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L’austerità espansiva e i numeri (sbagliati) di Reinhart e Rogoff
Vittorio Daniele
Se c’è un effetto positivo delle grandi crisi economiche, è certamente quello sulle idee e sulle teorie. Era già accaduto nel ’29 con la Grande depressione, e le sue drammatiche conseguenze sulle vite di milioni di persone, quando i presupposti della visione macroeconomica del tempo rivelarono la loro fallacia. Fu, poi, John Maynard Keynes, con la sua Teoria generale, a offrire un paradigma nuovo per interpretare le crisi economiche e strumenti macroeconomici per affrontarle.
Qualcosa di analogo è accaduto anche stavolta, con la crisi finanziaria del 2007 e la Grande recessione che ne è seguita. Anche questi eventi hanno costituito una sorta di “banco di prova” per la macroeconomia. E anche stavolta, alcune idee e teorie non hanno retto alla prova dei fatti.
È il caso dell’austerità espansiva, una tesi affermatasi negli anni Novanta del secolo scorso, sulla base di alcune ricerche empiriche, e incorporata nell’approccio economico dominante. In nuce, la tesi afferma che consolidamenti fiscali, diretti a stabilizzare o abbassare il rapporto debito pubblico/Pil e realizzati attraverso tagli alla spesa pubblica, possano stimolare consumi e investimenti privati. Si tratta di un effetto controintuitivo, significativamente definito “non-keynesiano”.
Gli effetti espansivi delle politiche di austerità si giocano tutti, o quasi, sul ruolo delle aspettative. Se i tagli di spesa vengono percepiti come segnali di un futuro abbassamento delle imposte, i consumatori si aspetteranno un più elevato reddito permanente (reddito futuro atteso), per cui tenderanno ad aumentare i consumi correnti. Effetti analoghi, secondo alcuni economisti, si avrebbero anche in seguito a consolidamenti fiscali attuati attraverso aumenti delle imposte[1].
La storia è nota. Nel 2009, per cause diverse, Grecia, Portogallo, Spagna e Italia entrano in recessione.
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Il sindacato fra diseguaglianza e deregolazione*
Antonio Lettieri
Quando si sono passati molti anni nel sindacato, alcuni ricordi rimangono particolarmente impressi nella memoria. Fra questi c’è il rapporto con Claudio Sabattini. Ci trovammo insieme nella Segreteria della Fiom alla fine degli anni 70, un tempo che ci appare antichissimo, quando c’erano Bruno Trentin, Pierre Carniti alla FIM e Giorgio Benvenuto all’UILM. Ricordando quel tempo, sentiamo spesso l’obiezione: “Voi parlate di un altro secolo”. Certo, però non si può fare a meno di tornare a parlarne, anche per capire il presente, e verso dove andiamo.
Ricordo che con Claudio capitò quasi sempre di essere d’accordo sulle cose essenziali. Succedeva anche di non esserlo, ma non si poteva disconoscere la sua dote critica, il suo stimolo intellettuale, la sua capacità di dare senso ai dubbi e alle scelte sulle questioni da affrontare.
In quegli anni il sindacato era attraversato da un dibattito molto vivo che intrecciava i temi politici correnti con una riflessione più difondo sulle contraddizioni all’interno delle quali si muoveva l’azione sindacale. Vi era anche una particolare tendenza a ragionare sui fondamenti culturali in grado di fornire (o così si riteneva) maggiore spessore al l’analisi e alle conclusioni che se ne traevano.
Era un tempo nel quale si poteva far riferimento a Carlo Marx senza essere considerati fuori luogo. Ma non si trattava di un vezzo intellettuale.
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La Siria al centro dello scontro globale
di Spartaco A. Puttini
L’attuale tragedia siriana si inscrive a pieno titolo tra i capitoli che compongono il libro nero dell’Occidente. Cioè nella storia della lotta condotta dalle forze imperialiste per riportare sotto il loro controllo un paese e un popolo che per un secolo ha rappresentato un importante fattore della rinascita araba e della lotta antimperialista.
Nel loro tentativo di controllare la ricca e strategica regione del Vicino Oriente, gli Stati Uniti hanno ingaggiato da tempo un braccio di ferro con la Siria, sia direttamente che per interposta persona, tramite Israele. Ma le strategie dell’imperialismo per indurre Damasco a capitolare sono state finora sempre sconfitte (e sonoramente), dalla guerra civile libanese (tra il 1975 e il 1991) in poi.
Dominio mondiale e “Grande Medio Oriente”
Le guerre che Washington ha lanciato nel recente passato per inseguire il suo sogno di “dominio a pieno spettro”, a partire dall’avventura irakena, sono state foriere di guai.
