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Dietro il Reddito di Cittadinanza c’è lo spettro di Hartz

di Giordano Sivini*

La disinformazione sul Reddito di cittadinanza da parte della pseudo sinistra ha un obiettivo? Roberto Ciccarelli sul Manifesto, in calce ad un articolo in cui illustra la proposta del Movimento Cinque Stelle, segnala la disponibilità di LeU ad un intesa su questo terreno, citando Roberto Speranza: “Se c’è da costruire una misura universale di contrasto alla povertà che il M5S chiama reddito di cittadinanza (a me non piace molto il modo in cui lo hanno costruito) io sono pronto a votare su temi specifici”.

Sergio Cararo ha segnalato su Contropiano le possibili implicazioni sociali della proposta dei Cinque Stelle in occasione della presentazione all’USB di Roma del libro Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto? Ha titolato “Di Hartz si muore. Lavoro coatto come soluzione alla povertà?”[1].

Questa problematica sociale e politica è fuori dall’orizzonte del Manifesto, dove Roberto Ciccarelli in “La ricetta dei Cinque Stelle: Reddito di cittadinanza e lavoro gratuito”, pubblica un articolo infarcito di citazioni di Di Maio, cominciando da questa sua sintetica esposizione. “Il reddito di cittadinanza non darà soldi a chi vuol stare seduto sul divano. Dovrà per il breve periodo in cui avrà il contributo, formarsi e dare otto ore di lavoro gratuito allo Stato. Dal secondo anno il reddito di cittadinanza inizia a scalare perché la persona viene inserita nel mondo del lavoro””.

Per Ciccarellì questa “precisazione” “permette di comprendere la natura del reddito di cittadinanza”, ed esprime disappunto, perché è “una misura non universalistica e condizionata alla scelta di un lavoro, ed è vincolata a una prestazione gratuita obbligatoria per finalità contingenti”.

Sviluppata la critica, Ciccarelli cade in stato confusionale. “Il 4 gennaio scorso Di Maio ha detto che tale meccanismo mira all’abolizione del ‘reddito di cittadinanza’ stesso. Questo obiettivo [l’abolizione?], basato su un’analisi del ciclo economico discutibile, dovrebbe essere raggiunto grazie a un investimento di 2,1 miliardi di euro (su 17, tanto costerebbe il workfare basato sul lavoro coatto) per rilanciare i centri per l’impiego e il reinserimento lavorativo. Le risorse arriverebbero dalla ‘spending review’ sulla spesa improduttiva, dalla tassazione sul gioco d’azzardo e sui concessionari autostradali”.

Dentro questa incomprensibile sintesi dell’intervista di Di Maio al Mattino, Ciccarelli inciampa nel ‘workfare basato sul lavoro coatto’, ma non dice di che cosa si tratta. Quanto alle fonti di finanziamento, non ricorda che la copertura della spesa prevedeva nel 2015 un forte taglio alle spese militari e una robusta patrimoniale, dal 2016 le spese militari non figurano più, e nel 2017 anche la patrimoniale è sparita.

Ciccarelli tenta invece di prendere in castagna di Maio perché utilizzerebbe l’Agenzia delle politiche attive, “creata dal Jobs Act criticato dai Cinque Stelle”, per far incontrare domanda e offerta di lavoro a livello nazionale e non a livello provinciale. “E’ un sistema simile a quello della ‘Buona scuola’ che ha obbligato i docenti ad emigrare da Sud a Nord per mantenere il lavoro. Giustamente criticato dai Cinque Stelle ora rischia di ripresentarsi con effetti peggiori”.

Tra una critica e l’altra infila questa frase di Di Maio: “Una volta trovato un lavoro confacente alle caratteristiche del cittadino, non si potrà rifiutare la proposta, pena la perdita immediata del sussidio”. E, dopo aver arzigogolato ancora, Ciccarelli arriva al dunque. “Non è affatto detto che al termine del periodo del ‘reddito di cittadinanza’ (18 mesi? due anni?) il beneficiario trovi un ‘offerta di lavoro confacente’”.

