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Un “capro espiatorio” per il Covid-19
di Uber Serra, con Giorgio Gattei
Quando una comunità viene minacciata nella sua stessa sopravvivenza fisica da lotte intestine, ma anche da guerre o da calamità naturali, ha tre modalità possibili di tenuta:
1) sottomettersi alla volontà di un Tiranno (il “Leviatano”) – e questo è Hobbes;
2) aderire di comune accordo ad un Contratto (la “Volontà generale”) – e questo è Rousseau;
3) scatenare la violenza contro una Vittima (il “Capro espiatorio”) – e questo è Girard.
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Uber Serra
Insegna René Girard (qui si rinvia a Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo del 1978, ma c’è anche La violenza e il sacro del 1972 e Il capro espiatorio del 1982) che tutto ciò che chiamiamo “cultura” trae origine, e quindi può essere spiegato, dal concetto di desiderio mimetico, nel senso che tutti gli uomini per loro natura tendono a desiderare le medesime cose. Si tratta di una vera e propria legge universale del comportamento umano, una invariante culturale in base alla quale, siccome viviamo in un ambiente di penuria, ciascuno di noi desidera egoisticamente e realisticamente ciò che l’altro possiede, così da imitarci l’un l’altro nel medesimo desiderio di appropriazione (“appropriazione mimetica”): «se un individuo vede uno dei suoi congeneri tendere la mano verso un oggetto, è subito tentato di imitarne il gesto».
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La norma invisibile
di Il Pedante
Nel merito della proclamata epidemia di questi mesi sono state spese parole autorevoli ma finora poco o per nulla definitive, sempre atteso che possa darsi un «definitivo» nelle cose della scienza. In quanto al metodo è stato invece più facile identificarvi l'ultima metamorfosi di una crisi ininterrotta che da almeno vent'anni reclama deroghe ai precedenti etici e giuridici per risolvere emergenze ogni volta inaffrontabili con gli strumenti del prima. Se tentassimo una tassonomia delle eccezioni condensatesi in questo breve periodo, quella attuale ricadrebbe nella fattispecie dell'attacco terroristico. Non tanto per il terrore che integra già la fenomenologia dell'emergenza, quanto più per i prodotti propri del collegato momento riformante: instillare la paura del prossimo come latore di rischi invisibili e mortali → rinforzare i dispositivi di sorveglianza → limitare le libertà che attengono alla sfera fisica.
Le misure straordinarie di volta in volta adottate nell'evo della crisi perpetua lasciano sempre un sedimento irreversibile nella legge e nella percezione di ciò che è ordinario. E in questo loro spingere ogni volta più in alto la piattaforma su cui si innesteranno le eccezioni successive, in questo qualificarsi non già degli eventi, ma delle reazioni agli eventi come incrementalmente «senza eguali», anche nella loro versione sinora ultima non sfuggono alla regola di ogni ultima versione, di superare cioè le applicazioni pregresse in ogni dimensione possibile.
Il primo prodotto in elenco si specchia oggi, direi in maniera radicale, nel dispositivo del «distanziamento sociale» che fa della negazione della prossimità e del suo comandamento (Mt 22,39) una norma generale.
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In che scuola vogliamo tornare?
di Girolamo De Michele
In autunno, sul banco delle novità della biblioteca del liceo in cui insegno, c'era un libro adesso famosissimo, Spillover di David Quammen. L'ho tenuto in mano a lungo, sfogliandolo e leggiucchiandolo; l'amico bibliotecario mi ha chiesto se volevo prenderlo in prestito (mi conosce, e sa che di solito se tengo in mano un libro per un tot poi me lo porto a casa); ci ho pensato su, e poi gli ho risposto: magari in estate, adesso non ho il tempo di leggerlo. E poi, mi sono anche detto: una volta letto, dove trovo il modo di parlarne in classe, io che insegno storia e filosofia? Fatto è che il tempo di leggerlo (è un librone, anche se divulgativo), fra lezioni da preparare, compiti da correggere, e un mare di impegni burocratici da sbrigare, forse non lo avevano neanche le/i collegh@ di scienze.
Poi è arrivata la pandemia, il manifesto ha intervistato Quammen, e di colpo tutto il mondo dell'informazione ha "scoperto" Spillover: e a me è rimasto l'amaro in bocca per non averlo letto e non averne parlato, che sarebbe stato utile, eccome. Potrebbero obiettarmi: ma se l'aggiornamento è un obbligo, leggere un libro per farne argomento didattico non è ottemperare a un obbligo di servizio? La risposta è: no, non lo è. Se leggo un libro e imparo qualcosa, non è riconosciuto come aggiornamento. Se invece (com'è accaduto) c'è una "giornata di studio" nella quale la star dell'evento è una funzionaria del ministero la cui unica referenza è stata per anni l'aver co-firmato (ma col proprio cognome in piccolo) un libro assieme all'ex ministro Berlinguer – ma che, a dispetto di ciò, ha incarichi su incarichi: beh, quello sarebbe aggiornamento. Perché, un po' come le banane, quel convegno aveva il bollino: quello della piattaforma SOFIA. Per la cronaca: non ci sono andato (e questo mi ha causato qualche problema).
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Piano Colao: Confindustria detta, i tecnici scrivono
di coniarerivolta
Alla fine la montagna ha partorito un topolino: il “comitato di esperti in materia economica e sociale” presieduto da Vittorio Colao, già amministratore delegato di Vodafone, ha consegnato al governo il Piano di rilancio deputato a dettare la linea sull’uscita dalla crisi. Certo, le reazioni del mondo politico non sono state quelle attese. I partiti che compongono la maggioranza di Governo – con l’eccezione di Italia Viva – hanno reagito con freddezza al Piano Colao, il cui destino è a questo punto incerto. Sarà davvero la base di partenza su ci si articolerà il piano di ‘riforme’ da presentare all’Europa per avere accesso al già famoso Recovery fund (ora Next Generation EU)? Oppure finirà riposto e dimenticato in un cassetto?
