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Dopo gli errori di Seattle

di Luca Benedini

seattle1999Se tuttora le rivendicazioni sociali, economiche e giuridiche espresse dall’ampio “movimento di Seattle” per un breve periodo – proprio a cavallo tra XX e XXI secolo – appaiono esser state complessivamente centrate e ben calibrate, oltre che condivisibili da una grandissima parte sia del Nord che del Sud del pianeta, che cosa è mai successo, dunque [1]? Com’è possibile che non sia stato ottenuto praticamente nulla e che il movimento stesso, ferito e svuotato dai suoi risultati fallimentari, sia praticamente svaporato in pochi anni?

Il crescente senso di impotenza comunemente sperimentato allora da chi faceva parte di quel movimento o lo appoggiava, e vissuto anche oggi dalle masse lavoratrici di quasi tutto il mondo nella vita sociale, continua ad apparire a molti come qualcosa di praticamente ineluttabile ed irrisolvibile. Tuttavia, la problematica che evidentemente sta alla base di questa situazione era stata già discussa, affrontata e risolta in profondità dal nascente movimento internazionale dei lavoratori nell’Europa della seconda metà dell’Ottocento.

 

C’era già arrivata la prima “Internazionale”

Il cuore di questo confronto risolutivo è stato vissuto probabilmente nei dibattiti e nelle scelte della prima “Associazione internazionale dei lavoratori” (o, più brevemente, “Internazionale”), che ha avuto vita tra il 1864 e il 1876 e che all’epoca – ispirandosi a una «cooperazione fraterna» – è stata una sorta di sommatoria, di stimolo e di coordinamento delle varie organizzazioni messe in piedi dai lavoratori a propria tutela nei diversi paesi che si stavano industrializzando.

In particolare, nel suo Congresso di Losanna del 1867 si deliberò che «l’emancipazione sociale degli operai è inseparabile dalla loro emancipazione politica».

In seguito, nella sua Assemblea di Londra del settembre 1871 venne approvata una “Risoluzione sull’azione politica della classe lavoratrice” con le seguenti affermazioni: «In presenza di una reazione sfrenata che reprime violentemente ogni sforzo di emancipazione dei lavoratori e che intende mantenere attraverso la forza bruta le distinzioni di classe e il dominio politico delle classi possidenti derivante da tali distinzioni», «la classe lavoratrice non può agire, come classe, contro questo potere collettivo delle classi possidenti se non costituendosi in un partito politico, distinto da tutti i vecchi partiti formati da quelle classi e opposto ad essi»; «l’alleanza di forze che la classe lavoratrice ha già realizzato mediante le sue lotte economiche dovrebbe servire nel contempo anche come leva per le sue lotte contro il potere politico dei grandi proprietari terrieri e dei capitalisti»; «nella situazione militante della classe lavoratrice, il suo movimento impegnato economicamente e la sua azione politica sono indissolubilmente uniti». E l’anno successivo, nel Congresso dell’Aja, si introdussero analoghi concetti nello statuto stesso dell’Internazionale.

Questa sostanziale fusione dell’azione socio-economica e di quella politica era in particolare uno dei punti-cardine del “socialismo scientifico” marx-engelsiano ed emerse come approccio vincente nel movimento dei lavoratori della seconda metà dell’Ottocento – dopo lunghe discussioni e soprattutto dopo i molti fallimenti raccolti dalle altre correnti ispirate a un pensiero di tipo socialista – grazie specialmente proprio all’opera di Marx ed Engels e alla loro capacità di trasformare le precedenti prospettive prevalentemente utopistiche, ribellistiche e/o volontaristiche di tale movimento in prospettive fondate su uno studio accurato della società, delle sue dinamiche, della storia e della personalità umana.

 

Fratture novecentesche

Durante il ’900 la consapevolezza dell’importanza dell’azione politica si è mantenuta prevalente in entrambe le maggiori correnti di fondo in cui il movimento dei lavoratori si divise all’avvio della prima guerra mondiale: la “sinistra moderata”, di solito nettamente subordinata alla visione politica borghese, e la “sinistra rivoluzionaria”, comunemente caratterizzata – all’opposto – da un costante e praticamente irriducibile antagonismo nei confronti della borghesia.

Tuttavia, col passare del tempo entrambe queste correnti di fondo hanno prodotto una frattura molto profonda non solo tra di loro, ma anche tra ceto politico e classi lavoratrici, una frattura divenuta ormai estremamente chiara ed estesa all’epoca del “movimento di Seattle”. La sinistra moderata, dopo aver svenduto completamente lo spirito del socialismo e della solidarietà tra i lavoratori approvando quella guerra nel 1914, si è in parte risollevata abbracciando a partire dagli anni ’30 le politiche keynesiane e la loro capacità di difendere l’occupazione e il tenore di vita dei lavoratori, ma in seguito ha svuotato in moltissimi paesi tali politiche indulgendo nella corruzione e nell’incompetenza. La sinistra rivoluzionaria ha finito invece col produrre la tendenza a vedere la politica soprattutto nella prospettiva di una presa del potere e a concretizzare rivoluzioni anticapitalistiche sistematicamente sfociate poi in regimi fortemente repressivi.

Queste due maniere di intendere l’azione politica – entrambe alla fin fine elitarie e distaccatissime dalla vita quotidiana della gente – hanno allontanato e separato sempre più le classi lavoratrici da una partecipazione personale a tale azione e le hanno spinte a tornare a limitarsi in pratica all’azione sociale e rivendicativa come prima dell’Internazionale (attraverso sindacati, associazioni di volontariato, gruppi ambientalisti, comitati coinvolti in temi locali, o.n.g. operanti nel Terzo mondo, ecc.), fatta eventualmente eccezione per il voto alle elezioni. Parallelamente, il “movimento di Seattle” ha finito col limitarsi a chiedere ingenuamente ai pescecani e alle “cariatidi di fatto” della politica mondiale di divenire buoni, gentili e collaborativi e, quando questi hanno fatto tutt’altro, si è progressivamente sfaldato e disperso in mille rivoli privi di un vero collegamento e di un’effettiva attenzione reciproca.

È vero che il passo dall’azione sociale a quella contemporaneamente sociale e politica implica la difficoltà di passare da un particolare tema specifico all’occuparsi dell’intera società e dal far parte di un singolo movimento alternativo della “società civile” alla necessità di coordinare con efficacia e profondo discernimento tanti movimenti alternativi, che dovrebbero sapersi ascoltare vicendevolmente con grande disponibilità. Si tratta però di un passaggio evolutivo del tutto essenziale se si vuole riuscire a incidere collettivamente sulla società in base alle esigenze della gente [2].

 

Il ritorno novecentesco dal socialismo scientifico a quello utopistico

Dietro quelle fratture appare esservi stata una vera e propria rottura dello spirito che caratterizzava il “socialismo scientifico” ottocentesco e che si esprimeva in un profondo umanesimo e in un accurato e non dogmatico studio del mondo. Dialettica della natura, di Engels, è un eccellente esempio di come questo studio non si ponesse limiti aprioristici, così come lo è il punto di vista marxiano (che traspare p.es. dall’Introduzione alla critica della filosofia del diritto di Hegel) sulla spiritualità – non astratta e «fuori dal mondo», ma intrinseca alla vita concreta – come importante aspetto delle potenzialità umane.

I due filosofi tedeschi giunsero alla meditatissima conclusione che la storia si organizzi attraverso una sequenza di “formazioni sociali” (come la società tribale, la cosiddetta “èra antica”, il feudalesimo e il capitalismo) e che ciascuna di esse venga di fatto sostituita da un’altra quando la prima ha sostanzialmente esaurito il suo “compito” di far esprimere le forze produttive sociali in accordo con le tecniche disponibili, le risorse naturali e le capacità umane del momento, e ciò in quanto la seconda – che sopravviene – è più adatta all’evoluzione che stanno avendo all’epoca tali tecniche, risorse e capacità. In particolare, il capitalismo ha la caratteristica di stimolare continuamente lo sviluppo tecnologico e l’obsolescenza delle forme sociali e culturali basate sulle tradizioni precedenti a tale sviluppo. In base ai parametri espressi nel corso dei decenni dagli stessi Marx ed Engels, non vi è stato fino ad oggi alcun momento storico in cui sia apparsa sostanzialmente esaurita la carica innovatrice e produttiva del capitalismo e in cui avrebbe potuto avere quindi senso ipotizzare un suo superamento tramite una nuova formazione sociale come il socialismo.

Ciascuna delle spesso sacrosante rivoluzioni realizzate in vari paesi durante il ’900 avrebbe dunque dovuto, secondo Marx ed Engels, esprimersi in una forma progressista, non socialista (dal momento che i tentativi socialisti sarebbero stati destinati al fallimento, a seguito di una moltitudine di contraddizioni e di forze economiche, culturali, politiche, ecc. che in pratica li avrebbero minati alla base). E le cose sono dolorosamente andate proprio come i due filosofi del “socialismo scientifico” avevano previsto spiegandone anche ampiamente le ragioni.

Pur rivendicando spessissimo di esserne la continuatrice, la sinistra rivoluzionaria ha rotto clamorosamente con Marx ed Engels rifiutando – in sostanza – di confrontarsi lucidamente con quelle loro previsioni e ragioni. Ovviamente, è del tutto legittimo mettere in discussione le conclusioni raggiunte in precedenza da qualcuno (altrimenti, dove mai andrebbe il senso della scientificità...?), ma quando esse ricevono dalla storia conferme sempre più evidenti diventa sciocco e distruttivo non volerne tenere conto. Il disinteressarsi della progressiva comparsa proprio di quelle previste contraddizioni nei tentativi socialisti novecenteschi ha finito poi col dar luogo – dopo le rivoluzioni in questione – a società sempre più contraddittorie, oppressive e politicamente fuorvianti, oltre che notevolmente ristagnanti.

Se in base a quei parametri – e, a quanto pare, non a torto – negli ultimi 120 anni non vi sono stati effettivi spazi sostanziali per poter realizzare delle società socialiste, come avremmo dovuto impostare la nostra attività sociale e politica in tutto questo tempo (e presumibilmente anche nel prossimo futuro) secondo i due filosofi? Semplicemente, attraverso un’azione profondamente dialettica nei confronti del capitalismo: conviverci, ma criticando costantemente con forza i suoi limiti tipici e cercando di costruire società il più umane e progressiste possibile dal punto di vista sociale, ambientale, scientifico, tecnico, democratico-istituzionale, ecc..

Altrettanto clamorosamente ha rotto comunemente con questi princìpi e col loro spirito la sinistra moderata, dimenticando gran parte di tali limiti e finendo con l’accettare nella società tendenze praticamente disumane, come p.es. quelle che hanno prodotto la prima guerra mondiale (e tante altre guerre poi) e l’attuale globalizzazione neoliberista.

 

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Con la rottura novecentesca di quella dialettica politica e culturale, ritrovatasi spezzata, monca e divisa tra il convivere col capitalismo in maniera pesantemente subalterna e il criticarlo in maniera assolutistica cercando stabilmente – in pratica – di distruggerlo e di dare la caccia al potere, si sono lacerati anche molti altri aspetti del tessuto umano, come la capacità di vivere la politica in modi vicini alla vita effettiva della gente e il senso concreto della coesione sociale e della comunità [3].

Ed è rimasta quasi nel nulla anche la consapevolezza di una grande forza che possono avere tutti i consumatori nell’economia di mercato se – attraverso politiche progressiste e approcci economici come quello keynesiano – si consente a chiunque di avere sia un tenore di vita per lo meno dignitoso sia ampie possibilità d’istruzione e d’informazione: la possibilità di indirizzare con forza, mediante le proprie scelte nei consumi, la società stessa verso modalità economico-produttive ecologicamente sane, rispettose dei diritti umani, e così via (come suggeriscono il “commercio equo e solidale”, il “consumo consapevole”, ecc.).

Da tutta questa serie di consapevolezze si potrebbe ripartire.