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Dalla Grande Trasformazione alla Grande Transizione
di Pierluigi Fagan
K. Polanyi nel suo celebre “La Grande Trasformazione” segnalò che la forma della economia politica moderna era inusuale in quanto per la prima volta l’economia era scorporata dalla società. Non era più intessuta nella trama sociale, bensì la dominava. “La Grande Transizione” di Bonaiuti ci dice che l’unico esito auspicabile di un potente cambiamento delle cose del mondo, che quello stesso sistema analizzato da Polanyi ha messo in moto, è riportare l’economia all’interno del tessuto sociale e da questo, farla dominare. Se il sistema del capitalismo moderno aveva la sua cifra nella crescita, almeno per l’Occidente, la restrizione delle proprie condizioni di possibilità che stanno portando ad una progressiva decrescita reale (recessione-depressione), consigliano di promuovere un nuovo concetto di decrescita intenzionale basata su una profonda revisione e ridefinizione dei ruoli dell’economia e del mercato, di una sfera pubblica basata sulla redistribuzione e di una sfera sociale basata sulla reciprocità. L’autore è noto[1], ma meno di altri che parlano su questi temi, forse poiché perviene al concetto di decrescita per una via diversa da quella strettamente ecologista o geopolitica o della critica culturale o dell’anticapitalismo-antiliberismo o della divulgazione. Questa è la via dell’immagine di mondo data dalla frequentazione delle scienze della complessità, un aggregato di sguardi e di saperi non ancora completamente formalizzato, eppure in costante evoluzione almeno da mezzo secolo. Di questo sguardo fa parte la messa a fuoco della realtà attraverso i concetti di sistema, ambiente, adattamento, tempo, feedback. Questo set di disposizioni cognitive porta qualsiasi osservatore che ne fa uso a considerazioni magari più fredde di quelle che agitano le passioni politiche, eppure per certi versi ancor più inesorabili, logiche e definitive.
La grande transizione che vede Bonaiuti è quella del sottotitolo: dal declino (delle nostre società occidentali) alla società della decrescita.
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Dividiamoci il lavoro. Risposta a Lunghini
di Giovanni Mazzetti
Tra le intuizioni dei sostenitori del reddito di cittadinanza e le critiche di chi, come Giorgio Lunghini, pensa che quel reddito non risolva la questione dell’autonomia dei non occupati, rimane aperta una sola via: la redistribuzione del lavoro tra tutti, con la riduzione del tempo di lavoro ma senza decurtazioni di salario
Giorgio Lunghini nel suo “Reddito sì, ma da lavoro” ha sottolineato che la proposta del reddito di cittadinanza soffre di limiti intrinseci. Con le sue parole: “quel reddito è semplicemente l’eccesso del salario percepito dai lavoratori occupati rispetto al costo di riproduzione di questi. Il palliativo rappresentato da un reddito di cittadinanza o di esistenza non risolve la questione dell’autonomia economica e politica dei non occupati, probabilmente ne aumenterebbe il numero, ne certificherebbe l’emarginazione, favorirebbe il voto di scambio e lascerebbe irrisolta la questione dei bisogni sociali insoddisfatti. L’autonomia economica e politica presuppone un reddito da lavoro.”
Si tratta di un’argomentazione logicamente ineccepibile. Ma l’evoluzione della realtà sociale notoriamente non va di pari passo con la logica, visto il ricorrente sopravvenire di eventi contraddittori, cioè di fenomeni che impongono la ristrutturazione degli stessi presupposti del ragionamento e dell’azione. Può così accadere che la giusta critica alla proposta del reddito di cittadinanza venga articolata senza tener conto di alcuni degli elementi che hanno fondatamente spinto i sostenitori di quella strategia ad optareper quella soluzione, anche se poi quegli stessi elementi li hanno spinti a sbagliare nello svolgimento della soluzione del problema, ma non nella sua formulazione di partenza. Cerchiamo di vedere di che cosa si tratta.
Lunghini rappresenta il quadro dei rapporti sociali attuali con il seguente schema:
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Maitre-à -penser. Sulla fine degli intellettuali
di Benedetto Vecchi
Un sentiero di lettura sulla produzione culturale. Dai saggi dello storico Eric Hobsbawm al «forte» relativismo culturale di Rino Genovese, allo sciame dell'intelligenza collettiva in Rete. Gramsci, Sartre, Roosevelt Benda e il movimento 5Stelle. Il manifesto, 18 giugno 2013
La sua morte è stata annunciata più volte, per essere in seguito altrettanto repentinamente smentita. Il primo che ne ha stilato un obituary, attraverso un libro segnato da una malcelata nostalgia per il passato alle sue spalle, la cui popolarità è inversamente proporzionale alla conoscenza delle tesi lì espresse, è Julien Benda, che ne Il tradimento dei chierici denunciava la scomparsa dell'intellettuale custode di valori universali a favore di un personaggio pubblico impegnato nell'agone politico. Il tradimento, stava nella rinuncia alla sua separatezza dalla mondanità: separatezza tanto importante quanto indispensabile per continuare a illuminare la caverna dove uomini e donne vivono, diradando così le ombre che impediscono la ricerca della verità. Tempo un decennio - il Tradimento dei chierici fu pubblicato nel 1927 - e gli intellettuali diventarono una presenza abituale nella sfera pubblica, grazie alle loro prese di posizione contro il fascismo e il nazismo, ma anche per l'impegno, al di là dell'Oceano, nel New Deal del presidente Franklin Delano Roosevelt. Sempre negli anni Trenta, dal carcere Antonio Gramsci scriveva le note sull'intellettuale organico come una conseguenza della modernità capitalistica. La partecipazione dell'intellettuale alla vita pubblica, più che decretarne la morte, segnalava il potere che esercitava nell'arena politica.
