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Gli USA stanno sfrattando Netanyahu?
di Domenico Moro
Negli ultimi giorni è arrivata l’ennesima conferma, questa volta da parte dell’intelligence egiziana, del fatto che Netanyahu sapeva in anticipo dell’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023. L’obiettivo è molto chiaro: liberarsi di Netanyahu, divenuto ormai impresentabile, a meno di un mese dalle elezioni israeliane.
Il mandante dell’operazione è piuttosto chiaro: il governo degli Usa. La soffiata dell’intelligence dell’Egitto, paese controllato e finanziato dagli Usa, è passata attraverso il Wall Street Journal, che è di proprietà del miliardario Rupert Murdoch, sostenitore della grande finanza Usa e ultra-repubblicano. Evidentemente, il mastino israeliano alla fine è risultato poco controllabile per il padrone Usa in diversi contesti (compresi quelli dell’Iran e del Libano). Urge, quindi, un cambio di premier.
Comunque, lo sfratto statunitense nei confronti di Netanyahu è anche una risposta a chi diceva che la potenza egemone dell’imperialismo occidentale, cioè gli Usa, potesse essere controllata da un paese come Israele, che ne è la centesima parte e che, senza aiuti militari e finanziari degli Usa e senza l’appoggio delle loro Forze Armate, collasserebbe in poco tempo. È, piuttosto il contrario, sono gli Usa che si servono degli israeliani per controllare l’area più importante del mondo in termini di risorse energetiche, anche se Israele spesso agisce di testa sua.
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Perchè dovete vedere Palestine 36 e non applaudire NAZA
di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad
Alla Mostra del Cinema di Venezia una sala si è alzata in piedi e ha applaudito per venticinque minuti. È l’ovazione più lunga nella storia del festival. L’anno prima il record era di ventitré minuti, e apparteneva anch’esso a un film su Gaza: La voce di Hind Rajab, costruito attorno all’ultima telefonata di una bambina palestinese intrappolata in un’auto sotto il fuoco.
Le due ovazioni più lunghe mai tributate a Venezia riguardano entrambe Gaza. La più lunga, però, non è per la voce della bambina. È per NAZA, un documentario in cui ufficiali dell’intelligence e soldati israeliani, con il volto nascosto, raccontano come Gaza sia stata trasformata in un sistema di bersagli, di punteggi, di morti civili calcolate in anticipo. Il titolo stesso è un termine che l’esercito israeliano usava per indicare quanti civili una singola incursione avrebbe presumibilmente ucciso.
Vale la pena fermarsi qui, prima di parlare del film.
Da quasi tre anni i palestinesi di Gaza documentano in tempo reale la propria distruzione. Hanno filmato le bombe mentre cadevano, i bambini estratti dalle macerie, gli ospedali che crollavano attorno ai medici, i giornalisti uccisi mentre lavoravano. Padri e madri hanno puntato le telecamere sui corpi dei propri figli. Hanno filmato se stessi mentre morivano di fame, fuggivano, tornavano, scavavano, seppellivano. È difficile immaginare la distruzione di un popolo documentata più di questa, e non solo da ottobre 2023, ma da decenni. Eppure non bastava. Non basta mai. Solo quando a parlare è un israeliano, la sala si alza.
Perché la verità cambia statuto quando a pronunciarla è un israeliano? Perché ciò che un palestinese racconta dalla propria casa distrutta viene trattato come testimonianza di parte, mentre la stessa cosa detta da qualcuno dentro l’apparato che ha prodotto quella distruzione diventa una rivelazione?
Il poeta palestinese Mohammed El-Kurd ha dato un nome a questo meccanismo.
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La guerra non è un videogame
di Enrico Manera
Cercare di tracciare un confine tra reale e virtuale, analogico e digitale ha smesso di avere senso diverso tempo fa, nella misura in cui una porosità si è fatta prima intreccio e poi impasto. In Giocare alla guerra. Come l’industria ludica militarizza le nostre menti, (Nottetempo 2026), Dario Bassani conferma questa idea declinandola sul tema della guerra, tornata dal 2022 in modo macroscopico nell'orizzonte di senso comune: tanto nelle forme della violenza “calda”, brutale e ravvicinata, quanto nella forma “fredda” e a distanza; fare la guerra ha assunto l'aspetto di una pratica ibrida, digitalizzata e materiata di droni e intelligenze artificiali che potenziano le asimmetrie in campo e divaricano la forbice tra l'esercizio della violenza e i suoi effetti su carne, ossa e sangue.
Il libro, scritto da uno studioso nato nel 1994, getta uno sguardo vivido su una esperienza dai tratti autobiografici e generazionali che si muove tra storia, teoria e analisi del presente con un felice passo narrativo e sotto il segno di un certo disincanto. Quello di chi sa quanto la scrittura e l'impegno intellettuale, urgenti e necessari, siano in fondo “antiquati” e quasi inadatti a un presente in cui il linguaggio comune è armato (nel senso che l'inglese weaponizing rende in modo più efficace) e le forme del pensiero e degli stati di coscienza assumono nuances inaspettate per il modo in cui si costruiscono socialmente, collettivamente, digitalmente.
Uno degli assi del libro è storico-culturale e muove dall'idea che dall'epoca moderna-contemporanea guerra e gioco non siano mai stati davvero separati. Bassani ricostruisce una genealogia che muove dal Kriegsspiel prussiano tra Settecento e Ottocento e nei secoli attraversa giochi da tavolo, di ruolo e di strategia, in video e in rete, e si contamina con i simulatori di volo e gli scenari fantasy di Dungeons & Dragons fino ai First person shooters, ai contemporanei Doom, Call of Duty, Modern Warfare, e da lì senza soluzione di continuità giunge ai visori per realtà virtuale, alle Intelligenze artificiali, ai droni mobilitati per il combattimento.