Note
[1] Cfr. p.es. Da Seattle alla crisi dei mutui (Rocca, 15 aprile 2009) e Oltre Keynes (id., 1° luglio 2017). I due articoli sono disponibili in rete rispettivamente ai seguenti indirizzi:
“https://share.mail.libero.it/ajax/share/0f57a81608400140fe38c50840014858a61dac2dafc1555e/1/8/MjY/MjYvNg”;
“https://www.sinistrainrete.info/keynes/10306-luca-benedini-oltre-keynes.html”.
[2] Su alcuni aspetti del tema, cfr. L’altra via, di Francesco Gesualdi (Altreconomia / Terre di Mezzo, 2009) e Riappropriarsi della politica: una sfida per la “società civile” (La Civetta, settembre 2011), articolo disponibile all’indirizzo seguente:
“http://www.civetta.info/download/civetta_08_11.pdf (pag.18)”.
[3] Su queste lacerazioni e sui loro impatti, cfr. autori come in special modo Herbert Marcuse, Erich Fromm, Riane Eisler, Mary Daly, Vandana Shiva, Giuliana Martirani e lo stesso papa Francesco.

Il presente articolo – scritto nella seconda metà del 2017 – è pubblicato su Rocca del 1° dicembre 2018 col titolo Dall’Internazionale ai rapporti col capitalismo (oltre al titolo, qui l’unica effettiva variazione è costituita dall’aggiunta degli indirizzi on-line nelle note).

* * * *

 

Un commento in cinque parti per “Sinistra in rete”

 

I

Per motivi di spazio e di impostazione generale della rivista (che non è incentrata sulla politica) è apparso superfluo citare nell’articolo i numerosi scritti marx-engelsiani necessari per ricostruire oggi, nel pensiero dei due filosofi del “socialismo scientifico”, l’evoluzione della loro visione della storia in rapporto specificamente con l’epoca moderna. Ma una tale serie di riferimenti bibliografici la si può trovare invece nella nota 2 di Quale economia oggi per il bene comune?, un recente intervento pubblicato in questo stesso sito. E nel testo dell’intervento si trovano commenti e considerazioni sui principali aspetti economici connessi a tale visione, così come suggerimenti per possibili aggiornamenti delle rivendicazioni economiche espresse all’epoca dal “movimento di Seattle”. L’indirizzo:

“https://www.sinistrainrete.info/teoria/13528-luca-benedini-quale-economia-oggi-per-il-bene-comune.html”.

 

II

Sempre per motivi di spazio non mi è stato possibile focalizzarmi nel presente articolo sulla grande ricchezza culturale espressa dalla “società civile” specialmente a partire dalla metà del ’900 (ricchezza che appare imprescindibile per una politica concretamente collegata alle classi lavoratrici e alla tutela della qualità della loro vita e che può essere considerata appunto una delle caratteristiche del “movimento di Seattle”) e ho dovuto limitarmi ad accennare ad essa attraverso soprattutto le indicazioni inserite nelle note. Tra i contributi resi disponibili in tempi particolarmente recenti, a questa fondamentale ricchezza e ai suoi complessi e irrinunciabili significati hanno fatto ampi riferimenti p.es. Richard Levins in Le continue fonti del marxismo - L’interesse per il movimento complessivo, un articolo apparso sulla Monthly Review nel gennaio 2011 e tradotto nelle scorse settimane per il sito di Rifondazione, Lea Melandri in Psicanalisi e politica, a proposito anche dell’opera di Elvio Fachinelli, e Andrea Cavalletti in Kopenawa – La tensione ecologica degli yanomami, un articolo uscito sul Manifesto del 25 novembre e incentrato sul nuovo libro La caduta del cielo – Parole di uno sciamano yanomami, di Davi Kopenawa e Bruce Albert. Gli indirizzi dei primi due di questi contributi:

“http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=36387”;

“https://www.sinistrainrete.info/teoria/13696-lea-melandri-psicanalisi-e-politica.html”.

 

III

Bisognerebbe ricordare pure che la visione storica marx-engelsiana riassunta nel presente articolo è stata sostanzialmente condivisa in maniera ininterrotta anche da Lenin e dal partito dei rivoluzionari russi, quello bolscevico, fino agli anni ’20 del Novecento, come mostrano innumerevoli loro interventi dell’epoca e dal punto di vista concreto la “Nuova politica economica” (NEP). Dopo il periodo forzato del “comunismo di guerra” negli anni 1918-20, a partire dal 1921 la NEP ridiede infatti un relativo spazio in Russia all’iniziativa privata e all’economia di mercato, specialmente in agricoltura e nel commercio (ma Lenin auspicava che venisse ampiamente coinvolta anche l’industria, specialmente mediante il meccanismo delle concessioni pubbliche a imprese industriali private, come scrisse ampiamente p.es. nell’opuscolo Sull’imposta in natura, del maggio 1921), proponendosi come un nuovo ibrido economico mai sperimentato prima nella storia conosciuta e come un tentativo di applicazione creativa delle elaborazioni marx-engelsiane. In uno dei suoi ultimi articoli – Sulla cooperazione, realizzato nel gennaio 1923 e pubblicato sulla Pravda il 26 e 27 maggio successivi – lucidamente Lenin, riprendendo temi cari a gran parte del socialismo ottocentesco, auspicava anche che, soprattutto nel mondo contadino, le forme cooperative volontarie diventassero un aspetto nodale della NEP, con due obiettivi di fondo: migliorare l’efficienza economica dell’agricoltura russa, in cui l’isolamento dei singoli contadini, la loro tipica scarsità di mezzi e le loro limitate conoscenze tecnico-scientifiche rendevano l’intero contesto alquanto primitivo, poco produttivo e facilmente dominabile a proprio vantaggio da parte dei contadini ricchi e dei commercianti; ridurre la tendenza iniziale della NEP a moltiplicare di nuovo in Russia la mentalità privatistica e la caoticità socio-economica ad essa associata (non si dimentichi che all’epoca l’unica forma conosciuta di capitalismo era quello liberista ed erano ancora del tutto sconosciuti quegli strumenti economici pubblici capaci di influire con forza sull’economia di mercato che vennero messi a punto in seguito da Keynes e dai continuatori della sua opera).

Anche se la NEP cominciò rapidamente ad incontrare crescenti difficoltà operative anno dopo anno (e ciò anche a causa del fatto che pure la pianificazione economica pubblica era ancora alle primissime armi), per un certo periodo si continuò con questa esperienza fra dubbi, incertezze, tensioni sociali e sperimentazioni economiche. Tra i fattori che misero in difficoltà la NEP vi furono anche la malattia e la morte di Lenin, che soffrì dalla fine del 1921 di una grave debilitazione e dal maggio del 1922 di ripetuti ictus cerebrali (con la conseguenza che dal 6 marzo del 1923 non fu più in grado di lavorare in alcuna maniera), spegnendosi infine nel gennaio del 1924. Dal momento che la sua capacità di leggere gli eventi durante il loro svolgersi e di adattarsi creativamente ad essi appare essere stata nettamente più spiccata di quella degli altri interpreti della rivoluzione russa, il progressivo ritiro di Lenin dalla vita pubblica e poi la sua scomparsa indebolirono in modo marcato la capacità dei bolscevichi di districarsi tra quelle difficoltà nel campo economico. In pratica, fu con l’avvento di Stalin che, alla fine degli anni ’20, la NEP venne messa decisamente da parte assieme all’intera visione storica marx-engelsiana e – sotto l’egida di un governo praticamente dittatoriale e fortemente repressivo che mandò a morte o in qualche tipo di carcere quasi tutti i principali protagonisti della rivoluzione dell’ottobre 1917 – prese forma la strada del cosiddetto «socialismo di Stato» e del «socialismo in un solo paese», anche in una nazione economicamente “arretrata”.

Se dal punto di vista prospettico la strada intrapresa dalla Russia staliniana non era completamente estranea al pensiero di Lenin (che, come sanno più o meno tutti, fu per molti versi il principale catalizzatore della rivoluzione d’ottobre e degli eventi che la seguirono per diversi anni), ciò lo si deve in pratica solamente all’ultimo testo che Lenin destinò alla pubblicazione: l’articolo Meglio meno, ma meglio, realizzato nella prima settimana del febbraio 1923 e apparso sulla Pravda del 4 marzo successivo. In quell’articolo Lenin – che malgrado la malattia manteneva per molti aspetti la sua tipica acutezza nel campo della tattica politica (come si può trarre dai suoi interventi di quel periodo) – compì un vero e proprio salto mortale rispetto alla sua visione storica precedente, che rispecchiava in sostanza quella marx-engelsiana. In sintesi, mentre lui stesso fino a pochissimo tempo prima aveva sempre considerato il mondo industrializzato il luogo specifico di una possibile rivoluzione che riuscisse a dare l’avvio al socialismo (e ciò per i motivi ampiamente esposti appunto da Marx ed Engels in numerose opere tra le quali soprattutto il Manifesto del 1848, la prefazione a Per la critica dell’economia politica, del 1859, e L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, del 1880), Lenin in Meglio meno, ma meglio giunse a prefigurare e addirittura auspicare come prospettiva politica un «prossimo conflitto armato tra l’Occidente controrivoluzionario imperialistico e l’Oriente rivoluzionario e nazionalista, tra gli Stati più civili del mondo e gli Stati arretrati come quelli dell’Oriente» (questi ultimi Lenin evidentemente li vedeva dunque trasformati, in un futuro però non certo immediato, in Stati rivoluzionari simili alla Russia governata dai bolscevichi). Si trattò di un repentino e imprevedibile ribaltamento di alcune delle idee fondamentali sostenute da Lenin e dal suo partito per decenni: un ribaltamento, per di più, anche molto scarsamente argomentato.

Questo ribaltamento ebbe diversi effetti, diretti e indiretti, immediati e a distanza di tempo. In primo luogo, vi è in sostanza il fatto che, per i bolscevichi stessi (e in sintonia col “socialismo scientifico” ottocentesco), fra i possibili esiti della rivoluzione dell’ottobre 1917 vi era sempre stato l’accontentarsi di una “rivoluzione progressista” (sostanzialmente interna quindi all’ambito borghese) nel caso particolare in cui i paesi industrializzati non si associassero nel giro di qualche anno – mediante una loro specifica rivoluzione – all’intento socialista presente in Russia. Nell’Europa industrializzata una rivoluzione socialista appariva effettivamente possibile a non poche persone negli anni intorno alla tragica esperienza della prima guerra mondiale, anche perché il capitalismo europeo poteva effettivamente sembrare immerso in una crisi pressoché priva di possibilità evolutive (cosa che poi è stata smentita dal decorso storico, ma che allora poteva essere concepita data l’enorme portata distruttiva della “grande guerra”). Conseguenza di questa prospettiva aperta a più esiti è che, all’epoca, la presa del potere da parte del partito bolscevico era intesa come un provvedimento che sarebbe durato al massimo pochi anni e che si sarebbe rapidamente risolto o con l’avvento di una società di tipo socialista su una scala ampiamente internazionale o con l’istituzione di una società borghese-progressista in Russia sulla base di una democrazia di tipo verosimilmente rappresentativo (con un Parlamento, cicliche elezioni, ecc.) oppure – al limite – consigliare (con un ritorno a qualche forma di soviet come base fondamentale delle pubbliche istituzioni). Invece, nella nuova prospettiva delineata in quell’articolo (e collegata evidentemente al fatto che nel mondo industrializzato la rivoluzione socialista continuava anno dopo anno a non affermarsi affatto e anzi diveniva sempre meno probabile), Lenin suggerì chiaramente che i bolscevichi avrebbero dovuto presumibilmente mantenere a lungo in Russia il potere concentrato nelle proprie mani – e con esso la proprietà statalizzata dei principali mezzi di produzione – in “attesa” di quel «conflitto armato» internazionale. Poiché questa nuova scansione temporale proposta da Lenin venne di fatto accolta senza fatica dal partito (che probabilmente non aspettava altro...), nelle “alte sfere” russe si parlò sempre meno della mancata rivoluzione socialista dei paesi industrializzati e ci si abituò sempre più a considerare l’egemonia bolscevica come qualcosa di acquisito e di scontato in Russia. In tal modo, quello che era un provvedimento a breve termine divenne in pratica a lungo termine, con innumerevoli conseguenze di molti tipi.

