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Il punto sulla crisi e sui suoi possibili sbocchi
Vincenzo Comito
Premessa
Nonostante che il fenomeno della crisi in atto sia stato esplorato in tutte le direzioni e continui costantemente a esserlo, permangono molti punti controversi sulla sua origine, sulla sua stessa definizione e sulla sua natura di fondo, nonché conseguentemente sulle vie di salvezza, if any.
In ogni caso, sono ormai passati diversi anni dallo scoppio della crisi e nessuno sembra avere a livello politico delle idee adeguate, nonché la capacità e la volontà per uscire fuori dai guai.
Una definizione della crisi
Manca intanto apparentemente una qualche espressione definitoria che sintetizzi la sostanza del fenomeno in atto e questo appare piuttosto sorprendente. Al momento delle sue prime manifestazioni si è parlato di crisi del sub-prime; successivamente, man mano che essa si apriva nuove strade, si è tentato di appiccicargli qualche altra etichetta, quale “crisi sovrana”, “crisi finanziaria” o anche “crisi del credito”, ecc., ma nella sostanza sembrerebbe mancare a oggi, almeno sui media occidentali, una definizione chiara e convincente.
Dobbiamo andare in Asia per trovarne una che sembri plausibile; in tale angolo del mondo si parla chiaramente di “crisi atlantica” (Padis, 2010), di un fenomeno cioè che riguarda essenzialmente la parte più sviluppata del pianeta.
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Il Tarlo della Libia. Riflessioni e domande di un esodante
Ennio Abate
davvero,
meglio qualunque cosa piuttosto che rimanere, a colui
io non ho nulla da dire». Così Gotama, il Budda.
Ma anche noi, che non più ci occupiamo dell’arte della pazienza
ma piuttosto dell’arte dell’impazienza, noi che tante proposte
di natura terrena formuliamo, gli uomini scongiurando
a scuoter da sé i propri carnefici dal viso d’uomo, pensiamoche a quanti,
non molto abbiamo da dire.
(B. Brecht, La parabola di Budda sulla casa in fiamme, in Poesie 1933-1956, p. 189)
Ricordo le discussioni quando Barack Obama e Hillary Rodham Clinton si contendevano la candidatura presidenziale. Alcune femministe invitavano ad appoggiare Hillary perché era donna, altre afroamericane invitavano ad appoggiare Obama perché era di colore. Il tempo ha dimostrato che lassù in alto non contano né il colore della pelle né il genere.
(supMarcos, Terza Lettera a Don Luis Villoro nello scambio su Etica e Politica, luglio-agosto 2011)
[Il seguente contributo è stato inviato da Ennio Abate anche al sito Nazione Indiana. Poichè non è stato ancora pubblicato, lo facciamo noi, considerata l'"incandescente" attualità dell'argomento]
Cari/e amici/che di Nazione Indiana,
circa sei mesi fa qualcuno s’illuse che la guerra in Libia sarebbe stata “lampo”.1 (E l’Afghanistan? E l’Irak?). Ecchè - si diceva, si scriveva, anche su NI - «lasciamo che il rais bombardi quelli che lui chiama i ribelli?». Si sospendano, orsù, «le questioni di principio». Tacciano i cacadubbi di turno pronti a ricordare che «i droni americani stanno facendo stragi quotidiane di civili in Afghanistan». Che patetici quelli che vedono negli insorti dei «pupazzi eterodiretti dal Capitale Globale o dai vertici del complotto demoplutopippoquiquoqua».
E basta - si diceva, si scriveva - con ‘sto Valentino Parlato, deplorevole esempio di «una “sinistra” che sta sempre coi [dittatori] più deboli» (perché, invece, c’è da stare subito, senza se e senza ma, con quelli forti).
Riflettiamo. So che nessuno di voi avrebbe stretto la mano a Gheddafi neppure quand’era stato pur riaccolto in cima, tra i Potenti.
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La crisi e i suoi derivati
di Vladimiro Giacchè
Chi adopera youtube è probabile che conosca già il geografo e sociologo inglese David Harvey, per via di un’animazione sulla crisi del capitalismo che ha avuto grande successo (oltre un milione e duecentomila visualizzazioni) e che da qualche tempo è stata anche tradotta in lingua italiana. Rispetto a quel video, il libro più recente di Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, tradotto quest’anno da Feltrinelli (il titolo originale era un po’ meno immaginifico: The enigma of capital and the crises of capitalism), con le sue oltre 300 pagine, ha il difetto di non poter essere passato in rassegna in dieci minuti. Ma il linguaggio di Harvey non è meno chiaro sulla carta stampata di quanto sia su video. E il suo testo riesce ad introdurci con grande semplicità alle modalità di funzionamento della società capitalistica e alle sue crisi. Con un occhio particolare, ovviamente, a quella in corso. Che per Harvey, come tutte le crisi, sta svolgendo la sua funzione di riconfigurare il capitalismo permettendogli di continuare a sussistere. Ossia di far ripartire l’accumulazione del capitale, momentaneamente ingolfata (a causa di un eccesso di capitale che non riesce a valorizzarsi adeguatamente).
“Le crisi” – dice Harvey – “servono a razionalizzare le irrazionalità del capitalismo; di solito conducono a riconfigurazioni, a nuovi modelli di sviluppo, nuove sfere di investimento e nuove forme di potere di classe… Durante una crisi come quella che stiamo vivendo attualmente, è sempre importante tenere a mente questo fatto. Dobbiamo sempre domandarci che cos’è che viene razionalizzato e qual è la direzione in cui procede la razionalizzazione, poiché questo definisce non soltanto la maniera in cui usciremo dalla crisi, ma anche le future caratteristiche del capitalismo”.