La risposta è ancora incerta, ma non per questo è meno importante analizzarne il contenuto. D’altronde, l’entusiasmo scatenato in Salvini e nella Lega, fino alle bizzarre esternazioni della macchietta Bagnai (maestra, maestra, mi hanno copiato il piano!!!), fornisce un’utile indicazione di quanto le linee guida contenute nel Piano Colao siano in linea con i desiderata del padronato del nostro Paese. Proviamo, quindi, ad andare al di là del circo quotidiano offerto dalla politica nostrana, per analizzare l’impianto generale ed alcune delle misure cruciali contenute in questo catalogo degli orrori.
Si parte a bomba. La prima proposta (1.i) è lo scudo penale a favore delle imprese in caso di contagio Covid dei propri dipendenti: detta così sembrerebbe già sufficiente per chiudere tutto e dare fuoco al malloppo. Lo scudo esclude la responsabilità penale per quelle aziende che, nominalmente, rispettano e hanno rispettato le norme in materia di sicurezza, pattuite tra parti sociali.
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Come prima… peggio di prima
di Alessandra Ciattini
La crisi sanitaria ed economica disvela scenari catastrofici in contrasto con la fiducia che ci vogliono inoculare. Forse il disvelamento alimenterà la forza consapevole di opporsi in quelli che sono stati spinti al basso della piramide sociale
Nel 1917 qualcuno scriveva La catastrofe imminente…, ma forse l’espressione poteva ben riferirsi a quel momento storico, ora che stiamo per uscire dalla pandemia, nonostante la situazione critica di Paesi come gli Stati Uniti e il Brasile, e possiamo forse sentirci più tranquilli; ma le cose stanno veramente così? In effetti, almeno qui nel Lazio dove scrivo, la gente si muove tranquilla ed ha ricominciato il consueto consumismo, magari più attento.
Analizzerò brevemente alcuni aspetti delle ipotetiche conseguenze della pandemia che si è rovesciata sui paesi capitalistici avanzati e che per questo è stata sempre sulla cresta dell’onda, nonostante la persistenza di epidemie “minori” (per la nostra ottica) in altri continenti.
Qualcuno si ricorderà che la cosa è iniziata con accuse reciproche da parte di Cina e Stati Uniti a proposito della diffusione del virus, della mancanza di tempestività etc., tanto che l’Organizzazione mondiale della sanità ha dato vita ad un’indagine “indipendente” sulle cause, sulle misure adottate, sulla diffusione delle informazioni.
Nel retroscena è stata collocata l’ipotesi dell’arma biologica, anche se questo non ci deve far dimenticare che le grandi potenze hanno numerosi laboratori proprio per produrre questo genere di agenti patogeni subdoli e sostanzialmente a buon mercato.
Ovviamente non si fa più menzione del fatto che è proprio la struttura dell’industria agroalimentare e dell’allevamento, connessa alla devastazione della natura, alle rapide forme di inurbamento e di inquinamento, che sta proprio alla base del famoso “salto di specie” attraverso cui un virus, ubicato in un corpo animale, si trasforma ed attacca l’uomo, dando luogo ai fenomeni pandemici a causa degli altri aspetti della globalizzazione (rapidità di spostamenti): non se ne fa menzione, appunto, proprio perché si sarebbe messa in crisi la struttura capitalistica stessa.
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Sulla differenza tra sommossa e insurrezione
di Bruno Astarian e Robert Ferro
Estratti da Le ménage à trois de la lutte des classes. Classe moyenne salariée, prolétariat et capital, Éd. de l’Asymétrie, Toulouse 2019, pp. 293-299
A margine del movimento partito da Minneapolis in seguito all'uccisione di George Floyd, ed estesosi ad un gran numero di città statunitensi e non, pubblichiamo alcuni estratti di Le Ménage à trois de la lutte des classes, uscito in Francia nel dicembre 2019, e in fase di traduzione in italiano. Non è che un piccolo contributo alla messa a fuoco del proteiforme movimento ancora in corso. Avremo modo di riparlarne in maniera più circostanziata prossimamente. Nel frattempo, per chi volesse procurarsi il volume di cui sopra, segnaliamo che è possibile ordinarlo sul sito della casa editrice: https://editionsasymetrie.org/ouvrage/le-menage-a-trois-de-la-lutte-des-classes/.
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Negli ambienti attivisti, e anche in quelli comunizzatori, la sommossa è stata spesso caricata di un significato immediatamente sovversivo o rivoluzionario. Ora, nel corso degli ultimi decenni, la sommossa si è banalizzata, senza mai trasformarsi in un’insurrezione propriamente detta (ritorneremo su questa terminologia). Inoltre, nel corso delle nostre ricerche, ci è parso chiaro che anche la classe media salariata (CMS) possa dare vita a delle sommosse (Venezuela 2014, Algeria da diversi anni ormai, etc.). Conviene dunque, a nostro avviso, rimuovere questa ambiguità attraverso una definizione più stretta della sommossa, distinguendola dall’insurrezione. Ecco un primo approccio, che si tratterà poi di precisare:
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il termine sommossa [émeute, NdT] verrà riservato a delle sollevazioni più limitate, in particolare perché non coinvolgono il processo di lavoro generale, e non comportano quindi alcuna possibilità di superamento. La sommossa attacca, distrugge, saccheggia la proprietà solo nella sfera della realizzazione, e si interessa unicamente alle merci della sezione II della produzione sociale (mezzi di sussistenza).
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Sulla stagnazione e la crisi del 2007
di Bollettino Culturale
Diversi punti di vista sulla stagnazione
La scuola stagnazionista della Monthly Review, ora proseguita con il contributo di Fred Magdoff e John Bellamy Foster, fa riferimento alle analisi suggerite da Paul Baran e Paul Sweezy negli anni '60. È proprio a loro che Foster e Magdoff si rivolgono per spiegare la simbiosi tra stagnazione e finanziarizzazione dell'economia, il punto focale delle loro analisi sulla crisi del 2007. In Sweezy la tendenza al sottoconsumo e, quindi, alla stagnazione come "la norma verso cui tende la produzione capitalista" derivava dal presupposto che gli investimenti e il consumo capitalistici sarebbero cresciuti in proporzione al reddito e che, pertanto, la quota dei salari avrebbe dovuto diminuire.