Inoltre, nella nuova prospettiva – rovesciata rispetto a quella marx-engelsiana – erano le popolazioni dei paesi economicamente arretrati a divenire le possibili portatrici non solo dei valori socialisti ma anche e soprattutto delle concrete dinamiche socialiste. In un certo senso, si potrebbe commentare che, se per il Lenin del febbraio 1923 non c’era più un bisogno storico di aspettare che maturassero i vari effetti della società borghese per procedere verso il socialismo, Stalin alcuni anni dopo non fece altro che fare un passo oltre in questa stessa logica, mandando al diavolo la borghesia tout court (anche nell’economia, nell’evoluzione tecnologica e industriale, ecc.) e lanciando l’idea di un passaggio pressoché diretto dal feudalesimo al socialismo.

Anche dal punto di vista più strettamente politico-istituzionale la strada percorsa da Stalin non era – ahimé – completamente estranea a quella percorsa dal partito bolscevico dell’epoca in cui quest’ultimo era guidato da Lenin e dagli altri principali rivoluzionari del ’17. E anche qui ciò lo si deve, in fondo, a un singolo momento specifico della storia bolscevica: l’inizio del 1921, con l’assalto dell’Armata Rossa a Kronstadt e la decisione del X Congresso del partito di proibire il frazionismo nel partito stesso e di autorizzare l’espulsione dei suoi membri che si macchiassero di tale “onta” (espulsione da decidere mediante una votazione a maggioranza al livello pratico del Comitato centrale). Con quell’assalto si mostrò la disponibilità di tutto il gruppo dirigente bolscevico a fare scelte governative brutali, sanguinarie, repressive, socialmente gratuite – giacché le principali rivendicazioni socio-economiche dei ribelli di Kronstadt, in buona parte anch’essi rivoluzionari del ’17, vennero immediatamente fatte proprie dal partito mediante la NEP... – e ispirate soprattutto a mere esigenze di potere (cioè il far sì che la dirigenza del partito bolscevico continuasse a mantenere in atto in Russia il totale esautoramento dei soviet e di qualsiasi altra forma di democrazia). E con quella decisione congressuale si aprì la porta, nel partito, alla possibilità della maggioranza dei dirigenti di accusare ufficialmente una qualsiasi minoranza di aver costituito una “frazione” – cioè una corrente politica organizzata in modo stabile e particolarmente solido – e poter così espellerla, o anche più semplicemente zittirla di fatto minacciandone l’espulsione in tronco (all’epoca, Lenin, Trotskij e tanti altri consideravano questa procedura come una misura estrema da prendere solo in eccezionali casi d’emergenza, ma, anni dopo, l’atmosfera nel partito cambiò radicalmente e quella che doveva essere una misura estrema divenne una “spada di Damocle” sempre presente e sempre a disposizione...). Stalin, per certi versi, non fece che ripartire dalle circostanze emerse nei primi mesi del 1921, elevando al cubo la brutalità, la sanguinarietà, la repressività e il senso del potere che traspiravano dall’assalto a Kronstadt, trasformando quell’esautoramento – inizialmente inteso dai bolscevichi come decisamente provvisorio – in qualcosa di praticamente stabile, duraturo e sistematico (in modo parallelo a quanto poteva suggerire appunto quell’ultimo articolo di Lenin) e sfruttando artificiosamente più volte quella possibilità normativa in modo da liberarsi in un modo o nell’altro di tutti coloro che infastidivano la sua ascesa al potere all’interno del partito. Lenin peraltro – come emerge con particolare chiarezza dal suo “testamento politico” realizzato tra il dicembre del ’22 e i primi di gennaio del ’23 – non avrebbe mai minimamente approvato la dittatura poliziesca e l’irrigidimento economico che Stalin poi concretizzò rendendo estremamente gerarchico lo Stato e dandogli poteri e ruoli sempre più assolutistici, forzosi, onnipervasivi e soffocanti.

Anche se ciascuna delle successive rivoluzioni nazionali novecentesche di ispirazione socialista (Cina, Cuba, Vietnam, ecc.) ha avuto ovviamente delle caratteristiche peculiari sue proprie, tutte si sono basate concettualmente sulle idee sviluppate da Stalin: socialismo di Stato; socialismo anche in un solo paese e anche in nazioni economicamente “arretrate”; pluridecennale – e tendenzialmente pressoché eterna – dittatura di partito (o meglio, di una ristrettissima dirigenza del partito); ampia disponibilità a reprimere con estrema durezza i dissidenti. Tutte idee che non hanno nulla a che fare con il pensiero marx-engelsiano.

L’unica rivoluzione novecentesca che si è ispirata al socialismo e che ha seguito una strada diversa da quella impostata da Stalin è stata la rivoluzione – non nazionale, ma regionale – del Chiapas, un’area molto povera del Messico dove dopo la rivoluzione si è realizzata una sorta di “socialismo primitivo” accompagnato da una solida e vitale democrazia diretta assembleare, coordinata mediante un Consiglio di delegati delle comunità locali. È l’unica di queste rivoluzioni in cui a distanza di qualche decennio la gente continua ad apparire contenta di quello che è stato fatto. Mi scuseranno coloro che si sono stufati del “socialismo scientifico” ottocentesco, ma anche questa esperienza corrisponde in realtà ai concetti storici marx-engelsiani. E il bello è che nessuno – credo – ha pensato a Marx ed Engels mentre si costruiva questa complessa esperienza. Si sono limitati a fare quello che andava bene al popolo intero....

Questa, in effetti, dovrebbe essere l’essenza di qualsiasi processo rivoluzionario mirante alla qualità della vita del popolo: dopo la rivoluzione, fare rapidamente sì – nell’arco di qualche mese o al massimo di qualche anno – che si instauri qualche forma effettiva ed efficace di democrazia. Ecco una delle cose principali che decisamente non hanno compreso Stalin, Mao, Castro, ecc. (intesi come quei rivoluzionari autentici che apparivano essere inizialmente quando proclamavano a piena voce di operare per la liberazione delle masse popolari da qualsiasi oppressione, prima di “incollarsi” alle rispettive poltrone governative) e che a quanto pare neanche Lenin e i tanti bolscevichi che poi Stalin ha “fatto fuori” avevano compreso in profondità. Pretendere di potersi sostituire per decenni al popolo, di fare per decenni la sua avanguardia accentrando in poche mani il potere di un’intera nazione, è alla fin fine un mito pesantemente presuntuoso, narcisistico, paternalistico ed egocentrico, portatore ovviamente di “effetti collaterali” molto gravi....

A confronto, Marx ed Engels erano invece divenuti attentissimi alle valenze democratiche dell’azione dei socialisti: di Marx si vedano a questo proposito, in particolare, La guerra civile in Francia (scritto nel 1871 per la prima “Internazionale” e diffuso da quest’ultima) e la Critica al programma di Gotha (del 1875), mentre di Engels Per la critica del progetto di programma socialdemocratico 1891 e le due Introduzioni scritte rispettivamente per la ristampa del 1891 del testo del 1871 appena menzionato e per la ristampa del 1895 dell’altro testo marxiano Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850. Molto chiari in questo senso sono anche il programma socialista francese pubblicato su L’Égalité del 30 giugno 1880 e quello tedesco approvato a Erfurt nel 1891 (redatti l’uno con la partecipazione di Marx ed Engels e l’altro con l’assistenza del solo Engels, essendo Marx deceduto nel 1883).

Dietro a tutto questo c’è, naturalmente, anche il fatto che il rapporto tra socialisti e popolazione generale dopo una rivoluzione tende ad essere molto diverso in una regione povera dove la gente aspira in pratica ad un “socialismo dell’autosufficienza” di tipo tribale (come nel Chiapas), o in una nazione dove predomina una cultura contadina, piccolo-borghese, localista e sostanzialmente desiderosa di industrializzazione (come nella Russia del 1917, nella Cina del 1949, ecc.), o in una parte molto ampia del mondo “sviluppato” (come sostenevano Marx ed Engels). Nel secondo di questi tre casi, l’accordo delle masse sul fare rapidamente il socialismo tenderà molto probabilmente a non esserci mai neanche durante la rivoluzione oppure a svanire rapidamente nel giro di qualche anno o addirittura di qualche mese (come già i bolscevichi scoprirono subito e come è avvenuto in seguito in Cina, a Cuba, ecc.), giacché gran parte di quelle masse vorrebbe semplicemente disfarsi delle forme di potere feudale, imperiale, ecc. e avere accesso a una società sostanzialmente borghese e relativamente democratica in cui la sicurezza pubblica sia adeguatamente protetta, il ceto piccolo-borghese sia complessivamente tutelato da parte dello Stato, le comunità locali abbiano un’ampia autonomia amministrativa e vi sia una progressiva industrializzazione ma in una forma umana, “morbida”. Ed è così che un certo numero di rivoluzionari che volevano (ri)dare il potere al popolo e che con questa parola d’ordine hanno condotto con successo la loro rivoluzione hanno poi finito invariabilmente – rifiutando la volontà delle masse e non volendo rinunciare al proprio sogno di un socialismo a portata di mano e/o al senso di potere personale per loro associato a tale socialismo (essendo entrati personalmente nella “stanza dei bottoni” della politica mediante la rivoluzione) – col diventare più o meno rapidamente gli oppressori e gli avversari del popolo (o meglio di quelle masse culturalmente piccolo-borghesi, indegne dell’elevato e idealistico concetto di “popolo” che tanti di quei rivoluzionari avevano portato con sé...). Certamente ci sono state grandi differenze tra qualcuna di queste esperienze e altre: Cuba, in particolare, negli scorsi decenni è stata certamente un paese più vivibile di molti altri che hanno vissuto un simile percorso politico. Ma anche Cuba non è stata certamente un paese della libertà e della creatività sociale, a dispetto delle originarie speranze ed aspirazioni dei rivoluzionari che hanno liberato l’isola dal precedente regime dittatoriale.... E in Cina, dopo la scomparsa di Mao Tse-tung, la dirigenza del paese ha ripreso numerosi aspetti della NEP bolscevica, ma nel frattempo il contesto politico e sociale cinese è giunto a modalità talmente antioperaie, classiste, ciniche, bieche, sfacciatamente oligarchiche e sempre più intrise di strabordante ricchezza concentrata in poche mani che non c’è alcuna possibilità di istituire una significativa corrispondenza tra questi due tempi e luoghi.

