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lantidiplomatico

Frana di Niscemi: il prezzo della subalternità agli USA e del MUOS

di Clara Statello

"Le antenne cadranno giù“. I NO MUOS cantavano questo slogan, negli anni delle lotte contro la militarizzazione dei territori, subendo feroci persecuzioni da parte dello stato. Oggi che le antenne della stazione di telecomunicazioni dell’esercito americano sono ancora in piedi, mentre Niscemi frana metro dopo metro, casa dopo casa, quelle parole diventano l’emblema di una sconfitta: non solo del movimento, ma della stessa Sicilia.

La distruzione di Niscemi è la conseguenza di una precisa scelta politica: subordinare la sicurezza dei territori alla sicurezza della potenza straniera che li occupa. Gli Stati Uniti d’America.

 

L’elefante nella stanza

Il MUOS è il grande rimosso di questi giorni. I media riportano le promesse e le passerelle dei politici, la disperazione degli abitanti, gli insulti di giornalisti e dell’opinione pubblica che rivittimizzano gli sfollati con commenti dai toni antimeridionalisti.

Nessuno che ricordi che Niscemi è la città del MUOS e della NRTF (Naval Radio Transmitter Facility) della US Navy, la marina statunitense. Nessuno che ricordi che Niscemi è una città chiave nella strategia globale degli USA.

Le antenne della stazione di telecomunicazione sono un’infrastruttura a utilizzo esclusivo delle forze armate statunitensi, in grado di trasmettere “oltre l’orizzonte”, cioè a grandi distanze, comunicazioni di intelligence alle forze di superficie, sottomarine, aeree e terrestri e dei centri C4I (Command, Control, Computer, Communications and Intelligence) della Marina militare Usa.

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lantidiplomatico

Trump, predatore senza prede

di Pino Arlacchi

Ma chi è davvero Donald Trump? È troppo facile sbarazzarsi dell’interrogativo con la scorciatoia cognitiva della follia e della delinquenza. È troppo facile perché gli psichiatri ci dicono che il delirio di molte patologie mentali è metodico e coerente. E perché la criminologia ci dice che il comportamento criminale è razionale rispetto allo scopo e perciò lucido e prevedibile. Tutto il contrario di un Trump squilibrato e/o malfattore.

Proviamo invece a leggere il presidente americano attraverso il famoso ritratto dei protagonisti del capitalismo dipinto da Fernand Braudel, il maggiore storico del ’900, e attraverso gli studi più recenti sul comportamento animale.

Nella sua opera più nota, Braudel ha disegnato i profili delle singolari creature che si aggirano negli strati più alti del capitalismo occidentale. Quegli ambienti off-limits, avvolti nella nebbia, che l’autore chiama l’antimercato. Zone dove non ci sono più la regolazione e la concorrenza che dominano i piani più bassi del sistema, la “sfera rumorosa della circolazione delle merci”, il mercato dove tutto accade in superficie e dove vige la trasparenza.

I vertici supremi del capitalismo degli ultimi sette secoli, secondo Braudel, sono il regno degli animali da preda: le decine e centinaia di Donald Trump cui non può importare di meno delle regole che valgono per gli animali più deboli. Il “dolce commercio” è pacificatore finché non diventa grande impresa monopolistica o cartello di Stato.

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lantidiplomatico

Gaza e la "verità istantanea"

di Andrea Zhok

Come al solito, con la dovuta calma, dopo che la tempesta è finita e quando cominciano a crescere i fiori sulle tombe, le verità si definiscono.

L'IDF ha ammesso ufficialmente il conteggio di 71.667 palestinesi uccisi nei due anni successivi al 7 ottobre 2023 (è ovviamente legittimo ipotizzare che se questi sono ammessi, in realtà siano ben di più, ma lasciamo stare).

Secondo l'IDF di questi 71.667 ben 20.000 erano combattenti di Hamas.

I parametri per definire cosa sia un combattente di Hamas per Israele sono notoriamente problematici e, diciamo così, "generosi"; ma ammettiamo di nuovo, per un momento, che il dato sia reale.

Questo significa che oltre 51.000 civili (sic!) sono stati sicuramente uccisi dall'esercito.

Ora per piacere continuate a spiegarci che Israele rispetta i civili e che i dati dell'autorità palestinese sono farlocchi (davano 56.000 morti).

Continuate a spiegarci che la repressione iraniana delle rivolte interne chiama in causa la nostra umanità, richiede sanzioni durissime e un cambiamento di regime, anche bombardandoli, ma che per Israele questo è inapplicabile. 

Il punto di fondo, semplice, è lo stesso che abbiamo rilevato mille volte, e negli ultimi anni con particolare frequenza.

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marxismoggi

“Pecunia non olet” (Il denaro non manda odore)

di Carla Filosa

Dal rapporto OXFAM 2026 si apprende che ci si appresta a cadere nel “baratro della diseguaglianza”, dove si calcola una concentrazione della ricchezza mondiale tra 3.000 ricchi e l’altra metà del mondo in stato di povertà. Ciò significa che 12 uomini più ricchi detengono più denaro di 4,1 miliardi di esseri umani, e che con questi numeri si potrebbe cancellare per ben 26 volte la fame nel mondo. Nella sola Italia si registra un incremento del 10% di miliardari.

Se poi guardiamo all’attuale politica di Trump si riscontrano tagli fiscali, deregolamentazione tecnologica ed esenzione per le multinazionali americane dalla tassazione minima globale del 15%, come fattori che alimentano il divario sociale. Tutto ciò si traduce in potere politico che riposa anche sul possesso di più della metà delle testate mondiali dei media, il cui controllo erode diritti e sicurezza in generale. Gli Usa, inoltre, hanno già da tempo tagliato il 17% dei finanziamenti a cooperazione e sostegno alle fasce deboli del pianeta, per sanità, istruzione e accoglienza, determinando una previsione di 14 milioni di morti entro il 2030, forse per difetto.