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Dove va il welfare italiano
Francesco Ciafaloni
Il sistema pensionistico è quello che determina la vita e la morte delle persone. Si tratta insomma del più rilevante tra i temi politici. Andrebbe affrontato con rispetto e cautela e non con il disprezzo e la superficialità delle discussioni attuali
Si discute di bilanci e di sviluppo, di tagli ai servizi e all'assistenza, di sostenibilità del sistema pensionistico, di linee sindacali. Ci sono però aspetti demografici, pensionistici, assicurativi che saranno certo notissimi ai potenti che decideranno realmente chi colpire e chi difendere, e come, e in che prospettiva agire, ma che mi sembrano assenti dalla discussione pubblica.
Tendenze demografiche e loro conseguenze
Tutti parlano dell’allungamento dell’attesa di vita e della necessità di ritardare l’età della pensione per rendere il sistema sostenibile. In genere si replica, giustamente, che bisogna guardare alla lunghezza della vita in buona salute e che, soprattutto per i lavori manuali, dopo i 50 nessuno ti assume più e che alzare l’età di pensione non vuol dire far lavorare più a lungo ma solo pagare più tardi. Ma le cose non stanno proprio così.
È facile scoprire dai siti Istat e Inps che l’attesa di vita delle donne da cinque anni è sostanzialmente ferma: è diminuita per qualche anno, poi è aumentata di nuovo, oltre i livelli precedenti, ma, tendenzialmente, non cresce più. Certo, l’attesa di vita dei vecchi e dei grandi vecchi, oltre i 65 e oltre i 75, è alta. Ma, quelli, in pensione ci sono già, e ci sarebbero anche nell’ipotesi di allungamento.
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Come siamo buone/iI
Elisabetta Teghil
I media hanno diffuso la notizia che Tripoli è stata liberata dai ribelli che ora puntano su Sirte.
Dato che Tripoli è stata occupata dagli inglesi con l'appoggio di truppe francesi e qatariote, mi sono detta, preoccupata," non è che mentre stavo al lago è passata la legge contro la libertà di stampa del centro destra e i media non possono più raccontare la verità?"
Anche perché gli stessi media, diffondono le foto e le immagini degli ascari locali, ben pochi per la verità. Peccato che a fotografarli e a filmarli siano gli uffici stampa occidentali.
Tutto ciò mi ha ricordato l'uccisione di Patrice Lumumba ad opera di congolesi al servizio dell'occidente. Immagini che spero nessuna di voi abbia occasione di vedere, come, purtroppo, è accaduto a me, dove Lumumba è costretto a mangiare la dichiarazione d'indipendenza del Congo. Però non dicono che il filmato era girato da ufficiali belgi. E perché tutto questo? perché Lumumba sarebbe stato comunista. La variante allora di terrorista ora.
Che, invece, il Congo aveva ed ha la sfortuna di essere ricco di materie prime ed erano quelle il vero obiettivo delle multinazionali inglesi, francesi e belghe, è stato, neanche tanto elegantemente, sorvolato, e tante e tanti hanno fatto anche finta di non crederci. Fu mandato al potere un feroce dittatore, Mobutu Sese Seko. Quasi nessuna/o sollevò alcun tipo di problema e Mobutu morì nel suo letto.
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Una cacofonia oscurantista
Joseph Halevi
Una nauseabonda cacofonia condotta al massimo livello di decibel sta investendo da oltre due mesi il paese. Tutti accettano in pieno che è tempo di «duri sacrifici» per pagare i detentori del debito pubblico nazionale, prevalentemente banche ed affini. Lo «scontro» é solo sulla ripartizione dei sacrifici.
Non si ragiona sul fatto che le economie europee hanno ampie capacità produttive eccedentarie. I redditi della stragrande maggioranza dei cittadini europei non sono però a un livello sufficiente ad attivare l'utilizzo normale delle industrie e dei servizi al consumo. Queste imprese investono poco e, se lo fanno, l'investimento é abbinato a piani di ristrutturazione e delocalizzazione. A loro volta le industrie di beni strumentali non ricevono - dalle aziende di beni di consumo - nuovi impulsi a produrre per via dell'eccesso di capacità.
In verità le aziende produttrici di macchinari potrebbero espandere gli investimenti indipendentemente dai settori dei beni di consumo, se vi fossero prolungate ondate di innovazioni tali da coinvolgere l'insieme dell'economia. Non é più così da decenni: su base decennale, il tasso di crescita dell'insieme dei paesi dell'Ocse é andato calando dal 1980, malgrado la rivoluzione nell'elettronica. Il Giappone, fulcro dell'innovazione mondiale, entrò in una stagnazione permanente proprio negli anni '90, quando l'elettronica s'involava, e da allora non é mai riuscito a liberarsi dall'eccesso di capacità produttiva. Le esportazioni lo hanno solo parzialmente aiutato, e in misura decresente, per giunta.
Per l'Unione Europea la strada delle esportazioni nette extraeuropee come mezzo per assorbire l'eccesso di capacità é virtualmente preclusa. Gli Usa non tirano e le loro importazioni provengono essenzialmente dall'Asia; mentre con Cina, Giappone e Corea, l'UE é grandemente deficitaria malgrado l'espansione del suo export verso Pechino.