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Il lato oscuro di data center e giga factory dell'intelligenza artificiale
di Francesco Cappello
Ecco perché vogliono i piccoli reattori. Dietro la corsa a Data Center e gigaFactory dell’Intelligenza Artificiale si profila il ritorno del nucleare, la competizione per acqua e territorio, l’automazione del lavoro trasformato in materia prima algoritmica e la nascita di un nuovo complesso militare-informativo [Anteprima dell’inchiesta programmata per il mensile Lavoro e Salute].
* * * *
Il boom dell’intelligenza artificiale sta portando il consumo elettrico globale verso territori inesplorati. L’addestramento e il funzionamento dei grandi modelli linguistici (LLM) richiedono una potenza di calcolo senza precedenti. Le proiezioni indicano che, entro la fine del decennio, i data center per l’IA arriveranno ad assorbire circa 945 terawattora all’anno, una cifra sbalorditiva che eguaglia l’intero fabbisogno energetico di una nazione fortemente industrializzata come il Giappone. In Italia, secondo gli aggiornamenti diffusi da Terna alla fine dell’estate 2026, le richieste di connessione alla rete elettrica nazionale per i nuovi data center e le infrastrutture legate all’intelligenza artificiale hanno varcato la sbalorditiva soglia dei 95 gigawatt, arrivando a sfiorare i 100 gigawatt (vedi nota 1).
Non a caso anche in Italia si sta tornando al nucleare nella forma dei piccoli reattori
Per alimentare queste immense cattedrali di calcolo, note come AI Gigafactory, i tradizionali contratti di fornitura dalla rete elettrica nazionale non sono più sufficienti. L’industria tecnologica si è scontrata con un limite fisico invalicabile, che ha spinto i giganti del web, i cosiddetti hyperscaler, a trasformarsi da semplici consumatori in grandi investitori e sviluppatori del settore energetico.
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Le elezioni israeliane e la guerra all'Iran
di Davide Malacaria
Quanto è accaduto ieri ha dato ossigeno alla campagna elettorale di Netanyahu. Non una nostra considerazione, ma quanto titola TimesofIsraele ”L’attentato al volo Flydubai salverà la campagna elettorale in difficoltà di Netanyahu?”
Nello stallo, s’intensificano le pressioni per una nuova guerra contro l’Iran. Dalla Gran Bretagna a Israele fino agli Emirati arabi tutto spinge in questa direzione, con Trump che apparentemente segue l’onda, avendo ribadito che dopo le elezioni di Midterm potrebbe riprendere la guerra su larga scala.
E alle parole stanno seguendo i fatti, con l’America che ha inviato una terza portaerei verso il Medio oriente insieme a una piccola flotta che imbarca altri 2mila marines, che si aggiungono alle forze già inviate nell’area. Inoltre ha inviato altri Patriot a Qatar e Arabia Saudita.
La Gran Bretagna ormai si è accodata alla scia, come dimostra l’inchiesta sullo stranissimo attentato sventato contro la base aerea di Fairford che sta puntando decisamente ad coinvolgere Teheran. Ieri è stato arrestato un britannico con doppia cittadinanza, l’altra è ovviamente iraniana. La trama del thriller è già scritta: si scoprirà che l’uomo arrestato ha avuto contatti con l’ambasciata iraniana o con qualche esponente delle Guardie della rivoluzione.
Ribadiamo le nostre perplessità sull’accaduto e, a quanto abbiamo già scritto, aggiungiamo i dubbi di Kurt Nimmo che, sul sito del Ron Paul Institute, ha scritto: “Si è subito affermato che i presunti responsabili fossero terroristi iraniani […] e come prova è stata pubblicata l’immagine di uomini ammanettati a torso nudo.
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Antrophic a cena da Trump, ma il conto lo paghiamo noi
di Daniel A. Casari
Il dibattito sul futuro dell’intelligenza artificiale si snoda tra lo spettro apocalittico di una super intelligenza letale per l’umanità e la realtà materiale di una spregiudicata competizione economica e strategica. I recenti sviluppi di cronaca, segnati dal vertice alla Casa Bianca e dalla distensione dei rapporti tra il presidente Trump e il CEO di Anthropic, Amodei, sono un esempio perfetto delle dinamiche in corso.
Per mesi le tensioni tra l’azienda e Washington sono rimaste altissime, culminando con il bando di Claude dalle agenzie federali e dal Pentagono, a causa del rifiuto di Anthropic di rimuovere i limiti etici sul tracciamento e sulle armi autonome. Eppure, proprio in concomitanza con il vertice, la startup ha avviato le procedure per una IPO (Initial Public Offering), l’offerta pubblica iniziale con cui una società privata vende per la prima volta le sue azioni sul mercato azionario per quotarsi in borsa. Si tratta di un’operazione finanziaria complessa che richiede per legge il deposito di un prospetto informativo in cui l’azienda è obbligata a mettere a nudo i propri bilanci e i potenziali fattori di rischio per gli investitori.
È qui che la coincidenza temporale assume contorni fumosi: i documenti di Anthropic hanno svelato perdite nette spaventose per 42 miliardi di dollari, ma nello stesso istante sbandieravano catastrofici “rischi esistenziali” legati alla potenziale letalità dell’intelligenza artificiale.
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Burqa e antisemitismo, pur di distrarre dal giro dei soldi
di comidad
Le norme anti-burqa contenute nell’ultimo decreto del governo sulla Scuola rappresentano un espediente per prendere i classici due piccioni con una fava. Su un problema inesistente il governo allestisce per la sua base elettorale uno spot pubblicitario a sfondo pornografico; anzi, sadomaso, lasciando fantasticare su chissà quale calvario di vessazioni a carico degli odiati mussulmani.