La gabbia della parcellizzazione
È stato dunque l'intellettuale organico la figura che, nel bene e nel male, si è imposta nel Novecento. Anche il maître-à-penser caro a Jean-Paul Sartre era un intellettuale che si incamminava sulla strada dell'impegno politico, rivendicando un'autonomia di giudizio dal partito che doveva rappresentare la classe, ma si considerava tuttavia organico a un progetto di trasformazione radicale della società.
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Il nemico parla chiaro
di Sergio Cararo
Le Costituzioni nate dalla sconfitta delle dittature in Europa sono ormai considerate una palla al piede dai poteri forti. Loro parlano chiaro mentre l'ipocrisia è il linguaggio della sconfitta.
La brutta sensazione era nell'aria da un po' di tempo. Poi, come spesso accade, il messaggio arriva brutale ma netto. Un documento della banca d'affari JP Morgan dice chiaro e tondo quello che la classe dominante europea e il suo ceto politico-tecnocratico stanno facendo senza dirlo.
Le Costituzioni approvate in Italia, Spagna, Grecia, Portogallo dopo la caduta delle dittature militari e fasciste sono ormai un intralcio insopportabile per la tabella di marcia del capitale finanziario nei paesi europei Pigs. Nel linguaggio crudo dei banchieri “l'eccesso di democrazia” rende debole la governabilità e non predispone i sudditi al piegarsi ad una esistenza che non prevede diritti o garanzie. Non solo. Siccome l'austerità farà parte del panorama europeo ancora per un lungo periodo, i paesi aderenti all'Eurozona dovranno anche predisporsi affinchè non sia prevista la “licenza di protestare quando vengono proposte modifiche sgradite allo status quo”.
Un messaggio e un linguaggio brutale che devono suonare come un allarme rosso nella testa e nella coscienza di chi vive in condizione subalterna nei paesi europei, soprattutto nei Pigs.
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Napoleoni, Claudio
Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Economia (2012)
di Riccardo Bellofiore
Claudio Napoleoni è una delle voci più significative dell’economia politica italiana, nell’ambito della quale ha svolto una funzione essenziale, critica e ricostruttiva insieme. Il rigore scientifico e la passione politica sono sempre state in lui inscindibili. Non si è stancato mai di indicare le ragioni di una lotta che puntasse a una trasformazione sociale profonda. Nei suoi scritti si ritrova un pensiero radicale, che sa cioè andare alla radice delle cose. La teoria economica, per Napoleoni, è scienza sociale che deve mutarsi in ‘critica dell’economia politica’, senza tradire il rigore del proprio statuto disciplinare; e al tempo stesso farsi critica del processo storico dato, mantenendo forte un legame intrinseco con il movimento reale di soppressione dell’alienazione e dello sfruttamento.
La vita
Napoleoni nasce a L’Aquila il 5 marzo del 1924. Dopo la maturità al liceo Mamiani di Roma, si iscrive a scienze naturali. Interrompe gli studi a causa dell’occupazione tedesca. Dal 1945 studia economia politica da autodidatta, leggendo Karl Marx e Léon Walras. Al termine del conflitto si iscrive al Partito comunista italiano (PCI). Collabora al Ministero della Costituente, occupandosi dei sistemi educativi su scala mondiale. Nel frattempo, si iscrive alla facoltà di Lettere e filosofia di Roma, studi che interrompe nel 1947: il suo è uno dei rari casi di docente universitario privo di laurea. Nel 1946 collabora con Mauro Scoccimarro, ministro delle Finanze nel governo Parri. Napoleoni fa parte della Commissione economica, diretta allora da Bruzio Manzocchi, e si interessa dei problemi relativi ai Consigli di gestione. Dal 1948 al 1950 dirige «La realtà economica», bollettino quindicinale del Comitato nazionale dei Consigli di gestione.
Nel 1951 abbandona il partito. Nel 1953 entra alla SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) di Pasquale Saraceno, dove dirigerà, dal 1958 al 1963, il Corso di formazione e specializzazione sui problemi della teoria e della politica dello sviluppo economico. Collabora allo Schema Vanoni, e fa poi parte della commissione di esperti che preparerà la nota aggiuntiva al bilancio 1962 del ministro Ugo La Malfa (Problemi e prospettive dello sviluppo economico italiano). Nel 1956-57 riprende i rapporti con Franco Rodano, e collabora a «Il dibattito politico».
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La Germania e l’euro: una partita ambigua
di Riccardo Achilli
Un giudizio costituzionale aggrovigliato
Mentre l’attenzione del Paese è, come al solito, distratta da pinzillacchere varie, come ad esempio il risultato rugbistico delle amministrative, o le beghe da telenovela (perché prive di analisi politica e caratterizzate da un elevato tasso di sceneggiata napoletana) dentro il M5S, altrove, cioè a Karlsruhe, Germania, si sta consumando qualcosa di importante. La Corte Costituzionale tedesca è infatti chiamata a decidere della costituzionalità della partecipazione tedesca all’Omt, il meccanismo di acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario ideato da Mario Draghi per calmierare il galoppo dei rendimenti del debito pubblico dei PIIGS. Il nocciolo della questione giuridica è che un eventuale default della Bce, costretta ad acquistare titoli pubblici dei Paesi in difficoltà, difficilmente rivendibili sul mercato, costringerebbe la Germania a coprire una parte delle perdite, e ciò potrebbe, ipoteticamente, mettere sotto tensione l’obbligo costituzionale di pareggio del bilancio federale. E’ del tutto evidente che l’arzigogolata motivazione giuridica del ricorso contro l’Omt presso i giudici costituzionali tedeschi poggia su basi quantomeno precarie. Si chiede infatti alla Corte di giudicare su un’eventualità teorica, resa ancor più teorica dal fatto che l’Omt, in realtà, non è mai stato attivato, pur essendo stato annunciato, e non si conoscono nemmeno i dettagli di funzionamento di tale meccanismo.
