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scienzaepolitica

Nel segno del “Sessantotto”

di Sandro Mezzadra e Maurizio Ricciardi*

Abstract. Questa introduzione apre il numero monografico tracciando un percorso che parte dal Sessantotto per arrivare al neoliberalismo come sua risposta più articolata, senza la pretesa di darne un quadro esaustivo bensì per illuminare la complessità e la radicalità di una cesura. In questa ricostruzione il Sessantotto comincia molto prima, tanto che non è possibile stabilirne una data e un luogo d’inizio precisi. La contestazione dell’autorità, la messa in discussione del patriarcato, l’attivazione di soggetti eterogenei e spesso “imprevisti”: la critica spietata dell’esistente produce una crisi di legittimità che investe lo Stato, la società, il capitalismo e la scienza. In questo senso il Sessantotto si è dato come rivoluzione incompleta e anche per questo mai terminata

19681. Il “Sessantotto”, a cui è dedicata questa sezione di «Scienza & Politica», non può certo essere ridotto a un anno solare – e deve dunque necessariamente essere scritto tra virgolette. È cominciato molto prima di quell’anno e non è possibile stabilirne una data e un luogo d’inizio assoluti. Dien Bien Phu e la battaglia d’Algeri, l’avvio della decolonizzazione in Africa con l’indipendenza del Ghana, le poteste di Berkeley e i freedom riders nel sud degli Stati Uniti, il movimento del black power, la conferenza tricontinentale a L’Avana, le lotte operaie in Italia nei primi anni Sessanta, l’instaurazione della Comune di Shangai all’inizio del 1967, la manifestazione del 2 giugno di quello stesso anno contro lo Scià di Persia a Berlino, durante la quale la polizia uccise lo studente Benno Ohnesberg: sono solo alcune istantanee, utili per dare conto della complessità della genealogia del Sessantotto per quanto riguarda sia le sue geografie sia le sue determinazioni soggettive. La lista potrebbe continuare, e sarebbe altrettanto facile nominare alcuni momenti iconici dell’anno 1968 – dalla “battaglia di Valle Giulia” tra studenti e polizia a Roma alle barricate del Maggio parigino, dal massacro di Tlatelolco in Messico il 2 ottobre alle mobilitazioni studentesche in Polonia, Jugoslavia e Giappone, dai ghetti in fiamme dopo l’omicidio di Martin Luther King ai pugni guantati di nero alzati al cielo da Tommie Smith e John Carlos durante le Olimpiadi di Città del Messico, dall’assalto al grattacielo di Springer a Berlino alle rivolte studentesche, operaie e contadine a Calcutta e nel Bengala occidentale. E ancora: il Sessantotto è andato ben oltre la fine dell’anno solare, per esempio con il Cordobazo, la grande insurrezione di operai e studenti che destabilizzò la dittatura di Onganía in Argentina nel maggio del 1969, con la rivolta operaia in Corso Traiano a Torino, seguita dall’Autunno caldo nel 196970, con la tumultuosa crescita in tutto il mondo del femminismo, con il trionfo dei Vietcong nel 1975, con il movimento del ‘77 in Italia.

Elusivo e proteiforme sotto il profilo delle sue coordinate storiche e geografiche, il “Sessantotto” è stato tuttavia altresì un evento, che segna uno spartiacque determinando la fine del “secolo breve” e aprendo la storia del presente. La complessità delle sue manifestazioni ha contestato la specifica forma di organizzazione dello spazio globale del capitalismo (compresa la divisione tra est e ovest) emersa dopo la seconda guerra mondiale. È in questo senso che gli inizi del “Sessantotto” devono essere rinvenuti in quello che veniva allora chiamato il “Terzo mondo”, percorso da un insieme di movimenti insurrezionali che ne avrebbero alterato durevolmente il profilo costringendo le stesse forme del dominio “imperiale” a modificarsi in profondità. Il “Sessantotto” ha poi segnalato la fine di specifici regimi di produzione capitalistica e ha contestato la sottostante articolazione di produzione e riproduzione portando alla luce una composizione soggettiva del lavoro e delle lotte che avrebbe dato forma agli sviluppi dei decenni successivi. Ha fatto saltare – almeno per un momento – la grande divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, mostrando nuove combinazioni di entrambi così come un nuovo ruolo della conoscenza all’interno della produzione capitalistica di cui abbiamo fatto esperienza a partire da allora. Ha mostrato la centralità della differenza sessuale, mettendo in discussione il dominio patriarcale nelle società. Il suo momento antiautoritario ha sfidato l’ordine societario in quanto tale, destabilizzando istituzioni come la famiglia, la scuola, l’ospedale psichiatrico e mettendo in discussione i confini del politico. “Stili di vita” e immaginari sono stati investiti e radicalmente trasformati da questo insieme di movimenti, con riflessi duraturi nella cultura di massa e nelle arti visive, nel cinema e nella musica. Il “Sessantotto” ha di conseguenza aperto la strada a una ridefinizione dei poteri dello Stato e del loro rapporto con la società, mostrando i limiti della sua pretesa di produrre l’unità politica. La stessa idea di rivoluzione è stata ampliata e, allo stesso tempo, messa in tensione dal “Sessantotto”. La teoria e la filosofia, le scienze sociali e la stessa articolazione istituzionale delle “discipline” all’interno dell’università come istituzione hanno conosciuto cambiamenti profondi anche se non univoci a causa della sfida posta dal “Sessantotto”.