Ma il risultato più sostanzioso del diversivo burqa è quello di far perdere di vista il vero scopo della ennesima “riforma” della Scuola, che porta abusivamente il nome del fantoccio di turno al ministero della ex Istruzione. La sedicente riforma cerca infatti di avviare il meccanismo per ridurre il corso di studi superiore a soli quattro anni, in modo da tagliare in termini di personale e di edilizia scolastica. Con le modifiche al sistema dell’istruzione tecnica i soldi pubblici rimasti potranno essere regalati alle imprese private in nome della mitica FSL (Formazione Scuola Lavoro). Grazie alla FSL gli imprenditori privati hanno il doppio vantaggio di incassare soldi pubblici e di poter utilizzare manodopera a costo zero (schiavi). Si dice imprese “private”, ma in realtà è un sistema che dipende dal rapporto organico con istituzioni pubbliche. Pubblico e privato sono finzioni giuridiche, cortine fumogene di lobby trasversali che si creano il loro giro di affari.
A proposito di diversivi e di finzioni giuridiche, arriva a proposito la discussione sul DDL antisemitismo, peraltro già approvato al senato.
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Elezioni 27: i partiti di fronte alla guerra e le basi materiali del movimento
di Infoaut
Le elezioni del 2027 si avvicinano, nessuno sa ancora bene quando saranno, ma la macchina elettorale e la conseguente campagna martellante è già partita alla grande
Il governo prova a consolidare il suo consenso con mancette in stile berlusconiano e si lancia in una gara a chi è più razzista con il competitor Vannacci. La lega si sfalda, probabilmente in via definitiva e tutti i parlamentari si preparano alla rielezione o a incassare il proprio vitalizio.
Nonostante il tentativo di tenere la campagna elettorale ben ancorata al tema dell’immigrazione e della “sicurezza” vediamo però come i baricentri di produzione del consenso tendano a deragliare verso il tema del riarmo europeo: quindi della spesa abnorme da investire in questo campo, sul sostegno all’Ucraina, sul sostegno alle politiche atlantiste e prone ai disegni americani per il nostro paese e l’Europa. In generale quindi su come le élite europee hanno intenzione di affrontare a colpi di tagli al welfare le nuove condizioni economiche dettate dall’evoluzione della guerra globale in corso. In questo senso è particolarmente indicativo del clima che si respira, l’allarmismo scatenato dal presunto report della CIA pubblicato da El Mundo, su possibili attacchi russi a Italia e Spagna subito smentito dal governo. Solleva aspetti differenti e strategie diverse che dall’esterno si giocano sulla campagna elettorale.
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Fine dell’ONU e trionfo dell’anarchia
di Roberto Iannuzzi
L’Assemblea generale di fine settembre ha mostrato che non esiste più alcun ordine mondiale laddove gli USA, che si ergevano a garante di tale ordine, hanno imposto il principio della nuda forza
Lo spettacolo sconfortante offerto dall’Assemblea generale dell’ONU di fine settembre ha avuto il merito di fornire un quadro fedele della spaventosa violenza e frammentazione dell’attuale panorama internazionale.
Negli anni ’30 del secolo scorso, la Società delle Nazioni non fu in grado di fronteggiare le crisi internazionali che avrebbero spinto il mondo nel baratro del secondo conflitto mondiale. L’ONU rischia di ripercorrere la tragica parabola dell’organismo che lo ha preceduto.
L’Assemblea generale, l’organismo più alto che rappresenta collegialmente gli stati che compongono la comunità umana sul pianeta, ha mostrato la sua inutilità e impotenza, e lo sfacelo dell’ordine internazionale.
Emblematicamente, i due discorsi che più si sono contraddistinti per la loro violazione dei principi basilari della diplomazia e della stessa Carta dell’ONU sono stati pronunciati dal presidente della prima superpotenza mondiale, che fino a pochi anni fa si vantava di difendere la legalità e l’ordine internazionale, e dal premier del suo stretto alleato, Israele.Annientare una civiltà
Il presidente statunitense Donald Trump ha esordito tracciando un quadro surreale dello stato della superpotenza americana:
La nostra economia è l’invidia del mondo. Le nostre forze armate sono le più potenti della Terra. La nostra tecnologia non è seconda a nessuno e siamo all’avanguardia praticamente in ogni campo. La nostra energia alimenta il pianeta. L’America sta risorgendo […] e il nostro futuro è davvero radioso.
Egli ha mentito sulle cause del conflitto con l’Iran accusando Teheran di aver rifiutato il negoziato (sia nel giugno 2025 che nel febbraio 2026, la Repubblica Islamica fu attaccata proprio mentre stava negoziando).
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Il 3 novembre sarà la disfatta di Trump?
di Alessandro Scassellati
La guerra con l’Iran, l’aumento dei prezzi e il basso indice di gradimento del presidente danno un vantaggio ai Democratici alle elezioni di midterm del 3 novembre prossimo, ma i Repubblicani hanno investito ingenti somme di denaro nelle elezioni chiave. Gli analisti suggeriscono che l’esito finale dipenderà dalla fazione dei “mad-as-hell” (gli esasperati), un elettorato trasversale stufo dello status quo che vede la sfida non come una scelta tra destra e sinistra, ma tra “i ben pasciuti e gli esasperati” (the well-fed versus the fed-up). Il Paese sembra essere entrato in una fase storica in cui le elezioni sono percepite come “esistenziali” da entrambe le fazioni, un clima anomalo che carica le urne di una pressione democratica senza precedenti. In questo clima di forte polarizzazione politica e sociale, il movimento sindacale statunitense sta vivendo un anno elettorale straordinario, con oltre tre dozzine di candidati legati ai sindacati in corsa per la Camera e il Senato, nel tentativo di restituire le leve del potere ai cittadini comuni e ridare voce alla classe lavoratrice. A cavalcare questo risentimento è soprattutto l’ala sinistra del Partito Democratico insieme con i DSA (Democratic Socialists of America), che hanno eletto il tema dell'”affordability” — l’accessibilità economica dei servizi e dei beni essenziali — a proprio cavallo di battaglia elettorale per intercettare il malcontento contro il carovita e il trumpismo.
