Avviso

Ricordiamo agli utenti che gli articoli possono essere inviati per email, stampati e salvati in formato pdf cliccando sul simbolo dell'ingranaggio in alto a destra dell'articolo (nel menù a tendina la voce "Stampa" o "Print" consente sia di stampare che di salvare in pdf).

marx xxi

America Latina: fine di un ciclo o esaurimento del post-neoliberismo?

di François Houtart

Proponiamo come contributo alla riflessione sulle ragioni della crisi attraversata attualmente dalle esperienze progressiste latinoamericane, un articolo di François Houtart , prestigiosa figura di intellettuale e vice-presidente del Forum mondiale delle alternative, deceduto il 6 giugno scorso

L’America Latina è stato l’unico continente dove delle opzioni neoliberali furono adottate da più paesi. Dopo una serie di dittature militari, appoggiate dagli Stati Uniti e portatrici del progetto neoliberale, le reazioni non si sono fatte attendere. Il punto più alto fu il rifiuto nel 2005 del Trattato di libero scambio con gli Stati Uniti e il Canada, frutto di un’azione congiunta tra movimenti sociali, partiti politici di sinistra, Ong e chiese cristiane.

I nuovi governi di Brasile, Argentina, Uruguay, Nicaragua, Venezuela, Ecuador, Paraguay e Bolivia, hanno messo in atto politiche di ripristino dello Stato nelle sue funzioni di ridistribuzione della ricchezza, di riorganizzazione dei servizi pubblici, soprattutto di accesso alla sanità, all’educazione, e di investimento in lavori pubblici. Una ripartizione più favorevole delle entrate delle materie prime tra multinazionali e Stato nazionale (petrolio, gas, minerali, prodotti agricoli di esportazione) è stato negoziato e la buona congiuntura, per più di un decennio, ha permesso delle entrate apprezzabili per le nazioni coinvolte.

Parlare di fine di un ciclo introduce l’idea di un certo determinismo storico, suggerendo l’inevitabilità di alternanze al potere tra la sinistra e la destra, nozione inadeguata se il fine è quello di sostituire l’egemonia di una oligarchia con dei regimi popolari democratici. D’altra parte, una serie di fattori permettono di suggerire un esaurimento delle esperienze post-neoliberali e non post-capitaliste. Evidentemente, sarebbe illusorio pensare che in un universo capitalista, in piena crisi sistemica e di conseguenza particolarmente aggressivo, l’instaurazione di un socialismo “istantaneo” sia possibile. Esistono d’altra parte dei riferimenti storici su questo punto. La NEP (nuova politica economica) negli anni ‘20 in Urss ne è un esempio, da studiare in maniera critica. In Cina e in Vietnam, le riforme di Deng Xiao Ping o il Doi Moi (rinnovamento) esprimono la convinzione dell’impossibilità di sviluppare le forze produttive senza passare dalla legge del valore, cioè dal mercato (che lo Stato è tenuto a regolare). Cuba adotta, in maniera lenta, ma saggia, delle misure destinate a dinamizzare le funzioni dell’economia, senza perdere i riferimenti fondamentali alla giustizia sociale e al rispetto dell’ambiente. Si pone quindi la questione delle transizioni necessarie.

Il progetto dei governi “progressisti” dell’America Latina di ricostruire un sistema economico e politico capace di riparare agli effetti sociali disastrosi del neoliberismo, non era un compito facile. Ristabilire le funzioni sociale dello Stato presupponeva una riconfigurazione di quest’ultimo, sempre dominato da un’amministrazione conservatrice, per costituire uno strumento di cambiamento. Nel caso del Venezuela, si è costituito uno stato parallelo (le “missioni”) grazie alle entrate del petrolio. Negli altri, sono stati creati dei nuovi ministeri e i funzionari progressivamente rinnovati. La concezione di Stato che guidava il processo era generalmente centralizzatrice e gerarchizzata (importanza di un capo carismatico) con tendenze a strumentalizzare i movimenti sociali, lo sviluppo di una burocrazia spesso paralizzante e anche l’esistenza della corruzione (in alcuni casi su grande scala).

