, ha scritto in calce alla petizione di Change.org “Firmo perché, bastano i bla! Siamo prima di tutto umanisti …”. Con lo stesso rispettabile spirito le Chiese Evangeliche italiane hanno promosso questo altro Manifesto, che, onestamente, si presenta come posizione essenzialmente morale.
Definirsi “prima di tutto umanisti” coglie molto bene lo spirito attuale di buona parte della sinistra contemporanea, orfana di visioni sintetiche che forniscano il punto di vista dal quale criticare il mondo essa si è ritirata nel principale deposito di senso della civiltà occidentale, erigendosi a suo custode: l’umanesimo cristiano.
Una postura morale carica di orgoglio, in buona misura mal riposto[1], che sostituisce interamente, nella mente e nel cuore di una donna e uomo di sinistra, il punto di vista socialista che ha corposi elementi di derivazione dal cristianesimo, ma che in esso non si esaurisce. Il punto di vista del marxismo socialista sulla storia è la lotta. In essa intravede costantemente lo scontro tra chi domina, e si appropria della ricchezza e della vita, e chi è dominato, ovvero sfruttato e costretto da rapporti sociali che sono preordinati a sottrarre il surplus prodotto. È la dinamica dello sfruttamento, ovvero della creazione ed estrazione del surplus, a determinare la struttura della società. Come scrive sinteticamente Paul Sweezy, “agli inizi fu la schiavitù, in cui il lavoratore è proprietà del suo padrone.
- Details
- Hits: 3303
“…di luce intellettual piena d’amore”
di Elisabetta Teghil
L’esito del primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile ha lasciato sbigottiti se non amareggiati tanto che alcuni uomini politici e della società civile della sinistra brasiliana hanno lanciato appelli all’unità per contrastare la vittoria di un candidato che si richiama esplicitamente ai valori della dittatura militare e che spara a zero contro la classe politica, sentina di ogni male. Questi appelli animati da buone intenzioni dovrebbero essere però corredati dal racconto di quello che è successo in questi anni in quel paese. Una categoria di persone che si autodefinisce di sinistra ha sollevato una miriade di eccezioni, chiamiamole eufemisticamente così, nei confronti dei governi Lula e Roussef “scoprendo” l‘esistenza delle favelas, dei ninos de rua, la brutalità della polizia…tutte cose vere ma che da tempo immemore esistono in Brasile. Sembrava, invece, dal loro racconto che fossero nate con quei governi. Naturalmente non sono mancati dotti cattedratici che hanno pontificato che i governi Lula e Roussef, essendo troppo cauti si erano allontanati dai bisogni del popolo.
Di converso il governo Maduro, sempre secondo questi perspicaci analisti, si sarebbe allontanato dal popolo per il motivo inverso, aveva fatto una fuga in avanti. E sempre costoro auspicavano la discesa dalle colline del popolo che avrebbe dovuto rovesciarlo. Naturalmente ci sono anche i più raffinati che, dimentichi di quello che avevano detto a suo tempo di Chavez, ci raccontano che Maduro lo ha tradito e comunque è tutt’altra cosa.
Gli scenari cambiano ma il risultato finale è sempre lo stesso: Rafael Correa avrebbe avvelenato la terra, inquinato l’atmosfera e tradito gli ecuadoregni, in Nicaragua gli ex guerriglieri avrebbero affossato lo spirito e gli ideali della rivoluzione e sarebbero passati dall’altra parte della barricata reprimendo il popolo.