Poiché ha anche ipotizzato che la percentuale del consumo capitalista in termini di reddito sarebbe diminuita, Sweezy ha dedotto un aumento della percentuale di investimenti in reddito. Supponendo che la produzione di mezzi di consumo fosse proporzionale alla crescita degli investimenti, Sweezy dedusse che l'offerta di mezzi di consumo sarebbe cresciuta prima della domanda di mezzi di consumo, causando un eccesso cronico di capacità. Questa è la teoria del sottoconsumo e della stagnazione di Sweezy. L'errore teorico, come sottolineato da Shaikh, consiste nel considerare il dipartimento I come un input del dipartimento II e, pertanto, l'economia capitalista punta alla produzione di beni di consumo.
Per Baran e Sweezy la tendenza della moderna economia capitalistica alla stagnazione è legata all'emergere di monopoli e oligopoli. Nel loro libro del 1968, Monopoly Capital, Sweezy e Baran sostengono che gli oligopoli hanno vietato la concorrenza sui prezzi. Di conseguenza, la teoria generale dei prezzi appropriata per questa economia divenne "la teoria tradizionale dei prezzi del monopolio classico e neoclassico", ora elevata al livello di un caso generale e non più speciale.
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Germania 1918 e Italia 1945: due rivoluzioni interrotte
di Eros Barone

Natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le quali sempre che sono tali, indi tali e non altre nascon le cose.
Giambattista Vico, La scienza nuova, Degnità XIVª.
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La democrazia borghese contro la rivoluzione socialista: il caso tedesco
La nazione europea in cui le crisi e i conflitti del primo dopoguerra si manifestarono nella forma più netta e, nel contempo, più drammatica fu senza dubbio la Germania. In questo paese la sconfitta militare aveva determinato la disgregazione dell’impero guglielmino e posto la necessità di una profonda trasformazione dello Stato. In quello che, a partire dall’età bismarckiana, si presentava come un regime semi-assolutista e semi-parlamentare, l’impero si era basato su una compenetrazione talmente stretta fra l’imperatore e l’esercito che l’intero sistema politico e sociale finiva con l’articolarsi intorno all’autorità del sovrano e alla possente struttura dell’esercito, nel mentre il parlamento era ridotto a svolgere un ruolo decisamente subalterno.
Quando le ostilità cessarono, nel breve giro di due settimane questi pilastri crollarono.
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Il razzismo nell’uomo capitalistico occidentale
di Michele Castaldo
All’indomani delle mobilitazioni per la morte di George Floyd negli Stai Uniti, del funerale in pompa magna, degli inni di rito, delle migliaia di arresti e di centinaia di feriti, tentiamo un minimo bilancio e una breve riflessione sulla questione del razzismo.
Che ancora ai giorni nostri si possa uccidere un uomo, per un presunto biglietto di venti dollari falso, mentre grida al poliziotto bianco, che gli comprime il ginocchio sulla carotide di non riuscire a respirare, appare ai più qualcosa fuori dal mondo, del mondo civile s’intende, il mondo occidentale, civile per eccellenza, come i popoli d’Europa, i primi “civili” e civilizzatori della storia moderna. Dunque negli Usa accadono tuttora fatti esecrabili, di chiaro stampo razzista, un marchio di fabbrica moderno che rimuove le delicatezze dei rapporti degli europei del passato, oltre che del presente, nei confronti del resto del mondo. Se poi accadono sotto la presidenza di un fenomeno da baraccone come il rozzo Trump, beh tutto si spiega. Come dire? Questi americani non riescono proprio a superare un certo stadio di primitivismo nei confronti degli uomini di colore.
Per non appesantire la lettura di queste poche note raccontiamo un piccolo episodio capitato in una scuola elementare di Roma, dove una bidella che lavorava in un liceo, viene invitata a recarsi presso l’istituto dove la figlia di 9 anni frequentava la quarta classe e aveva dato della «sporca negra» a una bambina di colore sua coetanea nella stessa classe, che invece di piangere l’aveva strattonata e tirandola per i capelli l’aveva sbattuta a terra. La bidella si precipita all’istituto e cerca di spiegare alla propria figliola che non bisogna essere razzisti e indicando la bambina di colore dice: «vedi lei ha due mani, due piedi, due braccia, due gambe e una testa, proprio come te. E’ colpa sua se è nera?».
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Covid-19: «rivelazioni» e conferme di giugno
di Marinella Correggia
Intorno al Covid-19 si susseguono da mesi colpi di scena, rivelazioni e successive rettifiche. Grande è la confusione sotto il cielo. Ma non siamo ai tempi di Mao e quindi la situazione non è affatto eccellente. Cerchiamo di collegare alcuni puntini
1. Oms: «Il contagio da parte di asintomatici è molto raro»…anzi «non sappiamo». Maria Van Kerkhove, direttrice del team tecnico dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per la risposta al coronavirus (1), lunedì 8 giugno osa affermare: «Ci sono casi di persone infettate che sono asintomatiche, ma i paesi che stanno monitorando in modo dettagliato i contatti non stanno trovando da questi casi una trasmissione secondaria». Gli «esperti di salute pubblica» insorgono, capitanati dall’Harvard Global Health Institute. E così l’Oms aggiusta il tiro il giorno dopo: «La maggioranza dei casi di trasmissione che conosciamo si verifica, con le droplets, da parte di chi ha sintomi. Ma ci sono persone che non sviluppano sintomi, e non abbiamo ancora risposta sulla questione di quanti infettati non abbiano sintomi». Alcune ricerche stimano la probabilità di infezioni da asintomatici (e più spesso pre-sintomatici) con modelli probabilistici, senza documentare direttamente la trasmissione. Comunque la frase rivelatrice dell’esperta dell’Oms è: «Per ogni risposta che troviamo alle domande, ne sorgono altre dieci». La risposta è sempre: dipende (dalle circostanze): un luogo chiuso affollato e in una zona ad alta carica virale è un caso specifico, non generalizzabile (vedi ai punti 10 e 12).