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La riva più pericolosa
di Massimiliano Piccolo
Quando Karla, nell’intervento del 16 agosto (Tra due rive), definisce “accattivante” e di “spessore” l’editoriale della coppia Negri/Revel su UniNomade del 13 agosto, ci invita a misurare tutta la pericolosità di un pensiero che ha la pretesa di porsi come “nuovo”.
Esso, invece, ha già prodotto effetti negativi e di retroguardia ormai chiari a tutti quelli che non hanno riserve nel riconoscere il livello di debolezza delle contemporanee forze comuniste e anticapitaliste come frutto (anche) degli errori di una parte non trascurabile della cultura politica degli anni Settanta. Questa “riva”, tra le due (l’altra è quella espressa dalla posizione di Dal Lago), dunque, non solo è “accattivante”, ma proprio per questo è anche la più pericolosa, perché più facilmente ascoltata da chi si ritiene su posizioni antagoniste.
Per cominciare: la premessa formulata da Negri/Revel – cioè lo stupore sulla presunta negazione in Italia della relazione tra le “rivolte urbane” e un imprecisato non-luogo (metafisico) della nuova “grammatica geopolitica” dell’ovunque con la crisi economica – sottende implicitamente un giudizio non sufficientemente argomentato. Subito dopo, così, non si prende neanche in considerazione il tema leniniano di come “infondere la coscienza” all’interno di un movimento, ma si recita (a memoria, visto l'autore) il rituale retorico del rifiuto di una prassi d’organizzazione, a prescindere se all’interno o all’esterno del movimento stesso.
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Solo un Leviatano può salvarci
Gianni Ferrara
Non è vero che i mercati hanno espropriato gli stati. È vero, invece, che gli stati hanno abdicato a favore dei mercati. E' ora che tornino, dopo il fallimento dell'Unione così come disegnata dai Trattati
Riflettendo sulla crisi che attraversa l’Europa, Rossana Rossanda pone “agli amici economisti e ai padri e padrini (di battesimo cattolico) della Ue” una domanda evidentemente retorica. Questa: “Non c’è stato qualche errore nella costituzione della Ue? E come si ripara?”
A rigore, non sarei tenuto a rispondere. Sia perché non sono un economista e, d’altronde, non sulle dottrine economiche dominanti mi sono formato … ma sulla “critica dell’economia politica”. Sia perché nessun rapporto di parentela culturale e politica avrei potuto avere con i “costituenti” dell’Unione europea e con gli sperticati apologeti dell’Ue. Per di più, un certo impegno di studioso lo ho dedicato alle istituzioni europee, da quello di Maastricht in poi, lasciandone su “la rivista del manifesto” alcune tracce, il cui senso,1 per eleganza, ometto di ricordare. Rossana però, riferendosi alla “costituzione” della Ue, quasi mi impone di intervenire.
Inizio con una constatazione che a me pare del tutto evidente. Un fallimento vero e proprio si è avuto, è avanti a noi. È insieme istituzionale, politico, culturale. Può scadere in un catastrofico default finanziario. È il fallimento dell’Unione europea come disegnata dai Trattati. Ne investe il principio politico, quello del neoliberismo cui questi Trattati si ispirano. È quindi il fondamento su cui si erge l’intero e complesso edificio istituzionale denominato Ue che viene travolto dal default.
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Saccheggiatori di tutto il mondo, unitevi
di Slavoj Žižek
La ripetizione, secondo Hegel, svolge un ruolo storico fondamentale: una cosa che accade solo una volta può essere liquidata come un caso, un evento che avrebbe potuto essere evitato se la situazione fosse stata gestita diversamente; ma il suo ripetersi è sintomo di una dinamica storica più profonda. Quando Napoleone fu sconfitto a Lipsia, nel 1813, si pensò a un caso sfortunato; quando perse nuovamente a Waterloo fu chiaro che il suo tempo era finito. Lo stesso vale per la crisi finanziaria in corso. Nel settembre del 2008 fu presentata da alcuni come un'anomalia che poteva essere corretta con nuove regolamentazioni ecc.; ora che si susseguono i segnali di un nuovo tracollo finanziario è evidente che abbiamo a che fare con un fenomeno strutturale.
Continuano a dirci che stiamo attraversando una crisi del debito e che dobbiamo portare tutti insieme questo peso e tirare la cinghia. Tutti insieme con l'eccezione dei (molto) ricchi: l'idea di tassarli di più è un tabù. Se lo facessimo, si dice, i ricchi non sarebbero incentivati a investire, verrebbero creati meno posti di lavoro e tutti noi ne subiremmo le conseguenze. L'unica possibilità di salvezza in questi tempi difficili è che i poveri diventino più poveri e i ricchi più ricchi. Cosa resta da fare ai poveri? Cosa possono fare?
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Baffi e la crisi di oggi
di Pasquale Cicalese
Kaiserstrasse, 10, Frankfurt. E’ questo l’indirizzo della Banca Centrale Europea, sede del vero governo comunitario, da cui si diramano le direttive per i 17 paesi dell’eurozona.
Mutuata dall’esperienza del dopoguerra della Bundesbank, la Bce ha come scopo statutario unicamente la stabilità dei prezzi, in altri termini la deflazione reale.
Del resto era questo lo scopo dell’asse franco-tedesco quando nel 1972, a seguito della svalutazione del dollaro e del conseguente distacco della divisa americana dall’oro, decisione presa da Nixon nella notte del 14 agosto del 1971, avviò il processo di unificazione monetaria con il Piano Werner.