Qui casca l’asino. Se, invece di limitarsi a collezionare le citazioni di Di Maio, avesse letto il testo del disegno di legge dei Cinque Stelle, Ciccarelli avrebbe appreso che per l’erogazione del reddito non c’è un termine; cessa infatti quando il beneficiario supera la soglia della povertà. E, a proposito del ‘lavoro confacente’, avrebbe fatto altre più rilevanti scoperte, che lo avrebbero potuto portare fino a Hartz IV, in Germania, dove gran parte di coloro che entrano nel sistema del reddito sociale non ne escono più.

Peggio di Ciccarelli, che sul Manifesto ha in appalto le tematiche del reddito minimo, fanno Andrea Fumagalli e Cristina Morini. Su Effimera. Critica e sovversione del presente pubblicano “Dell’uso strumentale del reddito per finalità politiche”. Passano in rassegna le proposte di reddito minimo, dilungandosi sul Rei e su quella friedmaniana di Berlusconi, per approdare al reddito universale incondizionato, Di questo Fumagalli è un guru, citato per cognome persino nel testo del disegno di legge Cinque Stelle nella parte che presenta l’iniziativa come primo passo verso il reddito universale incondizionato.

Nel lungo articolo, Fumagalli e Morini riservano al Reddito di cittadinanza questo passo: “Nella proposta dei 5 Stelle si fa notare con enfasi che il ‘reddito di cittadinanza’ è una misura ‘condizionata’. Comporta, cioè, precisi obblighi per il destinatario, come l’iscrizione ai centri per l’impiego pubblici e la necessità di garantire un contributo di circa otto ore settimanali ai progetti sociali del Comune di residenza. I controlli sono affidati agli stessi centri, collegati telematicamente con i ministeri e con l’Agenzia delle Entrate. Come giustamente afferma Roberto Ciccarelli: “c’è una truffa lessicale che, tra l’altro, si è trasformato in un boomerang per questo movimento. Il reddito di cittadinanza va a tutti i residenti con la cittadinanza a vita. In questa forma è applicato solo in Alaska. Quello del M5S è invece un reddito minimo condizionato dallo scambio con un lavoro”.

Tutto qui. Se avessero letto il testo del disegno di legge, Fumagalli e Morini avrebbero scoperto che ‘i precisi obblighi’ vanno ben oltre ‘le circa otto ore settimanali’.

Per una informazione corretta e per una analisi meno superficiale, sarebbe stato sufficiente leggere gli articoli 11 e 12 del disegno di legge del M5S. L’articolo 11 chiarisce come i poveri che aspirano al reddito debbano sottomettersi ai centri per l’impiego, obbligandosi a svolgere – e a documentare puntualmente – una ricerca attiva individuale di lavoro per almeno due ore quotidiane. L’articolo 12 li obbliga al lavoro, e, se al secondo anno non ce l’hanno ancora, dispone che devono accettare quello che viene loro imposto. Di qualsiasi tipo a qualsiasi salario.

Così il Reddito di cittadinanza può diventare lo strumento per riprodurre Hartz IV in Italia: un’operazione gigantesca di disciplinamento di milioni di persone che vivono al di sotto della soglia della povertà relativa. Sconquassa la struttura occupazionale e salariale. Abbassa il costo del lavoro sotto il livello di sussistenza, e fa dipendere il diritto di esistenza da un sussidio che serve ai padroni. Immettendo 15-20 miliardi di euro nell’economia stimola i consumi, a beneficio di imprenditori e commercianti, fulcro del blocco sociale al quale guarda il M5S, utilizzatore del nuovo legittimato lavoro servile.

Alla pseudo sinistra questo non interessa. Del resto Hartz IV è stato introdotto in Germania dal socialdemocratico Schroeder.


* Docente emerito dell’Università della Calabria, coautore di “Reddito di Cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?”, edizioni Asterios.

Note

[1] Contropiano, 3 novembre 2017.
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