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scenari

Donne, razza e classe

Ginestra Bacchio intervista Cinzia Arruzza

angela fro1In occasione della recente uscita in Italia di un classico del femminismo contemporaneo come Donne, razza e classe di Angela Davis (trad. it. di M. Moïsee A. Prunetti, a cura di C. Arruzza, Edizioni Alegre, Roma 2018, 304 pp.) abbiamo colto l’opportunità di porre alcune domande sul libro alla curatrice dell’edizione italiana, prof.ssa Cinzia Arruzza, attualmente Associate Professor of Philosophy presso la New School for Social Research di New York.

* * * *

D: Il testo di Angela Davis da lei recentemente curato in edizione italiana, Donne, razza e classe, è stato pubblicato per la prima volta in America nel 1981. Come lei stessa attesta nell’Introduzione, il suo nucleo programmatico era già contenuto e in parte delineato nell’omonimo articolo che la Davis scrisse durante la sua prigionia nei primissimi anni ’70. Il periodo storico in cui quest’opera è stata elaborata è quindi, non solo temporalmente, estremamente distante da quello odierno. Secondo lei è corretto rapportarsi a quest’opera esclusivamente come importante documento storico femminista o in esso è ancora possibile ritrovare delle linee guida per interpretare un contesto storico e sociale come il nostro?

R: Il libro di Angela Davis ha rappresentato uno dei testi fondativi del femminismo nero e, a partire dagli anni ’90, del femminismo dell’intersezionalità. In questo volume Davis offre una ricostruzione storica e un’interpretazione della nascita e dello sviluppo del femminismo statunitense, a partire dall’emergere del movimento suffragista e dei suoi rapporti con l’abolizionismo. All’interno di questa ricostruzione Davis analizza alcuni momenti chiave che determinarono frizioni e rotture tra il movimento femminista e il movimento Nero di liberazione e, soprattutto, tra un certo femminismo liberale bianco e gli interessi e i bisogni della grande maggioranza delle donne di colore e di classe lavoratrice.

Da questo punto di vista, sarebbe sbagliato considerare questo volume come un mero documento storico che non abbia molto da dire sul nostro presente. Al contrario, Davis ci offre una diagnosi penetrante delle impasse del femminismo liberale bianco che contiene delle lezioni importantissime per la nuova ondata femminista che si sta mobilitando dall’America Latina alla Polonia da due anni a questa parte. Questa nuova ondata femminista sta operando un importante rinnovamento del femminismo a livello internazionale. In primo luogo perché, adottando lo sciopero come forma non solo di lotta, ma di politicizzazione e soggettivazione, ha messo al centro il lavoro delle donne, la sua organizzazione sociale e il suo sfruttamento all’interno del capitalismo neoliberista, rompendo con un certo femminismo dell’auto-promozione individuale, del ‘farsi avanti’ o della ‘donna in carriera’. In secondo luogo, perché – essendo emerso a partire da paesi del Sud del mondo e dell’Europa dell’Est e avendo assunto da subito un carattere transnazionale – il movimento ha messo in luce il nesso tra oppressione delle donne, politiche migratorie, guerra e neocolonialismo. Quest’ultimo aspetto è estremamente rilevante nel contesto europeo, dove un settore del femminismo ha sfortunatamente accettato – per usare un’espressione di Nancy Fraser – di fare da ‘ancella’ dell’islamofobia. All’interno di questo contesto, la pubblicazione di una nuova traduzione italiana del libro di Davis rappresenta un’occasione importante di riflessione per il movimento italiano e offre degli strumenti fondamentali per evitare di commettere gli stessi errori del passato e per ragionare su come sviluppare in Italia un femminismo antirazzista e di classe. Questo, ovviamente, non vuol dire sovrapporre meccanicamente il contesto statunitense descritto da Davis e il nostro: commetteremmo un errore madornale, ad esempio, se provassimo a leggere il razzismo istituzionale italiano negli stessi termini del suprematismo bianco e del razzismo istituzionale statunitense. Si tratta piuttosto di raccogliere l’invito di Davis a storicizzare, a evitare di proporre formule astratte basate, ad esempio, su un presunto universalismo che altro non è che universalizzazione del proprio particolare e a comprendere il proprio presente comprendendo i processi storici contingenti che lo hanno determinato.