Lo stesso “asse” franco-tedesco è comunque una boutade storica dacché tutte le decisioni successive al 1972 furono prese dalla Bundesbank, con i francesi illusi di imbrigliare la forza teutonica.
Non fu affatto entusiasta del Piano Werner e del successivo serpente monetario il futuro governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, il quale aveva due preoccupazioni: assorbire la disoccupazione giovanile degli anni settanta stimolando la crescita e sopire la ribellione di massa del proletariato italiano.
La deflazione monetaria insita nei piani egemonici tedeschi sarebbe stata, a detta di Baffi, deleteria per l’economia italiana per un motivo fondamentale. Da Palazzo Koch il governatore assisteva alla deflagrazione dell’apparato produttivo italiano con il progressivo smantellamento delle grandi imprese: il nano capitalismo, trionfante in quegli anni unicamente grazie alla svalutazione e all’evasione fiscale di milioni di “operatori economici”, non avrebbe resistito né alla rigidità monetaria della Bundesbank, né, tantomeno, alla solidità industriale tedesca, se non in una posizione subalterna, unicamente quale subfornitura.
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Parabole (finanz)capitalistiche
di Angelo Locatelli
Sull’isola la vita si trascinava noiosamente giorno dopo giorno.
L’attività economica, del pari, ristagnava.
Robinson Crusoe divideva il suo tempo lavorativo fra la pesca e le faccende di casa (inclusa la lucidatura di 1 moneta d’oro che era riuscito, assieme al fucile, a salvare dal naufragio).
A rompere la monotonia le lunghe chiacchierate con i fedeli pappagalli, Jekyll e Hyde, che a turno (spariva l’uno arrivava l’altro) si appollaiavano sulla sua spalla.
Col tempo a disposizione Robinson, oltre al riassetto domestico, era in grado di assicurarsi giornalmente una cattura di almeno 5 pesci.
Un bel giorno si accorse di non essere l’unico abitante dell’isola.
Scoprì infatti che su questa viveva anche un certo Friday, un essere primitivo che passava il suo tempo ad aggirarsi nella foresta alla ricerca di larve e bacche di cui cibarsi.
Dopo i primi diffidenti approcci Robinson realizzò la totale inoffensività del nuovo venuto, riuscendo col tempo ad infondere nell’altro la medesima confidenza.
Assieme alla crescente simpatia nei confronti del selvaggio crebbe in Mr. Crusoe l’imperativo di tentare di emanciparlo dalla sua grama condizione.
Propose a Friday di occuparsi delle (per lui tediose) faccende domestiche; in cambio avrebbe ricevuto 1 moneta al giorno.
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Eurobond? No, meglio una buona contraerea
di Comidad
La penosa performance di Merkel e Sarkozy della scorsa settimana ha suscitato un commento caustico da parte dell'ex ministro ed ex Presidente del Consiglio Giuliano Amato, attualmente senior advisor di Deutsche Bank. In un articolo su "Il Sole-24 ore" del 21 agosto, dal titolo "Van Rompuy, batti un colpo", Amato ha sottolineato l'estemporaneità della posizione Merkel-Sarkozy, appellandosi al presidente permanente dell'Unione Europea, Herman Van Rompuy, al fine di un rilancio delle procedure istituzionali dell'UE, ed anche perché venga presa seriamente in considerazione la proposta degli eurobond, già cara al ministro Tremonti.(1)
Se ad Amato è risultato sin troppo facile fustigare il velleitarismo di Merkel e Sarkozy, ivi compresa la boutade di inserire nelle Costituzioni degli Stati il vincolo del pareggio di bilancio, però non è riuscito a sfuggire anche lui alla stessa incapacità di arrivare al dunque. Van Rompuy si è infatti deciso a battere un colpo, ma solo per dare ragione alla Merkel e per rimandare gli eurobond al giorno in cui tutti gli Stati della UE avranno il bilancio in pareggio (o "virtualmente" in pareggio).(2)
Quell'enigmatico avverbio ("virtualmente") conferisce anche alla posizione di Van Rompuy quel tocco di cialtroneria che lo riconsegna alla medesima antropologia servile dei Sarkozy o dei Merkel. Ma bisogna comunque ammettere che la risposta di Van Rompuy può essere agevolmente tradotta. Il suo significato "virtuale" è infatti questo: di eurobond non se ne parla, ma se per caso un giorno dovessero far comodo alle banche, allora ci scorderemo anche dei vincoli di bilancio, tanto sono soltanto feticci per spaventare i gonzi. Quanto sia subdolo e pretestuoso il vincolo di bilancio, è dimostrato proprio dalle "terapie anti-deficit" che vengono imposte, cioè le privatizzazioni. Insomma, dietro la manovra c'è la solita manovra: privatizzare.