E a proposito dei modelli probabilistici..
2. «Falliti i modelli epidemiologici, meglio non usarli più nelle decisioni politiche». Il virologo Guido Silvestri, ribadendo – sulla sua rubrica social Pillole di ottimismo – quanto aveva già affermato circa il fallimento dei modelli matematici nel prevedere l’andamento reale dell’epidemia, spiega (2):
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Il ginocchio del poliziotto sul collo di G. Floyd, il ginocchio Usa sul collo del mondo
di Fulvio Grimaldi
Inoltre: L'OMS, l’Azzolina, il virus: un circo e tre clown ... La rivoluzione colorata torna a casa
Statue abbattute. “Chi controlla il passato, controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato” (George Orwell).
Covid-19: tocca agli studenti
Come spesso, diamo un’occhiata in casa e poi ce ne andiamo fuori. In casa abbiamo fatto tremare i penati con la risata omerica, fatta però tra denti digrignanti, innescata da un paio di labbra rosso-cardinale, con sotto una ministra dell’Istruzione, dalle quali era uscito la formidabile, per quanto lugubre, battuta di scolari sotto plexiglass. Affine ad Alcmeone che, uccisa la madre, fu privata del senno dalle Erinni, Lucia Azzolina, avendo ucciso l’Istruzione, madre sua e di tutti noi, aveva subito analoga sorte. E fu la pazzia a dettarle deliri che solo degli irresponsabili come noi potevano prendere per barzellette. Tipo, facciamo che metà studia da remoto, e l’altra in presenza. E giù cataratte di ghignate. Facciamo che voi entrare alle 8, voialtri alle 10, e voi laggiù a mezzogiorno. E visto che studenti come pesci nella boccia di plexiglass non vi stanno bene, facciamo che di plexiglass gli mettiamo solo una visiera da astronauta.
Mancano duecentomila insegnanti? Abbiamo altrettanti supplenti votati alla supplenza eterna E voi, ragazzi, andate a studiare sui prati, sotto i ponti, a gennaio sul laghetto ghiacciato, nei cinema e nei musei. Con plexiglas sul muso. Così, se ci cadete sopra, vi tagliate la carotide, ma vi salvate dal virus.
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Screen New Deal
di Naomi Klein
Isolamento fisico come laboratorio vivente di un avvenire – altamente redditizio – deprivato per sempre di qualsiasi contatto fisico
Nel corso del briefing quotidiano sul coronavirus del governatore di New York Andrew Cuomo di mercoledì 6 maggio, per alcuni brevi istanti, la cupa smorfia che ha riempito i nostri schermi per settimane si è rapidamente trasformata in qualcosa che assomiglia a un sorriso.
«Noi siamo pronti, ci siamo completamente dentro», ha ciangottato il governatore. «Siamo newyorkesi, quindi siamo aggressivi su questo problema, siamo anche ambiziosi a tale riguardo (…) Ci rendiamo conto che il cambiamento non soltanto è imminente, ma può essere veramente un amico se facciamo le cose come vanno fatte. »
L’ispirazione per queste vibrazioni insolitamente positive veniva dalla visita in video dell’ex CEO di Google Eric Schmidt, che si è unito al briefing del governatore per annunciare che sarà a capo di un panel per reinventare la realtà post-Covid dello Stato di New York, con un’enfasi sull’integrazione permanente della tecnologia in ogni aspetto della vita civile.
«Le priorità di ciò che stiamo cercando di seguire» , ha dichiarato Schmidt, «riguardano la sanità a distanza, l’apprendimento da remoto e la banda larga (…) Dobbiamo cercare soluzioni che possano essere usate adesso e poi accelerate per utilizzare la tecnologia e per fare le cose al meglio». Per non avere dubbi sul fatto che gli obiettivi dell’ex presidente di Google fossero del tutto benevoli, il suo sfondo video presentava una coppia di ali d’angelo d’oro incorniciate.
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La prima grande crisi epistemologica del marxismo
di Alessandro Barile
Luigi Vinci, 1895-1914 La prima grande crisi epistemologica del marxismo. La lezione mancata, Punto Rosso, 2018, pp. 457, € 20.00
Il socialismo è una necessità o una possibilità? Attorno al grande problema dell’oggettività, tanto della realtà quanto dei suoi processi sociali, si è istituito un confronto che ha attraversato tutto il marxismo. Oggi il problema è a prima vista inattuale: il campo del marxismo è residuale nella politica e profondamente venato di soggettivismo nelle sue proposizioni teoriche: il socialismo è pensato tutto all’interno di una prassi politica contingente. Ci ricorda però Luigi Vinci, in questo suo testo multiforme e pericolante, che così non fu per una lunga epoca del movimento operaio. Da Marx fino (almeno) allo scoppio della Grande guerra – e soprattutto lungo tutta l’esperienza della II Internazionale – la teoria politica della socialdemocrazia costruiva la propria forza organizzativa e narrativa pienamente dentro il campo del determinismo storico. Il famigerato “crollismo” altro non era che la fiducia in processi sociali teleologici: il capitalismo era destinato ad essere superato, a prescindere dall’azione del movimento operaio.