Questa breve citazione vuole introdurre un tema che non riguarda lo sdegno – pur inevitabile e giusto – di chi ancora mantiene un concetto di eguale diritto umano alla vita, ma più precisamente di chi cerca di indagare sul punto di partenza e di arrivo del denaro nelle fauci dei vari ricchi, e che già due secoli fa è stato chiamato “la cosiddetta accumulazione originaria” (Marx, Il Capitale, I, 3, VII).

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nicomaccentelli

Quando chi si dice comunista fa il gioco dell’imperialismo

di Nico Maccentelli

Riporto la dichiarazione congiunta di questi partiti comunisti, solo per evidenziare come certe posizioni settarie cadano nel gioco dell’imperialismo.

Non a caso il Partito Comunista Cubano, il Partito Comunista della Federazione Russa e il Partito Comunista Cinese non siano in questa lista. Per non parlare del Partito Comunista Svizzero che ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Il Partito Comunista (Svizzera) segue con attenzione la situazione nella Repubblica Islamica dell’Iran e condanna le evidenti e violente ingerenze promosse dagli Stati Uniti e dall’Entità sionista per destabilizzare il Paese, deviando le inizialmente legittime proteste popolari in risposta alle difficoltà economiche e sociali provocate peraltro proprio dalle pesanti sanzioni imposte dagli USA all’Iran.»

Questo è il mio commento in questo post di Rifondazione Comunista:

«Neanche una parola sul terrorismo sionista del Mossad e della CIA che ha sparato indistintamente su manifestanti e polizia come in Euromaidan, bruciato sedi statali, moschee! Sembra che l’imperialismo attacchi solo dall’esterno… Neanche una parola sulle grandi manifestazioni popolari a difesa della Repubblica Islamica. La sfilza di sigle non toglie il fatto che questa posizione non giova al popolo iraniano, ma all’imperialismo legittimandolo!»

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Silicio e sangue: la strategia di Pechino e la furia del debitore armato

di Pasquale Liguori

Il Wall Street Journal annuncia il tramonto dell'economia cinese, ma gli ordini di chip raccontano un'altra storia. Ecco perché lo squilibrio finanziario globale ci spinge verso l'opzione nucleare

Nella giornata di ieri, l’osservatore che ha sfogliato la stampa internazionale si è trovato di fronte a una dissonanza cognitiva quasi perfetta. Da un lato, il Wall Street Journal pubblica in prima pagina un'autopsia dell'economia cinese intitolata A Doom Loop of Deflation (Una spirale negativa di deflazione), descrivendo un Paese paralizzato dalla sfiducia, con consumatori che non spendono e aziende intrappolate in una competizione suicida. Dall'altro, l'ambasciatore cinese Xu Feihong rivendica in un editoriale sul quotidiano indiano The Hindu una crescita del 5% trainata da “nuove forze produttive” e consumi di qualità, rigettando con sdegno l'accusa di sovrapproduzione.

Chi mente? La risposta non si trova nelle colonne dei giornali, ma qualche utile indizio lo si può rintracciare nei movimenti sotterranei del silicio. La notizia, battuta lo scorso mercoledì da Reuters, del via libera di Pechino all'importazione dei chip Nvidia H200 è la pistola fumante che smentisce la narrazione del collasso e rivela una strategia industriale di una lucidità disarmante.

Per capire perché la “spirale negativa” del Wsj sia una lettura parziale, bisogna analizzare la coreografia dei semiconduttori andata in scena negli ultimi mesi.

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lantidiplomatico

Sui difensori in Italia del neo imperialismo (scomposto) di Trump

di Andrea Zhok

Il posizionamento dell’opinione pubblica italiana nei confronti delle politiche dell’amministrazione Trump non vale, naturalmente, come fattore di politica internazionale (la nostra opinione, pubblica o di vertice, non influenza in alcun modo la politica americana). Esso conta tuttavia come elemento di autocomprensione e di consapevolezza politica interna.

Ora, di fronte ai non pochi che continuano a difendere, magari a denti stretti e con varie contorsioni, le politiche dell’amministrazione Trump, io ho – almeno in parte – comprensione psicologica. Ne capisco fino a un certo punto la dinamica mentale.

Trump è stato eletto come alfiere populista del movimento MAGA, con un’agenda che si voleva:

• Avversa al “Deep State” e al predominio degli interessi finanziari “macro” rispetto alle istanze della piccola proprietà (la “piccola borghesia” e il “proletariato qualificato”, nella terminologia tradizionale);

• Contraria alle derive “Woke” e agli eccessi del politicamente corretto nell’amministrazione, nella scuola, nell’accademia americane;

• Contraria a una politica di presenzialismo imperialistico sul piano mondiale, favorevole all’isolazionismo, a una maggior cura dei problemi interni agli USA;

• Favorevole a un ripristino dell’ordine interno e a una limitazione di processi migratori incontrollati;

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Quella voglia matta di “indipendenza” dagli Usa

di Dante Barontini

Se si esce dalla nebbia delle dichiarazioni di principio o di bon ton diplomatico si vede subito che l’area euro-atlantica sta diventando ex. Al punto che la testata POLITICO ha individuato un indipendence moment per l’Europa. Un momento che racchiude necessità impellenti, dipendenze da eliminare, alternative da trovare. Quasi impensabile solo un anno fa, quando la fedeltà euro-atlantica era un presupposto per essere ammessi in società, assunti nei media, candidati alle elezioni, rilevati nei sondaggi e anche essere inclusi tra gli “umani”…

Già limitandosi a questa nuova consapevolezza, senza neanche entrare nel merito delle diverse questioni, appare evidente che l’Unione Europea, così come è stata costruita, non è in grado di affrontare la realtà. Costruita su trattati influenzati da una teoria economica fasulla secondo cui la spesa pubblica è sempre sbagliata e “il mercato” va lasciato agire in libertà, anzi favorito e “non disturbato” (Meloni dixit) in quanto spazio “neutro”, si ritrova improvvisamente in una congiuntura in cui l’economia e il commercio sono utilizzati come strumenti di forza e sopraffazione, rispondendo a input decisi politicamente. Fuori gioco e fuori fase, insomma.