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Gli anni Settanta nel «panorama storico» di La Grassa
Ennio Abate
1. Tempo fa un giovane storico mi confidò che, a suo parere, molti colleghi più anziani di lui erano rimasti fissati (questo il termine usato) agli anni Settanta. Non gli dissi che anch’io, senza essere storico, torno spesso su quegli anni; e, anzi, ho tentato invano di indurre amici, che come me da lì politicamente e culturalmente vengono, a rifletterci assieme. La damnatio memoriae non cede. Ogni tanto, però, scopro con piacere che qualcuno non li liquida come «i peggiori della nostra vita»[1] e ci torna su quegli anni in modi non banali. È il caso di Raffaele Donnarumma, che in un saggio dedicato al «terrorismo nella narrativa italiana»,[2] si attesta sulla posizione moderata di chi «combatte da anni per impedire l’equiparazione tra gli anni Settanta e gli anni di piombo»[3] e così sintetizza il trapasso da un’epoca a un’altra avvenuto allora:
«L’impressione che gli anni tra il 1968 e il 1978, per scegliere come estremi imprecisi le date simbolo della contestazione e dell’omicidio di Aldo Moro, siano stati l’ultima età eroica della Repubblica – l’ultima età, cioè, in cui i destini personali si potevano identificare con quelli collettivi, in cui si consumavano i grandi conflitti, e in cui ciascuno poteva legittimamente pretendere di fare la storia – porta con sé una certa aria di retorica e di nostalgia, ma è tutt’altro che infondata». (p. 437)
Il saggio mi pare ottimo non per il giudizio più o meno “equanime” oggi comune a molti ex-sessantottini e che a me pare “addomestichi” un po’ la storia di allora, ma perché, occupandosi d’immaginario letterario (e dichiaratamente soltanto di quello narrativo) e distinguendolo correttamente dalla verità storica (i due piani, dice, «sono sempre sfalsati»), esamina diversi casi di scrittori allora di punta[4] e dimostra quanto gli eventi furono vissuti mitologicamente[5] e in preda ad una «angoscia di spossessamento di fronte agli avvenimenti».
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Dietro e oltre la crisi1
Guglielmo Carchedi*
La crisi finanziaria del 2007-2010 ha riacceso la discussione sulle crisi, sulla loro origine e sui loro possibili rimedi.2 Oggigiorno, la tesi più influente nella sinistra identifica le cause della crisi da una prospettiva sottoconsumista e raccomanda politiche redistributive e politiche di investimento Keynesiane come soluzioni. Questo articolo sostiene che la giusta prospettiva per capire la crisi dovrebbe essere la legge della caduta tendenziale del tasso di profitto medio (TPM) di Marx, in breve la legge. La sua caratteristica è che il progresso tecnologico diminuisce il TMP piuttosto che aumentarlo, come si pensa comunemente. Vediamo perché.
I. La legge in poche parole.
le seguenti sono le caratteristiche essenziali della legge.
1. I capitalisti competono tra di loro attraverso l’introduzione di nuovi mezzi di produzione che incorporano nuove tecnologie. Questo non è l’unica forma di competizione ma è di gran lunga la più importante per capire le dinamiche della crisi.3
2. I nuovi mezzi di produzione aumentano l’efficienza (l’output di valori d’uso per unità di capitale investito) dei leader tecnologici nei settori produttivi.
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Crisi sistemica e strategia “a pietre miliari” ai tempi di Obama e del settimo miliardo
di Piero Pagliani
In varie occasioni la crisi sistemica attuale è stata collegata in modo diretto a problemi di sovrappopolazione e, per contro, di progressiva scarsità di risorse. Chi, come me, al contrario legge sia i termini demografici sia quelli fisico-naturali attraverso categorie di carattere sociale viene a volte visto come un “fissato” dei “rapporti di produzione” che non terrebbe conto dei contesti fisici nei quali tali rapporti si dispiegano. E’ un dibattito, che al di là delle etichette filosofiche o di scuola che può assumere, tocca punti nevralgici che hanno riflesso sul modo di prevedere quanto succederà e di conseguenza sul modo di intendere le lotte politiche da condurre da qui in avanti.
1. Come si genera l’«esubero»
Personalmente non ho una visione totemica dei “rapporti di produzione” e meno che mai li ho disinseriti dai loro vari limes fisici e territoriali. La mia storia politica e polemica si è sempre basata, al contrario, su uno stretto intreccio degli aspetti economici, finanziari, politici, culturali e infine fisico-spaziali. Cionondimeno non ritengo che abbia senso negare la fondatività di detta categoria, ovviamente se la si sottrae ad ogni lettura di tipo economicistico.
Cosa si intende infatti con “rapporto di produzione”? Se si intende semplicemente il rapporto capitale-lavoro come è stato inteso dalla tradizione tardo-marxista, allora penso che si sia sulla strada errata, perché tale rapporto non può mai essere considerato isolatamente né in termini di specificità analitica esclusiva né, tanto meno, di specificità politica risolutiva.
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Dopo Tripoli. Ritorno al futuro
di Karla
La conclusione della campagna di Libia ha, con ogni probabilità, sancito la definitiva fuoriuscita dal ‘900. Esplicativo il modo in cui si è dato l’intervento militare delle forze occidentali.
La NATO ha funzionato a tutti gli effetti come forza combattente di alcuni interessi direttamente coloniali al fine di garantire a questi il libero accesso a una fonte energetica di non secondaria importanza e permettere l’installazione di basi militare solide e sicure all’interno di un’area geoeconomica d’importanza strategica. Dopo la “campagna di Libia” la mappa politica e militare dell’intero Medio Oriente e del Nord Africa cambia decisamente volto. Siamo di fronte al pieno recupero della “politica di potenza” dell’epopea coloniale anche se, a differenza del passato, dove alla guerra esterna faceva da contraltare una sostanziale situazione di pacificazione interna questa volta, pur con gradi e intensità diverse, guerra interna e guerra esterna trovano piena continuità. Mentre le forze britanniche di maggiore consistenza contribuivano alla presa di Tripoli le seconde linee si misuravano all’interno contro l’insorgenza indigena un fatto che, di per sé, è quanto mai indicativo. A differenza del passato, infatti, la guerra è un continuum dove interno ed esterno non rappresentano più mondi assolutamente separati ma una realtà unica pur se diversamente declinata. La “linea di condotta” del governo britannico, del resto, non è stata una voce fuori dal coro poiché, in contemporanea, le altre potenze imperialiste direttamente interessate alla conquista libica varavano,contro i propri subalterni, una serie di misure economiche e sociali che, fuor di metafora, possono considerarsi vere e proprie azioni di guerra. Questo l’elemento realmente nuovo rispetto all’epopea classica del colonialismo.