Il contesto storico appariva indubbio: la II Internazionale origina all’interno di una lunga depressione economica che confermava, addirittura accentuandole, le principali determinazioni marxiane. Tra il 1873 e il 1895 la crisi non rendeva solamente più manifeste le contraddizioni del capitalismo; moltiplicava nel numero e nella coscienza quel proletariato che avrebbe inevitabilmente sostituito la borghesia al potere. La società sembrava destinata a ridurre le proprie specificazioni sociali lasciando sul terreno le sole due classi in lotta: borghesia e proletariato. La prima in ritirata, la seconda in espansione. L’azione organizzata del movimento operaio procedeva abolendo le leggi antisocialiste, costruiva sindacati e, tramite questi, migliorava le condizioni di vita di milioni di lavoratori salariati; parimenti, i primi rappresentanti socialisti venivano eletti nei parlamenti nazionali, acquisivano forza di condizionamento. Lo Stato repressivo diveniva anche interlocutore politico. La storia sembrava per compiersi, era questione di anni.
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Conflitti nel Taylorismo Digitale
Le lotte dei drivers di Amazon a Milano
di Riccardo Emilio Chesta
Abstract. Gli scioperi dei corrieri milanesi di Amazon hanno acceso i primi segnali di conflitto in uno dei settori più sconvolti dalla digitalizzazione, il lavoro di consegna a domicilio. L’introduzione degli algoritmi si basa su un vecchissimo imperativo, saturare i tempi di lavoro calcolando automaticamente le rotte di consegna e quindi tempi e distanze: una forma di “taylorismo digitale”. Attraverso un’analisi delle modalità di mobilitazione e dei contenuti di lotta dei corrieri milanesi, si mostra l’evolversi del conflitto in un settore chiave dell’e-commerce
Introduzione
La mobilitazione dei drivers di Amazon costituisce un caso rilevante nel panorama lavorativo e sindacale contemporaneo attraversato dai nuovi processi di digitalizzazione [1]. Gli scioperi e le azioni di protesta dei corrieri milanesi mettono in luce problematiche e tendenze di un settore, quale quello delle consegne a domicilio, la cui organizzazione è stata ristrutturata dalle innovazioni digitali che hanno permesso l’avvento dell’e-commerce di massa.
Questo contributo parte da una domanda specifica. Che cosa mostrano le lotte dei drivers riguardo alla nuova relazione tra autonomia e controllo sul lavoro allo stadio attuale di riconfigurazione tecnologica? Dalla stessa domanda ne consegue un’altra: questo caso si identifica o si discosta dal modello generale di impresa Amazon, che tiene insieme diversi attori, quali clienti, altre imprese di fornitura e lavoratori (dalla logistica di magazzino a quella delle consegne)? Il modello è definibile come «taylorismo digitale», estensione di alcuni punti del tradizionale taylorismo e riedizione della one best way attraverso le nuove tecnologie digitali che rendono possibile: 1) calcolare e intensificare in maniera automatizzata tempi e ritmi della prestazione di lavoro, 2) ridurre deviazioni e tempi morti dovuti ad autonomia e discrezione nell’espletamento della funzione lavorativa. In ultima, l’applicazione degli algoritmi permette di superare la compresenza spazio-temporale in un luogo e il tramite di un supervisore umano per il monitoraggio.
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Guy Debord e l’eredità dello spettacolo
Da Marx a Lukács: plagiatore o teorico?
di Afshin Kaveh
È ormai innegabile quanto la lettura che si fa di Guy Debord, spesso, porti con sé il peso di una serie infinita di approssimazioni, vuoi per una certa attitudine alla distrazione di alcuni lettori (non sempre in buona fede) che non gli cedono il giusto posto tra le letture marxiste e vuoi perché, sia lo stesso personaggio che il proprio enunciato, risultano spesso criptici o, comunque, rivestono quell’alone misterioso di chi si è tenuto a debita distanza, non facendosi avvicinare se non da pochi e facendosi comprendere solo da chi lo leggeva cogliendo i suoi intenti «di nuocere alla società spettacolare»; a tal riguardo davvero «non ha mai detto nulla di eccessivo»[1] e, dal lato della barricata da cui poteva vantare di essersi posto, ha semplicemente detto ciò che andava detto, senza mezzi termini o sterili avvitamenti.
Sono del parere che le frasi più suggestive per meglio comprendere Debord, sia nella persona che nel pensiero, siano state pronunziate da chi lo conobbe personalmente. Mario Perniola lo ha definito in più occasioni «il pensatore più estremista della seconda metà del Novecento». Gianfranco Sanguinetti, a ben ragione, afferma che «senza la teoria dello spettacolo elaborata da Debord questo mondo rimarrebbe del tutto incomprensibile e incerto». Ma lungo una vita intera in cui le amicizie, seppur importanti, si sono sempre rapidamente succedute una dietro l’altra tra allontanamenti, spesso ingiustificati o proprio incomprensibili, dure critiche e tristi rotture, la più bella frase su Debord, a parer mio, è quella massima che scrisse a suo tempo Asger Jorn, l’unica amicizia che mantenne intensamente sino alla fine, senza mai separarsene o allontanarsene[2], in un sincero e continuo scambio di affetto e stima reciproca: «Guy Debord n’est pas mal connu; il est connu comme le mal»[3].
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Il braccino corto dell’Unione
di Antonio Lettieri
Le risorse messe in campo per contrastare gli effetti della crisi più grave del dopoguerra sono incomparabilmente minori di quelle varate da Stati Uniti o Giappone. Si continuano a seguire regole fallimentari: quando verrà chiesto all’Italia di tornare all’austerità, dovrà essere il nostro governo a prendersi la responsabilità di rifiutare
Ciò che maggiormente ci colpisce della pandemia del coronavirus è che conosciamo le conseguenze della malattia in molti, troppi casi irreparabili, ma non ne conosciamo il rimedio. La scienza medica ha bisogno di tempo. Il coronavirus c’impone in altri termini una fase più o meno lunga d’incertezza.
Non possiamo dire altrettanto delle sue conseguenze economiche. Conseguenze devastanti dal punto di vista sociale. Vi è un consenso sul fatto che si tratti della più grave crisi economica del dopo guerra. Il crollo dell’economia, la disoccupazione, il disagio sociale non si sono mai manifestati con altrettanta rapidità e ampiezza.