La dirigenza europea selezionata in base a quella impostazione, e abituata ad adottare decisioni già preconfezionate da un “pilota automatico”, non può neanche elaborare un piano organico di lunga durata che prevede competenze da “statisti” (visione, progetto, gestione del rischio, immaginazione creativa, ecc).

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Quindi, cari giornalisti, dobbiamo tifare contro l'Iran?

di Alessandro Orsini*

Dobbiamo tifare contro l'Iran?

Quindi, cari giornalisti del Corriere della Sera, voi mi state dicendo che dovremmo tifare per il rafforzamento, addirittura per il trionfo, di un ordine internazionale a guida americana, responsabile di un genocidio e dell'uccisione di decine di migliaia di bambini a Gaza e non soltanto? Quindi, cari Ernesto Galli della Loggia, Luciano Fontana, Federico Rampini, eccetera, se capisco bene, noi dovremmo tifare affinché trionfino coloro che hanno armato, finanziato e compiuto un genocidio? Noi italiani dovremmo tifare contro chi impone il velo alle donne, in favore di chi sta compiendo un genocidio? Quindi, fatemi capire un attimo: l'imposizione del velo alle donne è più grave di un genocidio? Se lo Stato che impone il velo alle donne merita di essere bombardato, che cosa merita lo Stato che compie un genocidio? Non sto pronunciando giudizi, critiche o condanne. Sono mosso soltanto da un intento conoscitivo. È soltanto per capire la logica degli editorialisti del Corriere della Sera e, in generale, della grande stampa italiana.

Tifiamo tutti per la Casa Bianca, che ha armato e finanziato il genocidio del popolo palestinese, contro Teheran?

Vorrei chiedere, molto gentilmente, a Luciano Fontana e ai suoi editorialisti, se potessero formulare il loro pensiero con chiarezza. Faccio un esempio di ciò che intendo per "chiarezza": "Sì, professor Orsini, noi tifiamo per la Casa Bianca, che ha armato e giustificato lo sterminio di 20.000 bambini palestinesi, contro Teheran".

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comidad

La lezione di Davos: pirati, ladri, ma anche truffatori

di comidad

La giornalista americana Jill Abramson, ex direttrice del “New York Times”, ha definito il Forum di Davos un “circolo di segaioli”; e infatti all’appuntamento annuale di Davos ormai non può mancare Javier Milei, resosi famoso appunto per le sue gesta di motosegaiolo nella campagna elettorale presidenziale. Una settimana fa il presidente argentino Milei ha pronunciato un altro discorso a Davos, citando l’economista di “scuola austriaca” Israel Kirzner, secondo il quale i socialisti non contestano al capitalismo di essere più efficiente in termini di produttività, bensì lo accusano solo di non essere giusto. C’è un sistema infallibile per prevalere in qualsiasi discussione, ed è quello di attribuire agli altri cose che non hanno mai detto. Tutto il castello di elucubrazioni messo in campo dai ghost writer di Milei si basa infatti su questa affermazione palesemente falsa. Non è affatto vero che la critica del capitalismo (o sedicente tale) si sia limitata all’aspetto etico; semmai il disastro etico del cosiddetto capitalismo viene evidenziato proprio dal carattere mistificatorio della sua narrativa efficientista. Uno degli innumerevoli esempi di fallimento in termini di efficienza del cosiddetto capitalismo, è lo stesso Milei, dato che, dopo due anni di trionfalismo “liberista”, è stato salvato da un prestito americano; in altri termini, Milei ha contratto un altro debito, che gli consente per qualche tempo di ripagare gli interessi sui debiti che ha col Fondo Monetario Internazionale.

Un’altra affermazione del tutto arbitraria di Milei è quella di presentare il Venezuela come prova del fallimento del socialismo.

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sinistra

Una filosofia della resistenza

di Antonio Martone

 

L’urto del presente: lo scarto come resistenza nell’epoca della tecnica

Il tempo che abitiamo richiede una vivisezione spietata, condotta senza il riparo di consolazioni metafisiche o messianiche. Al centro della riflessione contemporanea emerge con forza la necessità di indagare non un’idea astratta di umanità ma l’urto brutale tra la corporeità vivente e l’intelaiatura d’acciaio della tecnica. È in questa frizione che si gioca la possibilità di un pensiero ancora capace di mordere il reale, spogliato da ogni retorica del progresso e restituito alla sua nuda, drammatica evidenza.

 

La desertificazione interiore nella città elettronica

Il punto di partenza è la presa d’atto di uno sradicamento profondo: una lacerazione che non riguarda solo i luoghi geografici, ma l’architettura stessa della psiche. La mutazione antropologica in corso si manifesta come un processo di desertificazione interiore, alimentato da un ambiente - la “città elettronica (e-city)” - che non funge più da estensione delle facoltà umane, ma da dispositivo che le assorbe e le neutralizza. In quest’orizzonte, la tecnica smette di essere uno strumento per diventare un’ontologia: un modo d’essere che ridefinisce l’umano a propria immagine e somiglianza.

Nello spazio iper-connesso, il tempo subisce una contrazione violenta che vira verso un istante perpetuo: un eterno presente che divora ogni prospettiva futura

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laboratorio

Rojava, curdi, Ypg e le sirene della sinistra

di David Insaidi

Nel marzo del 2011 inizia, sull’onda delle “Primavere arabe”, una ribellione anche in Siria. All’inizio solo in una città, Dar’a, per poi propagarsi rapidamente in tutto il resto del paese. Curiosamente, questo accade proprio quando il governo siriano si era mostrato disponibile ad attuare una serie di riforme. Nessuno qui mette in dubbio la legittimità delle proteste popolari e le manifestazioni di malcontento (fin quando sono davvero tali).