In particolare – per tornare a quel periodo e a quei luoghi che furono cruciali per la formazione del pensiero rivoluzionario novecentesco, gli anni ’20 in Russia – a Lenin e ai suoi compagni di partito del periodo precedente alla dittatura staliniana appaiono essere mancate nel campo politico-istituzionale e in quello umano quell’attenzione alle dinamiche in corso, quella flessibilità e quell’affettività di fondo verso la gente del popolo che invece, come attesta la NEP, erano notevolmente presenti nel campo economico (in effetti, si potrebbe osservare che la NEP e in generale la politica bolscevica di quel periodo appaiono essersi basate sul riconoscimento solo del “bisogno economico” che la classe operaia russa, della quale i bolscevichi si vedevano come espressione, aveva di fatto nei confronti di contadini, commercianti, artigiani, tecnici, dirigenti d’industria, ecc., non certo su un autentico e profondo rapporto personale ed umano con queste componenti della società, che erano guardate tipicamente con un certo disprezzo dai bolscevichi...). Parallelamente, si sarebbero dovuti articolare molto meglio i vari aspetti che la democrazia può assumere in un paese. P.es. – come mostrano i riferimenti bibliografici più sopra menzionati – Marx ed Engels si interessarono ed appassionarono sia alla democrazia rappresentativa, sia a quella consigliare-partecipativa, sia a quella diretta, sia più in particolare al decentramento amministrativo e alle autonomie locali. È evidente la loro capacità di muoversi con flessibilità all’interno di questo caleidoscopio di forme che può assumere la democrazia a seconda anche delle caratteristiche di una popolazione, del suo grado di istruzione, di coscienza di classe, ecc., e del livello di sviluppo locale delle tecniche produttive, del commercio, ecc.. Il bolscevismo s’intestardì invece in un pressoché monolitico accentramento prolungato del potere nazionale nel partito, finendo con lo scavare un crescente fossato – e con il generare una crescente distanza – tra il partito stesso e il resto della popolazione, con l’attirare nel partito una marea di opportunisti e approfittatori strumentalmente interessati alla politica molto più per la propria personale scalata sociale che per una sensibilità verso la qualità della vita popolare e verso il bene comune, con lo stimolare nei rivoluzionari più ambiziosi la smania di acquisire un potere sempre maggiore e, infine, con lo scavarsi la fossa venendo progressivamente fatto a pezzi e dissolto da un approccio politico radicalmente differente come lo stalinismo. Le gravi difficoltà vissute nella concretizzazione della NEP, fino alla sua dissoluzione ad opera appunto di Stalin, dipesero evidentemente anche da tutto questo. In questo senso, dopo la rivoluzione d’ottobre il bolscevismo appare aver assunto in pochi anni una forma e un’impostazione di fondo pesantemente lacunose e sostanzialmente autodistruttive, malgrado le sue evidenti buone intenzioni (che lo stalinismo invece non aveva, come attesta il suo deliberato e sistematico uso delle minacce espresse dall’alto, della calunnia, della falsificazione disinformativa, della violenza più cinica, dei tribunali manipolati inesorabilmente dal regime, della paura diffusa, e via dicendo, sin dai suoi inizi).

A margine di tutto ciò, si potrebbe anche discutere se quel salto mortale contenuto in Meglio meno, ma meglio fu un effetto indiretto della malattia che sempre più stava colpendo Lenin. In altre parole, ci si potrebbe chiedere se la malattia progredendo lo spinse ad assolutizzare emotivamente la specifica rivoluzione di cui stava facendo esperienza e a disprezzare le popolazioni del mondo industrializzato – che non stavano di fatto aiutando tale rivoluzione – al punto da considerarle per lo più irrecuperabili al socialismo non solo nel momento allora corrente ma anche in futuro. Ovviamente, si potrebbe anche ipotizzare – come indubbiamente hanno fatto dopo di allora molti rivoluzionari novecenteschi – che da parte di Lenin non si trattò di un erroneo cedimento all’emotività ma, nel complesso, di una profonda e valida intuizione che egli purtroppo non ebbe il tempo di spiegare adeguatamente. Tuttavia, sin da allora la storia appare suffragare molto più la prospettiva marx-engelsiana (condivisa da Lenin fino al 1922 e qui sintetizzata su Rocca) che la nuova prospettiva leniniana esposta in quell’ultimo articolo del 1923. Vi sono molti ampi segnali di questo: alcuni sono stati accennati nel presente articolo; altri nel precedente intervento Quale economia oggi per il bene comune?; ma il segnale forse più eclatante di tutti è la scarsissima “coscienza di classe” e l’altrettanto scarsa creatività politica collettiva mostrate tipicamente da coloro che sono vissuti per decenni in società governate da regimi basati su qualche dittatura di partito (basti ricordare che, dopo una settantina d’anni di un tale regime, nelle elezioni liberamente svoltesi in Russia hanno continuato sistematicamente a trionfare dei politici con atteggiamenti e comportamenti dittatoriali da zar: prima Eltsin e poi Putin...). E fra i motivi che sottostanno a questi riscontri storici vi è presumibilmente anche il semplice fatto che Marx ed Engels – col sostegno di molti loro compagni – avevano lavorato per vari decenni in modo decisamente accurato e che la psiche umana e la dialettica delle classi non sono cambiate in modo sostanziale nel passaggio dal tardo Ottocento al Novecento ed oltre.

 

IV

Anche se nel presente articolo mi sono concentrato, per quanto riguarda l’ultimo centinaio d’anni, sulle due principali correnti in cui si è divisa la sinistra, naturalmente vi è stato anche altro nella storia della sinistra in tale periodo. Come si è accennato in due interventi già citati – Oltre Keynes e Quale economia oggi per il bene comune? – si tratta soprattutto di un’ulteriore corrente capace di impostare con considerevole lucidità una politica riformista nazionale mediante la quale mantenere in essere un relativamente efficace “Stato sociale”, come si è visto specialmente nell’area scandinava e, in certi periodi, in diversi paesi dell’America latina. Molto recentemente, ha cercato di impostare con forza una tale politica Syriza in Grecia, ma i governi degli altri paesi dell’UE hanno fatto una tale guerra economico-finanziaria ai governi Tsipras da rendere quasi impossibile la vita politica di questi ultimi. Tuttavia, mentre il “socialismo scientifico” ottocentesco dedicò un grande spazio e un grande dispiego di energie ad un congruo ed effettivo internazionalismo, quest’ultimo è rimasto clamorosamente assente da tale corrente (che pure ha saputo mantenere per periodi più o meno prolungati una considerevole sintonia con la cultura locale delle classi lavoratrici, anche se poi non di rado ha finito col cadere in un becero moderatismo o in tendenze sempre più dittatoriali, sull’onda di fenomeni di corruzione, di arrivismo politico, di ambizione personale, ecc.). Cosa ancor più grave, questa assenza si è registrata proprio nel periodo della storia a noi nota nel quale è stata maggiore la tendenza all’internazionalizzazione dell’economia, fino appunto all’attuale globalizzazione. Sulla corrente in questione, cfr. anche il paragrafo “Un po’ ‘anomalia nazionale’, un po’ ‘questione internazionale di fondo’”, in La caduta della politica in Italia (e non solo) (Mantova Beppe Grillo Meetup Group, 2007), disponibile al seguente indirizzo:

“https://grillimantovani.files.wordpress.com/2008/01/dossier-benedini-la-caduta-della-politica-in-italia.pdf”.

Un’altra corrente che ha acquisito un notevole peso politico soprattutto nel periodo intorno al ’68 è stata la corrente spontaneista. Ma la sua sostanziale incapacità di affrontare il complesso insieme delle tematiche politiche, economiche, sociali e istituzionali del mondo attuale è stata ed è talmente evidente che non appare essere qui il caso di approfondire la questione. Personalmente ritengo che un certo spontaneismo possa anche essere un buon punto di partenza per una progressiva presa di coscienza di tale insieme di tematiche (anche perché “nessuno nasce imparato”, come dice un efficacissimo detto dialettale dell’Italia meridionale), ma se ci si ferma allo spontaneismo si finisce pressoché inevitabilmente “divorati” sul piano politico dal “sistema” dominante, che ha a disposizione una miriade di armi e di tattiche, e di molti tipi....

In breve, la profondità e la vastità culturale del “socialismo scientifico” ottocentesco sono andate praticamente perdute a partire dai primi anni del ’900, anche se in seguito alcuni intellettuali hanno cercato di preservarne ampie parti (ma non certo l’intera complessità che aveva espresso) e anche se la storia appare invece confermare la sostanziale “centratura” raggiunta da quel movimento durante gli ultimi decenni dell’Ottocento. Il movimento che, negli ultimi decenni, più si è avvicinato ad assorbire intimamente quella complessità – o a ricrearla autonomamente dall’interno della personalità dei suoi esponenti – e a riproporla creativamente è stato in maniera piuttosto evidente il movimento femminista (come mostra l’opera di autrici come p.es. quelle ricordate nella nota 3 del presente articolo o nella nota 5 di Quale economia oggi per il bene comune?), ma il mondo maschile fatica a cogliere il senso d’insieme e lo sguardo a 360 gradi che tale movimento ha saputo proporre, così come del resto fatica a cogliere le medesime cose nell’opera di Marx, Engels e di altri loro compagni del secolo 19°.

 

V

Nel mondo contemporaneo (particolarmente ricco di tecnologie, di ricerche scientifiche, di interrelazioni economiche intercontinentali, di incontri tra culture, e via dicendo), i fattori legati alla vita della collettività umana che influiscono sulla qualità della vita delle singole persone sono tanti e talmente sfaccettati che nessun piccolo gruppo di persone, e tanto meno nessuna singola persona, può pensare di essere in grado di dirigere per conto proprio efficacemente – cioè in maniera proficua sostanzialmente per tutti – un’intera nazione, e tanto meno il pianeta intero. In realtà, era già così anche 100 anni fa (come p.es. Lenin esplicitò molte volte con grande chiarezza dopo la rivoluzione d’ottobre, nei suoi interventi sugli enormi compiti che i rivoluzionari avevano di fronte in Russia e sul numero estremamente esiguo e insufficiente di veri rivoluzionari che apparivano in grado di affrontare con efficacia quei compiti...), e forse anche 150 anni fa. Ad ogni buon conto, il fatto che durante gli ultimi 100 anni si siano enormemente moltiplicate le reciproche interconnessioni tra la vita economica di un paese, quella degli altri paesi e ulteriori fattori come l’evoluzione tecnico-scientifica e il crescente dissesto ambientale e climatico del pianeta rende oggi quanto mai eclatante ed ineludibile la questione.

In mezzo a tali dinamiche, per tutti coloro che non si accontentano di governi sostanzialmente “avversari del popolo” (come quelli classisti e/o stabilmente antidemocratici) oppure sostanzialmente democratici ma limitati dalla mancanza di un effettivo senso internazionalista, la capacità di comunicare – cioè, in sostanza, di ascoltare profondamente, di esprimersi efficacemente e di dialogare in maniera creativa e, per quanto possibile, costruttiva – e collaborare con tanti altri (spesso provenienti da culture, tradizioni ed esperienze molto diverse l’una dall’altra) e il senso dell’empatia costituiscono dei mattoni basilari delle fondamenta stesse della visione politica. Senza tali mattoni, qualsiasi concezione politica che cerchi di essere alternativa al “sistema” dominante risulta oggi costruita con dei piedi d’argilla, oppure finisce alla fin fine col rivelarsi semplicemente un’altra variante di quel “sistema”....