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Il logoramento della retorica presidenziale e l’effetto zavorra
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I codici della cattura: critica dell’ideologia giuridica Woke
di Jacques Bonhomme
1. Il problema
Che cos’è il Woke? Bella domanda! Proveremo ad avanzare in essa parafrasando Agostino d’Ippona quando meditava sul “tempo”, e avviava la meditazione ammettendo che prima di riflettere, il tempo lo conosceva bene, però cominciando a rifletterci, smarriva ogni conoscenza precedente. Con il Woke non è proprio la stessa cosa, per quanto questa sfasatura del discorso, con tutte le differenze che separano i due argomenti, ci si riproponga insistentemente.
Il fatto è che al livello del “senso comune” il Woke ha già compiuto tutto il cammino di un’ideologia, e quindi lo si incontra nel linguaggio e nelle abitudini culturali degli ambienti da esso permeati, mentre al livello delle sue pratiche spontanee, dei suoi effetti trasversali e indiretti, delle sue oscillazioni fra conformismo “politicamente corretto” e rivolte “politicamente scorrette” - e ancor più delle sue contraddizioni tra la felice “buona coscienza” dei fruitori borghesi delle biotecnologie e la “coscienza infelice” dei giovani emarginati americani che vogliono spezzare i simboli e gli strumenti della violenza statale - a questo livello è più difficile farsene un’idea. Beninteso, i due piani non sono ideologicamente separati, ma una loro distinzione metodologica è indispensabile se si vuol tentare di attraversare un terreno accidentato come quello del Woke, che è così accidentato, ed anche molto scivoloso, non soltanto a causa del dualismo tra codici culturali strutturati istituzionalmente e pratiche sociali echeggianti rapporti di classe, ma anche a causa delle campagne propagandistiche delle destre fasciste, astutamente propense, in tutto l’Occidente, a giocare la carta dell’anti-Woke all’interno delle loro rivalità elettorali con le sinistre capitalistiche neoliberali, patrocinatrici zelanti del Woke.
La loro vacua contesa ha un’apparenza aristofanesca – i sostenitori di Cleone contro i denigratori di Cleone -, ma, al di là dell’apparenza, questo torneo mediatico mira a costruire una scena politica surrogatoria e totalizzante attraverso i cliché dell’“industria culturale”. La fabbricazione dell’ideologia Woke percorre anche questa via.
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Bibi files: Il lawfare in salsa kosher
di Alberto Fazolo
Guardando il film Bibi files viene il sospetto che possa essere la componente mediatica di una sporca operazione di lawfare. Un qualcosa che per certi versi non è difforme dai tentativi di “regime change” che abbiamo visto in tanti paesi del mondo, in cui si sono state usate inchieste giudiziarie (supportate dai media) per rimuovere dei personaggi politici.
La tesi del film è che Netanyahu abbia trascinato Israele in guerra per poter creare un clima di emergenza e unità nazionale che gli consentisse di non rispondere dei propri crimini economici (delle becere storie di corruzione). Il prossimo 27 ottobre in Israele ci saranno le elezioni e qualcuno vorrebbe togliersi di torno Netanyahu scaricando su di lui tutte le responsabilità del genocidio e assolvere così lo Stato d’Israele.
Dalle ricostruzioni del film appare plausibile che Netanyahu possa essere un corrotto, anche se si parla di regalìe di imprenditori per un totale di 250 mila dollari nell’arco di 10 anni, per lo più casse di champagne, scatole di sigari e qualche gioiello per la moglie. Nulla di così diverso da ciò che fanno tanti altri governanti in ogni parte del mondo.
Il film propone la mostrificazione di Netanyahu per aver preteso qualche dono e non per la mattanza che ha fatto a Gaza o in Libano. Questo è l’aspetto più stridente del film, il più inaccettabile.
Con tutte le critiche che si possono muovere a Netanyahu, non si può accettare una mostrificazione che non sia in primis per i crimini contro l’umanità.
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Dal Nord Stream allo "Stretto di Trump": il piano di Washington per deindustrializzare l'Europa
di Giuseppe Masala
In più di una circostanza abbiamo chiarito come la causa di fondo della grande crisi geopolitica in corso, è da ricercare nella scarsa competitività nei mercati mondiali del paese egemone dell'epoca post caduta del Muro di Berlino: gli Stati Uniti d'America.
Tale scarsa competitività non è dovuta solo all'emergere di nuovi attori in grado di sfidare gli USA sul piano industriale e della ricerca quali innanzitutto la Cina, peraltro favorita nella sua ascesa dalla decisione occidentale di trasferire buona parte della propria produzione nel Celeste Impero Comunista, con la finalità di sfruttare l'enorme bacino di lavoro umano a basso costo che la Cina poteva offrire e così aumentare a dismisura i profitti diretti (utili aziendali) e indiretti (mettere il booster a quella enorme fabbrica di dollari sintetici che si chiama Wall Street). Il calcolo americano alla lunga si è dimostrato catastroficamente sbagliato: la Cina non si è limitata a fornire manodopera a basso costo, ma ha approfittato per chiudere il gap con l'occidente sul piano della ricerca, della tecnologia, dell'industria e, con in tempo, anche sul piano finanziario e, conseguentemente, anche politico e militare. Insomma, sono stati proprio gli Stati Uniti ad allevarsi in seno il competitor che li sta relegando in una posizione subordinata nell'agone delle potenze mondiali.