Un’osservazione, però, va fatta: credo che non esista alcun paese al mondo in cui non ci sia una parte della popolazione scontenta per qualche motivo, e in cui spesso tale malcontento non si esprima nelle piazze in forma di protesta contro il governo (tranne forse nei paradisi fiscali, i quali però si possono considerare dei paesi ‘artificiali’). Nella quasi totalità dei casi, tuttavia, non si assiste mai a una rapidissima creazione e proliferazione di gruppi armati e organizzatissimi, i quali in breve tempo vanno a costituire dei veri e propri eserciti, dotati di numerose armi, mezzi, ben finanziati e pronti a combattere.

Se a tutto ciò si aggiungono anche le dichiarazioni di un po’ tutti i leaders occidentali, i quali, a cominciare dall’allora presidente USA, Barack Obama, fin da subito incitavano alla caduta di Assad e all’abbattimento del “regime siriano”, solo un ingenuo può credere che la rivolta armata siriana sia stata del tutto spontanea e che non fosse stata preparata già da tempo, con evidenti contributi (per non dire altro) esterni al paese. Fatto sta che in breve tempo sorge l’ELS (“Esercito di Liberazione Siriano”) e altre formazioni, tra cui il tristemente noto ISIS.

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L’alleanza transatlantica ha passato il Rubicone

di Fabrizio Poggi

È vero, Kiev sta gelando, ma non ci sono alternative alla guerra: questa la sostanza delle declamatorie pronunciate dal Segretario NATO Mark Rutte alla commissione affari esteri del Parlamento europeo. Nei fatti, nonostante la catastrofe umanitaria in alcune città ucraine, l’Occidente continua a pompare con armi e soldi la junta nazigolpista, insistendo nel proseguire la guerra.

I combattimenti si svolgono in prima linea, ha detto Rutte, ma la Russia colpisce anche le principali città, attaccando le infrastrutture e lasciando gli ucraini letteralmente al freddo, senza calore, luce e acqua, ha finto di lacrimare Rutte. E mentre racconta che «Donald Trump e la sua squadra stanno facendo ogni sforzo per fermare lo spargimento di sangue», mente consapevolmente, sproloquiando che «gli europei li sostengono», quando, al contrario, Bruxelles e le cancellerie europee fanno di tutto perché la guerra vada avanti. Del resto, si sbugiarda subito, dicendo che la «coalizione di paesi guidata da Gran Bretagna e Francia sta lavorando per fornire forti garanzie di sicurezza, compreso lo stazionamento di truppe sul suolo ucraino dopo l'accordo di pace». Questo, quando tra le poche indiscrezioni filtrate sui due giorni di colloqui ad Abu Dhabi, c'è proprio anche il punto determinante del rifiuto di qualsiasi forza di paesi NATO in territorio ucraino.

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La repubblica degli idioti

di Pierluigi Fagan

Nell’immagine la parte della mia ristretta biblioteca dedicata all’argomento “Democrazia”. Mancano tutti i filosofi politici, gli economisti, altra parte di testi e degli studiosi dei Greci antichi e i testi di storia specie antica che stanno da altre parti. Solo per dire che è un argomento complesso sebbene i più pensino di conoscerlo.

Appena terminata la lettura dell’ennesimo studio dell’argomento nel pensiero politico occidentale (P. Butti de Lima, Democrazia, Le Monnier Università, 2019, dalla scrittura non invitante), ho trovato riferite due posizioni già espresse in pensatori del passato che però mi permettono di commentare.

La prima è formale attiene cioè alla forma del voluminoso contributo di critiche e idee prodotto dalla lunga sequenza di filosofi politici che ne hanno parlato ed è di Machiavelli. Il fiorentino aveva simpatie per il governo popolare, forse poco note e nei Discorsi sentenzia che sino ad allora (ma vale anche per il dopo di allora) gli intellettuali si erano conformati al potere dominante per cui straparlavano contro il popolo tanto quanto erano cauti e servili quando parlavano dei dominanti.

In effetti, la casta intellettuale, spesso non solo è generalmente parte del potere in atto o risente dei suoi condizionamenti (anche gli intellettuali “tengono famiglia”), ma si diletta spesso a parlare di cose che neanche conosce e più spesso si riferisce a concetti astratti o l’uno fa polemica contro l’altro stante che entrambi parlano di cose appese per aria.

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aldous

La storia è ripartita (note su Todd)

di Davide Miccione

Sebbene l’edizione in nostro possesso de La sconfitta dell’Occidente (Fazi 2024) di Emmanuel Todd sfoggi in quarta di copertina inarrivabili complimenti da parte di grandi intellettuali e acuti interpreti del nostro oggi (Cardini, Agamben, Carlo Galli e Pino Arlacchi) e sebbene nello specifico Cardini parli di “evento intellettuale”, questo volume ha ricevuto ben poca attenzione dalle principali testate giornalistiche. Poche parole e sbrigative. E del resto, l’intero libro di Todd è una calma, documentata (e per questo ancor più inoppugnabilmente offensiva) demolizione, con punte financo d’irrisione, di ciò che l’uomo medio sedicente colto occidentale pensa del mondo forse da una trentina d’anni a questa parte e certamente dall’inizio del conflitto russo-ucraino. Todd smantella, con una scelta ragionata e un uso implacabile dei dati, quello che pensa l’editorialista unico occidentale delle testate mainstream, il neoatlantista, l’europeista post-industriale ma pre-bellico.