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Comments   

#16 Luca Benedini 2019-01-17 17:03
Dopo una pausa dovuta a inderogabili motivi di lavoro, rispondo a qualcuno degli argomenti sollevati da Paolo.
In primo luogo, sono d'accordissimo con la tua parentesi. È così che dovrebbero essere le cose.... Un'altra formulazione molto accorata e condivisibile di questo tema l'ho trovata qui, a metà dell'ottobre scorso: "https://www.sinistrainrete.info/politica/13480-el isabetta-teghil-di-luce-intellettual-piena-d-amore .html". Anche se quell'intervento mi ha toccato molto e l'ho sentito molto vicino, non ho lasciato commenti, perché mi è parso un po' "caotico" (o forse dovrei dire molto più virato sull'irrazionale che sul razionale, ma senza con questo sminuire minimamente l'irrazionale) e poneva in questo delle problematiche che sul momento non mi sentivo di approfondire, definire, ecc.. Io stesso ho proposto qualcosa del genere in un commento (il #6, del 3 novembre scorso) nell'ambito della discussione seguita a un mio recente scritto:
"https://www.sinistrainrete.info/teoria/13528-luca-benedini-quale-economia-oggi-per-il-bene-comune.html". Ma anche lì senza addentrarmi in analisi, precisazioni, ecc.. Forse adesso, dopo aver attraversato la discussione seguita al presente intervento, mi sento di esprimere qualche approfondimento su tali problematiche.
Per mettere in piedi le "grandi alleanze" la cui esigenza è stata espressa da Elisabetta, da me stesso, da te Paolo, o da politici ormai "famosi" come Sanders e Varoufakis con la loro proposta - apparentemente ancora embrionale - di "Internazionale progressista" (annunciata a fine ottobre scorso), e anche da tanta "gente comune" nei discorsi di tutti i giorni, occorrono alcune cose diffuse, tra le quali in special modo: a) avere il senso del "massimo comun denominatore" di tale alleanza (cioè, la consapevolezza di una sorta di "programma minimo" su cui si dovrebbe essere tutti d'accordo e sul cui funzionamento pratico ci dovrebbe essere una conoscenza ampia e appunto diffusa); b) avere almeno un minimo di rispetto reciproco e - conseguentemente e parallelamente - di lealtà reciproca tra tutti i gruppi sociali e le correnti politiche che partecipano all'alleanza. Allo stato attuale, non appare esserci né l'uno né l'altro.
La lotta al neoliberismo (e più in generale al classismo, al razzismo, ecc.) potrebbe essere quel "massimo comun denominatore" oggi, come molte voce affermano, ma sui modi per concretizzare questa lotta siamo ancora estremamente indietro, per alcuni motivi di fondo in cui si inserisce anche ciò che hai osservato tu, Paolo, su URSS ecc.. La lotta al liberismo lanciata - con considerevole successo - da Keynes quasi un secolo fa poggiò anche su altri pilastri, oltre ovviamente ai movimenti basati sull'impegno sindacale e/o civile: un'ampia parte del ceto intellettuale e una consistente parte sia della borghesia che del ceto politico. Questi ultimi tre pilastri praticamente non ci sono più: dopo il '68, nella borghesia ha cominciato a dominare sempre più l'aspirazione ad un ritorno al liberismo (soprattutto per dare una lezione a quei rompiscatole di lavoratori, studenti, femministe, ecc. ecc., che non si accontentano mai, e per ridurli così "all'ordine" ripristinando il becero classismo pre-keynesiano...) e, anche se una considerevole parte della borghesia stessa non appare attualmente schierata effettivamente per il neoliberismo, si tratta di una parte che evidentemente non se la sente di alzare pubblicamente la voce e rivendicare anche politicamente un approccio diverso, di modo che, benché dei suoi esponenti possano fare cose interessanti dal punto di vista microeconomico, sociale o intellettuale, non ne emerge una vera e propria visione politica che chiami a raccolta l'umanità contro la barbarie liberista, come emerse invece attraverso Keynes; il ceto politico appare talmente influenzabile dalle mille varianti della corruzione e dell'ambizione personale che non si è ancora riusciti a trovare, da quando è iniziata la globalizzazione, nemmeno un solo politico che abbia saputo proporre uno sguardo alternativo congruo e solido, capace di occuparsi - dal punto di vista della qualità della vita delle classi lavoratrici - sia di questioni nazionali e subcontinentali, sia di questioni mondiali (e questo è il punto d'incontro con il tuo discorso, Paolo, su URSS ecc., in quanto questo discorso vale non solo per le società influenzate politicamente dall'Occidente ma anche per quelle i cui governi continuano ancora oggi a parlare di socialismo, come la Cina, Cuba, la Corea del nord, la Bielorussia, ecc....); il ceto intellettuale è in gran parte sparito dalla sua funzione divulgativa e socialmente critica, come ha riassunto p.es. Frank Furedi in "Che fine hanno fatto gli intellettuali?" (Raffaello Cortina, 2007), e questo anche per le enormi pressioni del potere economico e politico sulle istituzioni accademiche perché assecondino anche loro l'andazzo neoliberista, le sue sfumature culturali, i suoi effetti, ecc..
In altre parole, oggi i lavoratori dovrebbero saper cavarsela quasi da soli, o meglio: con l'aiuto pratico e teorico che può venire da alcuni esponenti disponibili del ceto intellettuale e della classe borghese e da qualche rarissimo politico, dovrebbero saper dirigere loro dal punto di vista politico l'alleanza in questione, cioè dovrebbero saper loro in quale direzione di fondo andare. Questa direzione dovrebbe presumibilmente essere costituita dalla qualità della vita concreta dell'intera umanità, con uno sguardo particolare (ovviamente) alle classi lavoratrici stesse, ma queste ultime attualmente sono lontanissime sia da quella solidarietà e unione internazionale - e tendenzialmente mondiale - su cui insistettero così tanto Marx ed Engels sin dal 1848 e su cui la sinistra novecentesca si è letteralmente dissipata in vari modi intrecciatisi e sommatisi tra loro, sia da una conoscenza per lo meno minimale dell'economia politica odierna: conoscenza che implica almeno i concetti economici di fondo esposti da Marx ed Engels (il che include anche almeno qualche nozione di fondo dell'economia politica classica e della sua critica), più i concetti di base dell'economia keynesiana e della pianificazione, più qualche aggiornamento di fondo sull'odierno mondo globalizzato, corrotto, sempre più tecnologico, drammaticamente inquinato e leso dal punto di vista degli ecosistemi, con varie risorse naturali ridotte agli sgoccioli, ecc., più qualche ampliamento sull'economia plurale e sugli aspetti economici connessi alla cura delle persone che sono stati messi in particolare evidenza dal femminismo. E, senza una tale solidarietà e unione oggi sostanzialmente mondiale o senza una tale conoscenza, non esiste una capacità politica di direzione da parte dei lavoratori in epoca di globalizzazione.... C'è dunque molto lavoro da fare!
Ovviamente, a questo proposito non intendo che dovremmo tutti diventare come dei laureati in economia, ma che anche tra le classi popolari dovrebbero essere alquanto diffuse quelle nozioni economiche di fondo che ho appena ricordato, nozioni che in una società industrializzata sono socialmente importanti più o meno quanto le nozioni di fondo della nutrizione (carboidrati, proteine, grassi, vitamine, sali minerali, fibre, altri fattori salutari come p.es. gli antiossidanti, freschezza e genuinità degli alimenti, ecc.) sono importanti individualmente. Senza tali nozioni economiche, per il popolo è facilissimo venire fregati da qualche politico che racconta balle, programmi fasulli, invenzioni di tipo ideologico e/o - come più spesso accade - storie vere solo a metà (e la metà non vera è quella che frega il popolo)....
Sul rispetto reciproco e sulla lealtà non sto a dire qui quasi niente, limitandomi ad osservare che si tratta di "valori umanistici di fondo" che sono quasi totalmente scomparsi dalla politica a partire dal '900, non solo nel mondo occidentale - in cui la politica non è ormai da tempo quasi altro che compromesso elettoralistico, affari, ipocrisia e violenza esplicita o nascosta - ma anche nei paesi del cosiddetto "socialismo reale", come già preconizzava Lenin nel suo "testamento politico" a proposito di Stalin (e ovviamente degli alleati di quest'ultimo): osservazioni che poi la storia si è incaricata di moltiplicare a dismisura non solo in Russia ma anche dopo ogni altra "riuscita" rivoluzione novecentesca....
E non si dovrebbe dimenticare che questi comportamenti sottilmente o palesemente autoritaristi, queste varie forme di violenza istituzionalizzata, questo amore sviscerato per la gerarchia di classe o di partito e queste idee narcisistiche sulla propria capacità di fare il bene della società senza consultare seriamente la società stessa sono tutti aspetti culturali estremamente legati alla cultura patriarcale e maschilista e alle sue origini basate sull'esaltazione della forza, dell'aggressività, della competizione, del potere, come ha ampiamente mostrato ormai da mille punti di vista il movimento femminista, in sintonia anche con psicanalisti e filosofi di epoca moderna come specialmente Erich Fromm (di area decisamente marxiana, tra l'altro) e Herbert Marcuse (anch'egli di ispirazione radicalmente socialista, e considerato da molti uno dei principali ispiratori del '68 negli Stati Uniti, assieme a movimenti culturali come quello beat e quello hippy e a movimenti sociali e politici come quello per i diritti civili, soprattutto fra i neri, e quello per la pace, soprattutto in relazione alla guerra del Vietnam). In questo senso, l'estremo rifiuto della solidarietà da parte dei neoliberisti e l'estremo rifiuto della democrazia da parte sia del regime staliniano russo sia delle varie forme politiche ispirate allo stalinismo diffusesi in seguito anche altrove appaiono essere alla fin fine due facce della stessa medaglia: l'amore appunto per la gerarchia, l'autorità, il paternalismo, il potere personale da un lato e la sudditanza acritica dall'altro (ed è appunto al mantenimento concreto di questa diffusa sudditanza che serve il grande spazio dato alla "polizia politica" sia negli Stati fascisti o neoliberisti che in quelli ispirati in vari modi allo stalinismo).... Anche a questo proposito c'è dunque molto lavoro da fare se non si vuole rimanere inscatolati e bloccati nella mentalità patriarcale, maschilista, autoritaria, grossolana, gretta, conformista e nelle varie forme di "sistema" politico-economico che tale mentalità ha plasmato trattando in grandissima parte gli esseri umani come ingranaggi, oggetti, servi - incastrati il più possibile nel ruolo di sudditi socialmente passivi o meglio ancora plaudenti - e/o inutili resti privi di alcun valore...!