- Details
- Hits: 2699
Le istruttive lezioni di un mondo capovolto
di Bruno Steri*
Proponiamo, come contributo alla discussione, un interessante articolo di Bruno Steri
1- Viviamo una fase politica che è inedita e per molti versi paradossale. Sono i tempi in cui, in una città come Roma, la cosiddetta «sinistra» raccoglie voti ai Parioli, quartiere simbolo della medio-alta borghesia, mentre le destre fanno il pieno nel quartiere popolare di Tor Bella Monaca. La situazione può apparire talmente confusa – parafrasando un vecchio motivo di Giorgio Gaber, con «la sinistra che fa la destra e la destra che fa la sinistra» – al punto che la manovra economica di un governo «post-ideologico» (di cui è parte influente un uomo chiaramente di destra quale Matteo Salvini) viene giudicata da un autorevole membro della sinistra radicale come Stefano Fassina «una manovra coraggiosa, quella che avrebbe dovuto fare il Partito Democratico».
In verità, Fassina ha le sue ragioni e non c’è alcuna confusione: la realtà è certamente complessa, ma le cose hanno il loro perché. L’attacco contro il governo «giallo-verde» è concentrico, tutti i poteri che contano sono scattati come un sol uomo: dopo le quotidiane reprimende degli esponenti dell’Unione europea, il governo ha subìto quella di Bankitalia e del Fondo monetario internazionale, con connesso minaccioso monito da parte del cosiddetto spread, vero e proprio termometro degli umori dei mercati. Come comunisti, non siamo e non saremo per nulla teneri nei confronti di questo esecutivo. Ma attenzione, la lezione vale anche per noi: se fossero al governo i comunisti, anch’essi proverebbero infatti a forzare la gabbia delle regole di Bruxelles; e, contro di essi, si scatenerebbe la stessa canea. Lasciatemi dire che si rimane sbigottiti nel registrare la «responsabile» accondiscendenza con cui le suddette reprimende e i suddetti moniti vengono accolti da esponenti del centro-sinistra. Da quando in qua, a sinistra, si è guardato ai «mercati» e alle «compatibilità» imposte da Bruxelles come se fossero intangibili tavole della legge? E, soprattutto, quali sono e che garanzie di imparzialità danno i pulpiti da cui proviene l’attacco? Proviamo dunque a ribadire cose che un tempo erano ovvie.
- Details
- Hits: 2446
La variante di (ultra)destra del sistema capitalista
di Fabrizio Marchi
Abbiamo pubblicato un paio di giorni fa questa interessante, lucida e in larghissima parte condivisibile analisi del nostro amico e collaboratore (nonché dirigente di Risorgimento Socialista), Norberto Fragiacomo sul tema del razzismo, della sua genesi storica e di come questo si sia sviluppato e incistato in diversi contesti storici e sociali fino al giorno d’oggi nelle società (capitaliste) occidentali contemporanee.
Ma il razzismo oggi – si chiede l’autore – è davvero un fenomeno di massa di cui è necessario preoccuparsi e che può addirittura mettere a rischio la tenuta democratica dei vari stati europei oppure è invece un fatto molto circoscritto e ingigantito ad arte dai media controllati dalle elite globaliste liberal-liberiste dominanti in funzione anti-populista?
E perché mai – si chiede sempre Norberto – il sistema capitalista, la cui sola ed unica finalità è la globalizzazione dei mercati (e, naturalmente, il profitto) e la riduzione degli esseri umani a consumatori passivi, sradicati, privi di identità e radici culturali, dovrebbe alimentare un fenomeno che ostacolerebbe di fatto quel processo creando barriere di ordine etnico-razziale? Vale la pena citare testualmente l’autore:
”se lo scopo è la globalizzazione dei mercati e la sostituzione del cittadino con il consumatore indifferenziato allora il razzismo diviene un ostacolo – e una sovrastruttura di cui sbarazzarsi – perché le idee (malsane) che ne stanno alla base mal si conciliano con il disegno di omogeneizzazione progressiva dell’umanità… un obiettivo che con la caduta del muro apparirà finalmente alla portata dell’èlite.
Il Capitale si rivela più antirazzista di Marx ed Engels… ma solo perché il vecchio arnese ne intralcia lo sviluppo!”