Considerato in quanto evento, senza dimenticare la complessità della sua genealogia e delle sue geografie, il “Sessantotto” ha aperto un nuovo “campo di esperienza” e ha stabilito nuovi “orizzonti di aspettativa”. Cours, camarade, le vieux monde est derrière toi: lo slogan del Maggio parigino coglieva un dato di realtà, anche se non necessariamente il mondo “nuovo” sarebbe assomigliato a quello che immaginava chi cercava la spiaggia sotto il pavé divelto per fronteggiare la polizia (per ricordare un altro slogan di quei giorni). Il “Sessantotto”, certo, sarebbe stato sconfitto: il comando sul lavoro e la disciplina sociale, i rapporti di potere e di sfruttamento, il patriarcato e le gerarchie globali si sarebbero riorganizzati, ma non nelle vecchie forme. E avrebbero comunque interiorizzato quello che Herbert Marcuse, qualche anno prima del 1968, aveva definito il «gran rifiuto». La «critica spietata di tutto l’esistente», evocata da Marx in una celebre lettera ad Arnold Ruge del settembre 1843, è effettivamente divenuta nel “Sessantotto” una pratica di massa, travolgendo confini che sembravano inviolabili (quelli del “privato”, ad esempio) e registrando l’attivazione di soggetti eterogenei e spesso “imprevisti”. I saggi raccolti in questa sezione della rivista ne danno conto in modo esemplare, ovvero attraverso esemplificazioni che non hanno certo la pretesa di essere “esaustive” (considerato nei termini che abbiamo proposto, il “Sessantotto” si nega per definizione a tale pretesa) ma che illuminano la complessità e la radicalità di una cesura. Ricostruendo i percorsi “atlantici” del femminismo (Raffaella Baritono), l’insorgenza naxalita in Bengala occidentale (l’intervista con Ranabir Samaddar), il sindacalismo rivoluzionario nero a Detroit (Nico Pizzolato), le origini intellettuali del ‘68 italiano (Michele Filippini) e le temporalità intrecciate del “Sessantotto” messicano (Bruno Bosteels), questi saggi compongono una costellazione di temi, di sviluppi storici e di problemi che risuonano con altri luoghi e con l’esperienza di altri soggetti.

 

2. Assumere la critica come cifra d’insieme del “Sessantotto” non significa relegare i movimenti, le pratiche e i comportamenti che lo definiscono a una dimensione meramente “negativa”, o – come oggi spesso si dice – “destituente”. Quei movimenti seppero al contrario esprimere progetti di trasformazione, prefigurarono concretamente una diversa organizzazione della cooperazione sociale, in alcune loro componenti elaborarono articolati progetti di rottura rivoluzionaria. Siamo in particolare distanti da quanti attribuiscono al “Sessantotto”, proprio in virtù della sua critica radicale dell’autorità (e in particolare del suo paradigma: ovvero dell’autorità paterna), la responsabilità dell’avvento di un narcisismo di massa nelle società occidentali o l’anticipazione di alcuni tratti fondamentali di quella che a partire dalla fine degli anni Settanta si sarebbe andata definendo come egemonia neoliberale. Una simile imputazione, anche indipendentemente dalla discussione dei suoi presupposti “valoriali”, astrae il “Sessantotto” dallo scontro politico e sociale, cancella in altre parole la sua sconfitta – che certo, come nel caso di altre cesure storiche e come mostreremo più avanti, non poté determinare un semplice ritorno all’ordine precedente. La nostra insistenza sulla critica punta precisamente a mettere in evidenza la forza con cui il “Sessantotto” prolungò la sua azione anche oltre la sconfitta (spesso determinata attraverso una violenza di cui il massacro di Tlatelolco in Messico è un’illustrazione al tempo stesso specifica ed emblematica), rappresentando un’ipoteca sui processi di complessiva riorganizzazione dei rapporti di potere tanto a livello globale quanto all’interno delle società che ne sono state attraversate e messe a soqquadro.