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I sinistri salvatori del «capitalismo buono»
Ovvero: come salvare il bambino dal bagno sporco…
di Sebastiano Isaia
Così scrivevo l’altro giorno in una breve nota (Per un liberismo molto selvaggio. Praticamente rivoluzionario…) postata su Facebook che voleva essere ironica – e che tra l’altro si è prestata a qualche bizzarra interpretazione:
Mentre i sempre più rari sostenitori della liberazione degli individui dai maligni rapporti sociali capitalistici, difesi all’ultimo sangue dal Leviatano (non importa se in guisa democratica o autoritaria), studiano, a quanto pare ancora senza successo, il modo idoneo a trasformare i salariati da soccorritori del Capitalismo, quali sono stati a tutti gli effetti negli ultimi ottanta e più anni, nei suoi becchini, secondo l’indicazione del noto alcolizzato di Treviri, ecco giungere da Nichi Narrazione Vendola l’aurea indicazione. «Il liberismo è una minaccia per il Capitalismo e per la democrazia», ha dichiarato ieri sera il bel tomo a Lilli Gruber. Ecco dunque infine trovata la strada tanto agognata! Cosiddetti rivoluzionari, prendete nota e riponete in soffitta decenni di astruserie dottrinarie. Altro che “marxismo”: è il liberismo, preferibilmente selvaggio, che ci trarrà fuori dalla lunga impasse escatologica. Bisogna rafforzare e potenziare la minaccia per il Capitalismo e per la democrazia: è la parola d’ordine dei nostri critici tempi.
E pensare che c’è qualcuno che parla di Vendola come di un «supercazzolaro»: più chiaro di così! Vuoi vedere che Beppe Grillo si riferiva a qualcun altro…
Ho ripreso il post per presentare un altro sinistro che si preoccupa dello stato di salute del Capitalismo, attaccato non dalla classe che, secondo le note “profezie”, dovrebbe scavargli la fossa, ma dal solito liberismo selvaggio.
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Il nodo dell’euro non può più essere eluso
di Andrea Ricci *
L’idea di dotare 17 paesi di una moneta unica in presenza di enormi divergenze nella struttura delle loro economie reali, senza contemplare meccanismi automatici di integrazione e redistribuzione fiscale, come avviene per qualunque altra moneta, è risultata folle.
*****
Nell’ultimo semestre i mercati finanziari europei hanno vissuto una situazione di tranquilla bonaccia. Gli spreads tra i titoli di Stato dei PIIGS e quelli della Germania, pur se storicamente elevati, si sono assestati su valori ben inferiori a quelli registrati nel biennio 2011-12. Per l’Italia il differenziale tra BTP e Bund decennali ha oscillato intorno a quota 270, circa la metà del livello toccato nei momenti più acuti della crisi. Gli indici azionari sono ovunque aumentati nel continente, con la Borsa italiana in testa al gruppo, avendo incrementato la propria capitalizzazione di oltre il 30% nel corso dell’ultimo anno. Di fronte a queste rassicuranti notizie si è via via smorzato nei media l’allarme per un imminente crollo dell’euro. Rimane alta la preoccupazione per il debito pubblico, ma come dato strutturale di lungo periodo, destinato comunque a condizionare le politiche economiche dei prossimi anni.
Stridente è la contraddizione con l’andamento dell’economia reale, che invece ha visto peggiorare tutti gli indicatori, primi fra tutti quelli relativi al tasso di disoccupazione e al tasso di crescita della produzione.
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Gli insegnamenti delle giornate di Roma
Giulia Bausano ed Emilio Quadrelli
In questa fase, l’insubordinazione attiva di reparti del proletariato – interpretata, promossa, inscritta dentro il programma di una rete di nuove avanguardie comuniste – è il passaggio politico preliminare a tutto. (Senza tregua. Giornale degli operai comunisti. Luglio 1976) I fatti e i dati hanno la testa dura. Il cinquantasei per cento della popolazione romana, alle ultime elezioni amministrative, si è astenuta. Le cose non sono andate troppo diversamente anche nei restanti collegi elettorali, ma è a Roma che l’astensionismo di massa ha raggiunto i picchi di maggiore consistenza. Ci soffermiamo su Roma poiché, in quanto realtà metropolitana, è in grado di anticipare e prefigurare gli scenari complessivi di un futuro che, a ragion veduta, sembra essere dietro l’angolo. L’analisi del voto romano, pertanto, assume un significato di particolare interesse in virtù della tendenza che oggettivamente incarna: saperla leggere e interpretare con anticipo è ciò che fa delle avanguardie comuniste una realtà degna di questo nome. Proprio su tale capacità si gioca, per intero, quell’essere sul filo del tempo che il metodo leniniano ci ha consegnato sulla scia della scienza marxista. Vediamo, pertanto, che cosa è successo a Roma considerando la prima tornata elettorale. La somma dei due poli governativi ottiene circa un terzo dei consensi. Il Movimento 5 stelle, in neppure due mesi, brucia gran parte dell’appeal protestatario raccolto alle politiche, irrisorio il risultato del cartello della sinistra parlamentarista, praticamente nullo il risultato della cosiddetta destra radicale.