 

Avvantaggiare i poveri senza colpire veramente i potenti

La volontà politica di uscire dal neoliberismo ha avuto dei risultati positivi: lotta efficace contro la povertà per decine di milioni di persone, migliore accesso alla sanità e all’educazione, investimenti pubblici in infrastrutture, breve redistribuzione almeno parziale del prodotto nazionale, fortemente aumentato per l’aumento dei prezzi delle materie prime. Ne sono risultati dei vantaggi per i poveri, senza per questo colpire seriamente i redditi dei ricchi. A questo panorama si aggiungono degli sforzi importanti in favore dell’integrazione latinoamericana, attraverso la creazione o il rafforzamento di organismi quali il Mercosur, che riunisce una dozzina di paesi dell’America del Sud, l’UNASUR, per l’integrazione del Sud del continente, la CELAC per l’insieme del mondo latino, più i Caraibi, e infine l’ALBA, con una dozzina di paesi, su iniziativa del Venezuela.

Si è trattato, in questo caso, di una prospettiva di cooperazione completamente nuova, non di competizione, ma di complementarità e di solidarietà poiché, in effetti, l’economia interna dei paesi “progressisti” restava dominata dal capitale privato, con la sua logica di accumulazione, soprattutto nei grandi settori dell’estrazione petrolifera e mineraria, delle finanze, delle telecomunicazione e del grande commercio e con la sua ignoranza delle “esternalità”, cioè dei danni ecologici e sociali. Questo ha provocato reazioni crescenti da parte di diversi movimenti sociali. I mezzi di comunicazione sociale (stampa, radio, televisione) sono restati in gran parte nelle mani del grande capitale nazionale o internazionale, malgrado gli sforzi di correggere una situazione di squilibrio comunicativo (TeleSur e le leggi nazionali sulle comunicazioni).

Il modello di sviluppo si è ispirato allo “sviluppismo” (desarrollismo) degli anni ‘60, quando la Commissione Economica per l’America Latina dell’Onu (CEPAL) aveva proposto di sostituire le importazione con un’accresciuta produzione interna. La sua applicazione al XXI secolo, in una congiuntura favorevole dei prezzi delle materie prime, unita a una prospettiva economica centrata sull’aumento della produzione e su una concezione redistributiva del reddito nazionale senza trasformazione fondamentale delle strutture sociali (assenza in particolare di riforma agraria) ha condotto a una “riprimarizzazione” (cioè a un ritorno al settore primario NdT) delle economie latinoamericane e a una dipendenza maggiore dal capitalismo dei monopoli, che è arrivata addirittura fino a una relativa deindustrializzazione del continente.

Il progetto si è trasformato, poco a poco, in una modernizzazione acritica delle società, con differenze secondo i paesi. Questo ha portato a un aumento delle classi medie consumatrici di beni esterni. I mega progetti sono stati incoraggiati e il settore agricolo abbandonato alla sua sorte per privilegiare l’agro-esportazione distruttrice di ecosistemi e della biodiversità, arrivando anche a mettere in pericolo la sovranità alimentare. Nessuna traccia di una vera riforma alimentare. La diminuzione della povertà attraverso soprattutto misure di assistenza (come fu il caso dei paesi neoliberali) non ha ridotto assolutamente le differenze sociali, rimaste tra le più elevate al mondo.

Ci si può chiaramente domandare se fosse possibile fare altrimenti. Una rivoluzione radicale avrebbe provocato interventi armati e gli Stati Uniti dispongono di tutto l’apparato necessario per questi casi: basi militari, alleati nella regione, dispiegamento della 5a flotta attorno al continente, raccolta di informazioni attraverso satelliti e aerei AWACS, e hanno provato che gli interventi non sono per niente esclusi: Santo Domingo, Baia dei Porci a Cuba, Panama, Granada. D’altra parte, le forze del capitale monopolistico sono tali che gli accordi realizzati nei campi petroliferi, minerari, agricoli, si trasformano molto velocemente in nuove dipendenze. Bisogna aggiungere la difficoltà a fare politiche monetarie autonome e le pressioni degli organismi finanziari internazionali, senza parlare della fuga dei capitali verso i paradisi fiscali, come hanno mostrato i Panama Papers.