Non basta, nel suo azzardo dettato dalla convinzione che dopo la caduta del Muro di Berlino la storia fosse finita, Washington ha creato altri, ulteriori, concorrenti che si sono rivelati mortali.
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Nvidia: il bluff del buyback da 235 miliardi che minaccia le nostre pensioni
di Alessandro Volpi*
Una finanza tossica che può fare molto male.
Il fenomeno dei riacquisti di azioni proprie attuato da Nvidia ha raggiunto cifre che ridisegnano la storia dei mercati finanziari.
Una delibera del cda ha avviato un programma di buyback, di riacquisto di azioni proprie, con un'estensione complessiva record di 235 miliardi di dollari.
Questo intervento, che per dimensioni supera persino i primati storici di Apple, non rappresenta soltanto una restituzione di liquidità agli azionisti, ma una manovra di ingegneria finanziaria di portata sistemica.
In pratica, Nvidia ricompra proprie azioni più di quanto abbia mai fatto qualcuno in passando rendendo davvero difficile capire quale sia il valore reale del titolo.
Assorbendo centinaia di miliardi di dollari in azioni sul mercato secondario, Nvidia riduce infatti artificialmente il denominatore del numero di titoli in circolazione.
Questo consente di gonfiare l'utile per azione anche di fronte a di un'eventuale stabilizzazione o contrazione dei margini operativi netti. In una fase in cui la valutazione dell'azienda oscilla su multipli di prezzo su utili che incorporano aspettative di crescita esponenziale e ininterrotta, l'impiego sistematico della cassa crea un paracadute artificiale per la quotazione.
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The Bibi files: sacrificare Netanyahu per salvare Israele
di Alessandro Bartoloni
The Bibi files recentemente uscito nelle sale cinematografiche italiane rappresenta una sofisticata psy-op che segna un punto di svolta nella propaganda sionista. D’altronde, centinaia di ore di registrazioni video degli interrogatori del primo ministro in carica, della moglie, del figlio, di un ex ministro delle finanze, di due imprenditori milionari amici loro e di alcuni dei loro più stretti e fidati collaboratori non escono dagli uffici della polizia e del tribunale poco prima delle elezioni senza che ci sia una regia e un piano. Il cui obiettivo è apertamente dichiarato con cristallina chiarezza fin dai primi minuti del documentario: presentare il 7 ottobre e ciò che ne è seguito come il risultato delle scelte politiche di un uomo costretto a rincorrere la guerra per sfuggire ai propri guai giudiziari e non come risultato del contrasto tra il blocco sociale che cerca di costruire la Grande Israele e chi vuole liberare la Palestina dal fiume fino al mare.
Prima dell’alleanza con l’estrema destra di Ben-Gvir e Smotrich, Bibi è dipinto come un brillante politico conservatore esperto di lotta al terrorismo, il cui unico difetto è il delirio di onnipotenza derivante dall’arrembante successo che lo porta a pensare di essere al di sopra della legge. Non a caso, l’unica accusa che la regista gli muove è quella per cui è portato a giudizio in tribunale, e cioè di essere un corrotto. Motivo per cui sarebbe stato ostracizzato da una classe politica e una società civile la cui democraticità è presupposta e più volte ribadita dalle massicce manifestazioni che prima della guerra ne hanno chiesto le dimissioni.
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Il libro imperdonabile
di Damiano Palano
Operai e capitale sessant’anni dopo
Sessant’anni fa usciva Operai e capitale di Mario Tronti, libro cardine dell’operaismo italiano che ha rappresentato un fondamentale momento di rottura rispetto al marxismo occidentale e alla tradizione marxista-leninista. Damiano Palano torna su quel testo sottolineandone una radicalità spesso attenuata dalle letture successive: non soltanto il rovesciamento del rapporto tra capitale e classe operaia, la centralità della fabbrica come luogo dell’autonomia operaia e il rifiuto del lavoro, ma anche la critica della neutralità della tecnica, della pianificazione socialista e della stessa idea tradizionale di rivoluzione. Un libro che, come scrive Palano, «rimane davvero una delle opere più originali del marxismo della seconda metà del Novecento, oltre che uno dei libri che più hanno inciso sulla cultura italiana dell’ultimo secolo. Un libro che, nel mondo ancora più che in Italia, non cessa di conquistare nuovi lettori e che, a dispetto del passare del tempo, può essere riletto ogni volta con occhi nuovi».
* * * *
Negli ultimi anni della sua vita, Mario Tronti ricordò in varie occasioni una regola che aveva imparato a sue spese:
♦ Non scrivete un libro di successo da giovani: non ve lo perdoneranno mai
♦ si rimane per sempre imprigionati in una sola casella.
Si riferiva naturalmente al travolgente successo registrato da Operai e capitale, pubblicato proprio sessant’anni fa, quando Tronti aveva trentacinque anni e faceva il correttore di bozze dell’Enciclopedia universale dell’arte, edita da Sansoni.
Il libro venne stampato dalla tipografia della casa editrice Einaudi il 27 settembre 1966 e qualche settimana dopo arrivò in libreria. L’uscita del volume fu salutata da critiche feroci, in alcuni casi persino astiose, che rivolgevano al libro l’accusa di essere al tempo stesso irrazionalista e idealista.