Nel passato, le guerre coloniali, hanno sempre avuto anche lo scopo di catturare, attraverso l’elargizione di una serie di benefit più o meno corposi, gran parte delle classi lavoratrici interne.
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Femminismo prêt à porter
Cristina Morini
Ci sono parole, come per esempio “beni comuni”, che assumono nella trasposizione mediatica e nell’uso quotidiano che ne viene indotto, un significato completamente distorto. Vengono abusate, adoperate scorrettamente, corrotte attraverso un impiego fuori contesto. In questo modo si prova a far perdere loro di senso. Svuotarle, indebolirle, addomesticarle vuole dire cambiare la percezione di ciò che evocano. Questo vale anche per la parola “femminismo”, alla quale queste note sono dedicate. Poiché siamo consapevoli di questo problema complessivo, tanto più lucido e solido deve mantenersi il nostro ordine del discorso: “la lingua è anche un luogo di lotta”.
Resistenza sì, marginalità no
Bell Hooks, molto lucidamente, agli inizi degli anni Novanta individuava un limite nel fatto che la pratica radicale postmodernista, “concettualizzata con grande forza come politica della differenza”, non fosse in grado di incorporare le voci degli sfruttati e marginalizzati, in particolare della black people. “E’ una triste ironia” – scriveva – “che il discorso contemporaneo, che più di ogni altro parla di eterogeneità, di soggetto decentrato, affermando aperture che consentano il riconoscimento dell’Alterità, continui a indirizzare la sua voce critica a un pubblico specializzato che condivide un linguaggio le cui radici affondano nelle narrative padronali che esso dichiara di sfidare”.
A distanza di quasi vent’anni, noi siamo apertamente consapevoli di come l’esperienza dell’Alterità finisca per essere strattonata da tutte le parti, con ciò rischiando non di valorizzarsi ma viceversa di perdere il proprio carattere saliente. Il “femminismo”, doverosamente manierato e mai evocato in quanto tale, piace, è diventato “di tendenza”, perfino chic. Trovati gli opportuni sinonimi (condizione femminile, onda rosa, piazza rosa…) settimanali, quotidiani, newsmagazine riservano editoriali e inchieste alla “politica delle donne” che ha improvvisamente smesso di essere argomento “respinto”, perché “noioso” e “fastidioso”.
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Le radici dell’odio e della convivenza
Slavoj Žižek
Nell’autogiustificazione ideologica di Anders Behring Breivik e nelle reazioni ai suoi atti criminali ci sono cose che dovrebbero farci riflettere. Il manifesto di questo “cacciatore di marxisti” cristiano che in Norvegia ha ucciso più di 70 persone non è il vaneggiamento di un folle, è una lucida esposizione della “crisi europea” che (più o meno) implicitamente è alla radice del crescente movimento populista contro gli immigrati, e le sue stesse incoerenze sono sintomatiche delle contraddizioni interne di questo movimento.
La prima cosa che colpisce è come Breivik costruisce il suo nemico. Mescola tre elementi (marxismo, multiculturalismo e islamismo) che appartengono a spazi politici diversi: quello dell’estrema sinistra marxista, quello del liberalismo multiculturale e quello del fondamentalismo religioso islamico. È la vecchia abitudine fascista di attribuire al nemico caratteristiche che si escludono a vicenda (complotto bolscevico-plutocratico giudaico, estrema sinistra bolscevica, capitalismo plutocratico, identità etnico-religiosa) che ritorna in una nuova forma.
Ancora più indicativo è il modo in cui l’autodesignazione di Breivik mescola le carte dell’ideologia di estrema destra. Breivik si erige a paladino del cristianesimo ma è un agnostico laico: per lui il cristianesimo è solo un bastione culturale da contrapporre all’islam.
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L’uscita dall’euro prossima ventura
di Alberto Bagnai
Un anno fa, discorrendo con Aristide, chiedevo come mai la sinistra italiana rivendicasse con tanto orgoglio la paternità dell’euro: non vedeva quanto esso fosse opposto agli interessi del suo elettorato? Una domanda simile a quella di Rossanda [vedi in calce a questo articolo]. Aristide, economista di sinistra, mi raggelò: “caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta, cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica, dell’Europa.” Insomma: “il popolo non sa quale sia il suo interesse: per fortuna a sinistra lo sappiamo e lo faremo contro la sua volontà”. Ovvero: so che non sai nuotare e che se ti getto in piscina affogherai, a meno che tu non “decida liberamente” di fare la cosa giusta: imparare a nuotare. Decisione che prenderai dopo un leale dibattito, basato sul fatto che ti arrivo alle spalle e ti spingo in acqua. Bella democrazia in un intellettuale di sinistra! Questo agghiacciante paternalismo può sembrare più fisiologico in un democristiano, ma non dovrebbe esserlo. “Bello è di un regno come che sia l’acquisto”, dice re Desiderio. Il cattolico Prodi l’Adelchi l’ha letto solo fino a qui. Proseguendo, avrebbe visto che per il cattolico Manzoni la Realpolitik finisce in tragedia: il fine non giustifica i mezzi. La nemesi è nella convinzione che “più Europa” risolva i problemi: un argomento la cui futilità non può essere apprezzata se prima non si analizza la reale natura delle tensioni attuali.