 

Modernizzare, redistribuire in un quadro dove il breve termine sembra determinante

D’altra parte la concezione di sviluppo dei leaders dei governi “progressisti” e dei loro consiglieri  è stata nettamente quella di una modernizzazione delle società, in ritardo rispetto ad alcune acquisizioni contemporanee, come l’importanza del rispetto dell’ambiente e della possibilità di rigenerare la natura, una visione olistica della realtà, basata su una critica della modernità assorbita dalla logica del mercato, l’importanza del fattore culturale. Curiosamente, le politiche reali si sono sviluppate in contraddizione con certe costituzioni assolutamente innovative in questi campi (diritto della natura, “buen vivir”).

I nuovi governi sono stati ben accolti dalla maggioranza e i loro leaders più volte rieletti con risultati elettorali impressionanti. In effetti, la povertà era veramente diminuita e le classi medie avevano raddoppiato di peso in qualche anno. C’era quindi un vero appoggio popolare. Bisogna infine aggiungere anche che l’assenza di un riferimento “socialista” credibile, dopo la caduta del muro di Berlino, non incitava affatto a presentare un altro modello che quello post-neoliberale. L’insieme di questi fattori fanno pensare che fosse difficile, oggettivamente e soggettivamente, aspettarsi un altro tipo di orientamento.

Questo spiega una rapida evoluzione delle contraddizioni interne ed esterne. Il fattore più spettacolare è rappresentato evidentemente dalle conseguenze della crisi del capitalismo mondiale, e in particolare della caduta, parzialmente pianificata, dei prezzi delle materie prime e soprattutto del petrolio. Il Brasile e l’Argentina sono stati i primi paesi a conoscere gli effetti, ma il Venezuela e l’Ecuador hanno seguito rapidamente, la Bolivia resiste meglio, grazie all’esistenza di riserve importanti di moneta. I conflitti latenti con certi movimenti sociali e una parte degli intellettuali di sinistra sono venuti a galla. I difetti del potere, sopportati fino ad allora come il prezzo del cambiamento, e, in certi paesi, la corruzione installata come parte integrante della cultura politica, hanno provocato reazioni popolari.

La destra ovviamente ha sfruttato questa congiuntura per mettere un pista un processo di riconquista del suo potere e della sua egemonia. Facendo appello ai valori democratici che essa non aveva mai rispettato, è riuscita a recuperare una parte del corpo elettorale, in particolare accedendo al potere in Argentina, e conquistando il Parlamento in Venezuela, rimettendo in questione il sistema democratico del Brasile, assicurandosi delle maggioranze nelle città dell’Ecuador e della Bolivia.  Ha cercato di approfittare della delusione di certi settori, specialmente indigeni e delle classi medie. Sostenuta allo stesso tempo da numerose istanze nord americane e dai mezzi di comunicazione in suo potere, è riuscita a superare le proprie stesse contraddizioni, specialmente tra oligarchi tradizionali e settori moderni.

In risposta alla crisi, i governi “progressisti” hanno adottato sempre di più misure in favore del mercato, al punto che la “restaurazione conservatrice” che denunciavano regolarmente, si è introdotta surrettiziamente. Le transizioni diventano a quel punto degli adattamenti del capitalismo alle nuove domande ecologiche e sociali (un capitalismo moderno) e non dei passi avanti verso un nuovo paradigma post-capitalistico (riforma agraria, sostegno all’agricoltura contadina, fiscalità migliore, altre visioni dello sviluppo, etc). Tutto questo non significa la fine delle lotte sociali, al contrario. La soluzione si situa nel raggruppamento delle forze di cambiamento, all’interno e all’esterno dei governi, su un progetto da ridefinire, e la ricostruzione di movimenti sociali autonomi per gli obiettivi centrati sul medio e lungo periodo.


Traduzione di Lorenzo Battisti per Marx21.it
Pin It

Add comment

Saranno eliminati tutti i commenti contenenti insulti o accuse non motivate verso chiunque.


Security code
Refresh