Sotto il profilo della composizione del “Sessantotto” (delle figure soggettive che lo incarnano), una volta che lo si assuma nella sua dimensione globale e che si ponga attenzione alla sua temporalità elastica e sincopata occorre sottolineare che nel suo insieme portò una sfida radicale alle immagini della soggettività politica che erano state storicamente elaborate dalle diverse tradizioni del pensiero democratico e rivoluzionario. Se il concetto di cittadinanza sembra incapace di contenere l’insorgenza molteplice di soggetti che ne contestano tanto le gerarchie e i rapporti di potere su cui si fonda quanto la pretesa inclusiva, lo stesso concetto di classe – come già si è accennato – viene sfidato quantomeno nelle sue rappresentazioni tradizionali da un insieme di movimenti e di rivendicazioni. L’insorgenza anticoloniale e i processi rivoluzionari nel “Terzo mondo” propongono immagini di una lotta di “popolo” in cui una molteplicità di soggetti irriducibili alla tradizionale iconografia politica della “classe operaia” (dai contadini ai poveri urbani) contendono alle élite la rappresentanza della “nazione”. Dalla Cina a Berkeley, da Berlino al quartiere latino di Parigi la rivolta studentesca collega idealmente le riflessioni di Machiavelli e Marcuse sulla predisposizione della gioventù all’innovazione e fa della soggettività un campo di battaglia e di sperimentazione – nel momento stesso in cui rompe la determinazione elitaria dell’“istruzione superiore”. Le nuove lotte operaie in Italia e in Francia fanno emergere una determinazione di parte, teorizzata in particolare dall’operaismo italiano, che si rivolge contro ogni etica e disciplina del lavoro (prefigurando i comportamenti dei giovani proletari che rifiuteranno negli anni successivi l’“ergastolo di fabbrica”). A Calcutta e in Bengala occidentale il rapporto di reciproca incitazione tra rivolta contadina e lotte universitarie porta all’incontro tra la gioventù urbana e le minoranze rurali. A Detroit e in altri poli industriali statunitensi è il black power all’esterno delle fabbriche a entrare all’interno di queste ultime e a determinare una straordinaria stagione di militanza operaia nera. Ma è il femminismo, nelle forme radicali che assume all’interno del “Sessantotto”, a portare la sfida più radicale alle immagini tradizionali della classe operaia: una volta svelato l’“arcano della riproduzione”, non è più possibile pensare una lotta di classe che non sia lotta contro il patriarcato e la differenza si installa al centro dello stesso concetto di classe.

Il femminismo è del resto una forza cruciale nel determinare un altro effetto di prim’ordine del “Sessantotto” che contribuisce a definirne tanto il campo d’esperienza quanto gli orizzonti di aspettativa: lo sfondamento dei confini del politico. La politicizzazione del “privato” determinata dal femminismo risuona in fondo (senza ovviamente coincidervi) con la politica “al posto di comando” di Mao – e soprattutto con un insieme di movimenti e di lotte che nella trama più minuta del quotidiano scoprivano rapporti di potere e matrici gerarchiche. La “liberazione della parola”, per citare Michel de Certeau, il fatto che la parola sia “presa” da soggetti eterogenei, a molti dei quali era stata strutturalmente negata, determina l’emergere di un tessuto di narrazioni dell’esperienza politica che non può essere circoscritto al politico inteso tradizionalmente: alle istituzioni rappresentative, ai partiti, al governo. È proprio la rappresentanza a essere messa radicalmente in questione da questo movimento di esondazione del politico dallo Stato. Il “Sessantotto” si ricollega da questo punto di vista a un insieme di correnti sotterranee che hanno costruito storia politica oltre (e spesso contro) lo Stato, ma fa della critica della rappresentanza un’esperienza di massa e investe ambiti che in precedenza erano stati toccati solo marginalmente dall’azione politica. Non si tratta di affermare che “tutto è politica”: il “Sessantotto” mostra semmai che il politico non può essere definito una volta per tutte, che è sempre possibile la scoperta di un rapporto di potere imprevisto (anche all’interno dei movimenti e delle organizzazioni che si battono per l’emancipazione), e che la critica di quel rapporto di potere riqualifica e allarga la portata dell’azione politica.