 

D: Come si legge nell’Introduzione al libro, la Davis ha portato avanti (sia come militante che come intellettuale) una visione inclusiva del femminismo. In tutto il testo, in effetti, le varie diversità sembrano venire affrontate con lo spirito di chi crede che chiarire e storicizzare le divergenze (e non ignorarle completamente) sia l’unica strada percorribile ai fini di pervenire a un’uguaglianza reale e per acquisire un autentico approccio universalista. Crede che il femminismo odierno si sia attenuto a questa ‘lezione’ o se ne sia discostato?

R: Il femminismo, ovviamente, non è una corrente politica o di pensiero omogenea, dunque non è possibile fornire una risposta univoca a questa domanda. Porrei la questione in questi termini. Ci troviamo a doverci muovere su un crinale molto sottile che separa due approcci opposti, ma speculari, alla questione dell’universalismo e dell’identità. Un approccio è quello giustamente criticato dalle femministe antirazziste e che consiste, come accennavo prima, in un falso universalismo, sostanzialmente fondato su una universalizzazione del proprio particolare: si tratta di un universalismo astratto e vuoto, che in Europa e in Italia ha causato danni gravissimi. Basti pensare, ancora una volta, ai dibattiti sull’uso del velo in luoghi pubblici, in cui un settore del femminismo istituzionale e liberale, ma purtroppo anche del femminismo radicale e di sinistra, si è schierato a favore di bandi e divieti ‘in nome dei diritti delle donne’, contribuendo in questo modo alla crescita dell’islamofobia e a peggiorare le condizioni di vita delle donne musulmane in Europa. Consiglio a questo proposito la lettura del recente volume di Sara Farris, In the Name of Women’s Rights. L’altro approccio, invece, consiste in una certa forma di ‘identity politics’, diffusasi soprattutto negli Stati Uniti, ma che sta arrivando anche in Europa, che attenendosi all’imperativo del non parlare a nome di altri, rende estremamente difficili percorsi collettivi e universalistici di liberazione e nel migliore dei casi interpreta la solidarietà come alleanza estrinseca tra unità distinte caratterizzate da ‘identità’ cristallizzate. L’aspetto paradossale di questi due approcci è che, pur essendo contrapposti, radicalizzano entrambi il ‘partire da sé’. Nel primo caso si prende il sé, e cioè la propria esperienza di oppressione e i propri percorsi di liberazione, come universali e li si sovrappone pedissequamente alle esperienze e condizioni altrui. Nel secondo caso si riconosce la particolarità della propria condizione, ma si prende il sé, la propria esperienza e identità come l’orizzonte ultimo della propria azione e della propria riflessione. Per rendere la questione più concreta, questo è l’approccio che rischia di condurre in Italia a discussioni a mio avviso paradossali, come quella sulla legittimità o meno da parte di un movimento formato quasi esclusivamente da donne bianche e italiane, di dotarsi di strumenti organizzativi miranti a un intervento sulla questione migranti. Il libro di Davis, così come la sua biografia intellettuale e militante, ci offre un’alternativa a questi due approcci, un’alternativa basata sull’‘uscire da sé’. Basti pensare al ruolo svolto in anni recenti da Davis nella connessione tra movimento Nero di liberazione e resistenza palestinese. Interpreto anche in questo senso l’invito che Davis ci rivolge a fare lo sforzo di storicizzare, a conoscere i processi storici specifici attraverso cui si sono costituite le varie forme di oppressione e che hanno condotto alla formazione di soggettività specifiche, e a conoscere la storia dei nostri stessi movimenti e delle loro impasse e divergenze. Non si tratta di cadere in posizioni relativistiche, ma piuttosto di provare a superare un certo provincialismo della mente e dunque della nostra azione politica in quanto femministe.

 

D: Per chi, come me, si avvicina in questi anni alla figura di Angela Davis è facile chiedersi come sia riuscita a sopravvivere alla mitizzazione mediatica del suo personaggio, circostanza che non la accomuna a molti nomi nella storia recente. Secondo lei quanto i suoi studi in filosofia, il suo rapporto con la Scuola di Francoforte e, in particolare, con la figura di Marcuse, hanno inciso nel fornire alla Davis la levatura intellettuale e umana necessaria per continuare a farsi interprete del suo tempo e a non arrestarsi nel suo percorso di studiosa?