Il libro è molto ambizioso e aleggia tra le pagine un’aria lievemente vaticinante che l’indubbia capacità predittoria di Todd (mostrata ai lettori già alla fine degli anni Settanta profetizzando il collasso dell’Unione Sovietica) lo porta ad assumere. Il testo, nonostante le 354 pagine dell’edizione italiana, è a volte sbrigativo e altre dispersivo passando da questioni fondanti e generali ad altre più legate all’attualità. Del resto l’obiettivo che si pone, la descrizione/spiegazione del declino dell’Occidente è un boccone molto grande da masticare e forse necessiterebbe, per essere ben condotto, di una vocazione teoretica maggiore e di una mole hegelo-spengleriana. Ciononostante rimane un libro imperdibile e di rara ricchezza e intelligenza.

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L’eclissi della Polis: anatomia della deriva autoritaria globale

di Lavinia Marchetti

 

Di fronte alla storia, il potere ha gettato la maschera. Non siamo più di fronte alle rassicuranti finzioni del contratto sociale, né alle promesse teleologiche del progresso liberale, molti hanno finalmente capito come funziona il diritto, sia internazionale, sia interno: a favore di pochi, ovvero di coloro che lo stabiliscono.

Ciò a cui assistiamo, dall’Ucraina a Gaza, dai centri di detenzione dell’ICE negli Stati Uniti fino alle piazze italiane, è la rivelazione della natura necropolitica del potere moderno. La deriva autoritaria è l’esito logico di un sistema che, sentendosi minacciato dall’estinzione o dalla perdita di egemonia, reagisce divorando i propri stessi principi.

 

Il primo scricchiolio: il covid

Come osservava Franco “Bifo” Berardi, la pandemia è stata sia un evento sanitario globale, sia un collasso psichico globale, una “psicodeflazione” che ha preparato il terreno per una nuova forma di controllo. Il virus ha mostrato l’impotenza della politica tradizionale e ha aperto la strada a uno stato di eccezione permanente.

Abbiamo accettato la sospensione delle libertà in nome della nuda vita, ma una volta passata l’emergenza virale, il meccanismo non si è arrestato; si è semplicemente trasferito sul piano bellico. La guerra russo-ucraina e la devastazione di Gaza purtroppo non sono semplici anomalie, ma la manifestazione di quella “guerra perpetua” che Michel Foucault individuava come il sottostrato nascosto delle istituzioni politiche.

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L’Angelo della storia e il peso della memoria

di Emilia De Rienzo

 

C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. Per Walter Benjamin, questo angelo incarna la condizione tragica della storia stessa. “L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”.

L’immagine è potente e straziante: l’angelo vorrebbe fermarsi, “destare i morti e ricomporre l’infranto”, ma una tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro. Quella tempesta che noi chiamiamo progresso. Le ali, impigliate nel vento che spira dal paradiso, non possono più chiudersi. L’angelo è trascinato via mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo.

 

In questa visione di Benjamin, l’unica forma di redenzione possibile viene dalla memoria. Ma non da una memoria inerte, commemorativa, che si limita a custodire il dolore come una reliquia.

Benjamin ci chiede qualcosa di più radicale: ricordare per trasformare il presente. Il passato non è qualcosa di concluso, sepolto dietro di noi. È l’altra faccia del presente stesso.

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lantidiplomatico

La vera "rottura" sancita a Davos

di Pepe Escobar

Qualunque cosa stiano tramando i Barbari, ciò che conta è che la Cina è già entrata nella fase successiva....

Davos 2026 è stato un caleidoscopio demente. L'unico modo possibile per sguazzare nel fango era indossare le cuffie e ricorrere alla Band of Gypsys che infrangeva le barriere sonore e affogava una serie di eventi francamente terrificanti, tra cui un collegamento Palantir-BlackRock connection, Big Tech incontra Big Finance; il “Master Plan” per Gaza; e l'acuta scombussolazione nello sfogo sfrenato del neo-Caligola, qui nella versione di 3 minuti.

Poi c'è stato quello che i frammentati media mainstream dell'Occidente hanno eretto come un discorso visionario: il mini-opus magnum del primo ministro canadese Minister Mark Carney, completo di – cos'altro – citazione di Tucidide (“I forti fanno quello che possono, e i deboli soffrono quello che devono”) per illustrare la “rottura” dell'“ordine internazionale basato su regole”, che era già un Morto che non cammina da almeno un anno.

E come non ridere dell'idea estremamente ricca di una lettera di 400 milionari e miliardari “patrioti” indirizzata ai capi di stato di Davos che chiedono di più “giustizia sociale”. Traduzione: sono terrorizzati – in modalità Paradiso Paranoico – dalla “rottura”, in realtà dal crollo avanzato dell'ethos neoliberista che li ha arricchiti in primo luogo.

Il discorso di Carney è stato un astuto e sensazionalistico espediente per – nella tesi – seppellire l'“ordine internazionale basato su regole”, in realtà l'eufemismo del momento, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, per indicare il dominio totale dell'oligarchia finanziaria anglo-americana.

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Venezuela, la riforma degli idrocarburi sfida l’assedio

di Geraldina Colotti

Caracas. David Paravisini, classe 1944, è considerato uno dei massimi specialisti di geopolitica energetica del Venezuela bolivariano. Come costituente ed esperto di idrocarburi, le sue analisi sono state fondamentali per comprendere la transizione da un’industria petrolifera “meritocratica”, subordinata agli interessi transnazionali, a una PDVSA “popolare e strategica”. Gli abbiamo chiesto di commentare le scelte annunciate dalla presidente incaricata Delcy Rodriguez, che governa dopo il sequestro del presidente Nicolas Maduro e della first lady Cilia Flores, compiuto dalle truppe speciali statunitensi con l’attacco del 3 gennaio.

* * * *

Come analizza le misure adottate oggi dalla presidente incaricata Delcy Rodríguez?

Per analizzare l’operato del governo nell’assenza temporale del Presidente Nicolás Maduro – dovuta a un sequestro che viola tutte le leggi e le convenzioni internazionali -, e che oggi è guidato dalla vicepresidente Delcy Eloína Rodríguez, bisogna inquadrarlo nel contesto di un attacco brutale degli Stati Uniti volto a dissolvere il governo. L’obiettivo era annullare la Costituzione e le leggi della Repubblica nel disordine e nel caos per appropriarsi delle risorse.