1. La pandemia ha investito l’intero pianeta e non ha risparmiato i paesi abituati a una condizione di benessere. La reazione dei governi è stata tuttavia diversa. Sono indicativi i casi degli Stati Uniti e del Giappone.
Negli Stati Uniti, Trump aveva inizialmente deliberato per far fronte alle conseguenze economiche e sociali della pandemia un intervento di mille miliardi di dollari, un intervento manifestamente inadeguato. Il partito democratico ha imposto un investimento di risorse prossimo a 3000 miliardi di dollari. In sostanza, una mobilitazione di risorse pari a poco meno del 15 per cento del reddito nazionale. Per avere un termine di confronto, nel corso della crisi del 2008-2009, Paulson, ministro del tesoro di Bush, e poi Barack Obama, eletto alla presidenza, misero in campo 1500 miliardi per il salvataggio del sistema bancario e la ripresa dell’economia.
Ancora più significativo e stupefacente è l’intervento del governo giapponese che, avendo stanziato inizialmente risorse equivalenti a mille miliardi di dollari, nelle settimane successive le ha aumentate fino a un ammontare equivalente a 1700 miliardi – una dimensione equivalente a circa il 30 per cento del reddito nazionale giapponese.
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La Sovranità e lo scontro tra economia e politica
Ivan Giovi intervista Carlo Galli
Oggi sull’Osservatorio Globalizzazione abbiamo il paicere di intervistare il politologo Carlo Galli, professore di storia delle discipline politiche all’Alma Mater-Università di Bologna e già deputato nella XVII legislatura
OG: Professor Galli nel suo saggio “Sovranità” appare emblematica espressione “Sovranità è democrazia? Oggi si”: quali sono le funzioni economiche, politiche e sociali che, oggigiorno, impediscono il pieno esercizio della sovranità?
CG: La sovranità dello Stato oggi è fortemente limitata da una serie di determinazioni giuridiche, economiche e politiche; quelle politiche sono i trattati derivanti dalle nostre scelte di grande politica internazionale, per esempio l’adesione alla NATO. Sotto il profilo giuridico la sovranità di un paese e anche dell’Italia è limitata da trattati che regolano alcuni comportamenti internazionali del paese: il nostro ingresso nell’Onu ci ha privato dello Ius ad Bellum che peraltro era già messo in discussione nella nostra Costituzione. Poi ci sono motivazioni di carattere economico: la nostra adesione ai trattati che istituiscono l’Euro ci ha privato della sovranità monetaria. Sono privazioni in qualche modo volontarie perché giungono a compimento con un voto del Parlamento. Tuttavia, sono limitazioni, e quelle che i cittadini sentono maggiormente oggi sono quelle economiche. Lo Stato italiano resta sovrano come tutti gli Stati che fanno parte dell’unione europea, ma con una cessione di sovranità monetaria: è venuto meno quello gli economisti chiamano il signoraggio, il comando politico sulla moneta, cessato nel 1981 con il cosiddetto divorzio fra ministro del Tesoro e la Banca d’Italia. E ciò consegna lo Stato ai mercati.
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Il ruolo dei comunisti italiani
di Roberto Gabriele
Riceviamo e pubblichiamo come contributo alla discussione
In un periodo drammatico come questo di scombussolamento economico, sanitario e di equilibri politici nazionali e internazionali, sarebbe importante che da parte dei comunisti italiani si ponesse di nuovo il problema concreto di come affrontare le prospettive.
Sicuramente quelli che si ritengono comunisti pensano di avere un'opinione sulle cose che stanno avvenendo e gli interventi su Marx XXI lo dimostrano, ma il loro pensiero non si è trasformato ancora in un progetto politico che sia collegato alla situazione. Si rischia così di rimanere legati a una concezione di nicchia dell'impegno politico e di esprimere solo esigenze di analisi dei problemi senza trasformare questa analisi in un'ipotesi di lavoro e verificarla nella realtà.
I comunisti possono fare in Italia solo questo oppure si può (e si deve) fare un passo avanti? E' su questo che si dovrebbe aprire la discussione.
Certamente le sconfitte subite a partire dagli anni '90 del secolo scorso hanno lasciato il segno e molti compagni sono cauti e, giustamente, evitano di ricorrere a formazioni partitiche virtuali che possono soddisfare solo le manie di protagonismo di qualche cattivo maestro. Ma allora domandiamoci: qual è il ruolo oggi dei comunisti italiani? Sono destinati solo a mantenere viva una tradizione storica, oppure affinchè questa tradizione abbia un'incidenza reale, devono saper coniugare il loro punto di vista col corso degli avvenimenti?
Noi siamo ovviamente per la seconda ipotesi. La condizione però è che si mettano in chiaro alcuni punti essenziali su cui una nuova prospettiva si può aprire, il primo dei quali riguarda proprio il modello delle relazioni tra comunisti, cioè la forma in cui rapportarsi per superare la sconfitta e riprendere un cammino che non sia di pura testimonianza.
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Homo homini virus? Spazio urbano e disuguaglianze in tempo di pandemia
di Nicolò Bellanca
Nel ragionare sugli scenari post-pandemia, ciò che accadrà nelle città è decisivo. Non soltanto perché il 55% della popolazione planetaria è urbanizzato; né soltanto perché dalle città proviene il 75% del PIL globale, ottenuto consumando più di due terzi dell’energia e provocando il 70% delle emissioni inquinanti.[1]Ma anche e soprattutto perchénei contesti urbani è più facile, relativamente a contesti nazionali o sovranazionali,impostare e condurre grandi battaglie a favore dell’eguaglianza.
Questa tesi non è banale e, per (provare a) dimostrarla, occorrerebbe scrivere un intero libro.[2]Qui essa sarà saggiata lungo due tappe espositive: nella prima, illustreremo che cosa è successo nel corso della pandemia; nella seconda, valuteremo la portata di alcune idee e sperimentazioni sociali, che in anni recenti hanno cercato di realizzare forme radicali di rigenerazione urbana.