- Details
- Hits: 1644

Brasile 2018: la politica economica nelle elezioni presidenziali
Intervista a Laura Carvalho, Nelson Marconi e Marcio Pochmann
Dopo 13 anni di governo del Partito dei Lavoratori (PT), simbolicamente conclusi dai Mondiali di calcio e dalle Olimpiadi, gli ultimi due anni hanno visto approfondirsi la crisi economica e istituzionale: nel 2016 si è insediato il governo Temer, a seguito del “golpe istituzionale” ai danni di Dilma Rousseff, mentre solo pochi mesi fa è stato incarcerato l’ex presidente Lula (2003-2011): sarebbe stato candidato – largamente favorito nei sondaggi – per le prossime elezioni, che si svolgeranno il 7 ottobre. Il sostituto di Lula (Fernando Haddad) non gode dello stesso sostegno, e i sondaggi restituiscono un quadro completamente rovesciato: il favorito diventa infatti l’ex militare Bolsonaro, già soprannominato “Trump brasiliano”, e dalle posizioni ancor più marcatamente conservatrici e bellicistiche del presidente americano.
In questa cornice, i principali candidati “di sinistra” presentano programmi segnati da forti divergenze, in particolare sul fronte della politica economica; la radice di molte divergenze sta nel giudizio che tali candidati danno sugli anni di governo del PT. La posta in gioco è estremamente alta e l’intervista si conclude con un quadro a tinte decisamente fosche: al momento non si può nemmeno dare per scontato che ci sia una fuoriuscita pacifica da questa situazione di grave crisi economica e istituzionale; non a caso, negli ultimi mesi è esplosa la violenza in alcune città e alcune regioni del Paese, e la presenza dell’esercito tra le strade è ormai sempre più massiccia.
Anche in Brasile sembra matura la possibilità di un terremoto politico paragonabile a quello avvenuto negli Stati Uniti con l’elezione di Trump, o in Europa con, ad esempio, la Brexit prima, le elezioni francesi e quelle italiane poi. Simile è il discredito in cui versano le istituzioni, comparabile il peggioramento negli standard di vita, simili i tagli ai servizi pubblici e la crisi del welfare state; ancor più esacerbato, infine, il livello del conflitto politico. Per questo, in un certo senso, queste elezioni brasiliane parlano anche di noi, se non altro perché parte di un processo globale che ha investito anche il nostro continente e il nostro Paese.
- Details
- Hits: 2847
Gli equivoci del populismo
di Edoardo Greblo
Populismo è una parola abusata. L’uso polemico che prevale nella discussione pubblica ha trasformato il termine nell’etichetta che le élites mainstream applicano a ciò che dice e fa il popolo quando hanno perso il contatto con esso. Ma il concetto rimane ambiguo e controverso anche nella discussione scientifica.1 Il populismo viene generalmente considerato come una strategia di mobilitazione politica che considera come mero formalismo la legittimazione elettorale e promuove una politica della personalizzazione centrata su un leader carismatico capace di concentrare nell’unità della sua persona la “volontà generale”.2 Altre interpretazioni ne mettono invece in evidenza lo “stile politico”3, incentrato sulla polarizzazione fra una comunità del “noi” contrapposta agli altri4 e su un discorso antirappresentanza5, che fa ricorso a soluzioni semplicistiche per risolvere problemi politici complessi attraverso un linguaggio diretto e immediato, che si appella al senso comune della ‘gente’ per denunciare la congiura dei disonesti perpetrata dalle élites economiche, mediatiche, finanziarie e intellettuali6. Altre ancora fanno riferimento a un heartland, e cioè a un nucleo stabile di significati tradizionali7 in sintonia con la destra e la reazione contro la modernità8, o a una thin-centered ideology, una ideologia debole che assume la propria collocazione di destra o di sinistra a seconda dei leader politici, dei paesi e delle circostanze9.