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Carney vs Trump: la brutalità della Politica e la brutalità esoterica

di Davide Malacaria

L’articolo di Philip Pilkington, al quale abbiamo dedicato una nota pregressa, merita un approfondimento, che s’intreccia con il discorso del premier canadese Mark Carney a Davos, tanto acclamato nel mondo e al quale abbiamo dato meritato spazio, dal momento che riconosceva come l’Ordine basato sulle regole fosse fittizio e sia finito.

Nel riprendere il discorso di Carney abbiamo accennato a come questi abbia lanciato il guanto di sfida a Trump, sollecitando le potenze medie a statuire alleanze tra di esse, diversificate e pragmatiche, per creare una rete che dia a ciascuna le risorse e la capacità di resistere alla coercizione dell’Impero.

In realtà, l’ex governatore della Banca d’Inghilterra e attuale premier del Canada ha parlato in nome e per conto della madrepatria: al di là delle note altisonanti, era un invito alle potenze medie a creare rete con Londra e, di fatto, porsi sotto la sua tutela.

Può apparire velleitario, ma non lo è, basta osservare come Londra abbia di fatto gestito la “coalizione dei volenterosi” europei nel corso della guerra ucraina, modello che sta tentando di rilanciare in grande stile potendo contare sulla residuale anglosfera, che la leadership albionica ritiene gli possa dare agio di approcciarsi all’agone globale come una sorta di grande potenza.

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Zelensky, la nuova ancella di Trump

di Barbara Spinelli

È successo già una volta, che i governi est europei furono usati da Washington contro la Vecchia Europa per meglio scardinare l’ONU, violare il diritto dei popoli, invadere l’Iraq senza autorizzazioni internazionali e senza prove sulle armi di distruzione di massa.

Saddam fu ucciso appena estratto dal rifugio sotterraneo: la morte fu cruenta e degradante come quella di Gheddafi e Bin Laden nel 2011. L’Est europeo ricevette l’etichetta che da allora lo nobilita: Nuova Europa. Quella Vecchia era rugosa, infida. Si era allineata dopo l’11 settembre, invadendo l’Afghanistan con gli Usa (partecipazione tiepida secondo Trump), ma Parigi e Berlino dissero no all’occupazione dell’Iraq.

Stavolta è un altro governo dell’Est a denunciare la Vecchia Europa, saltellando con zelo ancillare attorno a Trump: l’Ucraina di Zelensky. Ancora più nuovo dei Nuovi Europei, partecipa alle danze intente – non da oggi – a sfaldare l’Ue pur ricavandone onore e denaro: “Invece di divenire una potenza davvero globale, l’Europa rimane un caleidoscopio bello ma frammentato di piccole e medie potenze… Invece di difendere la libertà nel mondo ha l’aria sperduta e cerca di convincere Trump a cambiare. Non cambierà”.

Sono ignorati i 19 pacchetti di sanzioni anti-russe approvate dall’Ue in difesa di Kiev, è dimenticato l’assenso di Biden alla distruzione dei gasdotti North Stream per mano ucraina.

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lantidiplomatico

Vertice di Abu Dhabi: perché tanta segretezza delle tre delegazioni?

di Fabrizio Poggi

Poco o nulla è trapelato sui risultati della due-giorni di colloqui a Abu Dhabi tra le delegazioni russa, americana e ucraina. Già questo è un dato da non sottovalutare: generalmente, quando ci si sbilancia in dichiarazioni e slogan altisonanti, significa che c'è poco di concreto. Questa volta, in attesa del prossimo round di incontri previsto per il 1 febbraio, la cautela mostrata da tutte le delegazioni infonde una pur flebile speranza di avanzamento su una strada concreta.

Così, il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha dichiarato che il Cremlino valuta positivamente l'inizio di negoziati costruttivi sulla questione ucraina. «Non direi che ci sia stata cordialità; è difficilmente possibile in questa fase» ha detto Peskov, anche se, invece, pare che un rappresentante della delegazione americana si sia lasciato andare a un inverosimile «C'è stato un momento in cui tutti sembravano quasi amici. Ho provato un senso di speranza». Un po' troppo ottimista.

Ma, in generale, ha detto ancora Peskov, «Tutto è andato come ci aspettavamo... Sarebbe un errore aspettarsi che i contatti iniziali siano altamente produttivi. Ci sono questioni complesse all'ordine del giorno... Ma se vogliamo ottenere qualcosa attraverso i negoziati, dobbiamo parlare in modo costruttivo» e, soprattutto, come si conviene in un negoziato serio e realistico, ha sottolineato che Moskva non discuterà pubblicamente gli argomenti sollevati in questi incontri. In sostanza, ha detto ancora, «questa è la posizione costante del nostro presidente, che la questione territoriale, che fa parte della formula di Anchorage, è ovviamente di fondamentale importanza per la parte russa».

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Geopolitica dell'Europa

di Pierluigi Fagan

L’immagine si riferisce alla cometa Shoemaker-Levy 9 che nel 1993 venne frammentata in 21 pezzi per poi schiantarsi su Giove. Con la sua enorme massa, la gravità di Giove, esercitò pressione attrattiva sulla cometa disgregandola, la pressione differente su sue singole parti era più forte delle forze di coesione interna dell’oggetto astrofisico.

Europa è un concetto geo-storico, una articolata propaggine subcontinentale dell’Eurasia. La sua geografia è stata ragione principale della sua evoluzione storica. Nel dopoguerra, anche per superare le spinte al conflitto interno tra popoli ed entità statali che hanno prodotto impetuosi fiumi di sangue per secoli e secoli, superamento necessario visto quello che Europa aveva combinato per ben due volte (due guerre “mondiali” e visto che il mondo non ruotava, né avrebbe mai più ruotato intorno all'Europa), in Europa si creò un mercato comune. Si pensò che l’interdipendenza commerciale interna avrebbe creato una rete che legasse tra loro soggetti altrimenti abituati a confliggere l’un con l’altro.