Iniziamo a prendere in rassegna, sulla base dell’analisi di classe, il risultato ottenuto dall’area governativa e dalle sue ruote di scorta. Chiediamoci, pertanto, quali interessi materiali richiamano. Queste coalizioni rappresentano gli obiettivi interessi di quella parte di popolazione socialmente ed economicamente inclusa la quale, dentro quei contenitori politici, trova una soddisfacente rappresentanza politica.
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Una critica alla teoria delle Aree Valutarie Ottimali come spiegazione della crisi dell'euro
di Guido Iodice e Daniela Palma
Il peccato “originale” dell'euro non pare trovare adeguata spiegazione in una delle teorie che oggi sembra andare molto di moda a seguito della crisi della moneta unica. Una disamina critica della teoria delle “aree valutarie ottimali” porta a concludere che i “criteri” da essa enunciati sono contraddittori ai fini di illustrare le criticità dell'euro, mentre le sue conclusioni di politica economica sono controproducenti economicamente e socialmente insostenibili. Ciò che rende stabile un'area valutaria è, in ultima analisi, lo Stato.
La teoria delle Aree Valutarie Ottimali (AVO, in inglese “Optimum Currency Area”) sta vivendo una notorietà particolarmente elevata dallo scoppio della crisi dell'euro. Economisti di diverse estrazioni, e numerosi studi dei maggiori organismi internazionali, hanno individuato nell'eurozona un'“area valutaria pessima” e spiegato in questo modo la tendenza al collasso della moneta unica europea. Eppure, a ben vedere, la teoria delle AVO non sembra convincente circa le difficoltà dell'euro. Inoltre appare difficile, applicando i suoi criteri, rintracciare un'area valutaria ottimale, a partire dagli Stati Uniti.
Nell’articolo che proponiamo partiamo mostrando che la teoria si basa sui presupposti del paradigma teorico neoclassico: le preferenze del consumatore, la dotazione dei fattori produttivi, l’esistenza di un tasso “naturale” di interesse che equilibra investimenti e risparmi, la teoria quantitativa della moneta.
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Cosa sta succedendo in Turchia e cosa c’entra con noi
Un’analisi e alcune considerazioni
[a tutti i compagni scesi in strada, ai morti, ai feriti, agli arrestati]
Il mio secolo non mi fa paura,
il mio secolo pieno di miserie e di crudeltà
il mio secolo coraggioso e eroico.
Non dirò mai che sono vissuto troppo presto
o troppo tardi.
Sono fiero di essere qui, con voi.
Amo il mio secolo che muore e rinasce
un secolo i cui ultimi giorni saranno belli:
il mio secolo splenderà un giorno
come i tuoi occhi.
Nazim Hikmet, Il mio secolo non mi fa paura
Perché è importante conoscere meglio la Turchia e sapere quello che sta accadendo lì?
Perché questo paese rappresenta un caso da manuale dell’applicazione delle “riforme” neoliberiste, le stesse che stanno imponendo e vorrebbero massicciamente imporre anche da noi. In questo senso, capire quello che sta succedendo in Turchia vuol dire appropriarsi direttamente di strumenti che ci servono nelle nostre battaglie quotidiane, comprendere perché i destini dei nostri popoli sono così intrecciati. Materialmente, e non per motivi ideologici o “estetici”.
Cosa troverete in questo testo?
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Quella potenza umana ridotta a merce
di Sandro Mezzadra
Un libro ( "Il soggetto produttivo da Foucault a Marx" di Pierre Macherey) che esplora la celebre definizione metaeconomica del lavoro dell'uomo di Marx («L'insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente d'un uomo») e le sue ricadute sulla società di oggi
«Marx per me non esiste», dichiarò Michel Foucault in un dialogo del 1976 con la redazione della rivista Hérodote. E aggiungeva: «voglio dire questa specie d'entità che s'è costruita attorno a un nome proprio, e che si riferisce ora a un certo individuo, ora alla totalità di quel che ha scritto, ora a un immenso processo storico che deriva da lui». C'è qui una chiave per intendere il rapporto intrattenuto da Foucault con Marx, tema che continua a essere al centro di molti studi e dibattiti (si veda ad esempio il bel libro curato da Rudy Leonelli, Foucault-Marx. Paralleli e paradossi, Bulzoni, 2010): la radicale distanza di Foucault dal marxismo, inteso come compatto edificio dogmatico, si accompagnava in lui alla diffidenza nei confronti di ogni tentativo di «accademicizzare» Marx, di ridurlo a un «autore» come un altro. Quest'ultima è un'operazione certo legittima, continuava Foucault nell'intervista del 1976, ma equivale a «misconoscere la rottura che lo stesso Marx ha prodotto». Quella rottura nel cui solco Foucault ha continuato per molti versi a pensare - non senza produrre ulteriori rotture, che lo hanno spesso condotto lontano da Marx.