È opinione generalmente condivisa, comunque, che per il populismo la società sia attraversata da una relazione antagonistica fondamentale tra il popolo, concepito come una entità omogenea e indifferenziata, e le élites, considerate come oligarchie autonome e paternalistiche corrotte e improduttive. Il populismo si configura come un “appello” rivolto al popolo “contro tanto la struttura consolidata del potere quanto le idee e i valori dominanti della società”10, poiché le élites vengono accusate di privatizzare le istituzioni politiche per metterle al servizio di una “casta” economica, politica e finanziaria nella quale ci si scambia disinvoltamente ruoli e incarichi11.
- Details
- Hits: 2609
Marxisti e populisti, lineamenti strategici d’una futura e necessaria alleanza
di Riccardo Paccosi
Due piccole iniziative, fra marxisti e populisti
Oggi, domenica 30 settembre, a Montalto in provincia di Viterbo, si svolgerà un dibattito sul futuro del continente europeo fra il presidente del Fronte Sovranista Italiano Stefano D’Andrea e il leader di Patria e Costituzione Stefano Fassina.
Venerdì 12 ottobre, a Bologna presso il CostArena, si svolgerà un evento politico-culturale – al quale mi onorerò di dare il mio apporto in qualità di teatrante, ovvero col varietà Dugongo Show – promosso di nuovo dal Fronte Sovranista Italiano e da Rinascita!, la formazione marxista-sovranista creata da Carlo Formenti, Ugo Boghetta e Mimmo Porcaro.
Perché metto assieme e segnalo come d’interesse queste due iniziative?
Perché ritengo che esse, ancorché non in grado al momento di ottenere numeri di massa, stiano materializzando quella che è la strategia politica corretta, la linea da seguire, per tutti coloro che si propongono il superamento del neoliberismo e che, altresì, considerano la globalizzazione e l’eurofederalismo come delle strategie giuridico-normative di quest’ultimo.
Il Movimento 5 Stelle come fenomeno sociale storicamente compreso
Chi come me proviene da un percorso di pratica ed elaborazione marxista, non può attardarsi a vagheggiare, per il prossimo futuro, un futuro movimento di massa nominalmente “comunista” o “di sinistra”. Deve, piuttosto, assumere l’intera vicenda del Movimento 5 Stelle come fenomeno storicamente compreso. Sospendendo il giudizio politico sull’organizzazione effettivamente creata dalla Casaleggio Associati, infatti, rimane da analizzare la base elettorale grillina, ovvero un evento sociale e moltitudinario d’importanza cruciale, un fenomeno storico che ha visto la coalizione politico-elettorale di tutto ciò che potrebbe essere definito forza “operaia” in questo XXI secolo: lavoratori precari, partite Iva e freelance, studenti, disoccupati, nonché operai veri e propri.
- Details
- Hits: 2312
L’Argentina nel cuore!
Quando la violenza del potere produce organizzazione e lotta
di Angelo Zaccaria
Con sincero e grande piacere, torno a proporvi un articolo di Angelo Zaccaria, di rientro da un lungo viaggio in Argentina, di cui ci propone una cronaca appassionata, approfondita e come sempre mai banale. Grazie Angelo e buona lettura! A.G.
Mi azzardo per la prima volta a scrivere sull’Argentina, dove mi recai per la prima volta 15 anni fa, e dove sia quest’anno che l’anno scorso ho soggiornato per due periodi abbastanza lunghetti. Per questo azzardo devo ringraziare amici ed amiche, argentine e non, che vivono da quelle parti, per le loro preziose parole, racconti, consigli. Un ringraziamento particolare va a Marcela, Fabiana, Norma, Blanca, Nico, Carlos, Guillermo e Dario Clemente.
Partirei con alcuni dati sul paese, utili a inquadrarlo meglio. Estensione di quasi 2.800.000 chilometri quadrati, oltre nove volte l’Italia. Abitanti circa 43 milioni. Età media di circa 31 anni, mentre in Italia è di 44 anni e mezzo. La capitale Buenos Aires si trova al centro di una area metropolitana di 14 milioni e mezzo di abitanti, dei quali circa 3 vivono in Capital Federal ed oltre 11 milioni nella Grande Buenos Aires, chiamata anche Conurbano, quello che a Milano si chiamerebbe Hinterland.