Ancora prima di fare il mercato comune, Europa aveva prodotto qualche tentativo di limitata azione comune, ad esempio su “carbone e acciaio” o sull’energia atomica, più tardi creando il CERN o l’ESA. Europa avrebbe potuto e forse dovuto, continuare su questa strada di cooperazione. Frazionata in una pletora di staterelli dalla dimensione media che è la metà della dimensione media di uno Stato nel mondo, era chiaro che le componenti di Europa sarebbero state sistematicamente troppo piccole per competere con i nuovi giganti del mondo (USA, Cina, India, Russia etc.).

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nicomaccentelli

Una battaglia che è nell’interesse di tutti

di Nico Maccentelli

Questo articolo de Il Riformista, indecente e fascista, è rappresentativo di ciò che sta avvenendo in Italia: la negazione della libera espressione. Secondo questi aedi della democratura occidentalista, NATO, UE, USA, che non si capisce più bene chi è contro chi, pseudo-democratici fascisti contro pseudo-democratici fascisti, servi delle varie consorterie, non si può avere un’opinione divergente sul Venezuela, sul conflitto in Ucraina, sulla Palestina, sull’Iran: parte la gogna mediatica e spasso sanzioni, perquisizioni o peggio e vieni bollato a seconda per putiniano, antisemita, amico dei dittatori e degli ayatollah…

È piuttosto evidente che la macchina del fango e le pressioni che fanno personaggi come la Picierno e Calenda su chi ospita iniziative del tutto legali e legittime, hanno lo scopo di zittire ogni critica, ogni opinione diversa, ogni iniziativa politica che metta in discussione la loro visione del mondo: un Occidente collettivo che ha il diritto di fare guerre, colpi di mano fino al genocidio come a Gaza.

La democrazia che la partitocrazia bipartisan decanta è morta. O meglio: quel poco di democrazia che c’era è morto, poiché il sistema democratico nei paesi capitalisti può avere tutti i partiti che si vuole, ma i media dominanti intervengono sul consenso e il dissenso, falsificano, creano narrazioni indiscutibili, occultano. Una vera democrazia di popolo dovrebbe avere tutto il sistema mediatico statalizzato e non in mano a veri pescecani della finanza, distribuito orizzontalmente tra le parti sociali.

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contropiano2

La rinascita delle Pantere Nere vista dall’America Latina

di Alejandro Valenzuela Torres*

La morte di Renee Nicole Good, avvenuta il 7 gennaio 2026, ha scatenato proteste a livello nazionale contro l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) negli Stati Uniti. A Philadelphia, questo contesto ha portato alla ricomparsa pubblica del Black Panther Party for Self-Defense, che, il giorno dopo l’omicidio, ha manifestato davanti al Municipio portando armi da fuoco – che sostengono siano legali – e svolgendo azioni sociali come la distribuzione di cibo alle famiglie vulnerabili.

La presenza del gruppo ha generato sostegno nelle comunità e, allo stesso tempo, ha suscitato l’allarme degli esperti sul rischio di un’escalation di violenza.

Il movimento è guidato da Paul Birdsong, nato nel 1986, che si è radicalizzato politicamente dopo l’omicidio di George Floyd nel 2020. Birdsong si presenta come presidente nazionale del gruppo, afferma di essere stato istruito dai sopravvissuti del movimento originale e aderisce a una tradizione di Black Power, nazionalismo nero e antimperialismo. Il gruppo, con meno di cento membri attivi, combina un’estetica armata e disciplinata con programmi comunitari ispirati alle Pantere Nere storiche.

La rinascita di gruppi che ora si identificano come Pantere Nere in diverse città degli Stati Uniti non può essere interpretata come un gesto folcloristico o come una nostalgia identitaria.

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contropiano2

Impero, l’ultima speranza dei folli

di Alessandro Volpi*

Gli Stati Uniti sono ormai, in maniera strutturale, una realtà aggressiva che non può sopravvivere senza una politica imperiale. In altre parole, non possono più evitare una crisi devastante se non si trasformano, a tutti gli effetti, in un impero, superando persino la fase imperialista.

Questo fenomeno potrebbe essere descritto da più punti di vista: dall’assolutizzazione del potere federale, in capo al presidente, al monopolio centrale e violento dell’ordine pubblico, alla compressione delle libertà civili, alla creazione di veri e propri rapporti coloniali nei confronti degli ex alleati, e di costante scontro con i nemici, fino alla difesa “armata” della tenuta della moneta e dell’economia.

Il punto su cui vorrei soffermarmi è proprio quest’ultimo, partendo dal dato, a mio parere, cruciale.

Oggi, in questo esatto momento, gli Stati Uniti hanno un debito federale di 38.565 miliardi di dollari, che continuerà a crescere ogni minuto di 7 milioni di dollari e di 10 miliardi al giorno. Ciò dipende da vari fattori, a partire dall’enorme mole di interessi pagati – oltre 1300 miliardi di dollari l’anno – che, a sua volta, dipende dalla difficoltà a trovare compratori e dall’impossibilità di fare acquisti di dollari da parte della Fed, data la debolezza del dollaro.

Dipende poi dal prevalere delle scadenze brevi, scelte dal Tesoro Usa, per far sopravvivere il collocamento del debito stesso perché si “scommette” su una possibile riduzione dei tassi in futuro: una scommessa, in verità, assai difficile da centrare e che produce l’effetto invece di sottoporre il Tesoro Usa a costanti prove con le aste ravvicinate.