 

3. La critica dell’“autorità”, le cui manifestazioni più immediate si sono determinate nella contestazione delle gerarchie all’interno di istituzioni come la famiglia, la scuola, l’università, gli ospedali, i manicomi, costituisce in termini più generali uno dei fili rossi del “Sessantotto”. E si traduce nella lotta contro un insieme di dispositivi di potere (segnati in particolare dalla razza e dal genere) che agiscono sul terreno di quella che si può definire “antropologia politica” – che investono cioè la politica dei corpi e la fabbricazione della soggettività. A essere rinnovata in profondità è la tavola dei problemi fondamentali attorno a cui ogni teoria critica della politica (o, come forse può meglio dirsi, una politica della liberazione) deve misurarsi. In questo senso il “Sessantotto” costituisce materialmente una soglia, apre il tempo in cui tutt’oggi viviamo. Non certo nel senso che esista una lineare continuità tra i movimenti che riconduciamo a quell’anno e quel che è venuto dopo (secondo modalità che caratterizzano il ricorrente ritorno del fantasma dei Sixties negli USA o del ‘68 in Francia e in Italia), ma piuttosto perché l’innovazione storica che ha determinato è inscritta nei presupposti dei movimenti che si sono successivamente presentati sulla scena (anche quando, ed è il caso di quelli più interessanti, hanno affermato una radicale discontinuità). Anche sotto il profilo dell’organizzazione dei poteri costituiti, del resto, il “Sessantotto” ha a lungo agito – lo si è già detto – come una sorta di ipoteca sul loro sviluppo, a partire dall’essenziale crisi di legittimità che la «critica spietata di tutto l’esistente» agita dai movimenti ha determinato (e che ha rappresentato un tema essenziale della letteratura politologica e sociologica a partire dall’inizio degli anni Settanta).

Tale crisi ha investito una complessa costellazione che comprende la scienza, la società, il capitalismo e, infine, lo Stato. Negli anni dopo il “Sessantotto” tutti gli elementi di questa costellazione sono stati attraversati dalla loro specifica crisi di legittimità che ha imposto un processo di ristrutturazione che non può essere semplicisticamente spiegato ricorrendo alla classica coppia concettuale formata da rivoluzione e reazione. Il carattere tellurico del “Sessantotto”, il suo essere una “rivoluzione incompleta”, ma anche per questo mai “terminata”, produce una molteplicità di linee di frattura che continuano ad espandersi all’interno degli elementi di quella costellazione anche quando sembra che essi abbiano trovato una loro nuova stabilità. Per quanto sommariamente vale dunque la pena indicare il rapporto tra il “Sessantotto” e la crisi di legittimità di questi centri di potere, mostrando come la molteplicità dei movimenti descritti nella prima parte di questa introduzione abbia mobilitato e per certi versi continui a mobilitare la costellazione postSessantotto.