Procederò per punti, focalizzandomi su alcuni aspetti della realtà sociale e politica argentina, che mi sono sembrati più importanti. Preciso che la maggior parte delle mie permanenze, sia quelle più lontane che le più recenti sono state a Buenos Aires, Capital Federal, e quindi il mio sguardo sul paese è molto filtrato e in qualche modo limitato da questo. Aggiungo anche però che per la storia argentina e per le stesse dimensioni della Grande Buenos Aires, questa ha sempre svolto un ruolo rilevante nella vicenda politica argentina.
L’attuale fase politica
Nel 2004, anno della mia prima permanenza significativamente lunga in Argentina ed a Buenos Aires, ricordo un clima di grande mobilitazione politica e sociale. I blocchi dei Piqueteros, paragonabili al nostro movimento dei disoccupati organizzati, erano praticamente quotidiani ed in vari casi ad oltranza.
- Details
- Hits: 2033
Sulla sortita dell’Onu di inviare propri ispettori in Italia contro il razzismo
di Michele Castaldo
In tempi caotici – come quelli che stiamo attraversando in questi anni - succede di tutto, addirittura che l’Onu che ha garantito il bombardamento contro mezzo mondo da parte dell’Occidente, vuole inviare ispettori in Italia per verificare il livello di razzismo e di discriminazione nei confronti degli immigrati. Una vera e propria perla di difesa dei diritti umani. Com'è possibile, si sta capovolgendo il mondo? Ma come, un vero e proprio covo di briganti (come Lenin chiamava La società delle Nazioni che precedette l’Onu) che diventa all'improvviso un club di misericordiosi votati alla provvidenza umana? Bah, vacci a capire qualcosa.
In realtà la ragione di una simile iniziativa ha motivi ben più reconditi dell’accertamento di razzismo da parte delle istituzioni e del popolo italiani, perché le iniziative del governo giallo verde, attraverso il suo ministro degli interni, il ruspante Matteo Salvini, rischiano di fare più danni delle intenzioni da cui muovono.
La questione degli immigrati si pone in questo modo: per le potenze economiche occidentali è indispensabile che: a) affluiscano milioni di proletari per metterli in concorrenza con quelli indigeni, ridurre così drasticamente il costo della manodopera e tenere il passo con la concorrenza che avanza in modo spregiudicato particolarmente dall’Asia; b) fornire ai milioni di proletari impoveriti d’Africa una valvola di sfogo – il deflusso, appunto, verso l’Europa – per ridurre le tensioni nei propri paesi ed evitare in questo modo la possibilità di rivolte generalizzate che sconvolgerebbero i già precari equilibri dell’intero sistema su cui si regge il modo di produzione capitalistico. L’Onu è chiamato in causa per garantire che ciò avvenga in modo equilibrato.
- Details
- Hits: 2818
Scontri in France Insoumise sull’immigrazione: Kuzmanovic vs Autain
di Alessandro Visalli
Ci si avvicina alle elezioni europee, in Francia c’è una soglia di sbarramento al 5% che in questo momento sono sicuri di superare solo Macron (oltre 20%), Le Pen (altro 20%), France Insoumise (da 12 a 14%) e i gollisti (al 14%). Le altre forze socialiste e comuniste, ed i verdi, sono vicino o sotto la soglia, quindi rischiano. In questo quadro France Insoumisse sta cercando di aprire le sue liste[1], lasciando disponibili quindici posti per la sinistra socialista di Emanuel Maurel ed al movimento di Chenènement. Come valuta qualche osservatore, si tratta di un tentativo di allargare anche alle classi medie (‘riflessive’) che erano state lasciante sullo sfondo nel precedente posizionamento su periferie e classi popolari.