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La fine del “mondo basato sulle regole”: il cartello in vetrina e la grande ipocrisia

di Giuseppe Gagliano

Mark Carney a Davos ha fatto una cosa che di solito i leader evitano: ha detto la verità ad alta voce. E la verità è scomoda. L’ordine internazionale “basato sulle regole” non sta scricchiolando: è già finito. Quello che c’era non era un sistema equo, ma una finzione elegante, una scenografia utile finché i più forti rispettavano le regole solo quando conveniva.

Carney lo ammette senza troppi giri di parole: le grandi potenze oggi non hanno limiti reali. Possono usare dazi come armi, catene di approvvigionamento come strumenti di ricatto, infrastrutture finanziarie come leve di coercizione. E mentre i giganti fanno ciò che vogliono, le potenze medie hanno passato decenni a recitare la parte dei bravi studenti dell’ordine globale, fingendo che il sistema fosse giusto, prevedibile, universale.

Qui entra in scena Václav Havel e il suo fruttivendolo. Quello che ogni mattina esponeva il cartello “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi”, senza crederci, solo per non avere guai. Nessuno ci credeva, ma tutti facevano finta di sì. Risultato: il sistema reggeva non solo grazie alla forza, ma grazie alla complicità quotidiana di chi partecipava alla menzogna.

Carney dice che i Paesi occidentali hanno fatto esattamente questo: hanno messo il cartello in vetrina. Hanno continuato a invocare il diritto internazionale, il multilateralismo, le regole del commercio globale, pur sapendo che i più forti le violavano sistematicamente. Hanno accettato un doppio standard permanente: rigore per alcuni, indulgenza per altri. Legalità a corrente alternata.

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nicomaccentelli

Il neoliberismo di guerra va oltre la democrazia borghese

di Nico Maccentelli

Da più parti si continua a ripetere che con Trump presidente USA si sono violate le regole e che ora vige la legge del più forte. C’è chi dice anche che però l’imperialismo USA ha da sempre fatto guerre, colpi di stato, usato proxy come false bandiere, e che se non altro Trump ha il “pregio” di sostenere apertamente ciò che fa.

Queste due considerazioni, avanzate da politologi e opinionisti dissenzienti, si fermano però ai postulati, senza andare oltre. Ma oltre cosa c’è? Dobbiamo capire che se la prima considerazione ci porta a delle ricadute politiche e sociali di conflitto che non si sono ancora esplorate, la seconda mi pare piuttosto superficiale nella sua enunciazione, che se un pregio può avere è solo per il semplice fatto che un’intenzione dichiarata non necessita di smascheramenti e che può essere visibile a tutti o, per lo meno, a chi la vuole vedere.

Ma ciò che va colto in quell’oltre che prima ho accennato è riassumibile in questo enunciato: chi ha superato la soglia del genocidio, facendolo o sostenendolo può poi proseguire l’abominio criminale anche in casa propria.
Dunque non stiamo parlando solo di assenza di regole e di legge del più forte, ma del superamento di una soglia che da Auschwitz in poi nell’Occidente delle cittadelle dei consumi e delle classi medie (oggi in crisi) e di un proletariato border line per sussistenza precaria, non era mai stato superato se non nei paesi in cui l’imperialismo faceva quello che voleva, raccontando a noi che portava la civiltà e la democrazia.

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intelligence for the people

Il capitalismo USA alla conquista della Groenlandia. L’Occidente divora se stesso

di Roberto Iannuzzi

L’idea di acquistare l’isola artica è la logica conseguenza della fase terminale del capitalismo statunitense, fondato sulle idee antisociali dei miliardari della Big Tech

L’intenzione del presidente americano Donald Trump di annettere la Groenlandia agli Stati Uniti d’America ha suscitato allarme e opposizione fra gli alleati europei, i quali hanno solidarizzato con la Danimarca sotto il cui controllo l’isola artica ricade.

Il nuovo scontro mostra un Occidente sempre più in crisi con se stesso.

La volontà di Trump di raggiungere il proprio obiettivo è pari all’artificiosità delle motivazioni addotte per giustificare la sua rivendicazione (senza per questo voler sminuire lo sfruttamento coloniale che la Danimarca ha a sua volta imposto alla Groenlandia).

Dal canto loro, gli europei improvvisamente invocano il diritto internazionale dopo aver taciuto di fronte allo scempio di Gaza, e balbettato davanti al sequestro del presidente di una nazione sovrana, il Venezuela.

Lo scacchiere artico

Le rivendicazioni americane sulla Groenlandia si inseriscono nel quadro della crescente attenzione delle grandi potenze per l’Artico.

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Roberto Franceschi, dopo 53 anni ancora impunita la polizia che lo uccise

di Eugenio Ghignoni*

Il 23 gennaio del 1973, a Milano, davanti alla Bocconi il ventenne Roberto Franceschi veniva ucciso da un proiettile sparato dalla polizia. La verità giudiziaria ancora oggi è incompleta. A fare fuoco furono almeno 5 poliziotti e furono sparati almeno 15 colpi

Il 23 gennaio del 1973, a Milano, davanti alla Bocconi il ventenne Roberto Franceschi veniva ucciso da un proiettile sparato dalla polizia. La verità giudiziaria ancora oggi è incompleta

Sono passati cinquantatré anni da quella serata milanese del 23 gennaio 1973 in cui un giovane militante del Movimento studentesco, Roberto Franceschi, veniva ucciso dalla polizia. Quella sera il Movimento Studentesco aveva indetto un’assemblea alla Bocconi, autorizzata dallo stesso rettore.

Non era certo la prima ma quella sera il divieto di accesso agli «esterni» fu tassativamente esercitato dal personale universitario all’ingresso. Gli studenti si trovarono di fronte uno schieramento di forze di polizia come mai accaduto in precedenza: più di cento uomini del III Reparto celere. Il rettore ha sempre dichiarato anche in seguito che non fu lui a richiedere quella presenza massiccia, ma di essersi limitato a informare la questura, come di consueto, e che fu da lì che venne l’invito a non consentire l’accesso agli esterni.