R: Marcuse ha svolto certamente un ruolo importante nella biografia intellettuale e politica di Davis. Nella sua autobiografia Davis descrive il proprio incontro con Marcuse a Brandeis, il periodo di studi a Francoforte con Adorno e il suo rapporto politico e intellettuale con Marcuse una volta tornata in California: si tratta di momenti e fattori fondamentali del suo percorso formativo. Nel documentario Herbert’s Hippopotamus –Marcuse and Revolution in Paradise (1996), ad esempio, Davis ha dichiarato che è stato Marcuse a insegnarle a essere ‘un’accademica e un’attivista, una studiosa e una rivoluzionaria’, e dunque a tenere insieme riflessione teorico-politica e attivismo politico. Al tempo stesso, penso che l’influenza intellettuale di Marcuse e gli studi di filosofia siano insufficienti a spiegare la coerenza politica del percorso di Davis. Non sto facendo riferimento qui alle singole posizioni politiche assunte da Davis in momenti e circostanze specifici (con alcune delle quali sono peraltro in disaccordo). La coerenza di cui parlo è quella di chi non ha mai oscillato o esitato nello scegliere di stare dalla parte degli oppressi e degli sfruttati, quella coerenza che contribuisce all’enorme statura di Davis nell’immaginario collettivo. Cosa ci motiva a persistere nella lotta dipende spesso da una molteplicità di fattori e di esperienze, dalle persone che abbiamo incontrato, insieme alle quali abbiamo lottato, che abbiamo visto imprigionate o uccise, così come dal modo in cui riflettiamo sulle nostre esperienze e il nostro vissuto. Da questo punto di vista, penso che la lettura dell’autobiografia di Davis ci restituisca la complessità di quel processo di formazione personale, intellettuale e politica che avrebbe determinato l’orientamento futuro del suo percorso biografico.

 

D: Uno degli intenti del libro, sempre partendo dalla sua Introduzione, è quello di rivendicare il ruolo delle donne nella rivolta antischiavista di fronte ai tentativi di far passare come più acquietata la figura femminile all’interno della schiavitù. In questo senso gli ‘avversari’ teorico-politici della Davis sembrano essere gli stessi attivisti neri, i quali asserivano anche che il ruolo meno subordinato che la donna aveva sperimentato durante lo schiavismo avesse formato un modello di femminilità nera castrante. La battaglia femminista, in quegli anni di forti rivendicazioni civili, si doveva scontrare insomma con altre istanze ritenute più ‘urgenti’ dai compagni di lotta uomini. Chiunque abbia frequentato circoli politici, non solo negli anni ’60-’70, sa quanto paradossalmente molto spesso proprio gli ambienti progressisti siano concretamente ostili alle battaglie femministe. Sembra quasi, oggi come ieri, che il primo vero nemico sia ‘in casa’. Quali sono secondo lei le ragioni profonde di questo strano fenomeno che, a dispetto dei tanti mutamenti sociali avvenuti, non cessa tuttavia di ripresentarsi?

R: Non parlerei di ‘avversari’ o di ‘nemici’: Davis stessa nella sua autobiografia li chiama ‘brothers’. Si tratta spesso di compagni di lotta, anche laddove Davis esprime un fortissimo dissenso. Sottolineo questo aspetto perché, ancora una volta, l’approccio di Davis può essere una fonte di ispirazione. Persino quando rappresentano momenti di rottura della continuità storica, i movimenti sociali e politici non rompono magicamente con i pregiudizi, le dinamiche psicologiche, il senso comune e le gerarchie esistenti al livello dei rapporti sociali. Questo vuol dire, molto concretamente, che sono tendenzialmente contraddittori: le Black Panthers, ad esempio, sono state giustamente criticate per le loro tendenze e pratiche sessiste, incluse istanze di violenza sessuale, ma al contempo portarono avanti parole d’ordine avanzate in termini di liberazione di genere e videro il protagonismo di decine di donne nella direzione di progetti e sezioni locali. Ovviamente non bisogna prendere quest’osservazione come una giustificazione: al contrario, il conflitto anche all’interno dei movimenti sociali e delle organizzazioni politiche di cui si fa parte è spesso l’unico modo efficace per avviare un processo di trasformazione interna che porti a superare il più possibile atteggiamenti e pratiche sessiste o razziste. Si tratta, piuttosto, di prendere seriamente la celebre osservazione di Marx all’inizio del Diciotto Brumaio: ‘Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione’. Insomma, o si accetta di operare all’interno di contraddizioni o si insegue un ideale di purezza difficilmente realizzabile. Credo che Angela Davis ci suggerisca la prima alternativa.