Una spia di questo movimento è l’aspro scontro che ha visto coinvolto il Responsabile esteri all’inizio di settembre a partire da due articoli su Obs. Djordje Kuzmanovic ha scritto un articolo di appoggio alla svolta della Wagenknecht e la deputata Clémentine Autain lo ha duramente attaccato. Il risultato è che Mélenchon ha preso le distanze.
Leggiamo questi articoli.
Il primo articolo sostiene che “Il discorso di Sahra Wagenknecht è di salute pubblica”; il rappresentante di Insoumisse, che a luglio era presente ad un incontro a Roma, insieme ad un deputato tedesco molto vicino alla Wagenknecht, con il gruppo di Fassina e con Senso Comune[2], inizia con una narrativa molto familiare, attaccando con tutta evidenza Mitterrand[3], sostiene che trenta anni fa la socialdemocrazia ha deliberatamente scelto di costruire un’Unione Europea liberale, rinunciando a difendere le classi lavoratrici. Quindi si è schiacciata sulle posizioni della destra liberale, dalla quale però doveva differenziarsi elettoralmente. Allora si è concentrata su questioni che non sono specificamente ‘di sinistra’, ma liberali-radicali: femminismo, diritti LGBT, migranti.
- Details
- Hits: 2282
Missione ONU in Italia: da migrante vi racconto chi sono i veri razzisti
di Daniel Wedi Korbaria
Cara Italia,
dopo l'Eritrea adesso tocca a te. L'Alto Commissario Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet1 ha deciso di mandarti i suoi ispettori per indagare sul tuo razzismo contro i migranti africani e i ROM. Il mondo intero è preoccupato del tuo disumano atteggiamento. Certo, qualcuno potrà obiettare come ha fatto Left contro Salvini: “non in mio nome”. Ma lo stesso sarà come cantava il poeta De André: "Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti".
Se ci fosse un po’ di giustizia a questo mondo le indagini Onu non si dovrebbero concentrare solo sul Ministro dell’Interno e la sua decisione di chiudere i porti ma anche e soprattutto su come è stata gestita l’accoglienza nell’ultimo decennio quando sono stati fatti sbarcare in Italia ben 700.000 migranti. "Come li avete accolti? Che fine hanno fatto queste persone? Dove sono ora? Quante di loro sono state poi integrate nella società italiana?" Ovviamente l’integrazione non ha nulla a che fare con il disgustoso spettacolo degli immigrati col berretto in mano fuori dai locali mentre aspettano un’elemosina e neppure con quello di vederli dormire all’addiaccio all’esterno delle stazioni o bivaccare in uffici dismessi occupati abusivamente. L’integrazione non è nemmeno quella che per quattro soldi li sfrutta nei campi di pomodoro e neppure quella che li rinchiude in campi di accoglienza moltiplicatisi a dismisura in un decennio su tutto il territorio italiano. Questa non è integrazione.
A rispondere alle accuse di razzismo, a mio parere, dovrebbero essere tutti gli umanitari che finora sono campati grazie al business dell'accoglienza e anche chi in qualsiasi forma abbia favorito il traffico degli immigrati. Ed è questo il punto. L'Onu dovrebbe venire qui per indagare sul razzismo di chi ha sfruttato quegli immigrati.
- Details
- Hits: 1936

Sovrani rispetto a chi e a che cosa?
di Michele Castaldo
Inutile ciurlare nel manico, la questione è seria e complicata, molto complicata; il modo peggiore di affrontarla è di usare un metodo tutto politicistico e ideologico, o peggio ancora, cercando di risvegliare le anime del passato, senza capire che l’acqua di un fiume non è mai la stessa.