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Lavoro d'autunno
Piero Bevilacqua
«Ma la sinistra non c'è» titolava mestamente un suo editoriale Valentino Parlato sul manifesto del 4 agosto, a proposito della risposta del PD alla prima manovra del governo. E' inevitabile, tutte le proposte moderate mostrano la corda, quando le contraddizioni della realtà si fanno estreme. Ma l'espressione di Parlato oggi dovrebbe assumere un significato più largo e in parte diverso. Ci sono altre assenze non volute e non meno importanti. Non c'è la sinistra cosiddetta radicale in Parlamento, che pure esiste nel Paese e nelle amministrazioni locali, e tuttavia non può fare sentire la sua voce in sede legislativa. Ma soprattutto non è rappresentata e non ha voce unitaria la sinistra dei movimenti, dei comitati per i referendum, delle migliaia di organizzazioni territoriali, dei blog, dei comitati studenteschi, delle donne, e insomma di tutto quel vasto arcipelago che non solo è stato protagonista delle lotte negli ultimi anni, ma è emerso come volontà politica unitaria alle recenti elezioni amministrative e ai referendum. La contraddizione qui è ancora più marcata, perché questo soggetto plurimo e frammentato ha immesso nello stanco dibattito pubblico i temi di una nuova cultura politica, coinvolgendo in una critica radicale non solo il berlusconismo, ma la strategia trentennale del capitalismo mondiale che va sotto il nome di neoliberismo.
Ora il problema è quale risposta organizzare di fronte a quella vera e propria “vendetta di classe” che è la manovra governativa nella sua pur non definitiva architettura. Come rendere di nuovo protagonisti le donne e gli uomini che hanno mostrato una capacità di far politica anche al di fuori dei partiti e che oggi sono fuori dai luoghi in cui si prendono decisioni rilevanti.
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Discariche di rifiuti tossici per il Credito
by Robert Kurz
Chiunque abbia conservato un po' di capacità di memoria potrebbe essersi chiesto dove sia andata a finire l'enorme massa di crediti irrecuperabili. Questi debiti non sono mai stati pagati e, al contrario, ogni forma immaginabile di debito ha continuato a crescere. Il gioco di far finta di pagare i vecchi prestiti per mezzo di quelli nuovi, e quelli nuovi per mezzo di quelli ancora più recenti, è finito da tempo, nel settore privato. E, a causa della loro enorme grandezza, i famosi "toxic assets" non potevano essere ammortizzati interamente (salvo alcune operazioni cosmetiche fatte dalle banche). Secondo le parole dei guru finanziari, questo avrebbe causato la "fusione del nucleo" del sistema finanziario globale. Ai fini contabili delle banche è stato permesso loro di gettare a mare i rifiuti tossici. Ma nulla è stato detto a proposito della "banche cattive", che dovevano fare affidamento sulle garanzie statali per compensare temporaneamente il crollo del "sistema bancario ombra" dopo lo scoppio della bolla immobiliare. La speranza ufficiale e l'aspettativa erano che le garanzie statali potessero rapidamente ripristinare la "fiducia" in modo che i titoli, a lungo senza valore, riuscissero ancora una volta a spuntare un prezzo decente. La condizione era che il settore immobiliare statunitense, dove era cominciata la crisi, si riprendesse con forza. Nulla da dire su questo. Ma le garanzie dello Stato non erano pagabili. Non potevano essere pagati, per il semplice motivo che questo avrebbe causato la "fusione del nucleo" nel bilancio statale. Perciò, dove sono andati a finire i rifiuti tossici del sistema finanziario? Sono finiti nella discarica finale: le banche centrali. Come tutti sanno, queste banche stanno attualmente inondando il mondo di dollari, euro, ecc., al fine di dare ossigeno ad un'economia mondiale clinicamente morta.
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Una manovra iniqua ed economicamente devastante
di Vladimiro Giacché
La manovra ferragostana del governo Berlusconi-Tremonti da 50 miliardi di euro e' peggiore delle previsioni più pessimistiche.
Per quello che contiene e per quello che non contiene.
Ecco quello che contiene:
ATTACCO AL SALARIO E AI DIRITTI DEL LAVORO
La manovra contiene innanzitutto un attacco al salario e ai diritti del lavoro dipendente di portata inedita, che si può sintetizzare come segue:
Attacco al salario
1. Tagli al salario diretto dei dipendenti pubblici. I dipendenti delle amministrazioni pubbliche che non rispettano gli obiettivi di riduzione della spesa perderanno il pagamento della tredicesima mensilità.
2. Tagli al salario indiretto di tutti i lavoratori. Questo e' il risultato inevitabile della riduzione di 6 miliardi di trasferimenti dallo Stato agli Enti Locali per il 2012 e per 3,5 miliardi nel 2013, come pure dell'incentivo alla privatizzazione dei servizi pubblici locali (a questo riguardo si usa a sproposito il termine di "liberalizzazione", ma si tratta di una mistificazione in quanto la gran parte di questi servizi sono monopoli naturali). Lo stesso effetto avranno, almeno in parte, i tagli ai Ministeri per 6 miliardi nel 2012 e per 3,5 miliardi nel 2013. E anche la soppressione delle province sotto i 300.000 abitanti e la fusione dei comuni sotto i 1000 abitanti. E' infatti certo che queste misure si tradurranno in minori servizi o servizi più cari per i cittadini.