Le misure di “distanziamento sociale”, o meglio di “isolamento spaziale”, sono state il modo più diffuso per contenere il contagio virale. Ma se, assecondando questo approccio, ognuno di noi deve allontanarsi dagli altri, in quanto gli altri possono contaminarlo, il contesto più pericoloso dal quale fuggire è quello in cui massimamente si addensano le relazioni intersoggettive: la città. La ragione è apparentemente ovvia: accatastare le persone l’una sopra l’altra in palazzi e uffici, e imballarle in bus e vagoni della metropolitana, crea un terreno fertile ideale per le malattie trasmissibili.[3]In termini di filosofia sociale, la pandemia è stata quindi affrontata con il criterio per cuiHomo homini virus(l’uomo è veleno per l’uomo): la forma d’intervento più appropriata, per “svelenire” la società, consiste nello spezzare o almeno nel sospendere i nessi tra le persone, e tra le persone e i luoghi di vita.
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Dio non gioca a DAD
di Francesco Masala
Con a seguire articoli di Giovanni Carosotti, Rossella Latempa, Davide Viero, Martina Di Febo, Paolo Mottana, Enrico Euli, Federico Bertoni, Giorgio Agamben
Le lodi delle magnifiche sorti e progressive della didattica a distanza le lascio fuori da questo spazio, perché a essere larghi, di tutte le considerazioni possibili, quelle a favore sono al massimo il 5%.
Sento già gli entusiasti della dad (sempre minuscola) fremere, chi si contenta frema e goda.
Mi ricordano quei chirurghi che, alla domande dei parenti del malato, rispondono che l’operazione è andata bene, ma il paziente è morto.
Per la dad è lo stesso, l’operazione, per chi voleva guadagnare, in tutti i sensi, è andata bene, peccato che la scuola è morta, per quest’anno.
Ho avuto accesso ai risultati di un questionario inviato alle studentesse e studenti delle scuole superiori.
Indico alcune risposte significative.
Alla domanda che cosa ti piace di più della dad le risposte più frequenti sono state: non devo uscire e sto a casa in pigiama, e poi si studiano molte meno cose che a scuola.
Chiunque può capire perché qualcuno ami la dad, motivi chiaramente di ordine culturale, non ci sono dubbi.
Alla domanda se è più facile imbrogliare i docenti a scuola o con la dad, il 99,9% delle studentesse e degli studenti (senza mettersi d’accordo) risponde che con la dad è più facile imbrogliare (quale docente non ha visto ombre di genitori, gli occhi verso il telefonino o il libro, se la videocamera era accesa?)
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La società giusta di Thomas Piketty
di Francesco Guala
Nel corso della storia le guerre e le epidemie hanno periodicamente sconvolto le strutture economiche e sociali create dall’uomo. Secondo la maggior parte degli studiosi questi shock hanno avuto un effetto sia distruttore che equilibratore, spazzando via enormi ricchezze e quindi riducendo le disuguaglianze accumulatesi nel tempo. Oggi non sappiamo ancora quali saranno gli effetti del Coronavirus. C’è chi sostiene che i ricchi sono meglio attrezzati ad affrontare gli sconvolgimenti innescati dal contagio, e che quindi le disuguaglianze aumenteranno ulteriormente nel prossimo futuro. Altri invece intravedono la possibilità che una società più giusta ed equilibrata possa emergere dalla crisi.
Thomas Piketty è uno di questi. Circa sette anni fa usciva nelle librerie di mezzo mondo la traduzione di un voluminoso libro intitolato Il capitale nel ventunesimo secolo. Sarebbe diventato uno dei fenomeni editoriali del decennio, con centinaia di migliaia di copie vendute, elogiato da celebrità e premi Nobel. Nonostante le dimensioni (circa mille pagine), Il capitale nel ventunesimo secolo è un esempio interessante di scienza sociale accessibile al lettore medio. Utilizzando decine di grafici e pochissima teoria, Piketty sostiene una tesi molto semplice: dopo un periodo di declino nella parte centrale del ventesimo secolo, la disuguaglianza nell’accumulazione del capitale, all’interno della maggior parte dei paesi del mondo, è tornata ad aumentare in maniera vertiginosa, e continuerà a farlo.
Nel contesto della recessione seguita al crollo dei mercati finanziari, il successo del Capitale nel ventunesimo secolo non è difficile da spiegare. Il messaggio principale — la disuguaglianza è aumentata molto — è accompagnato da un’altra tesi largamente condivisa: la disuguaglianza è aumentata troppo, e dobbiamo intervenire rapidamente per invertire o almeno fermare questo trend.
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Perché siamo passati da Gramsci al PD?
di Alessandro Pascale
Mi è stato chiesto dalla redazione della nuova rivista Cumpanis un contributo sulla storia del PCI, con il tentativo di identificare le “degenerazioni” dell'organizzazione. “Degenerazione” è in effetti una brutta parola, che esprime in sé un netto giudizio politico negativo. È comprensibile che su questo tema si sia preferito utilizzare in passato un più neutro “mutazioni genetiche”, cercando di mantenere un giudizio descrittivo più che valoriale. D'altronde che ci sia stata complessivamente una degenerazione è innegabile. Basta ricordare l'adeguato sarcasmo con cui Costanzo Preve ha denunciato il passaggio “da Gramsci a Fassino” per rendere innegabile questo giudizio negativo. Forse è più corretto parlare di un susseguirsi e di un intrecciarsi di mutazioni genetiche, che sfociano in alcuni punti di svolta, veri e propri passaggi storici, in cui è avvenuto un cambiamento identitario, con un salto quantitativo e qualitativo, che rende il partito complessivamente sempre meno adatto ad affrontare la crisi generale del movimento comunista internazionale degli anni '80. L'insieme di queste mutazioni genetiche ha portato nel tempo ad una degenerazione, cosa acquisita quanto meno nel movimento comunista nostrano. C'è molta divisione invece sull'identificazione e sull'entità delle varie mutazioni genetiche avvenute nel corso della storia del movimento comunista italiano. Tali divisioni analitiche si riverberano purtroppo in divisioni politiche che rendono molto più difficile l'azione egemonica in seno al totalitarismo “liberale” in cui siamo immersi.