L’Europa di questi anni, e di quello che il futuro riserva ai suoi abitanti, è tutt’altra cosa rispetto ai vecchi paesi colonialisti del tempo che fu. Vale per l’Europa ed a maggior ragione per la Russia, gli Usa, la Cina, l’India, i paesi latinoamericani e quelli mediorientali. Insomma ne è passata di acqua sotto i ponti dal ‘500, dall’’800 e dallo stesso ‘900.
Veniamo alla materia del contendere, al cosiddetto sovranismo, un termine molto in voga in questi ultimi anni, un contenitore dentro cui ognuno ci mette quel che più gli aggrada. Poi la solita domanda di rito: ma questo sovranismo è di destra o di sinistra? Domanda piuttosto capziosa perché si pretende di definire di sinistra o di destra secondo la classe che ne è espressione: di sinistra se a rivendicarlo è la classe proletaria diretta ovviamente dai comunisti; di destra se è la borghesia a mobilitarsi. Si tratta di un manicheismo teorico-politico un po’ infantile che non aiuta a capire l’evoluzione della storia in questa fase in Europa e nel resto del mondo.
Piuttosto che anteporre le nostre – legittime, ci mancherebbe - aspirazioni ideali, mettiamo i piedi per terra e cerchiamo di analizzare la realtà per quella che è, e a quali scenari andiamo incontro in Europa e non solo.
La storia ci dice che alcune grandi unioni di nazioni – dunque di etnie, di culture ecc. – si sono date solo a seguito di grandi guerre o di lotte di liberazione e guerra civile al proprio interno. Basta pensare agli Usa, all’Urss, o anche in misura ridotta, alla ex Jugoslavia, un paese, quest’ultimo, vero e proprio laboratorio per tutto il nostro ragionamento.
- Details
- Hits: 2950
Liberali contro populisti, una contrapposizione ingannevole
di Serge Halimi e Pierre Rimbert
Le risposte alla crisi del 2008 hanno destabilizzato l’ordine politico e geopolitico. Le democrazie liberali, a lungo considerate la forma compiuta di governo, sono sulla difensiva. In opposizione alle «élites» urbane, le destre nazionaliste portano avanti una controrivoluzione culturale sul terreno dell’immigrazione e dei valori tradizionali. Ma hanno lo stesso progetto economico dei loro rivali. La mediatizzazione a oltranza di questa contrapposizione è fatta per costringere le popolazioni a scegliere fra uno di questi due mali
Budapest, 23 maggio 2018. Stephen Bannon, giacca scura un po’ abbondante e camicia viola aperta su una maglietta, si rivolge a un parterre di intellettuali e notabili ungheresi. «La miccia che ha innescato la rivoluzione Trump è stata accesa il 15 settembre 2008 alle 9, quando la banca Lehman Brothers è stata costretta al fallimento.» L’ex stratega della Casa bianca sa che qui la crisi è stata particolarmente violenta. «Le élite si sono aiutate da sole. Hanno socializzato interamente il rischio, sottolinea Bannon, ex vicepresidente della banca Goldman Sachs, che si fa finanziare le attività politiche da fondi speculativi. Ma la gente comune, chi l’ha salvata?» Questo «socialismo per i ricchi» avrebbe provocato in diversi punti del globo una vera «rivolta populista. Nel 2010, Viktor Orbán arriva al governo in Ungheria»; è stato «Trump prima di Trump».
A distanza di dieci anni, la tempesta finanziaria, il crollo economico mondiale e la crisi del debito pubblico in Europa sono scomparsi dai terminali Bloomberg dove scintillano i grafici vitali del capitalismo. Ma l’onda d’urto ha amplificato due grandi deregolamentazioni. In primo luogo, quella dell’ordine internazionale liberale del dopo guerra fredda, centrato sull’Organizzazione del trattato del Nord Atlantico (Nato), sulle istituzioni finanziarie occidentali, sulla liberalizzazione dei commerci.
Page 50 of 73





















