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Merkel-Sarkozy: contro l’Europa
Alfonso Gianni
Più che il classico topolino, il vertice dei due leader dei più forti paesi del continente ha prodotto un vero e proprio mostriciattolo. Non tragga in inganno l’accelerazione, soprattutto da parte francese, sulla introduzione della Tobin Tax, che peraltro fa già innervosire i mercati finanziari. Da un lato questa proposta è ormai stramatura anche in ambienti che nulla hanno a che spartire con una visione anche solo pallidamente progressista. La sortita di Warren Buffet a favore di una maggiorazione delle tassazioni sui ricchi e sulla ricchezza ne è un esempio, anche se proviene d’oltreoceano. Dall’altro lato nulla di concreto viene fatto, poiché tale idea verrebbe consegnata per la sua realizzazione nientemeno che nelle mani del presidente del Consiglio europeo, Van Rompuy, più adatte a insabbiarla che a tradurla in pratica.
In ogni caso anche se la dichiarazione sulla Tobin volesse essere considerata come un mezzo passo in avanti, quelli più numerosi – e decisi – all’indietro ci riportano bruscamente alla realtà.
Intanto è stata ribadita con ancora maggiore forza la cosiddetta “regola d’oro”, ma sarebbe meglio dire “ferrea”, ossia l’obbligo per i paesi membri della Ue di inserire nelle loro carte costituzionali il pareggio di bilancio. Con il che verrebbe seppellita la possibilità di qualunque politica economica da parte degli stati che non volesse ridurre gli stessi a un puro ruolo ragionieristico.
Come si sa la norma è già presente nella Costituzione tedesca, che prevede dal 2016 un tetto al deficit strutturale federale pari allo 0,35% del Pil. Se non è pareggio poco ci manca. Mentre nessuna norma è prevista in tal senso nella Costituzione francese. Si pensa di farla approvare entro la fine dell’anno, ma per raggiungere la necessaria maggioranza qualificata dei due terzi a Sarkozy mancano ancora una quarantina di voti. La dichiarazione congiunta con la cancelleria tedesca va quindi letta soprattutto in chiave di pressione sui resistenti francesi a muoversi in tale direzione. A ciò i due hanno aggiunto un ulteriore carico: intanto niente fondi Ue ai paesi poco virtuosi in termini di controllo del deficit.
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Udite, udite...
di Giulietto Chiesa
Udite, udite, o signori e signore che leggete i giornali dei finanzieri di tutto il mondo, (cioè i “loro giornali”, cioè tutti i giornali del mainstream, e naturalmente tutte le televisioni del mainstream) adesso scoprirete il segreto, uno dei segreti, forse il più importante dei segreti, che sta dietro la crisi della finanza mondiale. Credevate che la Grecia fosse la pietra dello scandalo e che i greci, questi spendaccioni corrotti, dovessero essere salvati, sì, ma insieme privati della loro sovranità nazionale, come gli italiani, del resto, e i portoghesi e gli irlandesi? Vi sbagliavate, ma non è colpa vostra. Le cose stanno diversamente, e tenetevi forte alle vostre sedie. Scoprirete anche come la più grande democrazia del mondo (senza scherzi, sto parlando di quella americana!) è in grado di guardarsi dentro (quasi) fino in fondo.
E questo è un bene. Salvo naturalmente il fatto che nessuno lo saprà. E questo è un male. Eccetto io e voi che leggete queste righe elettroniche (questa roba non andrà mai sulla prestigiosa carta dove scrivono De Bortoli, Riotta, Pigì Battista e altri tristanzuoli che vi hanno raccontato e vi raccontano frottole tutti i giorni).
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6 Agosto 2011: l’Italia rasa al suolo dalla BCE
di Carlo Bertani
Le porte sono aperte, e i servi rimpinzati si fanno beffe della loro consegna russando.
William Shakespeare – Macbeth – Atto II, Scena Seconda.
Questi giorni sonnacchiosi, d’Agosto, questa falsa Estate che già si tinge delle dolenti piogge autunnali, questi cieli bigi sul mare, le nuvole di vapore sui colli e sui monti, sembrano un messaggio degli Dei ai mortali: lascia il chiasso delle spiagge e dei ristoranti all’aperto, smettila d’osservare ostinatamente il dito e lascia spaziare l’occhio in cielo, perché questa è un’Estate di guerra. La Libia? Sì, anche, ma non è questa la grande guerra che è in atto: anzi, sono più d’una, almeno tre o quattro. Vediamole nell’ordine.
a) La guerra per il primato geostrategico nel Pianeta fra USA e Cina.
b) La guerra, interna all’Unione Europea, fra la BCE e la Commissione Europea.
c) L’eterna guerra fra John Maynard Keynes e Milton Friedman.
d) La (finta) guerra fra i nani e le ballerine italiane.
La guerra per il primato geostrategico nel Pianeta fra USA e Cina
La notizia del declassamento del debito USA, da AAA ad AA+ (con outlook negativo), è di portata storica, verrebbe quasi da dire “la notizia del secolo” ma siamo prudenti, poiché il secolo che avanza – almeno, secondo chi scrive – ne riserverà altre di ben diversa portata. In ogni modo, sarebbe come se al Soglio Pontificio fosse salito il cardinal Milingo, con Vasco Rossi al Quirinale e il mago Otelma ministro dell’Economia. Tutto ciò era inevitabile: anzi, il giudizio è stato ancor troppo bonario.
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