Come abbiamo detto, il “Sessantotto” studentesco non è solo una rivolta generazionale. La consapevolezza che la scienza è ormai diventata un fattore fondamentale della produzione sociale porta un nuovo segmento ampio e per nulla omogeneo di futura forza lavoro a pretendere il riconoscimento di una collocazione sociale non più riservata al mondo ristretto degli scienziati e delle professioni. A essere messe in questione non sono dunque solo le modalità di trasmissione del sapere scientifico, ma il significato che assumono all’interno del sistema produttivo e della riproduzione della società. Il “Sessantotto” ha anche operato una critica dell’organizzazione della scienza nel suo complesso, della sua suddivisione in discipline scientifiche autonome e separate che permettono la riproduzione gerarchica di segmenti indipendenti di forza lavoro. La crisi di legittimità della scienza investe dunque tanto le forme della sua produzione, quanto la sua funzione sociale e finisce per stabilire la basi per una sorta di dubbio metodico alla quale la scienza è incessantemente sottoposta, rendendo improponibile un’ideologia del progresso basata sul carattere necessario e inesauribile delle scoperte scientifiche. Questa critica e la crisi che essa produce sono il contesto impossibile da sottovalutare della rivolta contro i modi di rappresentare scientificamente la società che ha caratterizzato il “momento del Sessantotto”. Non a caso, una ricerca sul campo effettuata qualche anno dopo ha dimostrato che, dagli Stati Uniti al Giappone passando per l’Europa, gli studenti delle facoltà di sociologia e di scienze politiche sono stati i protagonisti più numerosi delle diverse forme di insubordinazione all’interno degli atenei. La critica pratica della società è stata tanto più eclatante se si considera che nei decenni precedenti lo strutturalfunzionalismo, l’approccio dominante non solo in sociologia, aveva analizzato e descritto il suo oggetto come un sistema sociale in grado di riprodursi in maniera ordinata, incorporando senza problemi tutte le variazioni che potevano sorgere al suo interno. Le emergenze globali che abbiamo riportato in precedenza mostravano invece i limiti evidenti di questa impostazione e quindi la crisi di legittimità dell’organizzazione sociale del potere. Significativamente, in una sorta di divergente accordo, due studiosi come Michel Foucault e Niklas Luhmann hanno raccolto due sfide specifiche poste dal “Sessantotto”, il primo elaborando una ricerca sulla genealogia del potere nel suo rapporto con i corpi e le strutture repressive e punitive, il secondo proponendo, già nel 1971, un concetto di societàmondo che, per quanto fosse poco o nulla “sessantottino”, traduceva sul piano del sistema sociale e delle sue articolazioni la spinta verso il globale che i movimenti avevano mostrato praticamente degli anni precedenti.

Seguendo le linee di fratture che si dipartono dal “Sessantotto” globale è facile notare che la deflagrazione di movimenti produce in primo luogo il suo effetto su quel collettivo singolare che sotto il nome di movimento operaio era costituito dalla geografia più o meno variabile di classe operaia, sindacato e partito politico. Sia dove questa specifica costellazione aveva il potere sia dove era una forza di opposizione, essa faticava non poco a stabilire una comunicazione politica se non occasionale con le istanze che mettevano in tensione tanto i rapporti sociali quanto il sistema politico. Pur con tempi e forme differenti anche il movimento operaio ha così conosciuto la sua crisi di legittimità. Ancora più che dalla difficoltà di fare i conti con le trasformazioni del capitalismo, quella crisi è annunciata dall’incapacità di incorporare la specifica azione politica che, nella forma del movimento sociale, si presentava come non istituzionale, ma non necessariamente antiistituzionale, ed era soprattutto caratterizzata da una molteplicità di pretese soggettive che difficilmente potevano essere ridotte all’unità che il movimento operaio pretendeva di rappresentare. Se da questo punto di vista il “Sessantotto” con la sua irruzione del globale annuncia la fine della Guerra fredda, esso stabilisce anche una distanza, che non viene mai davvero colmata nei decenni successivi, tra la presenza di movimenti sociali e il movimento operaio, tra forme di azione politica che mettono costantemente in tensione gli assetti istituzionali e la peculiare istituzionalizzazione a cui tende il movimento operaio. Il dibattitto sui limiti e sulla necessità di un concetto marxista di Stato che letteralmente esplode negli anni Settanta segnala il tentativo di aggiornare una teoria politica che a lungo si era considerata garantita dal suo riferimento privilegiato al movimento operaio e, proprio per questo, titolare di una teoria universale della rivoluzione. Nei decenni successivi la riconfigurazione del rapporto tra capitalismo e Stato ha travolto queste certezze. L’opzione per la legittimità indiscutibile del primo ha motivato le scelte politiche sia delle socialdemocrazie europee sia della Cina socialista che, non da ultimo come risposta alla spinta globale e antiautoritaria espressa dalla rivoluzione culturale, già alla fine degli anni Settanta ha inaugurato una politica di espansione illimitata del capitalismo che riafferma la centralità del partito unico e grazie a esso della mediazione statale.