In secondo luogo, due appunti su homo sovieticus, homo occidentalis, ecc.. Sebbene mi paia evidente che la visione economica di Lenin per la Russia dell'epoca (con la NEP, per intendersi) fosse nettamente superiore - e anche molto più complessa, però, talmente complessa che senza Lenin i bolscevichi di allora non riuscirono a farla funzionare - rispetto a quella poi concretizzata da Stalin, credo che si possa dire che da molti punti di vista (tranne probabilmente l'aspetto della capacità di innovazione tecnologica) in sé e per sé l'economia caratteristica dei decenni "classici" dell'URSS (dagli anni '30 agli '80) sia comunque superiore a quella volgarmente liberista, che è caratterizzata da enormi problemi sociali, pesanti crisi cicliche, ecc.. Una delle cose che mi "rugano" è il fatto che, nel periodo della "guerra fredda", in Occidente le masse fossero in gran parte convinte che qualunque capitalismo fosse meglio di qualunque "socialismo reale" e in Russia fosse a quanto racconti tu, Paolo, esattamente il contrario: due visioni speculari, ma sostanzialmente acritiche.... Siccome mi pare abbastanza evidente che ci sono forme di capitalismo socialmente più efficaci di certe forme di "socialismo reale" E VICEVERSA, allora non posso che giungere a pensare che in qualche modo sia le masse dell'Occidente che quelle della Russia fossero abbastanza manipolate culturalmente dalle loro rispettive élite. In Occidente noi che ci viviamo lo sappiamo che c'è uno sforzo enorme e continuo dei mass-media per manipolare le masse a favore delle principali forme correnti assunte dall'ideologia dominante; e mi pare che anche nella Russia staliniana e post-staliniana ci fosse uno sforzo simile, come attestano p.es. l'enorme ruolo della "polizia politica" e lo "spirito della delazione" diffuso paranoicamente in tutto il paese da tale polizia e ovviamente dal governo.... Sulla questione, per ora mi fermo qui perché da qui si può appunto far partire una vasta serie di discorsi, troppo vasta per questo specifico momento....
In terzo luogo, dovrei anche spiegare che - benché l'articolo apparso su "Rocca" e qui presentato sia stato scritto nel 2017 e benché l'averlo scritto mi abbia consentito di comprendere molto più chiaramente come completare una serie di interventi che stavo scrivendo a partire dall'economia internazionale - abbastanza rapidamente mi è poi nata la sensazione che potesse essere meglio pubblicare questo articolo per ultimo, dopo il completamento di quella serie di interventi. E adesso ho capito perché avevo quella sensazione e perché era corretta, anche se circostanze esterne mi hanno in pratica costretto a pubblicarlo prima di tale completamento. Non mi rammarico di averlo fatto, perché appunto era una cosa da fare a causa di circostanze indipendenti dalla mia volontà. Tuttavia mi rendo conto che la forza intrinseca di questo articolo è alquanto più labile e tendenzialmente alquanto meno percepibile proprio per l'assenza dell'ultimo intervento di quella serie (intervento che non ho ancora concluso). A causa di tale assenza, e a causa delle pesanti limitatezze del dibattito politico-economico in corso sul piano internazionale in questi anni, non sono ancora espressi chiaramente i grandi e flessibili spazi di azione politico-economica che potrebbero avere i movimenti dei lavoratori nell'attuale periodo storico, di modo che le riflessioni politiche espresse in questo articolo apparso su "Rocca" e nel commento originario qui aggiunto per "Sinistra in rete" possono apparire a qualcuno come qualcosa di teorico, di ideologico, di eccessivamente e ingiustificatamente ottimista, o di intellettualistico, mentre invece sono la naturale e sostanzialmente armonica conclusione di considerazioni e consapevolezze politico-economiche purtroppo pubblicate sinora solo parzialmente. Per essere più preciso, gli interventi già pubblicati cui mi sto riferendo sono soprattutto "Quale economia oggi per il bene comune?" e gli altri scritti menzionati nella sua nota 1. In tali interventi quegli spazi sono delineati, ma soltanto delineati: diversi dei loro aspetti e delle loro interrelazioni non sono stati ancora esplicitati in modo - diciamo così - particolareggiato. A causa di questo, si richiede un impegno alquanto maggiore ai lettori per cogliere i significati intrinseci del presente articolo e del suo commento originario.
Un abbraccio, l.
Quote
#15 Paolo Selmi 2019-01-08 00:27
Caro Luca,
di nulla. Apro e chiudo una parentesi. Nella mia "vita attuale", da operativo in una ditta di spedizioni e trasporti, una vita che dura ormai da quasi vent'anni, quindi una delle mie vite più lunghe, se non la più lunga, ho imparato tante cose: una, forse la più importante, è quella di staccare il cervello dalla bocca e dai polpastrelli per ore. Pensi al mutuo, pensi a come ti è sfumato quel risparmio minimo accumulato quando tua moglie si è presa il "lusso" di restare a casa in facoltativa, e poi è dovuta salire e scendere dallo stivale per motivi familiari per oltre un anno, pensi che una macchina in tre è anche una scelta di vita, ma soprattutto una necessità, e ti imponi un'autodisciplina che fa ogni momento a cazzotti con tutto quello in cui hai sperato e creduto nelle tue "vite precedenti", ma che quantomeno consente di annaspare per trenta giorni e tirare ogni fine mese un sospiro di sollievo. Ebbene, l'unica cosa di buono di questo tipo di vita, se si riesce a mantenere un equilibrio e a mantenersi in equilibrio, è che si acquisisce, insieme a un'aumentata, insperata, capacità di sopportazione (che non è mai assuefazione), e a capacità di trovare dignità (e quindi soddisfazione) anche nel lavoro più umile, e in condizioni tutt'altro che soddisfacenti, ma ben fatto (cosa che poi ho scoperto che qualcuno, di nome Primo Levi, aveva descritto e molto meglio di me parlando del muratore che gli aveva salvato la vita http://www.minerva.unito.it/Storia/Levi/LeviRoth.htm), anche una capacità di leggere le situazioni (anche perché o nuoti, o affoghi) cercando nell'altro quel sostegno necessario utile a risolvere problemi, cercando di stimolarne la sua parte propositiva, cooperativa, perché un problema complesso difficilmente lo si riesce a risolvere da soli, ma occorre l'aiuto di tutti quelli che marciano nella stessa direzione. Ebbene, perdonami, perdonatemi tutti ma, nonostante le divergenze più o meno ampie, sfociate poi in polemiche e in botta e risposta dove la componente umorale, non è stata cosa da poco, tuttavia io mi guardo intorno e vedo che ci sono più tratti comuni fra un Luca che la pensa in un modo, un Eros che la pensa in un altro, un Mario che la pensa in un altro ancora, e via discorrendo tutti i partecipanti a questo dibattito, RISPETTO allo sfasciume generale che si avverte ogni volta che ci si confronta con un vicino di casa, con un collega, con qualsiasi interlocutore occasionale (per la legge dei grandi numeri...). Ripeto, perdonatemi, ma a me basta uscire di casa per accorgermi che, nonostante tutto, siamo tutti dalla stessa parte. Chiusa parentesi.
Riprendo il tuo discorso su URSS, assuefazione della società civile, fallimento dell'esperimento e gli altri temi che hai sollevato. La mia conoscenza della RPC e dell'ex-URSS, dallo studio delle rispettive lingue, culture (e nel caso sovietico, si spaziava dalla slava Russia alla "mezzaluna turca" che tagliava in due Caspio e Asia centrale, e così via per ciascuna delle 15 repubbliche e per le regioni al suo interno), mentalità, è stato un percorso dove teoria e prassi si sono intrecciate e si intrecciano tutt'ora. Leggo e cerco conferme nelle mie esperienze di vita, oppure parto da queste ultime e cerco di trovare una sistemazione teorica alle conclusioni a cui giungo: vantaggi di essere un cane sciolto, che per anni, in una delle sue vite precedenti, è piombato dai libri ai centri di prima accoglienza, alle scuole di ogni grado, a strutture socio-sanitarie e a camere del lavoro, patronati, tribunali, grazie a qualche parola che biascicava di una lingua che, all'epoca non conosceva nessuno nella mia provincia. L'altra, il russo, l'ho imparata dopo e l'ho portata allo stesso livello con lo stesso, identico, metodo. Del resto, il mio dottorato di ricerca non si sarebbe potuto neppure formare, così, a livello puramente teorico, ipotetico, senza lo sbattimento, la vita, le vite, tutte con la stessa medesima ripartenza da zero che avevo fatto negli ultimi 15 anni. Ti ho premesso questo perché ora capisca come per me un film, una canzone, un racconto orale, un testo scritto per me abbiano potenzialmente la stessa capacità di farmi riflettere, fare collegamenti, verificare tesi o smontarle, magari per un dettaglio che ad altri passerebbe inosservato. Ebbene, una persona a me molto cara di una mia vita precedente, un quasi suocero per intenderci, era partito da una remota campagna dell'Azerbaigian verso la capitale, Baku, iniziando come operaio, quindi era divenuto prima membro e poi quadro di partito, avanzando anche di istruzione, di livello professionale e dirigenziale, fino a chiudere la propria fase "sovietica" come direttore di un ufficio postale, responsabile del lavoro di 200 persone. Morta l'URSS, si era riciclato architetto di interni e, perseguitato nel suo Paese perché aveva osato pestare i piedi alla dinastia, tutt'ora ininterrotta, degli Aliev (oggi c'è il figlio Ilham), aveva riparato con la famiglia in Italia, dove si manteneva come operaio modellista di bottoni. Frequentare la sua famiglia, i suoi conoscenti, altri concittadini ex-sovietici provenienti da diverse repubbliche ed esperienze di vita per anni, per me è stata una scuola di vita, e molti filoni di ricerca partiti nei 15 anni successivi, senza tale esperienza sarebbero stati - chiedo perdono, mi ripeto - inconcepibili.
