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Fake news e volatilità finanziaria

di Christian Marazzi

È logico che in questi giorni, ma anche nelle prossime settimane, ci si interroghi su quanto accaduto sui mercati finanziari lo scorso lunedì 5 febbraio, il giorno in cui le Borse, a partire da Wall Street, hanno conosciuto un tonfo di diversi punti percentuali. Nei giorni successivi, dopo la grande paura, i mercati si sono stabilizzati, ma la domanda è se quello cui abbiamo assistito sia una scossa di aggiustamento, violenta ma comunque circoscritta, oppure se realmente siamo giunti ad un punto di svolta, cioè l’inizio di una nuova era di instabilità o volatilità.

Rispetto alla crisi del 2008, la differenza più rilevante sta nel fatto che allora si era arrivati all’esplosione della bolla finanziaria sull’onda dell’indebitamento privato di consumatori e istituti finanziari, mentre questa volta il fulcro dell’indebitamento sono le grandi imprese. Si pensi che negli ultimi 10 anni il rapporto tra debito globale e PIL è aumentato del 40%: in parte questo aumento fenomenale è dovuto alla crescita dell’indebitamento pubblico nei paesi occidentali, in parte all’aumento del debito in Cina, ma il grosso è da attribuire alle grandi imprese su scala mondiale. Le imprese hanno oggi un debito cumulato pari al 96% del Pil mondiale, mentre era del 15% solo sei anni fa.

Da una parte non hanno investito un granché, preferendo accumulare liquidità con cui speculare sui mercati. Dall’altra si sono indebitate approfittando del basso costo del denaro. Finché i tassi di interesse sono bassi, il servizio sul debito è gestibile. Ma quando i tassi di interesse puntano verso l’alto, allora sono guai.

In questi ultimi mesi, infatti, tutto sembra convergere verso una svolta per quanto riguarda i tassi d’interesse. Sono stati bassissimi, addirittura negativi, per tutti questi anni grazie (o a causa) delle politiche molto espansive delle Banche centrali volte a contrastare la stagnazione e i rischi di deflazione. Ma ora che le stesse Banche centrali vogliono normalizzare le loro politiche monetarie, anche per contenere l’euforia speculativa di cui sono in buona parte causa, e ora che l’amministrazione Trump con la riforma fiscale farà aumentare in modo impressionante il debito pubblico americano, tutti si attendono aumenti d’interesse come misura per contenere l’inflazione.

Tant’è vero che i mercati sono collassati, e la volatilità è esplosa, di fronte al primo segnale serio di crescita salariale negli Stati Uniti in grado di spingere l’inflazione oltre l’agognato 2%. Peccato che si è trattato di un falso allarme, se è vero che gli ultimi dati trimestrali dei salari sono distorti, perché si riferiscono a mesi invernali durante i quali è molto inferiore la domanda di forza-lavoro senza qualifica e con bassi salari (si pensi ad esempio alla costruzione…). Se si fosse guardato ai salari degli ultimi 12 mesi, che non sono affatto aumentati, magari la reazione degli in vestitori sarebbe stata meno isterica. Il problema è che per il 90% i mercati finanzari si muovono sulla base di algoritmi che incorporano questo genere di fake news.

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