 

4. La crisi di legittimità della società e quella di legittimazione dello Stato si dipanano entrambe sullo sfondo delle trasformazioni che il “Sessantotto” impone al capitalismo, che è in realtà la struttura d’ordine che sembra vacillare nel modo più evidente. Già all’inizio degli anni Settanta, non a caso, si affermano definizioni come tardo capitalismo o capitalismo maturo che segnalano la percezione diffusa di una senescenza del capitalismo che ne mette in discussione la capacità di funzionare come forma di organizzazione della riproduzione della società. Questa specifica crisi si ripercuote immediatamente sullo Stato che dovrebbe essere la principale autorità attraverso la quale rispondere e richieste che, come abbiamo visto, sono allo stesso tempo qualitativamente nuove e quantitativamente inaspettate. Anche nelle posizioni più critiche verso il capitalismo, lo Stato viene reinsediato nella posizione di rappresentante dell’universale, indagando le possibilità della democrazia quale sua forma politica che dovrebbe rispondere agli squilibri che il capitalismo dimostra. Le analisi di questa crisi universalmente riconosciuta non sono ovviamente uniformi, così come non lo sono le soluzioni proposte. Un’ampia letteratura vede comunque nella crisi sociale, fiscale e politica del capitalismo la possibilità di ampliare gli spazi di democrazia, ovvero di coniugare la critica della società con una sua organizzazione progressivamente sempre più capace di operare un’inclusione se non universale, quanto meno generalizzata. Le procedure democratiche vengono riproposte come lo strumento per rispondere a una crisi di legittimità, della quale viene riconosciuto il carattere sistemico, e che quindi non è delimitabile solo a un solo sottosistema sia esso quello politico economico o culturale.

Allo stesso tempo, tuttavia, c’è chi vede proprio nella democrazia l’ostacolo alla riproduzione ordinata della società capitalistica. Il celebre rapporto della Commissione trilaterale, che già nel nome stabilisce in maniera nemmeno troppo velata il controcanto alla conferenza tricontinentale di L’Avana, sotto il titolo di Governabilità delle democrazie presenta la democrazia come contingenza locale limitata a quelle aree che avevano sposato i valori occidentali dopo la Seconda guerra mondiale. Questa delimitazione agli Stati Uniti, all’Europa occidentale e al Giappone esprime la necessità di ricostruire un campo occidentale non tanto contro il nemico ormai declinante all’interno della Guerra fredda, ma contro i movimenti che stanno mettendo in discussione l’Occidente come specifica struttura d’ordine e apice di una precisa gerarchia tra gli Stati. Che il rapporto sia scritto sotto il segno della crisi prodotta dal “Sessantotto” è dimostrato dal fatto che i relatori non esitano a proporre il paragone con la Germania degli anni Venti e a richiamare il declino dell’Occidente di Oswald Spengler, incolpando esplicitamente i movimenti sociali di produrre una specifica Schadenfreude nel campo comunista. A questa riduzione geografica ne corrisponde una concettuale. Se, infatti, il discorso riguarda i limiti delle democrazie liberali e queste ultime sono assunte come le uniche forme empiricamente possibili di democrazia, la denuncia dei loro limiti è una denuncia dei limiti della democrazia come tale, che rivela così di avere dei limiti non occasionali ma strutturali.

I processi di democratizzazione innescati dai movimenti sociali degli anni Sessanta, che avevano ampliato il numero e arricchito la composizione di chi era legittimato a porre domande pubbliche, divengono così la causa manifesta dei limiti storici della democrazia come forma politica. La risposta a questa che appare come una contraddizione non componibile è ridurre la democrazia a un problema di governo, stabilendo cioè la priorità della direzione politica sui processi di democratizzazione, della stabilità del quadro complessivo economico e sociale rispetto alle richieste che venivano costantemente avanzate dai movimenti sociali. Dalla fine degli anni Sessanta in avanti la semantica del governo diviene così dominante: governo, governabilità, governance sono tutti lemmi che esprimono programmaticamente la necessità di confrontarsi con movimenti che, anche solo con il loro potenziale attivismo, minacciano di politicizzare l’orizzonte di aspettativa, togliendolo dalla sua dimensione meramente individuale e facendolo di conseguenza divenire uno spazio collettivo di contestazione. Il rapporto della Commissione riconosce perciò chiaramente che l’eccessivo attivismo politico dei cittadini è insostenibile per una democrazia liberale che, al contrario, ha bisogno di un certo grado di passività. Se, come abbiamo visto, il “Sessantotto” mette in discussione la legittimità di una società nella quale gli individui possono ricoprire dei ruoli che non sono certamente ascritti, ma che sono comunque sistematicamente previsti in funzione della riproduzione ordinata della società stessa, lo Stato democratico del tardocapitalismo non riesce funzionare in questo contesto, perché da agente in grado di risolvere i problemi sociali esso diviene progressivamente parte di quei problemi. La politicizzazione dell’orizzonte di aspettativa si risolve nella pratica in una moltiplicazione delle richieste rivolte ai sistemi di welfare, facendo della cittadinanza sociale il criterio e la misura sia della partecipazione politica sia dei diritti civili. Questa materialità del processo di politicizzazione è una caratteristica fondamentale del “momento del Sessantotto”, perché stabilisce la base di una contestazione dell’autorità che ne chiama costantemente in causa il fondamento sociale ed economico.