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Il caso Regeni e le leggi dello scambio
di Algamica*
Diciamoci la verità: fa un certo effetto vedere i genitori di Giulio Regeni battersi, per lunghi dieci anni, contro i mulini a vento di un diritto che rincorre affannosamente il reo senza trovarlo. E quando ritiene di averlo trovato incappa nei tre gradi di giudizio e nella possibilità della prescrizione. Non solo, ma di trovarsi fin dal primo grado di giudizio di fronte a una levata di scudi delle supreme leggi dello scambio delle leggi impersonali dell’economia.
In queste poche note non ci occupiamo di cosa facesse il giovane universitario italiano in Egitto o quali siano stati i motivi per cui fu preso e ucciso in malo modo non da un gruppo di delinquenti comuni ma da personaggi dello Stato d’Egitto, dunque con una responsabilità politica di rilievo.
Giustizia per Giulio Regeni? Favole per i fessi o per i poveri familiari che si sono consumati nella vana illusione di « avere giustizia ». Da chi si vuole giustizia? è la domanda. Dai tanti ciarlatani sia della carta stampata che dei talk show di intrattenimento tra uno spot per una marca di pasta, di un panettone o un salame, o l’ultima moda di collant? Cerchiamo una volta tanto di essere seri, affrontando le questioni per come vanno realmente analizzate: può una sentenza su Giulio Reggeni, dopo dieci anni, avere un peso importante nei rapporti tra l’Italia e l’Egitto, come da più parti si domanda? Così va posta la questione, altrimenti continuiamo col chiacchiericcio fra gli spot dei talk show.
« Noi con Giulio Ma non si può mollare l’Egitto » è l’editoriale a firma del noto liberista Alessandro Sallusti. Il quale fa un sano ragionamento di pragmatismo economico politico: « Detto che i genitori del ragazzo hanno tutto il diritto di chiedere qualsiasi cosa senza dover essere giudicati, tanto meno da me, stupisce però la fuga in avanti della sinistra politica e culturale che invoca » ecco il punto qualificante della questione « addirittura la rottura di qualsiasi rapporto con l’Egitto di Al Sisi, formalmente una repubblica semipresidenziale ma di fatto una autarchia che » attenzione bene! « potrebbe rientrare nella teorica lista dei cosiddetti “stati canaglia”.
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Ritorno a Mosca
di Angelo d'Orsi
Ho annunciato il viaggio a Mosca, un paio di settimane fa, e immediatamente decine e decine di hater, gli odiatori professionali (persone o sistemi elettronici) si sono scatenati.
Avevo informato i miei follower e quelli di Agorà di essere stato invitato da una organizzazione internazionale (la IAPEE), come “esperto” (qualifica diversa, con un rango minore rispetto a quella di “osservatore” ufficiale), alle elezioni per il rinnovo della Duma (18-20 settembre). Avevo comunque ricevuto l’accredito della Camera Elettorale della Federazione Russa e di quella della Città di Mosca, due istituzioni preposte al corretto svolgimento delle votazioni. Le ingiurie naturalmente erano e sono “a prescindere”: al di là delle solite frasi (“Vai in Russia? Restaci!”. “Quanto ti paga Putin?” “Traditore”…, e così via), gli argomenti “pesanti” riproducevano i commenti della “stampa indipendente”: ossia, saranno “elezioni farsa”, tanto si sa chi vince, e tutti a menzionare Putin, che, non trattandosi di elezioni presidenziali, non era ovviamente candidato.
Del resto non ci si poteva stupire, se da von der Leyen a Kaia Kallas, da Macron a Merz, era un coro uniforme, puntualmente ripreso dai media italiani ed europei. Putin ha escluso gli osservatori internazionali, si ripeteva. E la IAPEE con i suoi esperti sparsi in varie località della Federazione (in numero totale di 1256), veniva privata, in tale narrazione, di qualsiasi legittimità, perché nata in Russia, anche se finanziata dalla sessantina di Stati membri.
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Sulla guerra, trumpiani e “democratici” pari sono
di Elena Basile
Credo che la demistificazione del cosiddetto liberal order sia essenziale alla lotta dei popoli europei affinché una nuova classe dirigente e un nuovo blocco sociale ed economico possa ritornare alla politica mirata ai beni comuni, ai diritti umani, alla democrazia e all’uguaglianza sociale. L’elettorato progressista è manipolato dalla propaganda “neoliberal”. Senza di esso è impossibile la costruzione di un’istanza politica unitaria alla quale potrebbe aderire il dissenso, emerso nella mobilitazione della società civile e mascherato nel non voto. Cerchiamo quindi di capire come assiomi contraddittori, che un tempo avrebbero portato alla bocciatura di un allievo di 13 anni, siano recitati senza provocare grandi sorprese.
“È necessario salvare la democrazia censurando i media stranieri e costituendo uffici contro la disinformazione”. Chi decide quale sia la disinformazione?, chiederebbe il professore allo sprovveduto allievo. “Per costruire la pace bisogna fornire armi ai paesi aggrediti”. Quanti sono nel mondo i Paesi aggrediti? Se forniamo armi a Cuba e al Venezuela, all’Iran e al Libano, ai palestinesi etc. siamo sicuri di non incentivare la guerra? “L’Occidente combatte per la democrazia ucraina”. L’Occidente? Lo stesso che è complice di un genocidio a Gaza, si preoccupa della democrazia in Ucraina e in Iran? Sarebbe come credere che un genitore che violenta la figlia a casa sia un maestro di scuola eccezionale. Continuiamo a domandarci sgomenti come si è arrivati all’accettazione generalizzata di simili paradossi. Ebbene la confusione regna indisturbata.