Un russo ha ben poco da condividere con un azero, il quale ha ben poco da condividere con un armeno (a parte un conflitto armato pluridecennale), lo stesso si può dire di un cazaco, di un georgiano, o di un turcmeno. Eppure, osservandoli interagire insieme, vedendoli lavorare insieme, fosse anche un trasloco dove tutti si davano una mano, in quel russo più o meno sgrammaticato che era diventato una lingua franca per 10 fusi orari e 15 repubbliche, in quelle medesime esperienze che facevano (gli studi, i due anni di naia) o che ricordavano (i parenti morti in guerra), nelle canzoni e nei film che li accomunavano in visioni improvvisate di videocassette procurate dagli ambulanti ucraini che facevano avanti e indietro ogni sabato da Molino Dorino, persino nel patrimonio di immagini comuni citate a mo' di proverbi, mi rendevo conto che "l'uomo sovietico" non era stato un mito, ma una parte di loro: di tutti loro.
Il cittadino sovietico era rappresentato politicamente da un'avanguardia, il partito. Lo stesso partito che poi lo tradì, passando sopra il risultato di un referendum nel 1991, il primo dopo decenni, che aveva visto la maggior parte dei cittadini dire SI al mantenimento dell'URSS. Il cittadino sovietico era convinto, come già ti scrivevo, di vivere in un modo di produzione superiore. Non definitivo, perché alla fine c'era il comunismo. A proposito, mi resterà sempre impresso il ricordo di una marachella d'infanzia di uno di questi miei ex-conoscenti, dove, dopo esser riuscito ad aprire la dispensa piena di conserve e ogni ben di Dio, la reazione emotiva di estremo e comprensibile godimento era accompagnata dall'espressione: "Era il comunismo... ". Stesse parole, mutatis mutandis, nel film di Zhang Yimou (张艺谋) "Vivere" (活着) del 1994, col papà che spiega al figlio che cos'è il comunismo. Non c'era bisogno, quindi, di un altro partito, se non del "Partija Lenina, sila narodnaja", del partito di Lenin forza del popolo, come cantava il loro inno. Il partito che li tradì, che li pugnalò alle spalle. Su questo ho scritto anche nella premessa al lavoro che sto ora svolgendo (https://www.sinistrainrete.info/teoria/13266-paolo-selmi-riportando-tutto-a-casa-osare-l-impossibile.html).
Ciò non vuol dire che i sovietici fossero degli ingenui con il paraocchi. Questa barzelletta risale agli anni Cinquanta, e l'ho sentita in diverse varianti cambiando, ovviamente, i nomi. "Da noi c'è la libertà - dice l'americano. Io posso andare davanti alla Casa Bianca e urlare: 'Abbasso Eisenhower!' Pensa - dice il russo - Anch'io posso andare in Piazza Rossa e urlare: 'Abbasso Eisenhower!' (У нас свобода, – говорит американец. – Я могу выйти к Белому дому и кричать: “Долой Эйзенхауэра!”» – «Подумаешь, – говорит русский. – Я тоже могу выйти на Красную площадь и кричать: “Долой Эйзенхауэра!”). Vladimir Vysockij (Владимир Высоцкий) qualche grana la ebbe (la ebbero anche i Nomadi con Dio è morto...), ma potè egualmente cantare e suonare, esprimendo ironia e critica al tempo stesso di un disagio che poteva, doveva essere colto (e che forse chi aveva già in mente di smantellare fece il possibile perché non lo fosse... nell'ottica di cui sopra). Chiudo con questa immagine: i primi tre minuti di "Ironia della sorte, ovvero buona sauna!" (Ирония судьбы, или С легким паром!, Mosfilm, 1975, https://www.youtube.com/watch?v=lVpmZnRIMKs&t=13s), tormentone di ogni capodanno (Novyj God) che si rispetti, cinepanettone basato su una commedia degli equivoci, fondata a sua volta.... sul cartone animato che fa da sigla al film e che prende in giro quel modo di fare edilizia economica popolare dove, da Kupchino alle Azalee di Gallarate, le case si assomigliano tutte... al punto che esistono città con le stesse vie e gli stessi casermoni a far da contorno, da cui gli equivoci alla base della sceneggiatura di questa commedia. In conclusione, io mi sono fatto questa idea: i cittadini sovietici erano convinti dei limiti, dei difetti del loro sistema, ma erano altresì convinti che fosse possibile superarli, e che comunque non fossero maggiori di quelli del modo capitalistico di produzione. Dopo oltre trent'anni, il 63% degli abitanti di quei posti, un risultato enorme visto che per motivi anagrafici la quota di cittadini con passaporto sovietico impatta sempre meno sul totale della popolazione residente, la pensa ancora così. Riconosce in quel sistema tutt'altro che perfetto e del tutto perfettibile, un qualcosa di qualitativamente migliore, superiore a quello che ha vissuto dopo.
Un caro saluto.
Paolo
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#14 Luca Benedini 2019-01-07 15:05
Caro Paolo, volevo proseguire anch'io lungo le tue linee di ragionamento. In particolare vorrei ripartire da quelle che giravano intorno al duràk. Probabilmente non ci hai badato (io stesso me ne sono accorto solo un paio di giorni dopo aver letto appunto il tuo commento#8), ma è una linea alquanto sdrucciolevole e pericolosa. Intendo: anche bambini e ragazzini d'ambo i sessi possono considerare "normali" le attenzioni che ricevono dai pedofili se questi ultimi riescono a presentargliele in modo sufficientemente furbo. Anche le donne che si trovano in una difficile condizione socio-economica o che hanno poca convinzione in se stesse possono accettare "liberamente" di continuare a vivere con un uomo che le picchia ripetutamente. Anche le masse popolari dell'Occidente possono credere convintamente che la loro società sia bella, buona e giusta anche se è più che altro uno schifo (un esempio particolarmente efficace è quanto descritto negli Usa prima della contestazione giovanile dei tardi anni '60 da Marcuse in "L'uomo a una dimensione"). Anche gli schiavi neri di un paio di secoli fa potevano considerare sostanzialmente normale la loro situazione (come il celebre zio Tom della letteratura statunitense). Potrei proseguire a lungo. E ogni volta, quando gli abusati, i maltrattati, gli sfruttati, gli schiavizzati si accorgono della loro posizione succube e fino a quel momento subalterna e cominciano a "sollevarsi" e a cambiar strada, i loro violentatori, maltrattatori, sfruttatori, padroni, ecc. potrebbero commentare: "Ma fino a ieri vi andava bene come stavano le cose.... Cosa avete da protestare e contestare...? Io vi ho sempre voluto bene e ci ho sempre tenuto a voi.... E anche voi avete sempre creduto in me....". Il succo è: quale autentica coscienza di sé e delle varie forme possibili di società avevano gli "homines sovietici" (incluse le donne ovviamente) di 50-60-70 anni fa...? Erano davvero coscienti di ciò o erano semplicemente immersi in una routine, in un'abitudine, in una sorta di manipolazione culturale di massa in modo speculare alle masse lavoratrici statunitensi descritte da Marcuse.... Se le malefatte di Stalin hanno avuto bisogno di venir rese pubbliche nientepopodimeno che da un Congresso del partito (e in mezzo a un gran scarmazzo, come direbbe in siculo Camilleri), vuol dire che durante l'epoca di Stalin la dirigenza del partito era stata molto brava a celarle per decenni alla grande maggioranza degli "homines sovietici", che quindi ignoravano molte cose fondamentali della loro società. E non è questo un fenomeno paragonabile p.es. alle malefatte della CIA tenute il più possibile nascoste alla popolazione statunitense per decenni...? Si potrebbe proseguire molto a lungo, ma non credo sia necessario o utile. In breve, quello che hai scritto a partire dall'immagine del duràk non dimostra niente di veramente positivo SUL PIANO POLITICO a proposito degli "homines sovietici" e, se a questo si mettono di fianco le ampie proteste popolari anti-URSS emerse ciclicamente decennio dopo decennio nei vari paesi del patto di Varsavia e i comportamenti elettorali della gente di TUTTI questi paesi dopo il 1989, ne emerge che, da un lato, in Russia prima dell'epoca del duràk c'era politicamente nelle cosiddette masse un orizzonte culturale per lo più inconsapevole e abitudinario, oltre che rassegnato al ruolo ubiquitario della polizia politica e allo spirito delatorio da essa stimolato e promosso, e, dall'altro lato, nei "paesi satelliti" la logica dell'URSS era più tollerata che condivisa e ha generato nel complesso più insofferenza che apprezzamento. Altrimenti non sarebbe saltato tutto in aria così rapidamente e così totalmente. Ripeto che questo non lede né il piano umano, che può essere stato di grande significato per molti "homines sovietici", né ovviamente le molte cose interessanti e creative che essi possono aver fatto nel frattempo su piani come quello artistico-culturale, scientifico, produttivo, ecc.. P.es., non solo le tue traduzioni sulla pianificazione appaiono ricche di potenzialità e possibili sviluppi, ma anche una cosa molto più semplice come il testo della canzone che hai appena postato lo trovo molto carino e carico di quell'entusiasmo che si può trovare nella migliore fantascienza, dai romanzi di Asimov all'album "Blows against the empire" di Paul Kantner & Grace Slick (dei Jefferson Airplane, cose di quasi 50 anni fa) e alle misteriose conclusioni delle tradizioni pellerosse raccolte nel "Book of the Hopi". Grazie per questo stimolante dialogo. Un abbraccio, l.
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#13 Luca Benedini 2019-01-07 15:01
A Luciano Pietropaolo.
Ehi, dove vivi, nel paese di Mary Poppins? Nell'Inghilterra vittoriana? In qualche collegio di frati pruriginosi? Non hai mai letto nient'altro che "L'Osservatore Romano"? Sei terrorizzato dal senso del peccato collegato al cosiddetto "Sesto Comandamento" nella sua versione manipolata inserita nel catechismo cattolico? ..."Volgarità, vergogna, sfrontatezza, disprezzo, offese volgari e indecenti, bieche allegorie sessuali, ignoranza, pregiudizio, rancore, sozzure, galattiche mistificazioni".... Sì, mi sembra un'ottima idea che tu rinunci a scrivere, almeno finché non diventi un po' più adulto e più capace di muoverti creativamente tra i diversi registri della comunicazione umana. Io non ho offeso proprio nessuno. Sei tu che prendi l'ironia e il gioco per tutt'altro. Perché non chiedi consiglio a Eros Barone e Mario Galati, che, anche se a quanto pare la pensano esattamente come te su molte cose, sono anche molto più scafati? Potranno certo aiutarti a comprendere i vari piani di lettura di una frase...
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#12 Luciano Pietropaolo 2019-01-06 10:27
Benedini ha scritto:

“ I lavoratori cinesi sono contenti e felici dei miliardi che guadagnano i loro "capi" e festeggiano ogni nuovo miliardo meglio di come noi festeggiamo uno scudetto nel calcio. Poi tornano ai loro cubicoli abitativi cantando allegri, e lodando ad alta voce la catena di montaggio e i lunghi e duri orari di lavoro (che in quanto lunghi e duri vengono anche paragonati alla sessualità generando grande soddisfazione in tutti i lavoratori e le lavoratrici, perché pensano di passare la giornata amoreggiando).”

Sono francamente sbalordito dalla volgarità di queste affermazioni e mi vergogno che un mio concittadino abbia avuto la sfrontatezza di pubblicarle. Dico questo perché, guarda caso, in questi giorni mi trovo proprio in Cina, a Sanya (isola di Hainan, estremo sud del paese) e vedo i cinesi intorno a me, molto indaffarati, certo, ma sempre sereni e ottimisti, che riempiono le strade di auto a tutte le ore, affollano i ristoranti, ballano in gruppo nei parchi, ascoltano musica, portano a spasso i bambini e si sdraiano sotto le palme di fronte al mare.
Contro questo popolo Benedini si scaglia con disprezzo offendendoli nel modo più volgare e indecente, ricorrendo alla più bieca allegoria sessuale. A cosa può portare l’ignoranza, il pregiudizio e il rancore!
Spero vivamente che nessuno di loro abbia occasione di leggere queste sozzure, non se le meritano, loro che hanno per il nostro paese una ammirazione certamente infondata ma sincera e sono più che mai aperti al mondo, ma è il mondo che, a quanto pare, si chiude davanti a loro.
Questo è l’ultimo commento che faccio, non vale la pena di perdere tempo, ringrazio Eros Barone e Mario Galati per aver contribuito insieme a me a smascherare queste galattiche mistificazioni
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#11 Mario Galati 2019-01-05 21:07
Devo dire che l'intenzione sarcastica di Luca Benedini gli ha ha fatto azzeccare delle cose giuste. Per es., la Cina è forse l'unico paese al mondo dove la superficie forestale si va estendendo e non diminuendo e i salari operai sono cresciuti ai livelli di alcuni paesi europei; il rapporto Kruscev al XX congresso del 1956 è collocabile ad un livello più infimo di un cartone animato realizzato a Hollywood; e i giornali e le tv occidentali pagati dalla CIA sono stati molto efficaci se la storia mondiale e la lotta rivoluzionaria (non la passeggiata dell'amore che contagia il mondo) sono ancora tratteggiate in certi termini.
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#10 Luca Benedini 2019-01-05 13:27
Va bene. Gorbaciov è stato un idiota e, da solo, ha fatto cadere per perfidia e dietro compenso del capitalismo occidentale una solidissima società "sovietica" (in cui non è affatto vero che i soviet siano contati qualcosa solo per qualche settimana nel 1917, come affermano i giornali prezzolati dell'imperialismo americano, ma hanno sempre avuto in mano "Tutto il potere" in base alla famosa parola d'ordine proclamata da Lenin in quel 1917...). Gli abitanti dell'ex-UnioneSovietica e dei paesi del "Patto di Varsavia" sono diventati tutti analfabeti, o meglio dislessici, dopo il 1989 a causa dell'inquinamento provocato dalle industrie capitalistiche - mai conosciuto prima in quei paesi, precedentemente famosi per il loro "ambiente pulito", come è ancora oggi la terra di quei fortunati dei cinesi - e hanno votato Eltsin e Putin in Russia, Orban in Ungheria, ecc. credendo di reclamare il ritorno del "socialismo reale". I lavoratori cinesi sono contenti e felici dei miliardi che guadagnano i loro "capi" e festeggiano ogni nuovo miliardo meglio di come noi festeggiamo uno scudetto nel calcio. Poi tornano ai loro cubicoli abitativi cantando allegri, e lodando ad alta voce la catena di montaggio e i lunghi e duri orari di lavoro (che in quanto lunghi e duri vengono anche paragonati alla sessualità generando grande soddisfazione in tutti i lavoratori e le lavoratrici, perché pensano di passare la giornata amoreggiando). Non è vero che i russi stessi hanno reso noto dopo la morte di Stalin una grande serie di sue nefandezze più o meno criminali che hanno stupito il popolo dell'URSS e dei paesi suoi alleati (il quale invece in gran parte aveva creduto a quanto Stalin gli raccontava mentendo quotidianamente) e che hanno fatto diminuire un bel po' l'amore che il popolo stesso aveva per Stalin prima di sapere un po' meglio come stavano le cose. Tutti i racconti oggi diffusi su questa vicenda sono frutto di un film a cartoni animati realizzato a Hollywood alla fine del 1956 e spacciato per il resoconto di un recente Congresso del PCUS grazie all'aiuto di giornali e tv occidentali che - pagati da Eisenhower e dalla CIA - hanno confermato la veridicità di quei cartoni animati facendo sì che infine ci credessero anche le masse dell'Occidente, incapaci di sottrarsi a questa manipolazione mediatica. Non è vero che il PCUS e il PCC hanno spesso litigato profondamente: anche questa è una falsa diceria diffusa dai media occidentali sfruttando l'attenzione che decenni fa circondava i campionati mondiali di ping-pong. Non è vero che Lenin lasciò un "testamento politico" in cui avvertì che Stalin era troppo pericoloso e grossolano per continuare a occupare posti di grande importanza nel partito. Si tratta di una velina di "Striscia la notizia", a cui l'Occidente ha creduto subito grazie alla sua avvenenza. In Ungheria nel 1956, in Cecoslovacchia nel 1968, ecc., tutti gli abitanti vennero portati via segretamente dalla CIA e sostituiti con soldati dei paesi occidentali che partecipavano ad un'esercitazione in incognito per cercare di far cadere l'URSS. Quando poi i carri armati russi ottennero eroicamente la vittoria, pian piano molti degli abitanti originali vennero riportati nottetempo nelle loro case, anche perché i soldati occidentali si stavano stufando della vita noiosa nei paesi del "Patto di Varsavia". Marx ed Engels soffrivano di kautskysmo inconsapevole, come mostrano inequivocabilmente la prefazione a "Per la critica dell'economia politica", di Marx (del 1859), e la prefazione che i due loschi figuri hanno scritto per l'edizione russa del 1882 del "Manifesto". Non è vero che sempre quei due figuri facessero politica, fossero filosofi (tanto meno "dialettici" e antidogmatici) e parlassero nel corso di riunioni; in realtà erano due killer che passavano la giornata ad esercitarsi nel tiro a segno con la pistola e con il fucile e nei week-end organizzavano insurrezioni armate qua e là nel mondo, indifferentemente in paesi industrializzati o contadini, e quando parlavano si limitavano a dare ordini e non ascoltavano mai nessuno. Stalin fu il loro figlio segreto - unico a conoscerli veramente - e Pol Pot il loro nipote segreto, che cercò inutilmente di riprendere il loro cammino (perché troppo presto fu fermato dalla controrivoluzione imperialista occidentale e dai suoi sgherri prezzolati, sennò avrebbe liberato l'intero mondo dai limiti della cultura piccolo-borghese). Ecco qua. Finalmente la verità storica è ristabilita...! Non se ne poteva più di vivere in mezzo all'ignoranza, succubi dei mille inganni della propaganda kautskysta pagata dagli americani...!
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#9 Luciano Pietropaolo 2019-01-04 07:18
L’autore, senza contestare sostanzialmente le mie critiche, alla fine non fa altro che rilanciare a mo’ di clava l’argomento “democrazia” che i dittatori comunisti (tutti indistintamente) hanno calpestato e calpestano per incontenibile cupidigia di potere. Non posso dilungarmi su come la democrazia possa essere declinata nei diversi luoghi e nelle diverse epoche, però voglio sottolineare l’astrattezza dell’affermazione: “…quanto alla statizzazione dei mezzi di produzione..(a cui egli non è contrario in linea di principio!) mi piacerebbe che le masse popolari potessero scegliere se farla o no e partecipare intensamente a concretizzare la loro scelta, qualunque essa sia…” Ricordo che qualcuno (che non era un “dittatore”) affermò che il metodo marxista consiste “nell’analisi concreta di una situazione specifica”: esattamente il contrario della opzione sopra citata. Siccome si tratta (parliamoci chiaro!) di espropriare la borghesia, mi domando quale sia il metodo “democratico” e “partecipativo” col quale compiere questo atto (pardon, questo delitto!): pensate a quel che succede in Venezuela…Maduro sta seguendo le orme di Stalin e di Castro? Oppure quelle di Allende o di Lula? Terze vie (Chapas a parte…) non se ne vedono, ma comunque avremo da imparare! In regime capitalistico, dove la proprietà privata è sacra e vige incontrastato il “latifondo mediatico” le “libere elezioni” sono quasi sempre un gioco truccato, dal momento che, per dirla con Marx, “le idee dominanti sono le idee della classe dominante”. Viceversa, quando le idee dominanti sono quelle del proletariato al potere, le cose cambiano: in Russia ai tempi del primo e del secondo piano quinquennale, le masse popolari appoggiavano con entusiasmo il nuovo corso, si veda la testimonianza oculare di Beatrice e Sidney Webb, che non pure erano comunisti! Gli operai seguivano gli indici che segnavano il raggiungimento degli obiettivi fissati dal piano con una passione e una partecipazione, che invece in Occidente si riscontrava solo per l’andamento dei campionati di calcio! Altro che apatia o assenza di coscienza di classe! Ma forse il Nostro converrà che la “democrazia” e le “libere elezioni” in regime capitalistico non sono un principio assoluto, come le stelle fisse nel cielo stellato: rammento allora che sempre e ovunque la controrivoluzione segue come un’ombra la rivoluzione e l’esito di questa lotta mortale (a partire dalla Comune di Parigi, anzi ancor prima dal “Terrore” di Robespierre) non si decide a tavolino o in parlamento, perché in realtà la politica è “merda e sangue” (lo l’appresi dal socialista Rino Formica, non conosco l’autentica paternità di questo detto) quindi leviamoci la benda dagli occhi e impariamo a vivere e lottare nel mondo in cui ci è toccato di vivere, non in quello in cui desidereremmo vivere.
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#8 Paolo Selmi 2019-01-04 00:03
Caro Luca,
Proseguo sul filo del tuo ragionamento. Facciamo un salto di mezzo secolo (teniamoci larghi) e lasciamo perdere, per un attimo, l'Occidente capitalistico e il cosiddetto Terzo mondo. Non mi interessa entrare nel merito neppure di queste categorie perché, da questo punto di vista, ritengo decisamente più lungimirante e valido il punto di vista di un certo Yves Lacoste ("Geografia del sottosviluppo") rispetto, per esempio, a quello di Samir Amin, nella discussione che li vide coinvolti mezzo secolo fa. Il secondo riproduceva uno schema ancora "geografico", Sud contro Nord, per intenderci, mentre il primo parlava già di Nord nel Sud e di Sud nel Nord: dico "già" perché oggi il fenomeno appare decisamente più evidente, con periferie degradate e popolate da sottoproletari "brutti, sporchi e cattivi" a ridosso di quartieri residenziali esclusivi distribuiti lungo tutto l'arco delle terre emerse.
Parliamo di un modo di produzione dove la borghesia era stata abolita in quanto erano stati aboliti gli stessi presupposti materiali della sua esistenza in quanto classe. "Kapital" sopravviveva come termine in alcune parole composte come "kapitalovlozhenie" (investimento di fondi), nulla più.
Parliamo di una situazione inedita e, per certi versi, mai più ripetutasi nella Storia: quella di un'economia intesa come un complesso organismo vivente mosso in maniera consapevole e armonica verso la propria crescita, la propria maturazione.
Col passare dei decenni, in un contesto del genere si danno per scontate tante cose. Anche noi, nel nostro piccolo, dovremmo saperne qualcosa: diamo per scontata la nostra libertà, senza più pensare al sangue versato da chi ha lottato perché ce l'avessimo, perché si compisse quella "liberazione" di cui la "libertà", per l'appunto, è il frutto. Un cittadino sovietico della mia età poteva sentire dai nonni, se era fortunato di averli e non annoverarli invece tra i 20 milioni di morti per mano nazifascista, racconti sulla Grande guerra patriottica, per l'appunto, ma non sulla "lotta di classe". La dico tutta, un cittadino sovietico si sentiva già proiettato nel futuro, perché il suo era un sistema più evoluto e, pertanto, più in alto di un gradino rispetto a quello presente nel resto del mondo.
Può piacere o no, ma nessun cittadino sovietico, fino a tutti gli anni Settanta del secolo scorso, pensava seriamente che potesse mai ritornare il capitalismo in URSS. Si era tutti "a 14 minuti dal decollo", parafrasando una canzone coeva tratta da un film che oggi farebbe loro sorridere (o piangere per la nostalgia):
Заправлены в Fissate sulle
планшеты tavolette
Космические карты, le carte cosmiche,
И штурман уточняет e il navigatore mette a punto
В последний раз per l'ultima volta
маршрут. la rotta di marcia.
Давайте-ка, ребята, Forza ragazzi,
Споёмте перед cantiamo prima
стартом, del decollo
У нас ещё в запасе, abbiamo ancora
Четырнадцать минут. 14 minuti
Я верю, друзья, Io credo, amici
Караваны ракет in carovane di razzi
Помчат нас вперёд che ci spingeranno avanti
От звезды da stella
до звезды. a stella.
На пыльных тропинках Sui polverosi sentieri
Далёких планет di pianeti lontani
Останутся resteranno
Наши следы. le nostre tracce.
E invece si era a 14 minuti dal baratro. Il crollo, il tradimento della futura élite di oligarchi, colse tutti impreparati. Una valanga che equivalse non a una sconfitta normale, ma al fallimento di un modello di società, di economia, di vita. "Duràk" (stupido) era chi dopo pensava ancora come allora, duràk perché non capiva che aveva trionfato l'unico modo di produzione possibile, duràk perché l'unica legge valida era quella dei soldi facili, del successo, della giungla, duràk era quindi anche quell'operaio che lavorava senza prendere lo stipendio pur di tenere aperta la fabbrica, duràk l'insegnante che non sapeva neppure lui cosa insegnare, duràk chi studiava 10 anni di conservatorio per poi andare a lavare i piatti nei ristoranti. Duràk è il titolo di un film del 2014, dove il giovane protagonista decide di essere un fallito, quindi uno stupido, come suo padre.
https://www.youtube.com/watch?v=cy0CgeWWW1w
Distribuzione in Italia, purtroppo, nulla. Nella battuta finale del trailer che ti ho girato qui sopra dice: "Viviamo come maiali e muoiamo come maiali solo perché ormai noi tutti siamo nessuno l'uno con l'altro!" (Мы живём как свиньи и дохнем как свиньи только потому, что мы друг другу никто!)
Questo film non sarebbe stato possibile nel 1992, il degrado di vent'anni di restaurazione completa del capitalismo lo rese invece estremamente realistico. Ecco quindi che questa lenta, inesorabile, progressiva degradazione, insieme a un ricambio generazionale di giovani sempre più distanti da cose che non hanno vissuto mai, ci porta anche a una riflessione su cosa è quello che definisci "umanesimo". Lo so, lo capisco benissimo: quello che voglio dire è che però non è un qualcosa che nasce dal di dentro. Meglio, non nasce solo dal di dentro. Altrimenti non ci si spiegherebbe come mai allora ce n'era di più (oggi nessun collettivo di operai terrebbe una fabbrica in piedi gratis per mesi), oggi, molto di meno. Non andiamo tanto lontano. Basta sfogliare il rapporto Censis su un'Italia progressivamente più "incattivita" (http://www.censis.it/7?shadow_comunicato_stampa=121184) per capire che è una condizione generalizzata. La stessa, sempre maggiore, breccia nell'elettorato di idee che sarebbero state stigmatizzate pochi decenni fa come disumane, razziste, xenofobe, fasciste, è un segnale in questo senso inquietante. Ormai, nei panni del campesino Juan di Giù la testa, ci stiamo finendo sempre di più. E siamo sempre di più brutti, sporchi e cattivi. E stiamo rendendo il pianeta sempre più brutto, sporco e invivibile. E abbiamo sempre bisogno di nuove vittime contro cui azionare ruspe, alzare fili spinati, esercitare un po' di quella violenza che è l'unica cosa rimasta di gratuito su questo pianeta.
Colleghiamo questo regresso con la fine dell'URSS e la contemporanea fine dello "Stato sociale" nell'occidente capitalistico, ovvero con la fine dei presupposti su cui si reggeva il dazio che il capitale aveva storicamente deciso di pagare per evitare che "si facesse come la Russia", e il quadro assume toni ancora più cupi e foschi. Perché fa intuire come la caduta sia ancora in corso e il fondo sia ancora da toccare.
Brutto da dire il 3 di gennaio ormai 4, ma al panettone dubito che ci arriveremo meglio di adesso.
Ciao
Paolo
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#7 Mario Galati 2019-01-03 19:20
E già. Si può essere kautskiani senza saperlo, così come si può essere inconsapevolmente tradeunionisti e spontaneisti allo stesso tempo; psicopatologi e moralisti, pensando di essere storici; liberali, pensandosi marxisti (è bello classificare organizzazioni e tendenze politiche senza chiedersi qual è la loro base sociale di classe); mettere in un mazzo indistinguibile la teoria della successione storica delle formazioni economico-sociali e la teoria della rivoluzione socialista, cancellandone le peculiarità, a causa di un determinismo economicistico spacciato per marxismo (si dimentica sempre che il proletariato è una forza produttiva e che la sua maturazione soggettiva rivoluzionaria, dinanzi ai problemi ed alle contraddizioni non risolvibili dal capitalismo, è anche maturazione delle condizioni oggettive per il passaggio al socialismo. Volenti o nolenti, il processo non è spontaneo, naturale e pacifico. In nessun momento ci sarà il giusto punto di maturazione, secondo il quale il potere e i mezzi di produzione passeranno dai capitalisti ai proletari naturalmente e pacificamente. A meno che l'autore dell'articolo non si attenda un passaggio di potere economico dai capitalisti ai proletari simile al processo del passaggio di potere dalla nobiltà feudale alla borghesia. Ciò significherebbe attendersi che i proletari divengano molecolarmente proprietari dei mezzi di produzione (magari rinnovati e in forma cooperativa concorrenziale con l'impresa propriamente capitalistica, fino a prenderne il sopravvento. V., per questo secondo aspetto, più Mazzini che Marx-Engels), cessando, così, di essere proletari. In pratica, avremo l'estinzione dell'impresa capitalistica, anche con l'aiuto del consumo critico. Pare di capire che, oltre che della violenta rivoluzione sociale, non ci sarà bisogno neppure della violenta rivoluzione politica, come la Rivoluzione Francese. Sarà il regno dell'amore, preconizzato scientificamente da Marx ed Engels).
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