Dopo oltre 10 anni di militanza partitica e ricerca storico-politica, non posso certo pretendere di poter esaurire un lavoro di ricerca vastissimo, sul quale molti compagni si sono dedicati con profitto sicuramente maggiore negli ultimi anni.
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Astratto e concreto
di Salvatore Bravo
L’astratto e il concreto sono sincretici, in quanto l’astratto è il movimento di astrazione dal concreto. Ogni teoria è elaborata secondo un doppia movimento: il concreto è analizzato nelle sue innumerevoli variabili in movimento, ma vi è la necessità di astrarre da esse gli elementi principali riconfigurati in strutture stabili, in tale maniere sono sistematizzati. Le categorie che un autore ci offre e dona non sono applicabili in modo pedissequo al concreto, ma devono essere curvate alle diverse condizioni socio-storiche, in cui si è situati e che differiscono dal contesto dell’autore. Vi è sempre uno scarto tra l’autore ed il lettore, il quale dev’essere attraversato con la fatica della riconcettualizzazione.
Costanzo Preve nella lettura di Marx si è posto l’obiettivo di approssimarsi all’autore giudicandolo come autore classico della storia della filosofia. Le categorie e scoperte marxiane non riassumono l’intero del reale, ma consentono di utilizzare paradigmi interpretativi astratti dal reale concreto, i quali devono essere mediati dalle contingenze, e specialmente, devono fungere da forza plastica per elaborare nuovi processi dialettici e di significato. Non pochi marxisti, rileva Preve, nel loro dogmatismo hanno trasformato la parola di Marx in formule da applicare al reale concreto con l’effetto inevitabile di sclerotizzare la pluralità dei modelli organizzativi viventi nella storia in categorie insufficienti alla lettura del reale, la conseguenza è stata una scissione tra partito e storia reale, tra intellettuali e popoli, tale contraddizione adialettica ha favorito il fallimento dell’esperienza comunista:
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Siete pronti a liberarvi dell’economia?
di Bruno Latour
In mezzo al caos, alla crisi globale incombente, al dolore e alla sofferenza, c’è almeno una cosa che tutti hanno colto: c’è qualcosa di sbagliato nell’economia
«Il Capo dello Stato ha deciso di istituire una commissione di esperti internazionali per prepararsi alle grandi sfide», ha scritto Le Monde il 29 maggio e i giornalisti hanno aggiunto: «Si è deciso di preferire una commissione omogenea per profili e competenze, per raccogliere le opinioni degli accademici sulle grandi sfide. Ma il loro lavoro non sarà che un mattone tra gli altri, non esaurirà gli argomenti’, hanno rassicurato dall’Eliseo». Perché non mi sono sentito affatto «rassicurato»? Mi è tornata alla mente la Restaurazione, alla quale la Ripresa dopo il lockdown è probabile che assomigli sempre più: come per i Borboni del 1814, è molto probabile che la suddetta commissione, quantunque composta da menti eccelse, non abbia «dimenticato nulla e non abbia imparato nulla».
Sarebbe invece un peccato dissipare troppo rapidamente tutti i benefici di ciò che Covid-19 ha mostrato essere essenziale. In mezzo al caos, alla crisi globale incombente, al dolore e alla sofferenza, c’è almeno una cosa che tutti hanno colto: c’è qualcosa di sbagliato nell’economia. In primo luogo, naturalmente, perché sembra che se ne possa interrompere il funzionamento in un colpo solo. Non appare più come un movimento irreversibile, che non dovrebbe mai rallentare, né, naturalmente fermarsi, pena il disastro. In secondo luogo, perché tutti coloro che si sono trovati rinchiusi in casa hanno capito che i rapporti di classe, che si sosteneva seriamente che fossero stati cancellati, sono divenuti visibili come ai tempi di Dickens e di Proudhon: alla gerarchia dei valori è stato inferto un duro colpo, che aggiunge un nuovo significato alla famosa massima evangelica: «I primi (in cordata) saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi (nella corvée)»[1] (Matteo,19-30)…
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Il rimbalzo del gatto morto
di Leonardo Mazzei
Non ce ne voglia l’ignaro e simpatico felino, ma l’immagine è perfetta. In Borsa il “rimbalzo del gatto morto” descrive la ripresa, modesta e temporanea, di un titolo destinato a ricominciare alla svelta la sua corsa verso il basso. Che è esattamente quello che sta facendo l’economia italiana, nel suo complesso, dal 2008.
Nella figura sopra questo fenomeno è evidentissimo. Il primo “rimbalzo del gatto morto” si registra nel 2010-2011, poi seguito da una nuova recessione e da una sostanziale stagnazione fino al 2015. Qui inizia la ripresina del 2016-2018, il secondo balzo del micio deceduto, che ci condurrà alla stagnazione del 2019, fino alla catastrofica situazione attuale. Quando il grafico dell’Istat riporterà il tracollo in corso, il disastroso andamento dell’economia italiana risulterà ancora più chiaro.
Ma perché iniziare un articolo sulle prospettive economiche attuali con queste considerazioni? Primo, perché il passato, specie se non si cambia strada, ci parla inevitabilmente del futuro.
Secondo, perché la crisi del Covid è sopraggiunta quando l’economia italiana (e non solo) era già sull’orlo di una nuova recessione. Terzo, perché (come vedremo) tutte le previsioni economiche del momento indicano al massimo un nuovo rimbalzo del gatto morto. Quarto, perché gli effetti di lungo periodo dell’appartenenza all’eurozona solo questo consentono.
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