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"Dipendiamo dalle elezioni in Brasile e negli Stati Uniti per riequilibrare le forze"
di Geraldina Colotti
Intervista a Juan David Correa, ex ministro della Cultura colombiano
Juan David Correa, ex ministro della Cultura della Colombia e insigne intellettuale, è l'attuale direttore del progetto Conversaciones Pendientes. Con lui abbiamo conversato sulla situazione in Colombia e nel continente, a ridosso delle elezioni in Brasile.
* * * *
Quale bilancio fa del processo di cambiamento portato avanti dal governo progressista di cui ha fatto parte in Colombia, e come interpreta le accuse di frode elettorale e le manovre di destabilizzazione che sono state denunciate dall'ex presidente Gustavo Petro di fronte all'attuale scenario politico?
Io credo che abbiamo vissuto e viviamo un processo inedito di cambiamento in Colombia; un cambiamento irreversibile, culturale, riformista, di discorso e di politicizzazione della società colombiana, e credo che questo sia l'aspetto principale. Si sono ottenute riforme sociali importanti come quella del lavoro e delle pensioni, l'avvio di una vera riforma agraria, un forte scossone culturale, una proposta educativa di fondo — che non si è riusciti a portare a termine completamente, ma che è fondamentale —, e un modo nuovo di intendere l'organizzazione sociale, il sindacalismo, la riconquista dei diritti lavorativi, la sconfitta della fame e l'idea stessa del bene pubblico come patrimonio di tutte e tutti contro il neoliberalismo. Gli attacchi, ovviamente, sono stati brutali e spietati.
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Volo Flydubai, le leggi di Newton smentiscono la versione di Netanyahu
di Ahmed Bashir Al-Aila*
Quando è stato annunciato che il volo Flydubai FZ1073 aveva subito una brusca perdita di quota sopra i cieli di Tabuk, ho seguito la notizia da esperto di fisica, alla ricerca dei dati necessari a placare i dubbi scientifici sorti attorno alla narrazione del salvataggio dell'aereo e del suo successivo raddrizzamento in volo.
Dopo aver appreso le notizie e le loro implicazioni, ho iniziato ad analizzare le variabili fisiche disponibili per fornire una risposta scientifica chiara allo scenario da kolossal hollywoodiano costruito dai media israeliani. Mi sono addentrato nei calcoli della dinamica del volo e dell'aerodinamica, integrandoli con le evidenze scientifiche sul comportamento e le limitazioni umane in condizioni critiche.
Tutta questa esigenza di chiarezza nasce dal fatto che la narrazione mediatica si è affrettata a veicolare uno scenario drammatico: un rapido accesso forzato alla cabina di pilotaggio blindata e un intervento manuale che avrebbe salvato l'aereo durante una precipitosa discesa. Per me, questa ricostruzione non era una semplice esagerazione giornalistica, ma un'assurdità logica che contraddice le leggi più elementari della fisica e della dinamica di volo.
Quadro informativo di base
Questa analisi esamina la rapida e improvvisa perdita di quota del volo Flydubai FZ1073 (un Boeing 737 MAX) sopra l'Arabia Saudita nord-occidentale.
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Il pianeta Marx finalmente nel cielo come un pianeta. Cronache marXZiane n. 21
di Giorgio Gattei
«
Bada che non ti chiedo di testimoniare ciò che ritieni falso,
che sarebbe peccato, ma di testimoniare
falsamente ciò che credi vero –
il che è azione virtuosa perché supplisce alla
mancanza di prove su qualcosa che certamente
esiste o è accaduto»
(U. Eco, Baudolino, 2000)
1. Quindi ci sono i fatti, ma ci sono anche le rappresentazioni mentali che ci facciamo di quei fatti secondo una relazione che Ludwig Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus (1921) ha ridotto a semplici assiomi: «1. Il mondo è tutto ciò che accade. 1.1. Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose… 2.1. Noi ci facciamo immagini dei fatti… 3.1. L’immagine logica dei fatti è il pensiero», una successione dove la parola più intrigante nel finale è “logica”, dato che la rappresentazione mentale dei fatti, che sono sempre complicati e confusi, deve presentarsi sintetica, coerente e soprattutto astratta per mostrarsi efficace, come ad esempio la parola “cane” che, rispetto all’animale, non abbaia e non morde, sebbene possa far male se usata come insulto.
Se questo è il modo di rappresentarsi i fatti nella mente, l’analogia più plausibile è quella con le mappe geografiche, le quali sono utili, arrivando ad esempio in una città sconosciuta, per muovercisi dentro senza aggirarsi inutilmente. Eppure tutti sappiamo che le mappe sono ingannevoli dato che sono rappresentazioni approssimative e soprattutto ridotte (perfino la mirabolante mappa a scala 1:1 ordinata dall’imperatore in un celebre racconto di J.L. Borges, non poté far altro che sovrapporre una immagine cartacea bidimensionale ad un territorio tridimensionale, così che alla fine risultò tanto scomoda che «le generazioni successive, meno portate allo studio della cartografia, pensarono che quella mappa enorme era inutile e non senza empietà l’abbandonarono alla inclemenza del sole e degli inverni» (J.L. Borges, Del rigore della scienza, in Storia generale della infamia, 1954).
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La prossima guerra si combatterà qui: Europa e USA saranno nemici
di Ksenia Smertina* - RT
Questo settembre, l’Artico ha ampliato silenziosamente il divario tra i presunti alleati transatlantici. I tentativi di Bruxelles di mitigare la crescente influenza degli Stati Uniti nella regione sono stati finora poco sistematici ma intensi. Il vertice artico tenutosi nella Lapponia finlandese e i successivi colloqui tra l’UE e il Canada, durante i quali la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha proposto di concedere a Ottawa lo status di membro associato, vanno considerati nel contesto del nuovo accordo tra gli Stati Uniti e la Groenlandia.