 

5. La risposta alla crisi di legittimità del capitalismo proposta dalla Commissione trilaterale, che è alla base delle scelte politiche di molti paesi occidentali e non, anticipa un elemento fondamentale delle politiche neoliberali che sono state la “soluzione” di maggior successo alla crisi di legittimità prodotta dal “Sessantotto”. Nella sua analisi dei limiti delle democrazie liberali, infatti, essa introduce l’argomento che vieta di fare dello Stato il centro di imputazione di tutte le richieste provenienti dalla società, prevenendo così il rischio che esso venga costantemente delegittimato dall’insufficienza assoluta e o relativa delle sue risposte. Le politiche neoliberali colgono così il fatto che la legittimazione non è mai assicurata stabilmente dall’appartenenza nazionale o dalla condivisione universale di principi, ma è sempre messa a rischio dai movimenti della società. Infatti, anche quando non erano presenti in massa e non agivano come movimento, quei soggetti tendevano ad assumere comportamenti improntati a una forte autonomia che non poteva trovare la sua risposta nel welfare gestito dallo Stato.

Da questo punto di vista il “Sessantotto” esprime una contraddizione che si ripresenta costantemente nei decenni successivi: alla richiesta anche massiccia di prestazioni sociali si accompagnano comportamenti improntati alla valorizzazione individuale. Come abbiamo detto, sottolineare solo quest’ultimo aspetto, rintracciandovi la radice di un narcisismo sociale, è sbagliato e soprattutto non coglie la complessità della contraddizione che il “Sessantotto” ci ha consegnato. La sua rivalutazione dell’individuale è infatti comprensibile solo nell’intrico dei processi collettivi che la supportano. È stato piuttosto in risposta al carattere tellurico dei movimenti delle singolarità che abbiamo richiamato nella prima parte di questa introduzione che il neoliberalismo ha configurato un campo di risposte che eccede il problema della sola legittimazione dello Stato. Di fronte all’eventualità sempre possibile di una sua delegittimazione di massa, esso ha affermato il capitalismo come una sorta di invariante antropologica che impone l’ordine di un’economia depoliticizzata, cioè popolato da individui che mirano tutti allo stesso scopo. La semplificazione radicale della società, ridotta alle famiglie e agli individui, ha come effetto più evidente quello di fare delle imprese l’unico corpo intermedio al quale le politiche di governo si rivolgono.

La spoliticizzazione viene quindi operata per così dire a monte, affermando che qualsiasi risposta organizzata alle richieste proveniente dalla società finirebbe per ledere la libertà individuale. Da questo punto di vista il neoliberalismo ha senz’altro rappresentato la risposta più articolata al “momento del Sessantotto”, facendo della società uno spazio di neutralizzazione di richieste che non possono e non devono mai assumere una forma politica, nel senso che non devono mai avere la possibilità di connettersi in rivendicazioni collettive. L’esplicita affermazione di Friedrich August von Hayek secondo la quale «una società aperta e pacifica è possibile solo se rinuncia a creare solidarietà» riassume al meglio l’opposizione tra neoliberalismo e “Sessantotto”. Non è questa la sede per dare un giudizio complessivo e globale sulla risposta neoliberale, dal momento che essa varia ampiamente nel tempo e nello spazio; ci interessa però sottolineare che esso è in definitiva la controprova che il “Sessantotto” ha inaugurato una configurazione della società come spazio dei suoi movimenti, con la quale ancora oggi ci troviamo a fare i conti.


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