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Reddito sì, ma da lavoro
L’autonomia economica e politica delle persone presuppone un reddito da lavoro. Il reddito di cittadinanza corre il rischio di far aumentare il numero dei non occupati e la loro l'emarginazione, lasciando irrisolta la questione dei bisogni sociali insoddisfatti
Forse per ragioni di età, sono ancora affezionato alla idea di Adam Smith e alla Costituzione. Secondo Smith, “Il lavoro svolto in un anno è il fondo da cui ogni nazione trae in ultima analisi tutte le cose necessarie e comode della vita che in un anno consuma”. Più breve e efficace, l’Articolo 1 della Costituzione recita: “L’Italia è una Repubblica democratica [corsivo aggiunto], fondata sul lavoro”. Sul lavoro, non sul reddito. Circa il reddito di cittadinanza o altre forme di reddito garantito, d’altra parte, non ho cambiato l’idea che coltivavo qualche anno fa, e qui la riprendo.
Quando una improbabile crescita dell’economia è sì condizione necessaria per realizzare la piena occupazione, ma non anche sufficiente, il problema di fondo di una società capitalista si aggrava. Problema di fondo che si può evocare con questo disegnino:
Se si è d’accordo su ciò, e se si conviene che presupposto della democrazia è la democrazia economica;
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Chiusa la partita delle amministrative
Ora che si fa?
di Aldo Giannuli
Poco da dire sui risultati del secondo turno delle amministrative: elettori in fuga, Pdl bastonato, M5s in caduta libera e Pd premiato perché, se il totale deve fare 100, qualcuno deve pur prendere le percentuali perse dagli altri. Il Pd sorride sicuro dopo aver preso tutti i 16 comuni capoluogo, ma se guardasse ai risultati in cifra assoluta riderebbe meno. Ripeto: nessuno faccia l’errore di pensare a queste astensioni come ad una perdita di interesse per le elezioni, per cui possiamo tranquillamente fare come se quegli elettori si fossero dissolti nel nulla. Quegli elettori ci sono e prima o poi li vedremo sbucare da qualche parte.
Molto meno allegro è il Pdl. Il risultato rimette seriamente in discussione la certezza di vittoria in caso di elezioni anticipate. I sondaggi perdono di credibilità, anche se dobbiamo tenere presente una cosa: il Pdl sul territorio esiste poco e nulla e sta perdendo quel poco di ceto politico-amministrativo che aveva, però le cose cambiano quando scende in pista il Cavaliere in prima persona. Quindi attenti a non rifare per la seconda volta l’errore di pensare liquidato il Pdl perché i suoi elettori alle amministrative stanno a casa: come si è visto a febbraio, una porzione di essi poi torna a votare Pdl se a chiederglielo è personalmente il Cavaliere. Questa volta, però, potrebbe esserci un problema in più: l’elettorato di destra sta mostrando di non gradire affatto le larghe intese con i nemici di sempre e, per di più, in un governo che, sostanzialmente, sta confermando la linea della massima pressione fiscale.
E’ interessante notare il crollo nelle roccaforti venete e brianzole della destra dove massimo è il peso dei piccoli e medi imprenditori, i più imbestialiti per Imu ed Iva.
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L’incoerenza della Lettanomics
di Stefano Lucarelli
Enrico Letta ha messo il lavoro e la lotta alla disoccupazione al centro delle sua agenda di governo. Si tratta di (buoni) propositi che però mal si conciliano con la zelante accettazione dei vincoli europei (le famigerate politiche di austerity) più volte ribadita dallo stesso premier. Molte riserve suscita anche il “modello di crescita” sul quale si impernia la politica del nuovo governo: trasformare l’Italia nella “piattaforma logistica d'Europa” è davvero una buona soluzione per uscire dalla crisi?

1. Introduzione
Un governo di larghe intese difficilmente può proporre una linea coerente di politica economica. L’analisi economica delle istituzioni politiche (new political economy) – una linea di ricerca sviluppatasi a partire dalla scuola della Public Choice i cui risultati, costruiti su ipotesi comportamentali talora eroiche, sono senza dubbio da approfondire – mostra che il disavanzo fiscale è tendenzialmente più elevato nei governi di coalizione, in cui il potere politico è più disperso. In tal caso infatti tenderà a prevalere una logica di gestione delle risorse pubbliche finalizzata a ridurre gli elementi conflittuali che caratterizzano le varie anime della coalizione[1]. Da qui sorge l’incoerenza che può segnare le politiche economiche messe in campo da un governo di larghe intese.
Certamente tra i lettori ci sarà chi ricorderà l’aforisma di Giuseppe Prezzolini, secondo il quale “La coerenza è la virtù degli imbecilli”, oppure quello di Oscar Wilde, “La coerenza è l’ultimo rifugio delle persone prive di immaginazione”. Negli aforismi in effetti si può proteggere il buon senso, e forse quanto detto dagli artisti appena ricordati può valere per la coerenza intesa nel senso della logica matematica; in tal senso si dice coerente un sistema in cui non è dimostrabile nulla di contraddittorio, quando cioè non sono dimostrabili contemporaneamente un’espressione e la sua negazione.