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#1 Eros Barone 2018-06-09 14:56
Una sera di pochi anni fa - era la fine dell'estate -, organizzato dalle associazioni Italia-Cuba e Italia-Nicaragua, si svolse in un circolo Arci di Savona un incontro con Angela Davis. La rivolta della popolazione afro-americana di Ferguson, avvenuta in séguito all’uccisione di un ragazzo di colore da parte della polizia; l’aggressione israeliana contro la popolazione palestinese rinchiusa nella Striscia di Gaza e gli stupri nei confronti delle donne, posti a confronto in un ideale trittico delle varie forme di violenza esercitate dall’azione congiunta del capitalismo, del razzismo e del sessismo, costituirono i temi, non solo politici ma anche filosofici e antropologici, della sintetica ed incisiva ricognizione che Angela Davis sviluppò intorno alla condizione che gli sfruttati e gli oppressi vivono e soffrono “nel ventre del mostro”, laddove questa metafora, oltre ad essere il titolo del primo resoconto autobiografico che la Davis stese sulla sua esperienza di organizzazione e di lotta, qualifica in modo icastico la repressione politica, giudiziaria e carceraria esercitata dallo Stato capitalistico americano nei confronti di una militante comunista e di colore (due tratti pressoché inscindibili di quello che per la classe dominante degli Stati Uniti è il “nemico interno”).
Ricordo che nel suo ampio ed articolato intervento Angela Davis inserì, inoltre, un puntuale riferimento ad Antonio Gramsci, indicato dalla studiosa afro-americana come uno dei maggiori pensatori comunisti del Novecento. E che non fosse soltanto un accorto omaggio al pubblico italiano ella lo dimostrò con l’applicazione della metodologia gramsciana di analisi del ‘senso comune’ all’immagine pubblicitaria di un prodotto dolciario italiano (le caramelle “Moretto”), che ripropongono nella loro confezione, attraverso il viso di un ‘negretto’ africano, l’immaginario colonialista e razzista risalente all’epoca mussoliniana. Al termine dell’incontro, svoltosi in un clima caratterizzato da grande attenzione e, a tratti, da vivo entusiasmo, due domande poste dal pubblico riassunsero il significato di un evento che non si dimentica. La prima concerneva le forme della protesta e il loro cambiamento rispetto ai decenni degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, in cui si snodò, tra i ghetti, il “Black Panther Party”, il partito comunista, l’università e il carcere, la drammatica esperienza di formazione umana, politica e culturale della Davis. La risposta, chiara e netta, della studiosa fu che il marxismo è la teoria scientifica che deve guidare, allora come oggi, la lotta per l’emancipazione delle classi e dei soggetti subalterni e che, rispetto al passato, occorreva usare, in funzione di tale lotta, il nuovo strumento
rappresentato dalla Rete. Ad un’altra domanda, posta da mia figlia Arianna e riguardante il modo in cui occorre operare, sul piano educativo, per combattere e sconfiggere ogni forma di razzismo, Angela Davis rispose indicando due testi, a suo giudizio fondamentali, che qui mi sembra giusto riportare a beneficio di chiunque intenda approfondire questo aspetto centrale della tematica trattata nel suo intervento dalla nostra studiosa. Si tratta del libro di Paulo Freire su “La pedagogia degli oppressi” (1968) e del saggio dello scrittore keniota Ngugi wa Thiong’o, intitolato “Decolonising the Mind: the Politics of Language in African Literature” (1986).
Un’ultima osservazione, in margine a questa cronaca di quell'incontro con la Davis, merita infine di essere qui riferita. Parlando con la signora ucraina che assisteva mia madre, potei constatare, verificando che conosceva perfettamente la Davis, ne ammirava la personalità e ne condivideva la battaglia, condotta ancor oggi “nel ventre del mostro”, contro il capitalismo e il razzismo, quanto fosse stata vasta e capillare nel corso degli anni Settanta la campagna di denuncia della repressione anticomunista e di solidarietà con la militante afro-americana sviluppata in Unione Sovietica e in altri paesi socialisti: basti pensare che nel 1978 le fu conferito da Leonid Breznev, segretario del partito comunista e capo dello Stato sovietico, il premio Lenin per la pace.
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