L’UE sta utilizzando i suoi consueti metodi competitivi nella corsa polare, immergendosi in un confronto di fatto con gli Stati Uniti. Un’alternativa avrebbe potuto essere quella di cercare di trovare un proprio posto legittimo tra i grandi attori; tuttavia, la finestra di opportunità per tali iniziative si è chiusa, il che non lascia all’Unione Europea altre alternative se non la prospettiva di una guerra ibrida in cui Bruxelles e Washington sono rivali.
Modelli ricorrenti dell’UE oltre il Circolo Polare Artico
Dodici paesi dell’UE e i vertici del blocco hanno partecipato questo mese al Vertice Artico in Lapponia, dove hanno concordato una ridefinizione radicale della politica polare, riconoscendo ufficialmente la regione come un “punto caldo geopolitico”.
Per comprendere la specificità delle ambizioni artiche dell’Unione, va sottolineato che gli Stati membri non dispongono di alcuna infrastruttura propria di rilievo sulla mappa polare. A seguito della Brexit, l’UE non possiede più frontiere artiche sovrane direttamente collegate all’Oceano Artico. La Norvegia e l’Islanda rimangono fuori dall’Unione, la Groenlandia continua a essere un territorio d’oltremare danese autonomo, mentre la Finlandia e la Svezia sono geograficamente isolate dall’oceano. Inoltre, l’UE come blocco unico è completamente priva di una propria flotta di rompighiaccio artici: le poche navi nazionali dei paesi scandinavi non sono in grado di garantire un vero dominio strategico.
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Evoluzione o morte, ovvero Darwin nell’Antropocene
di Roberto Paura
L’origine delle specie di Charles R. Darwin è stato giustamente definito “il libro del millennio” (Jones, 2005), ma spesso ci si dimentica che dietro il suo successo si nasconde un altro testo, molto più citato che letto: il Saggio sul principio di popolazione di Thomas Robert Malthus. Tra le due opere c’è un intervallo di circa sessant’anni: 1798 il primo, 1859 il secondo. Nella sua Autobiografia, Darwin espliciterà la connessione con il suo predecessore sostenendo che solo dopo la lettura di Malthus arrivò finalmente a comprendere il principio della selezione naturale, il “motore” del processo evolutivo che fino ad allora gli era sfuggito, impedendogli di completare il suo “lungo ragionamento” (Darwin, 2016). È il 28 settembre 1839, Darwin ha trent’anni, all’inizio di quell’anno si è sposato con la cugina Emma Wedgwood e da tre anni, da quanto è tornato dal lungo viaggio sul brigantino Beagle, cerca di trarre una sorta di legge universale dagli appunti raccolti, che convergono verso un processo di variazione e differenziazione delle specie naturali nel corso del tempo.
La constatazione di Malthus era semplice: le popolazioni crescono in progressione geometrica, le risorse in progressione aritmetica, quindi c’è uno scarto crescente tra popolazione e risorse che innesca una costante lotta per la sopravvivenza; alla fine le specie sono costrette da feedback negativi a regolare il loro tasso di fecondità per non esaurire le risorse, anche la specie umana, altrimenti il suo destino sarà quello di andare incontro a carestie, guerre, miseria e morte. I dati che l’economista poteva portare a supporto di questa tesi erano tanto più evidenti nell’Inghilterra di Darwin, alle prese con il problema dei poveri nelle grandi città. Di lì a poco l’Irlanda avrebbe conosciuto la grande carestia, corroborando le tesi malthusiane. Se ne poteva trarre la conclusione che, stante il processo casuale di variazione dei tratti che si verifica nel corso delle generazioni all’interno di una specie (ciò che oggi chiamiamo mutazione genetica), la competizione per le risorse, data dall’interazione costante tra una specie e il suo ambiente, genera un processo di selezione che fa sì che solo quei tratti che garantiscono a un individuo maggiore sopravvivenza per generare una discendenza (e consentire così la trasmissione ereditaria dei tratti vantaggiosi) passeranno il vaglio del setaccio della Natura.
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All’ONU in scena la carovana dei mostri di fine Impero
di Alex Marsaglia
La carovana di fine impero che è andata a pontificare all’ultima Assemblea Generale dell’ONU rappresenta al meglio il puro esercizio retorico di una politica postmoderna occidentale in piena crisi: Trump e Netanyahu costretti alle sparate più irrealistiche e alle minacce a viso aperto contro gli avversari, ma con sempre meno consenso nel sistema-mondo.
Trump con il solito intervento disconnesso dalla realtà del conflitto il 22 Settembre ha millantato l’ennesima pace raggiunta: “Ho realizzato la pace, mentre gli altri parlavano. Con l’Iran o un accordo o li anniento”, ovviamente l’Iran non si è tirato indietro e il Ministro degli Esteri Araghchi il 25 ha proposto un “piano concreto in sette giorni” che nei contenuti ricalcava il Memorandum of Understanding dello scorso Giugno.
Siccome il piano ratifica la sconfitta dell’Impero nel Golfo Persico e in buona parte dell’Asia Occidentale, Trump ha rifiutato, ma non ha annientato proprio nessuno. Come se non bastasse qualche giorno dopo, il 24 sera, la Coalizione Epstein ha completato la sua sfilata horror con un intervento agghiacciante di Netanyahu in cui ha minacciato apertamente tutta la platea dei delegati mondiali che avessero osato opporsi ai piani sionisti.
Il Primo Ministro ha poi brandito un cercapersone rifacendosi all’attentato terroristico compiuto dai servizi segreti contro i civili libanesi che due anni fa, nel settembre 2024, venivano uccisi e mutilati a migliaia con l’unica motivazione del sospetto di collaborazione con Hezbollah: processo sommario, condanna ed esecuzione.
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