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Acqua pubblica
Wu Ming
Il 12 e 13 giugno di due anni fa, circa 26 milioni di italiani hanno speso qualche minuto del proprio tempo per votare due sì al cosiddetto “referendum per l’acqua pubblica”. Oggi ognuno di loro farebbe bene a spendere altrettanti minuti per provare a capire cos’è successo nel frattempo e cosa si potrà fare in futuro.
Da più parti si sente ripetere che, come al solito, il referendum non è servito a niente. I privati continuano a gestire il servizio idrico locale e nelle bollette c’è ancora la famigerata percentuale per la remunerazione del capitale investito, ovvero: per fare profitti sicuri con un bene comune. Eppure, la narrazione del “voto inutile” va disinnescata, perché non solo è falsa, ma serve pure a delegittimare l’unico referendum vincente da diciassette anni a questa parte.
Certo non si può negare che la strada del cambiamento è stata fin dall’inizio piena di ostacoli. Giusto il tempo di abrogare le norme oggetto del voto, e subito il governo Berlusconi ha tentato di farle rientrare dalla finestra con l’articolo 4 del cosiddetto “decreto di Ferragosto”. Classica data balneare, utile per far passare nefandezze, ma la corte costituzionale ha bloccato il provvedimento proprio in virtù della volontà popolare uscita dalle urne. Poi ci hanno provato con il patto di stabilità, la manovra “salva Italia” del governo Monti e l’autorità per l’energia.
Tanto accanimento non dimostra solo che l’acqua è un buon affare, ma fa capire anche come gli sconfitti non possano accettare di esserlo.
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Le riforme costituzionali tra pretesto e realtà
nique la police
"Il capo del governo inglese non dice mai una cosa vera senza l'intenzione che sia presa per una menzogna; non dice mai una cosa falsa,
se non con lo scopo che sia presa per la verità" (Jonathan Swift)
1. L'estinzione del lavoro in Italia malgrado lui.
Unico tra diciassette, tra poco tempo diciotto, paesi dell'eurozona l'Italia ha una Confindustria che evoca scenari di rivolta di piazza. Per bocca del suo principale rappresentante. Non solo, i giovani di Confindustria, recentemente riunitisi in Liguria, hanno sia paventato scenari di rivolta sociale che parlato di forme di reddito di cittadinanza nell'intervallo tra lavoro e lavoro. E se il primo giorno delle loro assise i giovani confindustriali hanno parlato di rivolta quello successivo è stato il turno della parola "rivoluzione". La loro organizzazione è al tramonto, forse irreversibile, ma si permette un uso dei concetti impensabile a sinistra. Dove, al massimo, è concesso impiccarsi onorevolmente ai concetti legati alle rifome e ai diritti e alla ormai, immancabile, notte in cui tutti i gatti sono neri detta classificazione dei beni comuni. Squinzi e Morelli, presidente di Confindustria giovani, usano così un linguaggio più radicale della Camusso e di Landini. I quali non solo non evocano scenari di rivolta sociale, una volta non esaudite le loro (blande) richieste, ma hanno dismesso qualsiasi ipotesi di calendario di lotte realmente incisivo da oggi all'autunno (quasi metà anno, cosa vuoi che sia in una crisi epocale). Per non parlare di realistiche rivendicazioni di una qualsiasi forma di reddito di cittadinanza. E qui viene spontaneo chiedersi: Camusso e Landini quando prevedono la piena occupazione?
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Dittatura costituzionale
di Elisabetta Teghil
nel rispetto della Costituzione..”
Barack Obama
Gli USA e i Paesi dell’Europa occidentale hanno indicato la via. La lotta contro il comunismo è cosa superata. Non si può impegnare tutta una società tecnologicamente avanzata nella lotta al comunismo con il rischio che la figura del comunista, nobile e disinteressato, magari alla Che Guevara, sia seducente.
La religione dello Stato ha coniato una nuova figura su cui far leva per eccitare e scatenare gli istinti di difesa e di aggressività.
Quella del terrorista.
Questo è il nemico pubblico contro cui agire, legiferare e serrare i ranghi.
Il terrorista è il male per eccellenza, contagioso, contro il quale ogni essere normale deve sentire l’esigenza di lottare per la difesa, non solo materiale, ma ideale, della comunità.
E’ la lotta del bene contro il male. E il bene non può essere ovviamente che l’esistente ordinato, il migliore dei mondi possibili nella stagione della fine della storia, con il fascino di un teorema immutabile.
Quanto di meglio c’è nella società coincide con la sottomissione consensuale alle scelte e agli interessi dell’ordine costituito.
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Che cosa è il Bilderberg
Complottismo o analisi della classe dominante?
di Domenico Moro
1. Una diffusa ma non molto strana passione per i complotti
Tra il 6 e il 9 giugno si tiene in Inghilterra il 61esimo degli incontri che annualmente, a partire dal 1954, vengono organizzati dal Gruppo Bilderberg. Su questa riunione si è manifestata da parte dell’opinione pubblica una attenzione maggiore del solito. Del resto, degli ultimi due presidenti del Consiglio dei ministri, Monti ne è stato a lungo un dirigente, mentre Enrico Letta vi è stato invitato nel 2012. Entrambi, poi, hanno fatto parte della organizzazione sorella più giovane, la Trilaterale, come anche Marta Dassù, un tempo lontano intellettuale di area Pci e più di recente sottosegretario con Monti e viceministro con Letta agli esteri, a capo del quale c’è la Bonino, inviata al Bilderberg nel passato. Quest’anno la presenza italiana non sarà numerosa ma di livello: Monti, Bernabé di Telecom, Nagel di Mediobanca, dal dopoguerra sempre al centro del sistema di potere del capitalismo italiano, Cucchiani di Intesa, prima banca italiana, Rocca di Techint e la giornalista Gruber.
A suscitare la curiosità del pubblico sul Bilderberg contribuiscono l’alone di mistero che lo circonda, dovuto alla segretezza sui contenuti dei dibattiti, e la presenza del gotha economico e politico di Usa ed Europa Occidentale. La ragione principale, però, è riconducibile alla sempre più diffusa percezione di impotenza da parte del “cittadino comune” nei confronti di una economia e di una politica che sfuggono persino alla sua comprensione.
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La crisi del capitalismo e della socialdemocrazia
di John Bellamy Foster e Bill Blackwater
John Bellamy Foster è meglio noto come autore di ‘Marx’s Ecology’ [Ecologia marxiana] (2000, in cui corregge il malinteso popolare su fatto che Marx non avrebbe ‘compreso’ i limiti ambientali) e come redattore della Monthly Review (monthlyreview.org), la rivista fondata dall’economista marxista Paul Sweezy nei tardi anni ’40. Nel suo libro più recente ‘The Endless Crisis’ [La crisi infinita] (2012, scritto con Robert McChesney) Foster analizza quella che definisce la ‘trappola della stagnazione-finanziarizzazione’. Si tratta dell’emergenza economica in cui si trovano oggi paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna: dipendenti per la crescita da un sistema di bolle finanziarie che ora sono scoppiate, appaiono impantanati per il futuro prevedibile in una condizione di stagnazione cronica.
Proprio come si era soliti dire di alcuni che gli era ‘andata di lusso’ [had a good war] in guerra, così a Foster e alla Monthly Review è andata di lusso con la crisi finanziaria. La Monthly Review aveva previsto da molto tempo il crollo e la successiva stagnazione. In Gran Bretagna l’analisi della Monthly Review ha ottenuto commenti favorevoli da Larry Elliot del The Guardian e la sua influenza è in ascesa.
In questa intervista John Bellamy Foster parla non soltanto della crisi in cui si trova oggi il capitalismo maturo, ma anche della crisi che essa ha provocato nella socialdemocrazia. Per molti versi questo è per lui il capolinea della socialdemocrazia: non può più sperare di promuovere la crescita e di ridistribuirne il bottino. La stagnazione, non la crescita, è all’ordine del giorno. In queste condizioni, sostiene, è imperativo che i partiti socialdemocratici si reinventino, ricostruiscano collegamenti con le loro tradizionali fonti di sostegno ed è cruciale che rinvigoriscano la coscienza sociale della maggioranza della popolazione che viene attivamente svantaggiata delle élite finanziarie.
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L’eccezione esemplare: il caso italiano
nella crisi globale ed europea*
Riccardo Bellofiore**
Introduzione
In un intervento del 1973 dedicato a rintracciare le origini de il manifesto – il gruppo di comunisti eretici che per qualche anno seppe dar luogo ad una delle ‘rotture’ da sinistra più interessanti rispetto alla tradizione dei partiti comunisti di discendenza stalinista e leninista, che furono nella loro prima fase critici della stessa esperienza togliattiana – Lucio Magri risaliva sino ad Antonio Gramsci. Per il comunista sardo il capitalismo italiano era sì un capitalismo ‘straccione’, per molti versi arretrato produttivamente, ma questi limiti non derivavano affatto da una mancata rivoluzione borghese. Al contrario, l’Italia era il paese che aveva dato vita alla rivoluzione borghese, dove erano nate le banche e i primi centri del potere finanziario europeo. Ha patito però l’assenza del formarsi tempestivo di uno stato nazionale, un ritardo sul terreno dello sviluppo scientifico e tecnologico, la limitatezza del mercato interno, il procrastinato accumulo dei capitali, e il lento costituirsi di un autentico mercato della forzalavoro. Tutti fattori che hanno determinato il prevalere di aree di parassitismo e rendita.
Sono questi, osserva Magri, elementi che tornano nel capitalismo italiano successivo, quando esso finalmente decolla. Una eccezione, dunque, che si rivela però esemplare. Abbiamo infatti a che fare con caratteri che finiscono con il permeare di sé lo stesso capitalismo avanzato del Novecento.
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Il miglioramento immaginario dell'area euro
di Jacques Sapir
Jacques Sapir fa la radiografia ai pretesi miglioramenti delle economie del sud dell'eurozona, e l'esito è chiaro: un grave deterioramento della situazione
Una serie di affermazioni sembra accreditare l'idea di una lenta, ma reale, uscita dalla crisi nei paesi del "Sud" dell'area dell'euro. Esse si basano principalmente sulla forte riduzione del deficit commerciale di questi paesi, vista la loro capacità di registrare un surplus commerciale. Ma questa visione delle cose è evidentemente a breve termine, accompagnata da una formidabile miopia per quanto riguarda gli effetti reali della crisi.
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